Dicembre 13, 2020
Da Iniziativ Anarchica
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La strage di Stato: come è morto Giuseppe Pinelli
Il 12 Dicembre 1969 una bomba esplode nella sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura in piazza Fontana a Milano: 14 morti e oltre cento feriti (altri due moriranno in ospedale). Le indagini si orientano immediatamente verso gli ambienti anarchici ignorando gli indizi che portano verso una matrice fascista dell’attentato. Un attentato voluto da settori dei servizi segreti per fermare le grandi mobilitazioni popolari del periodo e appaltato a gruppi fascisti: una strage di Stato. A Milano il 12 Dicembre decine e decine di sospetti vengono fermati, portati in questura e sottoposti a lunghi interrogatori. Tra questi il ferroviere anarchico Giuseppe Pinelli.
E’ circa la mezzanotte di lunedì 15 dicembre 1969. Il cronista dell’Unità di Milano Aldo Palumbo discende lentamente lo scalone principale della questura di Milano, muove i primi passi per attraversare il cortile. E sente un tonfo, poi altri due, ed è un corpo che cade dall’alto, che batte sul primo cornicione del muro, rimbalza su quello sottostante e infine si schianta al suolo. Palumbo rimane paralizzato per qualche secondo al centro del cortile, poi si avvicina al corpo, ne distingue i contorni del viso. E subito gridando corre a dare l’allarme, agli agenti della squadra mobile, agli altri cronisti che sono rimasti in sala stampa quando lui è uscito.

La mattina dopo tutti i quotidiani escono a grossi titoli con la notizia del suicidio di Giuseppe Pinelli.
Di questi giornali, quelli che al momento dell’incidente avevano il loro cronista in questura, scrivono che il suicidio è avvenuto a mezzanotte e tre minuti. Nei giorni seguenti. stranamente questo particolare del tempo viene modificato: prima lo si corregge a “circa mezzanotte”, poi lo si sposta ancora indietro, sino ad arrivare, a un tempo ufficiale: “Pinelli è morto alle ore undici e 57 minuti del lunedì notte 15 dicembre”.
Ai primi di febbraio, dall’inchiesta condotta dalla magistratura trapela un particolare: la chiamata fatta quella notte dalla questura al centralino telefonico dei vigili urbani per richiedere l’intervento di una autoambulanza è stata registrata da uno speciale apparecchio e quindi si può stabilire con certezza l’attimo esatto, che risulta essere mezzanotte e 58 secondi. Come dire due minuti e due secondi prima della caduta di Pinelli, la chiamata è stata fatta prima che Giuseppe Pinelli cadesse dalla finestra.”
Nei primi giorni di gennaio il giornalista Aldo Palumbo trova la sua abitazione sottosopra. Qualcuno è entrato, ha rovistato dappertutto, ha aperto i cassetti, rovesciato mobili, frugato negli armadi; nessun oggetto di valore però è stato rubato. Un avvertimento ?
Basterebbero questi primi, pochi elementi per formulare pesanti sospetti sulla versione dell’anarchico morto suicida. In realtà ce ne sono molti altri.
Pinelli cadde letteralmente scivolando lungo il muro, tanto che rimbalza su ambedue gli stretti cornicioni Sottosanti la finestra dell’ufficio politico: non si è dato quindi nessun slancio.
Cade senza un grido e i medici stabilirono che le sue mani non presentano segni di escoriazioni non ha avuto cioè nessuna reazione istintiva, incontrollabile, nemmeno quella di portare le mani a proteggersi durante la “scivolata”.
La polizia fornisce nell’arco di un mese tre versioni contrastanti sulla meccanica del “suicidio” e due versioni opposte sulle motivazioni del gesto.
PRIMA VERSIONE: Pinelli era coinvolto negli attentati, il suo alibi per il pomeriggio del 12 dicembre era crollato e sentendosi ormai perduto ha scelto la soluzione estrema, gridando ” è la fine dell’anarchia”, abbiamo tentato di fermarlo ma senza riuscirci. “Era fortemente indiziato di concorso in strage…il suo alibi era crollato… si è visto perduto… è stato un gesto disperato… una specie di autoaccusa insomma” dichiara alla stampa il questore Guida nelle prime ore del 16 Dicembre e poche ore dopo (di fronte alle perplessità che incominciano ad emergere) ribadisce: “Vi giuro che non l’abbiamo ucciso noi ! Quel poveretto ha agito coerentemente con le proprie idee. Quando si è accorto che lo Stato, che lui combatte, lo stava per incastrare ha agito come avrei agito io stesso se fossi stato anarchico”
SECONDA VERSIONE: quando Pinelli ha spalancato la finestra, abbiamo tentato di fermarlo e ci siamo parzialmente riusciti, nel senso che ne abbiamo frenato lo slancio: come dire, ecco perchè è scivolato lungo il muro. Ma questa versione è stata resa a posteriori, dopo cioè che i giornali avevano fatto rilevare la stranezza della caduta.
TERZA VERSIONE: la più incredibile, fornita “in esclusiva” il 17 gennaio al Corriere della Sera: quando Pinelli ha spalancato la finestra, abbiamo tentato di fermarlo e uno dei sottufficiali presenti, il brigadiere Vito Panessa, con un balzo “cercò di afferrarlo e salvarlo; in mano gli rimase soltanto una scarpa del suicida”. I giornalisti che sono accorsi nel cortile subito dopo l’allarme lanciato da Aldo Palumbo ricordano benissimo che l’anarchico aveva ambedue le scarpe ai piedi !

Nel frattempo, dopo che l’alibi di Pinelli era risultato assolutamente valido cambia la versione sulle motivazioni del gesto: Pinelli, innocente, bravo ragazzo, nessuno di noi riesce a spiegarsi il suo gesto. “Fummo sorpresi del gesto, proprio perché non ritenevamo che la sua posizione fosse grave. Pinelli per noi continuava a essere una brava persona, probabilmente il giorno dopo sarebbe tornato a casa” (Calabresi, 8 gennaio 1970)
Dando questa seconda versione, la polizia afferma anche che la tragedia è esplosa nel corso di un interrogatorio che si svolgeva in un’atmosfera del tutto legittima, civile, e tranquilla, con scambio di sigarette e altre delicatezze del genere1. L’anarchico Pasquale Valilutti, uno dei tanti fermati che tra il venerdì delle bombe e il lunedì successivo hanno riempito le camere di sicurezza della questura, ha fornito invece questa testimonianza:
“Domenica pomeriggio ho parlato con Pino (Pinelli) e con Eliane (Corradini), e Pino mi ha detto che gli facevano difficoltà per il suo alibi, del quale si mostrava sicurissimo. Mi ha anche detto di sentirsi perseguitato da Calabresi e che aveva paura di perdere il posto alle ferrovie. Verso sera un funzionario si è arrabbiato perchè parlavo con gli altri e mi ha fatto mettere nella segreteria che è adiacente all’ufficio del Pagnozzi (un altro commissario, come Calabresi, dell’ufficio politico: n.d.r.): ho avuto occasione di cogliere alcuni brani degli ordini che Pagnozzi lasciava ai suoi inferiori per la notte. Dai brani colti posso affermare che ha detto di riservare al Pinelli un trattamento speciale, di non farlo dormire e di tenerlo sotto pressione per tutta la notte. Di notte il Pinelli è stato portato in un’altra stanza e la mattina mi ha detto di essere molto stanco, che non lo avevano fatto dormire e che continuavano a ripetergli che il suo alibi era falso. Mi è parso molto amareggiato. Siamo rimasti tutto il giorno nella stessa stanza, quella dei caffè, e abbiamo potuto scambiare solo alcune frasi, comunque molto significative. Io gli ho detto: ” Pino, perchè ce l’hanno con noi? ” e lui molto amareggiato mi ha detto: ” Sì ce l’hanno con me “. Sempre nella serata di lunedì gli ho chiesto se avesse firmato dei verbali e lui mi ha risposto di no. Verso le otto è stato portato via e quando ho chiesto a una guardia dove fosse mi ha risposto che era andato a casa. Io pensavo che stesse per toccare a me di subire l’interrogatorio, certamente il più pesante di quelli avvenuti fino ad allora: avevo questa precisa impressione. Dopo un pò, verso le 11,30 ho sentito dei rumori sospetti, come di una rissa e ho pensato che Pinelli fosse ancora lì e che lo stessero picchiando. Dopo un pò di tempo c’è stato il cambio della guardia, cioè la sostituzione del piantone di turno fino a mezzanotte. Poco dopo ho sentito come delle sedie smosse ed ho visto gente che correva nel corridoio verso l’uscita, gridando “si è gettato”. Alle mie domande hanno risposto che si era gettato il Pinelli: mi hanno anche detto che hanno cercato di trattenerlo ma che non vi sono riusciti. Calabresi mi ha detto che stavano parlando scherzosamente del Pietro Valpreda, facendomi chiaramente capire che era nella stanza nel momento in cui Pinelli cascò. Inoltre mi hanno detto che Pinelli era un delinquente, aveva le mani in pasta dappertutto e sapeva molte cose degli attentati del 25 aprile. Queste cose mi sono state dette da Panessa e Calabresi mentre altri poliziotti mi tenevano fermo su una sedia pochi minuti dopo il fatto di Pinelli. Specifico inoltre che dalla posizione in cui mi trovavo potevo vedere con chiarezza il pezzo di corridoio che Calabresi avrebbe dovuto necessariamente percorrere per recarsi nello studio del dottor Allegra e che nei minuti precedenti il fatto (cioè la stessa caduta di Pinelli: n.d.r.) Calabresi non è assolutamente passato per quel pezzo di corridoio.
Dunque l’ultimo interrogatorio di Giuseppe Pinelli non è stato così tranquillo come si è cercato di far credere, ed è falso anche che al momento della caduta il commissario aggiunto Luigi Calabresi non fosse presente nella stanza. Ma perchè queste menzogne? La risposta può essere trovata in un articolo pubblicato dal settimanale Vie Nuove nelle settimane seguenti.
“Quando l’anarchico fu trasportato nella sala di rianimazione dell’ospedale Fatebenefratelli non era in condizioni di coscienza. aveva un polso abbastanza buono ma il respiro molto insufficiente, il che poteva essere stato provocato da ragioni organiche (cioè il gran colpo dell’impatto col terreno o qualcos’altro) oppure psicologiche (cioè lo stato di tensione precedente la caduta: ma questa sembra un’eventualità meno valida). Il particolare che più stupì i due medici fu che il corpo, almeno a un esame superficiale, non presentava nessuna lesione esterna nè perdeva sangue dalle orecchie e dal naso, come avrebbe dovuto essere se Pinelli avesse battuto violentemente al suolo con la testa.
“Una constatazione, questa, che fa sorgere subito un’altra domanda in chi non ha mai voluto credere alla versione del suicidio: se è vero, come sembra, che la necroscopia ha accertato una lesione bulbare all’altezza del collo, quale si sarebbe potuta produrre battendo al suolo con il capo, come mai orecchie e naso non sanguinavano nè il volto e la testa presentavano lesioni evidenti? Per logica si arriva quindi a una seconda domanda: non è possibile che quella lesione al collo fosse stata provocata prima della caduta? Come e da cosa, non ci vuole molta fantasia per immaginarlo: sono ormai molti anni che nelle nostre scuole di polizia si insegna quella antica arte giapponese di colpire col taglio della mano, nota come karatè.
I risultati dell’autopsia, dalla quale sono stati esclusi i periti di parte, non vengono resi noti. Di due medici – Gilberto Bottani e Nazareno Fiorenzano – che hanno tentato di salvare Giuseppe Pinelli, solo il secondo, e solo molte settimane più tardi,e solo dietro istanza dei legali della moglie dell’anarchico, viene interrogato dal procuratore Giuseppe Caizzi, il magistrato cui è affidata l’inchiesta che nel mese di maggio 1970 si concluderà con un sibillino verdetto di “morte accidentale” (non suicidio quindi, se la lingua italiana ha un senso. Ma allora la polizia ha mentito…).

Perchè è morto Giuseppe Pinelli
La versione del suicidio risulta tanto più incredibile se si considerano le ragioni che avrebbero dovuto spingere Giuseppe Pinelli a uccidersi. Non esistono ragioni soggettive (capo manovratore alle Ferrovie. Pinelli era un uomo sano, a posto fisicamente psicologicamente, con una vita familiare solida, ecc), nè tanto meno ragioni obiettive. Il suo alibi è autentico. e lui lo sa. Le minacce, i ricatti ai quali viene sottoposto per i primi due dei tre giorni che egli passa in questura, dal venerdì delle bombe al lunedì successivo, per Pinelli non sono una novità: è da settembre, dai giorni dello sciopero della fame organizzato in solidarietà con gli anarchici imprigionati per gli attentati del 25 aprile a Milano, che gli uomini della squadra politica lo perseguitano, cercano di intimidirlo con lo spettro del licenziamento dalle ferrovie, delle conseguenze che la sua militanza politica avrebbero provocata alla famiglia. E anche il tentativo finale, mezz’ora prima del “suicidio”, di farlo sentire indirettamente coinvolto nella strage col dimostrargli che, come risulta dal suo libretto chilometrico di ferroviere, lui ha compiuto un viaggio a Roma nella notte tra l’8 e il 9 agosto e che pertanto può essere ritenuto uno degli autori degli attentati ai treni, anche questo tentativo non dà nessun risultato: Pinelli sa benissimo, come sa la polizia, come sanno tutti, che quelle sono state bombe di marca fascista.
Eppure il tentativo viene fatto ugualmente, come ultimo ricatto per fargli confessare qualcosa. qualche nome, qualche circostanza che alla polizia, al commissario Luigi Calabresi preme molto: cioè quanto servirebbe a far scattare il medesimo meccanismo che a Roma in quelle ore si è già chiuso sul gruppo anarchico 22 Marzo, incastrando Pietro Valpreda come capro espiatorio della strage. L’interrogatorio si svolge verosimilmente secondo questo schema:
I. intimidazione (“il tuo alibi per il pomeriggio del 12 è caduto”);
II. il tentativo di fiaccare la sua resistenza fisica e psichica (non lo lasciano nemmeno dormire, lo tengono costantemente “sotto pressione”);
III. il tentativo di impaurirlo facendogli balenare la possibilità di essere coinvolto tra gli autori della strage.
Ma gli alibi reggono, la resistenza psico-fisica di Pinelli anche. Allora la musica deve cambiare, si passa all’interrogatorio pesante, quello coi “rumori di sedie smosse, come di una rissa”, e gli vengono contestati fatti, nomi, circostanze precise. Ma un interrogatorio di questo tipo è una specie di boomerang, per chiedere bisogna per forza dire e Pinelli, che ascolta attentamente prima di rispondere, forse intuisce qualcosa. Intuisce che si sta cercando di farlo cadere in una trappola, forse intuisce anche, grazie proprio a quei nomi e a quelle circostanze che gli stanno contestando, la funzione di provocatore svolta da qualcuno che si è infiltrato nel gruppo, coglie il legame che intercorre tra il provocatore e qualcuno degli uomini che lo stanno interrogando. E invece di tacere, invece di guadagnare tempo. emotivamente parla, indignato minaccia, e chiede che certi nomi, certe sue affermazioni vengano messe a verbale.
Fra chi lo interroga, non tutti hanno capito quello che Pinelli ha capito. Ma un paio di persone certamente sì. E allora parte, fra i tanti quel colpo decisivo che fa stramazzare Pinelli sulla sedia, gli fa perdere conoscenza. Pinelli sta male (si chiama in quel momento l’autombulanza?) Pinelli ha bisogno d’aria. Bisogna avvicinarlo alla finestra, appoggiare il suo corpo inanimato alla sbarra di ferro trasversale, bassa. Troppo bassa, non trattiene Pinelli, che scivola giù nel vuoto.
Una disgrazia. Un malore prima e la disgrazia poi. Questa all’incirca la versione che uno dei cinque presenti nella stanza (il commissario Luigi Calabresi, i brigadieri Panessa, Mucilli, Mainardi, il tenente dei carabinieri Lograno) fornirà poi a un suo superiore. Questa versione (raccolta dagli autori della controinchiesta del 1970) sarebbe credibile, forse, se non vi fosse quella lesione bulbare nel collo di Pinelli, se non vi fosse la sua totale mancanza di riflessi durante la “scivolata” lungo il muro, indizio evidente che non si trattava di un uomo colto da malore ma di un uomo inanimato.
Tuttavia credibile, forse, per chi era in quella stanza e non ha saputo distinguere il colpo fatale vibrato sul collo di Pinelli, e non ha capito perchè quel colpo è stato vibrato e perchè Pinelli doveva cadere dalla finestra.
Epilogo (provvisorio)
1975 il giudice D’Ambrosio chiude l’inchiesta sulla morte di Pinelli. L’anarchico, secondo la sentenza, è morto per un “malore attivo”. Cioè un malore che lo ha fatto cadere dalla finestra. Tutti gli indiziati sono stati prosciolti.
2005 la Corte di Cassazione assolve definitivamente tutti gli imputati della strage di piazza Fontana, riconoscendo però esplicitamente la matrice fascista dell’attentato e le pesanti responsabilità di apparati deviati dello Stato.
(Scheda rielaborata da: La strage di Stato : Controinchiesta, 1970 e da Luciano LANZA, Bombe e segreti : piazza Fontana 1969, Milano, Eleuthera, 1997 )




Fonte: Iniziativanarchica.noblogs.org