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 Gli errori

 

Si era sviluppata una situazione ideale che nessun
governo rivoluzionario si era mai sognato di immaginare prima: un esercito a
disposizione il cui numero varia, secondo diverse fonti, dai 60.000 ai 200.000
uomini, senza contare l’apporto dato da tutti i cittadini compresi i giovani e,
soprattutto, le donne; un apparato di difesa eccezionale costituito da ben sei forti
che gli stessi prussiani non avevano potuto espugnare. Se a questo si aggiunge
l’esistenza di una zona neutra (quella occupata dai prussiani) attraverso la
quale i rifornimenti potevano entrare regolarmente a Parigi senza essere
molestati, il possesso dell’immenso tesoro della Banca di Francia valutato a
circa tre miliardi di franchi, il generale entusiasmo di tutti, in quanto tutti
si rendevano conto dell’eccezionalità dell’esperimento e del fatto che per la
prima volta non si lavorava e non si moriva per un re o per un Bonaparte ma per
se stessi, per una comunità, si potrà avere un quadro esatto della situazione
rivoluzionaria della Comune.

Eppure con tutte queste condizioni favorevoli il
risultato non fu positivo, e questo perché la Comune commise degli errori che favorirono la
reazione governativa, come la mancata opposizione alle truppe in ritirata, una
responsabilità che grava su Charles Lullier, il nuovo comandante della Guardia nominato dal Comitato Centrale.

L’errore più grave fu probabilmente quello di non
attaccare immediatamente Versailles, come affermó lo stesso generale Vinoy, scrivendo di “errore gravissimo e irreparabile”, perché il Comitato Centrale non utilizzò “tutti i vantaggi inaspettatamente
conseguiti. In quel momento tutte le probabilità erano dalla sua parte. Esso
avrebbe dovuto tentare l’attacco il giorno seguente
”.

In effetti, gli uomini del Comitato Centrale non avevano nessun piano
militare perché essi stessi erano rimasti sorpresi dall’insurrezione spontanea
della popolazione: “essi non l’avevano
prevista e non avevano fatto nulla per organizzarla. Solo la disgregazione
dell’esercito eccitò la loro audacia
(sempre parole di Vinoy)”. Anche
per Marx, un errore fondamentale fu quello di perdere
tempo nell’eleggere legalmente la
Comune, invece
di marciare subito su
Versailles. Ciò
avrebbe permesso di far retrocedere almeno il fronte della battaglia in modo da
creare uno spazio vitale intorno a Parigi, necessario non solo per il
vettovagliamento, ma indispensabile perché così sarebbero state possibili le
comunicazioni con il resto della Francia. I tentativi rivoluzionari che
vi
furono in altre città (Marsiglia, St. Etienne, Narbonne, Bordeaux, Montepellier, Tolosa, Grenoble ecc.) avrebbero potuto essere
meglio organizzati e coordinati tra loro, oltre al fatto che avrebbero potuto
trarre beneficio dalla conoscenza della verità su ciò che accadeva a Parigi.
Invece intorno ad essa fu fatto un cordone sanitario e le fu impedita ogni
comunicazione, mentre i veri rivoluzionari non sapevano niente di ciò che
effettivamente accadeva, se non le calunnie dei giornali borghesi.

Un altro errore fu quello di non
aver voluto impadronirsi delle riserve auree e monetarie della banca di
Francia. “Il governo, fuggendo a
Versailles, aveva lasciato le casse vuote, narra Louise Michel, gli ammalati negli ospedali, il
servizio di ambulanza e funerario erano senza risorse; gli uffici in disordine.
Varlin e Jourde ottennero 4 milioni dalla Banca, ma le
chiavi erano a
Versailles, e non vollero forzare le casseforti; chiesero
allora a Rothschild un credito di un milione che fu versato alla Banca
”. Cosa spinse il
finanziere francese Rothschild a concedere tale finanziamento? Probabilmente
questa decisione fu influenzata in maniera determinante dalla pressione esercitata
dalla borghesia francese cui premeva innanzi tutto che le riserve
della Banca non fossero lese.
La semplice concessione del prestito da parte del Rothschild avrebbe consentito
ai Comunardi di continuare la resistenza senza
ricorrere alle riserve della Banca, sino a quando non fossero state a
disposizione le forze militari sufficienti a batterli definitivamente. Non è da
escludere che lo stesso Bismarck, così come aveva aiutato Thiers restituendo i prigionieri di Metz e Sedan
allo scopo di ricostituire l’esercito per combattere contro Parigi, facesse
pressione su Rothschild perché concedesse il prestito in nome della solidarietà
borghese.

Eppure l’impadronirsi delle riserve
della Banca avrebbe potuto aiutare molto nella lotta contro la borghesia: solo
in questo caso essa avrebbe premuto su
Versailles
perché si concludesse la pace. In definitiva, il controllo della Banca di
Francia avrebbe dato loro una forza di contrattazione ben più grande di quella
che poteva dare la sola forza militare. Avrebbe anche significato avere i mezzi
finanziari per alimentare la rivoluzione non solo a Parigi, ma anche nel resto
della Francia.

Siffatto errore si può spiegare
solo per il perdurare di certi pregiudizi borghesi in alcuni settori dello
schieramento rivoluzionario,
come i giacobini e i blanquisti che da poco tempo
avevano radicalizzato le proprie posizioni, e anche per il fatto che i Comunardi peccarono di ingenuità politica, data la
loro inesperienza, essendo i protagonisti del primo tentativo rivoluzionario
del proletario.

I Comunardi non hanno saputo espropriare i ladri.
Essi che hanno abolito polizia ed esercito; essi che hanno abbattuto la colonna di place Vendôme, simbolo di
oppressione, perché fusa col bronzo di 1200 cannoni conquistati dal primo
Napoleone; essi che hanno sanzionato che soli sacrifici leciti sono quelli che
le masse sanno imporre ai signori; essi, ancora incrostati d’ideologia, si sono
fermati sulla soglia del Tempio Bancario. Fosse dipeso dalle donne (che
dovevano, oltre tutto, far da mangiare per i rispettivi figli e mariti), è
probabile che un così tragico errore non sarebbe stato commesso.

Ma anche se non hanno saputo
espropriare il nemico, travolgerlo col terrore prima di cader vittime del suo
terrore, i
Comunardi hanno dato veramente l’assalto al cielo; e non per
un ideale, ma per estirpare il vecchio (il capitalismo) perché finalmente
sorgesse il nuovo (il libertarismo); per porre fine, in altri termini, allo
sfruttamento (e conseguentemente alla repressione, alla guerra, alla
devastazione dell’uomo e della natura), e dare inizio alla storia umana, una
storia di liberi e di uguali, per i quali le risorse sono di tutti (non solo
uomini, ma anche piante e animali, tutti indispensabili alla continuazione
della vita sulla Terra).

Solo chi mira alla perpetuazione
del dominio dell’uomo sull’uomo, imbalsama il passato, per farne il proprio
feticcio di legittimazione.

Altra incertezza che ebbero i Comunardi fu di non sequestrare le industrie
capitalistiche, sebbene alla fine gli operai finirono per impadronirsi di
quelle aziende che erano state abbandonate dai proprietari fuggiaschi.




Fonte: Achatnuarproduction.blogspot.com