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Gli uomini e i gruppi politici (1)

 

Parigi si proclamò Commune, Comune, rivendicando
quelle libertà municipali di cui aveva goduto intorno al
XII secolo. I Comuni medievali, in Francia, non
erano stati fiorenti come nella penisola italiana giacché la monarchia francese
aveva subito imposto il suo centralismo burocratico, ma questo richiamo al
lontano passato fu un modo di affermare il diritto dei parigini
all’autogoverno. La Commune (arbitrariamente tradotta in italiano «La
Comune» al femminile anziché al maschile, come vorrebbe la nostra lingua) fu
un’entità storica piuttosto effimera, ma il suo nome è chiamato adesso ad
interpretare la volontà di emancipazione di un proletariato che, a Parigi, si
addensò più numeroso che in qualsiasi altra città di Francia e d’Europa. A
Parigi arrivarono proletari da tutta Europa: ci furono polacchi, italiani,
tedeschi, ungheresi pronti a incrociare il ferro in difesa della Comune, e ciò era dovuto alla
credenza, ancora abbastanza diffusa nel 1871, secondo cui era sufficiente
l’unione fraterna dei popoli per migliorare le sorti del proletariato che
lavorava sedici ore al giorno nelle fabbriche malsane e viveva in condizioni
penosissime.

A questa fiducia di molti «internazionalisti», Marx già contrapponeva la dura dialettica che
andava svolgendo in seno all’Associazione Internazionale dei Lavoratori, ma era
un sentimento romantico avvolto da un’ideologia libertaria a prevalere
nell’animo dei volontari accorsi a Parigi da ogni parte d’Europa. Marx, comunque, si era illuso su un punto, aveva
creduto che la solidarietà universale del proletariato avrebbe impedito a Bismarck di trasformare in guerra offensiva quella
che, agli inizi, si presentava come una legittima difesa della Prussia dalle
mire di Napoleone III. I soldati prussiani non si erano limitati a
difendere il suolo patrio, ma avevano allegramente invaso il territorio
francese per una guerra di. conquista: il virus nazionalista aveva avuto il
sopravvento sui proclami dell’Internazionale.

Chi erano i gruppi politici e gli uomini che si
preparavano all’insurrezione?

Innanzi tutto bisogna citare una delle più belle figure
di operaio internazionalista, fucilato dai versagliesi dopo
averlo orrendamente torturato: Eugène Varlin, anarchico d’ispirazione bakuniana
che si dedicò completamente alla causa della classe operaia. Aveva amicizie
anche tra gl’intellettuali giacobini, era, quindi, l’uomo adatto a stabilire il
contatto politico tra questi e gli anarchici.

Appena seppe della proclamazione della repubblica, Varlin, che era a Bruxelles, si recò subito a
Parigi e riprese la parte preponderante in seno al Consiglio Federale dell’Internazionale. Le sezioni parigine dell’Internazionale erano molto disorganizzate ed
ancora deboli. Varlin capì, però, che non era il momento per
cercare di riorganizzarle e rafforzarle, perché urgeva mirare dritto allo
scopo: rovesciare il governo e preparare la rivoluzione. Un accordo con i
giacobini era certo più importante. Non si è a conoscenza dei termini di questo
accordo comunque da allora in poi anarchici e giacobini mantennero la loro
alleanza sino alla fine della Comune.

Chi erano questi giacobini? “Ci sono giacobini
avvocati e dottrinari come il signor Gambetta… vi sono poi giacobini sicuramente
rivoluzionari: gli eroi e gli ultimi rappresentanti onesti della fede
democratica del 1793, capaci di sacrificare la loro unità e la loro autorità
tanto amate, alla necessità della rivoluzione… Questi giacobini magnanimi
vogliono il trionfo della rivoluzione innanzi tutto. Ma siccome non c’é
rivoluzione senza masse popolari, e siccome in queste è oggi sicuramente sviluppato
l’istinto socialista, i giacobini non possono più fare altra rivoluzione che
non sia economica e sociale; e così giacobini di buonafede, lasciandosi vieppiù
trascinare dalla logica del movimento rivoluzionario, finirono per diventare
socialisti loro malgrado
(Bakunin)”.

Repubblicani radicali, malgrado la loro buona volontà e
la loro fede, non ebbero il tempo, nell’incalzare degli avvenimenti, di
sopprimere e superare una serie di pregiudizi borghesi contro il socialismo,
cosicché la loro azione ne risultò come frenata, inibita, anche se poi vennero
trascinati dagli avvenimenti e finirono per avvallare ciò che il popolo credeva
opportuno fare. I loro obbiettivi politici erano le libertà democratiche, come
la laicità della scuola e la libertà di stampa. La loro base sociale risiedeva
nell’intellettualità della piccola borghesia e il loro modello di riferimento
era la Repubblica giacobina espressa dalla Grande Rivoluzione, che del resto
esercitava ancora un certo fascino anche negli altri gruppi rivoluzionari. Non
a caso i blanquisti[2]
Humbert, Vermersch e Vuillaume fondarono il quotidiano Le Père Duchêne, richiamandosi all’omonimo
giornale di Hébert e il proudhoniano[1] Vermorel pubblicò i discorsi di Danton, di Marat,
di Robespierre e di Vergniaud. Figure rilevanti di neo-giacobini furono Louis Charles Delescluze, Charles Ferdinand Gambon, Jules Miot e Félix Pyat.




Fonte: Achatnuarproduction.blogspot.com