Giugno 12, 2022
Da Collettivo Anarchico
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De’ che fai il 18 giugno??

Il 18 giugno scendiamo in strada a Livorno con una spezzona fro.ciah antagonista e transfemminista che non si accontenta di chiedere diritti. Vogliamo essere i sassolini nella scarpa del cis-tema eteronormato ed omonormato: non saremo l3 vostr3 brav3 cittadin3 rispettabili e smanios3 di conformarsi a quello che un uomo o una donna dovrebbe essere. Riconosciamo la violenza dello stato nei confronti delle donne e soggettività lgbtqia+ di cui l’applauso in senato durante l’affossamento del ddl Zan rappresenta solo la punta dell’iceberg. Riconosciamo la violenza di genere e del genere e di come i suoi confini sentenzino chi o cosa sia socialmente accettabile e chi o cosa non lo è, cosa ci può succedere se oltrepassiamo i confini della cosiddetta normalità, che altro non è che la norma bianca – cisgender – eterosessuale ed abilista. Anche per questo, pur comprendendo la volontà e la necessità di alcune soggettività di sentirsi tutelat3 dalle istituzioni, siamo consapevoli che non può essere sufficiente.

Vogliamo ridisegnare le nostre vite secondo la più strabiliante varietà di desideri, bisogni e possibilità che ogni essere umano può immaginare nel proprio destino, con l’unica regola del consenso dellə partecipanti. Rompere gli schemi significa ricordare che, oltre all’opzione del matrimonio e di mettere al mondo altri esseri umani, esistono tante altre possibilità di esistere. Vogliamo sovvertire l’esistente e lo vogliamo subito. Ci rivendichiamo il transfemminismo queer come spazio di libertà dove esondare e autodeterminarci, sperimentare, tessere alleanze e relazioni altre non necessariamente legate da vincoli biologici, sfro.ciare affossando le categorie stagnanti che ci opprimono.

Vogliamo sottolineare l’intersezione delle nostre lotte contro ogni tipo di oppressione, segregazione e colonialismo che voglia sottomettere i corpi e i pensieri. Come spezzona queer sfidiamo la pratica di dividerci in compartimenti separati per farci entrare in una o più particolari categorie (pre)definite. Ecco perché il tema delle soggettività diverse e divergenti include per noi i migranti e le persone razzializzate, le loro storie e la loro realtà attuale.

Nonostante i progressi fatti riguardanti la salute mentale e sessuale delle persone lgbtqia+, continuiamo a riscontrare grandi problematiche all’interno del sistema sanitario italiano. Condanniamo la patologizzazione delle persone trans, ancora oggi presente all’interno dei manuali diagnostici per la salute mentale con cui viene formato il personale sanitario, così come la medicalizzazione delle persone intersessuali, che spesso si traduce in vere e proprie mutilazioni genitali senza il consenso dellə direttə interessatə. Denunciamo lo stigma e l’invisibilizzazione delle persone che vivono con HIV, la scarsa informazione sul tema e la carenza di servizi sul territorio. Il diritto alla salute non dovrebbe essere un privilegio, dovrebbe essere appannaggio di tuttə. Vogliamo guardare al concetto di salute come un concetto più ampio che non si limiti al mero aspetto fisico o all’accettazione di una norma sociale, ma che porti le persone ad un equilibrio e ad un benessere mentale e fisico persistente nel tempo. Il diritto alla salute non dovrebbe essere limitato dai pregiudizi, dalle discriminazioni, dall’omolesbobitransfobia o da una poca conoscenza: dovrebbe essere un diritto che davvero comprenda tuttə e che ci dia la possibilità di avere cure adeguate, adeguata assistenza, ascolto, comprensione e fiducia. Se la salute comprende dimensioni psicologiche, sociali, fisiche, spirituali chiediamo che questo costrutto sia davvero seguito e interiorizzato anche dalla nostra società!

Schifiamo la retorica pacifista: tutta la nostra solidarietà va ai popoli che subiscono le guerre. Ci stringiamo allə femministə e ai popoli che in ogni parte del mondo ripudiano la guerra, che lottano e resistono contro la dura repressione interna, a tuttə coloro che disertano, che lottano contro il capitalismo, il razzismo, il patriarcato. Per non lasciare nessunə indietro, per costruire una società diversa nella quale nessuna vita sia ritenuta sacrificabile.

La nostra Pride è antimilitarista perché sappiamo che la guerra definisce nuove strategie di profitto, impoverimento, devastazione ambientale. La nostra Pride è antimilitarista perché vediamo tutti i giorni che anche nei contesti cosiddetti di pace nelle nostre città – sempre più attraversate da militari armati – come donne siamo strumentalizzate per giustificare operazioni dal calibro di ‘strade sicure’, invocate ora come angeli del focolare da proteggere, ora come le cause dirette del disordine e del degrado se pratichiamo sex work, se ci sbronziamo e/o vestiamo come ci pare. La verità invece è sempre la solita: che i soldi per i militari nelle strade, per costruire nuove basi militari e per finanziare le guerre ci sono, ma non si può dire lo stesso per scuole e ospedali, per i centri antiviolenza, per garantire a tuttə una casa e un reddito minimo, perché l’economia di chi ci governa si fonda sulla guerra e sul nostro sfruttamento. Sappiamo anche che se la violenza ti arriva da un militare, come raccontano le centinaia di testimonianze raccolte durante l’ultima adunata degli alpini, è ‘solo’ goliardia, e fattela una risata, forse te la sei cercata. Non ci sentiamo più sicurə davanti ad un soldato con il mitra. Le strade sicure le fanno le donne e lə translellebifr0ce che le attraversano.

STAY TUNED PER I PROSSIMI AGGIORNAMENTI




Fonte: Collettivoanarchico.noblogs.org