192 visualizzazioni
 

Nel giugno del 1839
dalla nave negriera Teçora, circa 500-700 schiavi catturati in Sierra Leone, sbarcarono
all’Avana. Il 26 giugno, 53 di loro di origine mendi, furono imbarcati sulla Amistad.

La goletta stava
viaggiando lungo la costa cubana quando i prigionieri africani riuscirono a liberarsi
dalle catene e presero il controllo della nave. Uccisero dapprima il cuoco di bordo
e poi il capitano, mentre altri due membri dell’equipaggio riuscirono a fuggire
su una lancia. Gli africani chiesero agli uomini dell’equipaggio sopravvissuti di
ricondurli a casa ma questi li ingannarono, navigando di notte verso nord. La Amistad
fu quindi abbordata da una nave della marina americana nei pressi di Long Island,
dove gli ammutinati avevano fatto gettare l’ancora per recarsi sulla costa e procacciarsi
così acqua e cibo. Gli schiavi ribelli furono catturati e condotti in porto a New
London nel Connecticut.

Quello che seguì
fu un caso giudiziario che cambiò la storia degli Stati Uniti.

Le parti in causa
erano diverse.

In primis José Ruiz
e Pedro Montez dell’equipaggio della Amistad che chiedevano la restituzione degli
schiavi e delle merci. Poi l’ufficio del Procuratore degli Stati Uniti per il Distretto
del Connecticut che la restituzione del carico e degli uomini alla Spagna. In tal
caso gli schiavi sarebbero stati uccisi. Infine, gli africani, che supportati dal
movimento abolizionista, negavano di essere schiavi o proprietà e sostenevano che
la corte non poteva “restituirli” al controllo del governo spagnolo.

Preoccupato per le
relazioni con la Spagna e soprattutto per le sue prospettive di rielezione, legate
ad un calo di consensi nel Sud schiavista, il presidente democratico Martin Van
Buren si schierò con Madrid. La corte distrettuale di Hartford, Connecticut, però
si pronunciò a favore degli africani. Il procuratore degli Stati Uniti per il distretto
del Connecticut, per ordine di Van Buren, fece immediatamente appello, ma in aprile
il ricorso fu rigettato e la sentenza di primo grado venne confermata. Allora su
pressioni del Presidente il Procuratore Generale degli Stati Uniti portò il caso
davanti alla Corte Suprema. Anche quest’ultima confermò che il trasporto degli africani
rapiti attraverso l’Atlantico era stato in violazione delle leggi e dei trattati
contro la tratta atlantica degli schiavi africani da parte di Gran Bretagna, Spagna
e Stati Uniti d’America. I prigionieri vennero considerati aver agito come uomini
liberi quando si sollevarono. Pertanto, autorizzò il loro rilascio.

Così mentre negli
USA molti neri lavoravano e morivano da schiavi, altri venivano liberati.

Questa vicenda dimostra
chiaramente come certe condizioni di violenza, oppressione e ingiustizia non possano
essere accettate, anche se ci sono norme che ne permettono la perpetrazione.




Fonte: Achatnuarproduction.blogspot.com