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L’anarchico Michele Schirru fu imputato e condannato
a morte
dal regime
fascista, per aver avuto l’intenzione di uccidere Mussolini,
in uno dei più
plateali “processi alle intenzioni” impiantati dal Tribunale Speciale Fascista.
Nato in Sardegna, a Padria, nel
1899, e vissuto a Pozzomaggiore (Sassari),
dopo la Prima Guerra Mondiale, all’età di 16 anni emigra negli
Stati Uniti,
di cui ne diventa cittadino. Gestisce un negozio di frutta e verdura
e frequenta gli ambienti anarchici.

Nel 1930 si decide di attentare a Mussolini. Schirru nel mese di
febbraio parte per l’Europa e torna in Italia
via Parigi. Comincia a studiare i percorsi
del duce per preparare l’attentato.
Non potendo attuare il suo proposito,
per le difficoltà logistiche, ci rinuncia.

Probabilmente spiato dal regime, viene arrestato a Roma il 3 febbraio
1931; processato il 28 maggio,
viene condannato a morte e sarà fucilato alla schiena il 29
maggio da un plotone di militari sardi offertisi volontariamente.

Scriverà il quotidiano di Cagliari L’Unione Sarda del 29 maggio 1931:

«Michele Schirru, anarchico, violento per natura, debosciato come tutti
i rifiuti della società, scompare colpito dalla pena degli infami. Egli era
nato nella nostra Isola, da una famiglia sarda; ma la Sardegna e la sua
famiglia non devono arrossire per questo delinquente della specie più bassa. La
Sardegna, fedelissima al Regime, non lo annovera più tra i suoi figli da molti
anni… Era un senza-patria e un senza-famiglia, un negatore di tutte le più alte
idealità, un sanguinario, un amorale che la Giustizia elimina dal consorzio
degli uomini>.

Il testamento che segue, un testamento politico
scritto prima del suo arrivo a Roma, fu considerato una prova a carico.

 

«Il fascismo come tutte le altre dittature e
tirannie, mi ha sempre inspirato orrore. Mussolini, con le sue vigliaccherie,
con le sue feroci persecuzioni di tutto un popolo, coi suoi cinismi brutali non
aventi altro scopo che di conservargli il potere, io l’ho sempre considerato un
rettile dei più dannosi per l’umanità. Le sue pose da Nerone, da boia, da
carnefice di un popolo e della libertà che si gloria di strozzare e di
calpestare, mi hanno sempre inspirato odio, odio e ribrezzo, non per l’uomo,
che è poco più di mezzo quintale di carne flaccida e avariata, ma pel tiranno
massacratore dei miei compagni, traditore di quei lavoratori che sino a pochi
anni prima lo avevano sfamato. Questo odio accumulato da anni e anni di
riflessione, compresso nel mio cuore di uomo libero, dovrà un giorno esplodere.

Fino al 1923 pensavo che per stroncare
la tirannia bisognava stroncare il tiranno. La libertà non è un corpo
putrefatto che si possa calpestare impunemente. La storia ci insegna che in
tutti i tempi la libertà calpestata dai tiranni ha trovato difensori arditi. La
tirannia assolda sicari; ma la libertà crea i vindici e gli eroi. E nessun
esercito di sicari è mai riuscito a trionfare della volontà né ad arrestare la
mano del giustiziere.

Ai primi di quest’anno venni in Europa
col solo scopo di incontrare questo boia e ricordargli che la libertà è ancora
più viva che mai, che ancora riscalda il cuore dei ribelli e li spinge al
sacrificio, e che non è ancora spenta la buona vecchia razza degli anarchici
che sanno vendicare le crudeltà e le torture inflitte ai propri compagni.

Nel maggio di quest’anno, in occasione
dei viaggi clamorosi del tiranno nell’Italia settentrionale, e specialmente a
Milano, cercai inutilmente di mettere in esecuzione il mio piano. Dovetti
purtroppo constatare che non basta avere la volontà, occorre anche avere il
mezzo adeguato per colpire. E vista l’inanità del mio sforzo, ripigliai la via
dell’estero onde aver agio di prepararmi meglio e procurarmi il materiale che
mi occorre per poter colpire bene e con sicuro effetto.

Oggi ritento la prova, certo di riuscire,
certo che la vendetta cadrà inesorabile e provvidenziale sul mostro che, non
contento del martirio inflitto a quaranta milioni di italiani, fra poco, sempre
per libidine di potere, d’accordo con la monarchia sabauda, razza di traditori
e di codardi, e con la complicità di tutti gli altri fascismi d’Europa,
scatenerà su tutto l’uman genere il flagello sterminatore di una nuova guerra.

Il mio gesto non sarà delitto, perché
riparazione di crudeltà senza numero e prevenzione di stragi ancora maggiori;
non sarà assassinio perché volto contro una belva che d’umano non ha che
l’apparenza: sarà un servizio reso all’umanità ed è dovere d’ogni uomo amante
della libertà, d’ogni anarchico il compierlo.

Ma se io cadrò senza avere raggiunto il
risultato che da tanti anni spero di raggiungere, sono sicuro che altri
prenderà il mio posto. Ai tiranni non si perdona, non si deve dar tregua mai.
Facciamo nostro il motto del tiranno stesso: «rendere la vita impossibile ai
nemici». Nessuno più di lui è nemico del genere umano. Ebbene, noi dobbiamo
cercare con tutti i mezzi ed in tutti i luoghi, di rendere la vita impossibile
tanto al boia che ai suoi tirapiedi. Ce lo impongono le esigenze della lotta.
La tirannia muove alla libertà una guerra spietata, senza tregua. Noi non
abbiamo soltanto il diritto, ma anche il dovere di difendere nella libertà i
destini dell’umanità. Accettiamo la sfida e la vittoria sarà nostra.

E se nell’opera del vindice esiste un
merito, se alla sua memoria hanno da tributarsi glorificazioni; se io riuscissi
nel mio disegno, quel merito non sarà stato mio, ma dell’idea che mi ha sempre
animato, che mi assiste e mi incoraggia ad osare, che mi insegna quanto si deve
amare la libertà, quanto si deve odiare la tirannia. Senza questa idea sarei
anch’io una delle tante pecore del gregge che dà tutta la lana che può dare;
senza di essa sarei uno qualunque della folla che vive alla giornata
sopportando rassegnato tutte le peggiori oppressioni. Ad essa idea quindi i
meriti e le glorificazioni.

L’ideale anarchico che educa l’individuo
alle sublimi bellezze dell’amore sconfinato, della solidarietà sociale, della
giustizia e della libertà integrali, è anche animatore dello spirito di
vendetta contro il male e di distruzione per tutto ciò che è obbrobrio e vergogna.
E il fascismo col suo capo sanguinario, con la sua monarchia fedifraga, è la
vergogna e l’obbrobrio insieme del nostro tempo.

Questo nobile ideale anarchico ch’è
tanta parte di me, ha dato molti martiri per la libertà, un grande numero di
eroici giustizieri. Io non dubito che anche questa volta saprà far giustizia
del macabro despota di Roma.

Se riuscirò nei miei intenti, veglino
gli anarchici tutti perché alla demagogia politica sempre pronta a trar
profitto del sacrificio altrui, non sia lecito travisare i meriti che avrà il
gesto che sto per compiere, gesto che non può essere che anarchico. Veglino
perché non si tenti di toglierne di fronte agli uomini e di fronte alla storia,
l’onore e la gloria all’alto ideale che lo ispira e che, in quest’ultima tappa
del mio cammino, è il solo viatico della mia coscienza: l’Anarchia
».

 

Dicembre 1930.




Fonte: Achatnuarproduction.blogspot.com