Settembre 3, 2021
Da Infoaut
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Dalton Trumbo (Montrose, 9 dicembre 1905 – Los Angeles, 10 settembre 1976) è stato uno sceneggiatore, regista e scrittore statunitense. Membro della Hollywood Ten, un gruppo di professionisti del cinema che si rifiutarono di testimoniare davanti alla Commissione per la attività antiamericane (House Committee on Un-American Activities) nel 1947 su una sua presunta adesione al comunismo, fu comunque condannato soltanto per resistenza all’operato del Congresso, venne inserito nella lista nera e nel 1950 fu condannato ad 11 mesi di prigione.

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Trumbo iniziò la sua carriera cinematografica nel 1937; già negli anni Quaranta era uno degli sceneggiatori più pagati di Hollywood, grazie ad alcuni film fortunati e celebri come Kitty Foyle (Kitty Foyle: The Natural History of a Woman) (1940) di Sam Wood, per il quale ottenne una nomination al premio Oscar per la miglior sceneggiatura non originale, Missione segreta (Thirty Seconds Over Tokyo) (1944) di Mervyn LeRoy e Il sole spunta domani (1945) di Roy Rowland. Dopo la sua iscrizione nella lista nera del governo si trasferì in Messico con Hugo Butler e sua moglie, Jean Rouverol, anch’essi iscritti nella lista. Qui Trumbo scrisse più di trenta sceneggiature sotto diversi pseudonimi, come Robert Cole e Jack Davis, tra i quali La sanguinaria (Deadly Is the Female) (1949) di Joseph H. Lewis, co-sceneggiato sotto il nome di Millard Kaufman. Vinse un Oscar per La più grande corrida (The Brave One) (1956) di Irving Rapper, firmata come Robert Rich. Nel 1960, con i due film epici Exodus di Otto Preminger e Spartacus di Stanley Kubrick ottenne un grande successo e molti riconoscimenti; venne reintrodotto “ufficialmente” nell’ambiente del cinema, senza più bisogno di firmarsi sotto falso nome, e venne anche reiscritto alla Writers Guild of America. Il romanzo contro la guerra E Johnny prese il fucile vinse il National Book Award (allora noto come American Book Sellers Award) nel 1939. Nel 1971 Trumbo stesso diresse l’adattamento cinematografico del romanzo, con Timothy Bottoms, Diane Varsi e Jason Robards. L’ispirazione per il romanzo venne a Trumbo quando lesse un articolo un ufficiale britannico che era stato orribilmente sfigurato durante la Prima Guerra Mondiale. Questo film venne in parte ripreso dal gruppo americano Metallica per la realizzazione del videoclip della loro canzone One. Uno dei suoi ultimi film, Azione esecutiva (Executive Action) (1973) di David Miller, si basa su diverse teorie del complotto sull’assassinio di John Fitzgerald Kennedy. Non è molto noto, ma Trumbo amava scrivere nella vasca da bagno. Nel 2008 è stato prodotto un documentario sulla sua vita, intitolato “Trumbo” che contiene interviste con vari attori e personaggi che hanno avuto modo di conoscerlo.

“Johnny got his gun”, scritto nel 1938, fu pubblicato il 3 settembre 1939, due giorni dopo l’inizio della Seconda Guerra Mondiale. Le vicissitudini che interessarono il romanzo e la storia privata di Dalton Trumbo sono da lui coerentemente spiegate nella particolare prefazione che appare oggi una dichiarazione fuori dai denti di chi evidentemente ha patito censure da ogni fronte per i suoi scritti. Trumbo dichiara che, all’epoca, l’argomento pacifista, tema centrale e costante del romanzo, era un anatema per la sinistra americana nonché per gran parte del centro. Tant’è che fin dalla pubblicazione venne prima dileggiato e poi completamente oscurato (leggasi bandito) per via dell’attacco a Pearl Harbour. Contemporaneamente fu la destra a prenderlo come esempio per reclamare le libertà civili. Per l’accanimento e la controversia che ne derivarono lo stesso Trumbo chiese all’editore il fermo delle ristampe, almeno fino alla fine della guerra. In effetti è proprio nel 1945 che il libro venne rimesso in circolazione, questa volta accolto favorevolmente dalla sinistra, sotto il silenzio della destra. Purtroppo, Trumbo compì l’errore di lamentarsi di certi attacchi ricevuti proprio con l’FBI che iniziò ad interessarsi a lui fino al suo alienante coinvolgimento nella lista nera del Maccartismo. In quella scellerata caccia alle streghe, Trumbo subì il carcere e dovette rinunciare al brillante impiego di sceneggiatore salvo poi firmare i suoi lavori con diversi pseudonimi. Il suo libro appariva di volta in volta, ad ogni guerra, riprendendo fuoco in quella di Corea e divampando, successivamente, in quella del Vietnam. Ed è a questa fase che risale l’ultima revisione del romanzo, ambientato in quella che Trumbo definisce “l’ultima guerra romantica”, ossia la Prima Guerra Mondiale.

Johnny è un giovane diciannovenne che vive in Colorado, lavora in un panificio ed ha una ragazza quando si trova tra le file dei combattenti in Europa. Aveva perso il padre in guerra, ma non sa spiegarsi perché si trova tra giovani come lui ad affrontare pericoli di morte. Un giorno si sveglia e, progressivamente, scopre di esser terribilmente mutilato. A causa dell’esplosione di una bomba ora si ritrova senza gambe, braccia, udito, occhi, naso e bocca. Scopre di esser un troncone umano a cui hanno agganciato un bavaglio che dalla gola viene legato alla fronte per coprire un volto che ormai non c’è più.

Avvicinarsi al romanzo di Trumbo significa affrontare un’esperienza di autenticità e meraviglia per appropriarsi, in un naturale transfert, di quella solitaria sofferenza che si presta a divenire universale.

Appositamente privo di punteggiatura, se si escludono i punti che chiudono i paragrafi, si presenta come un continuo, inarrestabile, straordinario, umano flusso di coscienza dei pensieri di Johnny.

È questa una scelta di Trumbo per donare ad ogni lettore il potere di leggerne i contenuti con l’intensità e le inflessioni che gli vengono spontanee o che più gli aggradano, senza sue interferenze.

La grande bellezza del romanzo è proprio qui, nel suo esser privo di una trama convenzionale se non quella ricostruita, di volta in volta, dai ricordi di Johnny che tenta di sopravvivere con se stesso, in pieno isolamento, in completa solitudine. Non vi si ravvisa alcuna ideologia politica, ma un umano e quanto mai doloroso grido di orrore verso l’irrazionalità della guerra, verso tutte le guerre del mondo, in qualsiasi tempo e luogo: un manifesto assoluto e sincero che si interroga sulla scienza e sulla fede, dunque, in un radioso mix di dolore e dolcezza, senza scadere mai nel patetico. Trumbo non si compiace del trauma fisico di Johnny, evitando il più possibile le descrizioni, lasciandone il compito alle intuizioni e preferendo fissarsi sulla psicologia tormentata del ferito. Impossibile sollevare lo sguardo dal romanzo, da quelle fitte pagine che si calano come una scure sul mistero della vita e sulla capacità di un troncone umano di continuare a sopravvivere attaccandosi a qualsiasi cosa, una vibrazione, il cambio della biancheria, un raggio di sole che scalda la fronte, per poter recuperare la dignità dell’essere umano: il sentirsi ancora vivo, la voglia di gustare i piatti della madre, l’andare a pesca con il padre, il sorridere agli amici, il pronunciare parole d’amore verso la donna amata, sentire l’odore dell’aria durante le stagioni, percepire il trascorrere del tempo, distinguere i sogni dalla realtà. Sono questi i suoi semplici desideri e a questi torna, nella fase di lucidità dopo i sedativi e quei rapidi passaggi della sua mente, in flashback, in cui rivive la sua vita di prima, i singoli momenti gioiosi, tristi, lieti che aveva percorso da “vivo”.

Un grandissimo lavoro, quello di Trumbo, nel creare un pathos in crescendo verso la scoperta della completa mutilazione. La disperazione della rivelazione a sé stesso, ogni qualvolta comprende che gli manca “un pezzo”, la rabbia verso i dottori che stanno sperimentando su di lui, lasciano il posto alla dolcezza dei ricordi e alla volontà di poter continuare in qualche modo, con la speranza che vince sempre sull’annullamento di sé originato da quelle inutili parole che lo hanno portato alla guerra.

Perché lui è diverso da tutti, anche Cristo che gli appare nei sogni non riesce a dargli una visione del suo stato e del futuro, e così spiega la sua immensa solitudine: “sono morti con un solo unico pensiero in testa che voglio vivere voglio vivere voglio vivere. Lui lo sapeva bene. Lui era la cosa più vicina a un morto che ci fosse sulla terra. Lui era un uomo morto con una mente che sapeva ancora pensare. Lui sapeva tutte le risposte che sapevano i morti ma loro non potevano più pensarle. Lui poteva parlare per i morti perché era uno di loro. Lui era il primo soldato tra tutti quelli morti dall’inizio dei tempi che avesse ancora una mente con la quale pensare. Nessuno poteva avere qualcosa da ribattere. Nessuno poteva dimostrare che si sbagliava perché nessuno sapeva tranne lui. Lui poteva dire a tutti quei magniloquenti figli di puttana assetati di sangue quale fosse esattamente il loro sbaglio. Lui poteva dire caro signore non c’è niente per cui valga la pena di morire io lo so perché io sono morto. Non c’è una parola che valga la vita. Preferirei piuttosto lavorare in una miniera di carbone profonda sottoterra e non vedere mai la luce del sole e mangiare pane ed acqua e lavorare venti ore al giorno. Preferirei quello piuttosto che morire. Io tradirei la democrazia per avere salva la vita. Io tradirei l’indipendenza e l’onore e la liberazione e la dignità per avere salva la vita. Io do a lei tutte queste cose e lei dà a me il potere di camminare e vedere e sentire e respirare l’aria e assaporare il cibo. Lei si prenda le parole. Mi ridia indietro la mia vita. Ormai io non chiedo nemmeno più una vita felice. Non chiedo una vita decente o una vita onorevole o una vita libera. Io sono al di là di tutto questo. Io sono morto e perciò chiedo semplicemente la vita. Vivere. Sentire. Essere qualcosa che si muove sulla terra e che non è morto. Io so cos’è che è la morte e voi che ciarlate tanto di morire per delle parole non sapete nemmeno che cosa sia la vita”.

“Saremo vivi e cammineremo e parleremo e mangeremo e canteremo e rideremo e sentiremo e ameremo e partoriremo i nostri figli nella tranquillità nella sicurezza nella dignità nella pace. Voi progettate pure le guerre voi padroni di uomini progettate le guerre e puntate il dito e noi punteremo i fucili”.

Guarda il video – “Johnny Got His Gun”: https://youtu.be/yz6dAxRIwBY




Fonte: Infoaut.org