Ottobre 6, 2021
Da Il Manifesto
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A Chiara inizia e finisce con una festa dei diciotto anni, due situazioni che si specchiano l’una nell’altra in una siderale distanza. Nel mezzo c’è una vita che cambia, ci sono un’esperienza di consapevolezza e una scelta – quella della giovane protagonista – che galleggia in una malinconia celata, tra gli spazi dei nuovi affetti e il riflesso sfumato di una memoria «segreta». Ma chi è Chiara? Una ragazzina di quindici anni all’inizio della storia, e di diciotto alla fine, la prima festa è della sorella, Giulia, la seconda è la sua. È lei la protagonista del terzo film di Jonas Carpignano, molto applaudito alla Quinzaine des réalisateurs di Cannes, da oggi in sala, in cui il regista ritrova il paesaggio di Gioia Tauro, la città calabrese dove vive; quasi una geografia dell’immaginario quella che il regista ha composto attraverso i suoi film – prima di A Chiara, Mediterranea e A Ciambra, e di quest’ultimo ritornano qui alcuni dei protagonisti, Pio Amato e sua cugina Patatina, ormai cresciuti – per raccontare un territorio, la Calabria, senza intrappolarlo nelle iconografie dell’arcaismo mafioso a cui viene spesso ricondotto. Ciò che interessa Carpignano è invece la dimensione quotidiana che i suoi protagonisti, quasi sempre molto giovani affrontano, le sfide in cui crescono nel rapporto con quanto li circonda e con l’imprevisto della vita.

LA ’NDRANGHETA c’è, partecipa al tessuto sociale, economico, famigliare, e anzi in A Chiara è il motivo da cui ha origine la storia. Ma non è quella dei grandi boss o delle esecuzioni spettacolari, siamo davanti a «lavoratori» del crimine, persone come il padre della protagonista che «organizzano» la loro attività in modo quasi banale: i nascondigli, la droga tagliata in una panetteria, i trasporti fatti con vecchie macchine scassate, tutto è «ordinario», rischi compresi, l’obiettivo è andare avanti, campare, come dicono, in assenza dello stato.
QUESTO però lo scopriamo insieme a Chiara, seguendo i passi del suo difficilissimo romanzo di formazione. All’inizio è un interno famigliare come altri, con un padre patriarca ma molto affettuoso pure se sin dalle prime inquadrature Carpignano costruisce una suspense crescente: non è ancora accaduto nulla ma sappiamo che accadrà appena vediamo Chiara – la magnifica Swamy Rotolo – in palestra, poi entrare in casa, e davanti alla tv giocare con la sorellina minore e scherzare coi genitori: affetto, dolcezza, complicità di una famiglia come tante.
La festa di compleanno è lunghissima, quel padre amato si commuove, gioca, le ragazze ballano, gli sguardi si intrecciano, palpitano. Sembrano tutti felici, e Chiara più degli altri, eppure la sensazione di pericolo è sempre lì, si avverte tra le carte brillanti e i doni, la musica e le risate. In questo prologo «sospeso» Carpignano si affida alla messinscena, ai gesti fluidi, fisici della macchina da presa sempre vicina ai corpi, ai dettagli, che esclude il virtuosismo: non è questa la sua cifra, non ne ha bisogno, le sue immagini non vogliono «dimostrare», sono movimento emozionale, lavorano delicatamente in profondità aprendo un mondo nel quale secondo il punto di vista – ogni cosa assume un valore diverso.

IL PERICOLO si fa allora presagio, come se fossimo già nella testa (e nel cuore) di Chiara, nei suoi occhi posati su quanto la circonda sebbene ancora inconsapevoli. Il padre all’improvviso sparisce. Chiara scopre di appartenere a una famiglia di ’ndrangheta, e che lei è l’unica a non sapere nulla. Le sue domande alla madre, alla sorella, allo zio non hanno risposta, lei vuole capire e più si scontra col silenzio più crescono la sua frustrazione, la sua rabbia, il suo dolore. Si può avere amato qualcuno come lei ha amato suo padre senza sapere nulla di questa persona? Si può avere vissuto in una famiglia unita che all’improvviso appare diversa da come si pensava? Tutto diventa estraneo persino gli amici più cari mentre i silenzi degli altri pesano: cosa sanno, e perché lei no, perché è stata esclusa?

Gli attori sono non professionisti, la famiglia di Chiara è quella «vera» della protagonista, i Rotolo, e questo dà una dimensione di «prossimità» nella quale Carpignano rimane però in equilibrio, sempre attento a esplicitare la distanza narrativa su cui lavora. Ciò di cui si parla non è la realtà in sé ma quanto ci è restituito nel movimento della protagonista, in questa sua «battaglia» per ricomporre il proprio rapporto con l’altro – chiunque sia, famiglia, ambiente, e anche sé stessa. Lui le sta sempre vicino, è dalla sua parte e non giudica mai nessuno dei personaggi, quello che costruisce o non è un mondo binario di buoni e cattivi, ma una dimensione complessa, fatta di sfumature e di contraddizioni.

Per compiere il suo percorso la ragazzina deve affrontare tutti quelli che si occupano di lei: la famiglia, i professori a scuola, gli assistenti sociali che hanno pronta la soluzione, un nuovo nucleo famigliare per rompere i legami mafiosi. Ancora una volta il movimento narrativo si affida alle immagini: Carpignano la segue, ne restituisce l’angoscia, la paura, l’ostinazione, la forza con cui prende decisioni dolorose. Chiara non accetta i compromessi e la sua «scelta» anche se obbligata da una legge assurdamente crudele – togliere appunto i figli alle famiglie dei mafiosi per preservarli dal destino criminale – e nella quale nessuno sembra credere deve essere la sua: deve essere lei a decidere, deve «vedere», la conoscenza opaca che gli altri componenti della famiglia hanno a lei non basta. E il padre, che lo ha capito le svela quell’universo capovolto, il mondo degli uomini alle ragazze proibito con un gesto che diviene una forte dimostrazione di rispetto. Chiara finalmente sa, e scegliere sarà ancora più difficile.

NE È COSCIENTE anche Carpignano quando ce la fa ritrovare in un salto temporale ai 18 anni festeggiati con eleganza e con amore in quella vita di «salvezza» che la burocrazia dello Stato aveva ipotizzato per lei. È gioia, quella di Chiara, o nostalgia, tristezza? Chissà. Il cinema di Carpignano non impone alcuna soluzione, ma lascia aperti gli interrogativi che esso stesso suscita, e in questa libertà si fa con cura luogo prezioso per avvicinare diversamente la nostra realtà.




Fonte: Ilmanifesto.it