Ottobre 9, 2021
Da Il Manifesto
22 visualizzazioni


Un popolo disprezzato e temuto, una città cinta da mura imprendibili come la mitica Troia, nella città un Tempio cinto a sua volta da mura massicce, nel tempio nessuna immagine ma un tesoro di oggetti in oro e di donativi in denaro e ancora un Sancta Sanctorum, vuoto, anch’esso privo di immagini e accessibile solo al sommo sacerdote. Gerusalemme, la città degli Ebrei. Il Tempio, simbolo concreto e insieme metaforico della loro persistenza, della loro capacità di rinascere e perpetuarsi, l’immagine da portare sempre nel cuore e a cui rivolgere l’anima tenace in ogni luogo, dovunque la diaspora li porti.
La Città, il Tempio, il Tesoro del Tempio. Di questo ci parla il saggio di Luciano Canfora Il tesoro degli Ebrei Roma e Gerusalemme (Laterza «Cultura storica», pp. 289, e 22,00). Poiché il background è costituito soprattutto dal rapporto con Roma, l’attenzione è rivolta principalmente a un episodio: «cosa avvenne effettivamente a Gerusalemme nell’anno 63 a.C.: l’invasione, l’occupazione della città, l’assalto al Tempio e ciò che accadde al suo interno».
Ricostruire la storia del passato è come ricostruire un mito: quello che si tramanda è una tradizione sommaria, basata sulle fonti più autorevoli (o ritenute tali). Allo studioso il compito di scavare, chiarire, restituire, per quanto possibile, la realtà degli eventi.
63 a.C., Pompeo attacca Gerusalemme, distrugge le mura della città e del Tempio, entra nel Tempio profanandolo con la sua presenza, e mentre infuria la carneficina dei vinti, si spinge fino all’inaccessibile Sancta Sanctorum, dove sono raccolti gli oggetti preziosi e le somme di denaro: ma qui, preso da una sorta di rispetto, di pietas, non tocca nulla (Giuseppe Flavio docet).
Avvenne proprio così? Canfora si avventura nella confusa selva delle fonti, autorevoli, sconosciute, tardive, nessuno come lui ha una visione così totale delle testimonianze più rare e nessuno è capace di porle a confronto, mettere in rilievo le ambiguità, le discordanze, isolare le frasi, le parole «sospette», decrittare i segreti nascosti dietro ogni dichiarazione, ogni presa di posizione di fronte alla verità della storia.
In realtà (per quanto ci si possa avvicinare alla realtà), le mura furono distrutte, gli Ebrei massacrati, il Tempio violato e il tesoro rubato. Pompeo celebrò il suo trionfo a Roma ostentando anche gli oggetti più preziosi del tesoro ebraico. E Roma risultò imbattuta e imbattibile, nonostante la durissima resistenza opposta dagli Ebrei, una resistenza che, secondo Giuseppe Flavio, destò l’ammirazione dello stesso Pompeo.
E questo è quanto, almeno in linea di massima. Ma l’autore procede secondo il suo metodo personale, si inoltra nella selva delle fonti a passi lenti, arpionando le frasi sospette, collegando gli indizi. Conduce insomma un’inchiesta, secondo un procedimento ben collaudato. Ma prima di giungere alla conclusione, apre vasti spiragli dedicando interi capitoli agli argomenti di maggiore interesse: l’irruzione sacrilega nel Tempio nella narrazione di Giuseppe Flavio, con i sacerdoti che continuano nei loro sacri uffici, imperterriti mentre intorno in furia la strage; la pietas di Pompeo, particolare inverosimile avallato da Giuseppe Flavio, laddove «avventarsi sul ‘denaro di Dio’ – tenacemente raccolto e, se del caso, reintegrato dagli Ebrei di tutta l’ecumene con destinazione il tesoro del Tempio – fu una pratica costante … da parte di tutti i loro nemici e persecutori»; la consistenza di questo tesoro in dettaglio (sempre secondo Giuseppe Flavio e prima di lui dal Rotolo del Tempio, databile al secondo secolo a.C., e poi il Chronicon Paschale, la più antica cronaca bizantina); il trionfo epocale di Pompeo a Roma, narrato in tutta la sua ostentata magnificenza, con l’esibizione degli oggetti di valore tra cui i trofei di Gerusalemme, e ancora il balsamo, raro e prezioso e «concesso alla sola Giudea» (Plinio) e la splendida e simbolica «vigna d’oro».
Alla vigna dai grappoli d’oro accenna Floro nella sua Epitome di Tito Livio e la sontuosa vigna dà luogo a una affascinante digressione che coinvolge ancora il Tempio: perché il mitico Tempio, come detto privo di statue e di immagini secondo il credo degli Ebrei, era anche «privo di tetto» (testimonianza di Dione Cassio). Ed è un’apertura davvero straordinaria che illumina il greve ammasso di pietre di cui Città e Tempio sono circondati e soffocati: il cielo, dimora di Dio. Ma la vite? Cos’era e dov’era? Le fonti suonano ambigue e gli studiosi moderni annegano nel panico. Eppure la spiegazione è semplice: il Sancta Sanctorum è a cielo aperto e la vigna d’oro (dono del re e sommo sacerdote Alessandro Janneo, 103-76 a.C.) adorna una parete del Tempio, probabilmente la parete d’ingresso: chi entra «vede sopra la propria testa il cielo inquadrato dagli aurei tralci». È ben nota – sottolinea Canfora – «la rilevanza simbolica della vite in tutta la cultura e tradizione anticotestamentaria»: la vigna è lo stesso popolo d’Israele e sopravvive anche quando il Tempio è scomparso, in quelle fonti antiche come nella miniatura di un manoscritto del 1453 (un codice ebraico conservato nella Biblioteca Palatina di Parma).
Altri capitoli, densi di citazioni, tornano a soffermarsi sull’attacco di Pompeo contro Gerusalemme e sulla sua «giusta» punizione: inutile dire che le fonti sono di parte ebraica, nella fattispecie i Salmi di Salomone, una raccolta di testi poetici che l’autore analizza sottolineando le espressioni più chiare e dirette e cercando di esplicitare quelle fraintese nel corso dei secoli (come Pompeo «trafitto sui monti dell’Egitto» che Canfora interpreta a colpi di testimonianze e restituisce al suo legittimo significato).
Non manca il riferimento ai «rotoli del Mar Morto», rinvenuti alla metà del Novecento nelle grotte di Qumran, che avrebbero dei punti in comune con i Salmi di Salomone: le convergenze, puntigliosamente esaminate, riconducono all’anno 63 e alla conquista romana, con riferimenti alla distruzione, alla carneficina e al saccheggio.
Sono queste, a mio parere, le parti più interessanti del saggio, che si prolunga rivolgendo l’attenzione soprattutto su Giuseppe Flavio e le sue opere (Guerra giudaica, Antichità giudaiche): allo storico ebreo, mediatore tra il mondo ebraico e il mondo greco-romano, manipolatore di notizie e a sua volta manipolato, è dedicato La conversione, l’altro recentissimo lavoro di Canfora edito dalla Salerno (vedi «Alias D» del 23 maggio scorso ndr). Centrale nel saggio Laterza è anche l’indagine sul confronto Roma/popolo ebraico, sull’atteggiamento e la condotta di Roma verso gli Ebrei: del resto, fin dai capitoli iniziali, l’autore sottolinea come la «diversità» degli Ebrei fosse sentita come «inquietante» per Roma, trovando eco letteraria in Cicerone, Strabone (in epoca augustea), nonché, due secoli più tardi, in Flavio Filostrato, ateniese trapiantato a Roma in età severiana.
Il libro di Canfora è complesso, il compendio che ho cercato di dare non gli rende merito. La ricchezza delle fonti e la loro padronanza, il risalire dall’una all’altra rivelando le affinità, le diversità, gli errori, i fraintendimenti o la «leggerezza» degli studiosi moderni, la visione allargata e lo sguardo acuto, quel modo tipico di citare lungamente per poi demolire pezzo per pezzo una fonte, capovolgere una frase, inchiodare una parola. Si entra nell’argomento come in un labirinto, in una ridda di citazioni e di rimandi, di affermazioni e di smentite. Un saggio pieno di dottrina che però, alla fine, risulta leggero per il modus operandi dello studioso: la sua nota tendenza a inscenare un processo o a procedere per indizi; l’investigazione, la pista da ricostruire, l’andare e tornare sull’argomento per renderlo più chiaro, ripescare le fonti più ignorate e riportarle in primo piano, «affondare» senza pietà testimonianze illustri. Di capitolo in capitolo si viene trascinati fino ad approdare, un po’ frastornati, alla conclusione. E quando si esce dal labirinto, il cielo si apre sul Tempio, e la vigna d’oro ci illumina d’immenso.




Fonte: Ilmanifesto.it