Gennaio 22, 2023
Da Inferno Urbano
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A tutte le ore – Alcune riflessioni sugli ultimi mesi di mobilitazione

Io credo certamente che, quando altri non ci insegnasse, che la necessità ci insegni. Voi vedete tutta questa città piena di rammarichii e di odio contro a noi: i cittadini si stringono, la Signoria è sempre con i magistrati: crediate che si ordiscono lacci per noi, e nuove forze contro alle teste nostre si apparecchiano. Noi dobbiamo per tanto cercare due cose e avere, nelle nostre deliberazioni, duoi fini: l’uno di non poter essere delle cose fatte da noi ne’ prossimi giorni castigati, l’altro di potere con più libertà e più soddisfazione nostra che per il passato vivere.

Niccolò Machiavelli, Istorie fiorentine

Scriviamo queste riflessioni a quasi novanta giorni dall’inizio dello sciopero della fame da parte di Alfredo, giorni di lotta come di rabbia. Crediamo sia importante scrivere e confrontarsi a mobilitazione in corso, per continuare a lottare con più lucidità e determinazione e per questo leggiamo con interesse chiunque voglia partecipare al dibattito.

Riflettiamo principalmente sull’area anarchica ma crediamo che se il dibattito (e la lotta) avesse una maggiore pluralità sarebbe anche semplicemente meglio. Il ragionamento che qui proveremo a fare riguarda sia le mobilitazioni di solidarietà alla lotta di Alfredo, sia coloro, che con più testa e più cuore, si sono maggiormente spesi.

Lo Stato è in difficoltà, ma non perché teme gli anarchici per la forza che oggi sono in grado di esprimere, quanto piuttosto per quella che potrebbero innescare o alimentare. Gli anarchici oggi non sono un pericolo per lo Stato, come non lo sono stati gli attacchi degli ultimi cinque o sei anni visti in sé e per sé. Ciò che crediamo rappresenti un pericolo per lo Stato, e di cui vi è la piena consapevolezza, non sono tanto gli anarchici, quanto ciò che rappresentano in prospettiva e, per noi, è ad essa che bisogna volgere lo sguardo.

Negli ultimi anni l’area anarchica è stata l’unica – o una delle poche – a preservare l’attacco come pratica legittima, a individuare nello Stato un nemico quotidiano con cui non scendere a patti, la critica rivoluzionaria come rottura costante. Per quanto queste scelte nel loro particolare possano essere state più o meno strategiche, più o meno condivisibili, alla luce dei fatti hanno significato la conservazione di un’integrità rivoluzionaria, di una memoria conflittuale, quindi di una forza. Da un lato il continuo esercizio di questa forza, rappresentato da pratiche conflittuali, è sicuramente pesato a livello di riproduzione numerico, incomprensibilità da occhi esterni e prezzo da pagare con la giustizia. Dall’altro lato questo è accaduto, e in parte è stato possibile, di conseguenza e in continuità con un momento in cui il conflitto sociale veniva sempre meno, e tanti compagni e compagne hanno preferito la diluizione della propria identità rivoluzionaria e, con essa, la sempre maggior messa da parte delle proprie pratiche conflittuali. Ma d’altro canto crediamo che se la forza, di chi ha deciso di preservarla, oggi non rappresenta alcuna reale minaccia in sé, al contrario, nella possibilità del rapporto con una società in fermento, carica di rabbia e frustrazioni, potrebbe esserci la miccia che inneschi le rivolte contro il potere e le sue ingiustizie. È questo un primo punto: ad oggi lo Stato teme e attacca questa possibilità, non rappresentata solo dagli anarchici, ma di cui gli anarchici fanno da monito. Se è vero che negli ultimi tempi, un certo tipo di attacco repressivo, è stato diretto nei confronti degli anarchici, nondimeno è vero che è rivolto anche ad un pubblico più ampio, cioè a chiunque avesse voglia di organizzarsi nella rabbia e tessere ribellione.

Questa possibilità, dunque, è rappresentata da una componente che va oltre quella dell’area anarchica, da una parte; dall’altra vi sono invece le frustrazioni quotidiane che la società produce e che incidono su quella forza.

Crediamo siano almeno due gli elementi della società con cui lo Stato non vuole che gli anarchici, e i rivoluzionari in generale, entrino in rapporto: un primo aspetto è una riattivazione giovanile in pratiche conflittuali, avvenuta negli ultimi anni seppur a bassa intensità. Un secondo aspetto è un possibile fermento sociale mosso da una frustrazione generata dal deterioramento delle condizioni di vita.

Partendo dal primo aspetto è interessante qui osservare alcuni passaggi che sono avvenuti negli ultimi cinque anni. Questa riattivazione giovanile si è manifestata le prime volte già da prima del lockdown, quando le strade erano attraversate da grandi numeri di studenti e studentesse, cosa che non si vedeva da tempo. Le tematiche che hanno maggiormente coinvolto questa componente studentesca molto giovane erano quelle ecologiste e transfemministe. Nel tempo vi è stata un’evoluzione del fenomeno, considerata la determinante parentesi della quarantena con le sue implicazioni sociali, ciò che ne è conseguito è stata una riduzione dei numeri nelle mobilitazioni, ma una radicalizzazione di alcune pratiche di lotta. I licei della città di Roma nel 2021 sono stati attraversati dal movimento de “la lupa”, dalle occupazioni in molti licei ed istituti della capitale e qualcosa di simile è avvenuto un po’ in tutta Italia: dalle manifestazioni in seguito alla morte di Lorenzo studente impegnato nell’alternanza scuola-lavoro (PTCO) agli scontri fuori Confindustria a Torino e il carcere per alcuni di loro. Nessuna forte identità politica, né tanto meno rivoluzionaria, è riuscita a rappresentare queste spinte. Forse gli unici che sono riusciti ad assorbire parte di queste “istanze” sono gli attivisti di Ultima Generazione (con le sue evoluzioni) che continuano a tenere botta ed esistere ed insistere nelle loro pratiche.

Se prendiamo questo come una rappresentazione realistica dell’ultimo quinquennio, dobbiamo considerare anche che il tutto è stato accompagnato da due anni quantomeno di agitazione sociale, anche se comunque di bassa intensità rispetto a periodi di mobilitazioni passate maggiormente dense. Inoltre, le rivolte in carcere (mai tante carceri si sono ribellate con quell’intensità nello stesso momento), la prima rabbia nelle strade a causa delle chiusure dovute al covid, le già nominate proteste studentesche dell’ultimo anno e quelle, ancora precedenti, contro il greenpass (pensiamo a proposito che, a torto o a ragione, proprio in questi momenti di piazza sia stata praticamente solo l’area libertaria ad avervi intravisto una potenzialità conflittuale. Crediamo non sia un elemento ininfluente nel disegno repressivo).

Ed è proprio in questo contesto sociale che, quando si pensava di aver trovato una “via di uscita” dalla pandemia, si è affacciata una guerra alle porte dell’Europa. Se gli effetti della pandemia in parte si sono già manifestati, quelli della guerra iniziano a farsi strada.

Crediamo sia alla luce di questo contesto che si potrebbe creare quella possibilità, quell’incontro che lo Stato mai vorrebbe avvenisse. Alla base di ciò si va consolidando il tentativo di prevenire la rabbia sociale non riducendo i motivi di frustrazione quanto più attaccando ed escludendo chi quella rabbia saprebbe bene dove canalizzarla. Quello che lo Stato, nelle veci della procura, ha provato a fare nell’ultimo periodo è quindi di provare a chiudere una partita con gli anarchici, i loro slogan e le loro pratiche, tutto ciò prima che si possano venire a creare queste due possibilità: una conflittualità giovanile che diventa rivoluzionaria e la rabbia sociale mossa da necessità materiali.

Ma il movimento dello Stato è duplice e simultaneo. E qui arriviamo al secondo aspetto importante di questo testo ma soprattutto di questa mobilitazione. Il tentativo di emarginare totalmente e punire in modo esemplare quella che rimane una minoranza rivoluzionaria è stato accompagnato dal tentativo di normalizzazione di uno strumento eccezionale: l’utilizzo del 41bis, nato per l’emergenza della mafia stragista, applicato ora ad un anarchico, in vista di una nuova possibile emergenza (questa volta di carattere sociale). La comprensione di questo duplice movimento restituisce un significato in più alla lotta di Alfredo. Alfredo sottraendosi a questo tentativo ne nega la normalizzazione: “No Stato, non sulla nostra vita distendi il tuo potere”. Non significa che la procura non ci possa riprovare, ma che questo primo tentativo ha dato un’indicazione. Alfredo ha reagito mettendo in campo due fra le caratteristiche che più hanno contraddistinto gli anarchici: compagni e compagne testardi quanto inassorbibili.

Ciò che ne è nata è una mobilitazione, la quale, a nostro avviso, non è del tutto riassumibile con gli anarchici davanti e la parte riformista in coda, soprattutto se ne facciamo un’analisi qualitativa. Fino ad ora il rapporto fra le parti che compongono queste diverse forme di attivazione andrebbe visto più come un rapporto dialettico involontario.

Facciamo una piccola premessa, superflua ma chiarificatrice: la distinzione anarchici e riformisti crediamo sia riduttiva. Non solo perché la minoranza che si è mobilitata non è ascrivibile solo all’interno dell’area anarchica, ma soprattutto perché ci si perde tutta una serie di anime che puramente riformiste non sono, in primis: gli avvocati, solo per farne un esempio, non saranno anarchici ma chi ha detto che sono riformisti?

Se è fuori discussione che i compagni e le compagne anarchici siano state tra le prime ad attivarsi in solidarietà ad Alfredo, assumendo uno sguardo attento, pensiamo si possa riscontrare come non siano state né le uniche né viste da sole siano state determinanti. Piuttosto le vediamo come una parte del tutto, un tutto composto anche da miserie e miserabili. In questo senso, l’appello scritto da una ventina di avvocati in alcune città italiane è stato per tutta la mobilitazione un contributo importante, forse decisivo. Non lo diciamo come nota di merito, ma perché ha avuto per noi questo valore e sotto alcuni aspetti, l’appello in questione, ha fatto da apripista. Anche alcuni “intellettuali” hanno preso parola quasi fin da subito, piaccia o meno quello che dicono, piaccia o meno la dubbia dignità che li rappresenta.

Fatta questa puntualizzazione, il rapporto fra le diverse parti lo abbiamo definito come dialettico e involontario. La lettera iniziale degli avvocati ha posto la questione creando una certa legittimazione, le azioni nelle strade hanno dato un significato politico che non schiacciasse la possibilità della lotta sulla mera opinione, le parole di un Manconi o di un Cacciari hanno dato un significato alle azioni, diverso dalla criminalizzazione che subivano dal mainstream, e così via (le iniziative in Sapienza, gli striscioni dalle gru, i/le compagni/e sui tetti). Quando di una vetrina rotta si provavano ad additare i responsabili come “i vandali contro il 41bis”, quest’ultima parola rimandava ormai ad un immaginario diverso dal solito: un anarchico che non ha commesso reati di sangue trattato come i boss mafiosi. Questo significava che quelle azioni venivano legittimate o accettate? No di certo, ma sicuramente assumevano un significato diverso. Alla luce di ciò stabilire una priorità è difficile, forse possibile, ma anche superfluo. Quello che crediamo sia importante cogliere è: a) l’importanza della lotta di Alfredo; b) la necessità del contributo di ogni parte di quel tutto. Ci teniamo a sottolineare che non tutti i contributi a questa lotta abbiano assunto la prospettiva per noi adeguata, quella rivoluzionaria, anzi, però pensiamo anche che debbano essere considerati per il loro reale valore e il ruolo che hanno svolto.

Negli anni abbiamo assistito al triste spettacolo di pagine e pagine di “ottime” ragioni che giustificavano la propria inazione. Per fortuna questa volta, forse il pudore o anche l’intelligenza, hanno prevalso, anche se in questa occasione tanti sono rimasti sull’uscio, esprimendo una solidarietà che a tratti sapeva più di condoglianze.

La disabitudine degli ultimi 6 o 7 anni alla lotta, a reggere uno scontro, a difendersi dalle stigmatizzazioni, stanno facendo sicuramente la loro parte rendendo la partecipazione difficile. Dall’altro canto Cospito, che nella distinzione fra “buoni e cattivi” diffusa dalla retorica democratico-liberale, rappresenterebbe il “cattivo” per antonomasia. Qui il nostro ruolo, qui l’intelligenza di ribadire, come compagni e compagne, che quella distinzione non esiste, è strategia della procura per rompere il conflitto sociale. Lo ribadiamo per i più sordi: oppressi e oppressori, l’unica distinzione che conosciamo. E se comunque ad ora Alfredo rimane per molti sinceri democratici un cattivo… che si tengano le loro sincere ragioni, per noi Alfredo rimane un compagno che lotta.

Il dato, ad oggi lampante, è che da tutto ciò ne è nata una mobilitazione; una crepa nella società, seppur piccola, è stata incisa.

Come tutte le mobilitazioni anche questa si nutre e si riproduce nella sua pluralità (che ci auspichiamo si moltiplichi ancora). Non solo, un altro aspetto che ha fatto avanzare la mobilitazione è sicuramente la forza delle ragioni. Il fatto che Alfredo Cospito stia ingiustamente in 41bis è un dato abbastanza condiviso da tutti, non vi è scontro interpretativo. Nessuno, o quasi, prende le difese della sua classificazione al regime del 41bis, se non attraverso il responso del Tribunale di Sorveglianza. La correttezza morale della causa è molto chiara, la sua determinazione nella pratica disarmante ed anche la mostruosità della macchina statale appare altrettanto limpida. Sia per l’applicazione della misura in sé, ma anche per il meccanismo che l’ha messa in campo: cinico, senza responsabili, impossibile da fermare. Quella che Hannah Arendt definiva la banalità del male è venuta allo scoperto, sotto gli occhi di tutti. La mobilitazione avanza all’interno del conflitto fra la ragion di Stato e uno stato di ragioni chiaro a tutti, tranne che alla feroce macchina statale. Partendo da questa condizione di ragione assoluta (o quasi), quanto terreno o quanta legittimità politica possiamo guadagnare dipende dall’intelligenza che siamo in grado di mettere in campo.

Da una parte lo Stato sta cercando di chiudere una partita con gli anarchici. Il 41bis ad Alfredo e la condanna a ventotto anni a Juan ne sono forse l’espressione maggiore. Secondo noi ciò sta avvenendo per due ragioni principali: la prima è sicuramente quanto abbiamo cercato di esprimere all’inizio del testo, ovvero la paura degli anarchici in potenza, escludere e mandare un messaggio a tutte quelle singole gocce che in una situazione di fermento sociale potrebbero alimentare una tempesta, grazie anche a quell’esercizio di preservazione della memoria conflittuale. La seconda ragione è la debolezza del movimento rivoluzionario in Italia: se si sta annegando lo Stato non ti pone certo una mano per tirarti su. Coglie l’occasione per cercare di eliminarti definitivamente; un problema in meno. Il fatto di soffrire una solitudine, quindi una distanza dal resto della società, è forse l’elemento di principale debolezza che ha caratterizzato gli ultimi anni, e che però, al seguito di questi ultimi mesi è stato, seppur in piccola parte, spezzato.

Dall’altra i tentativi di scendere in strada sono stati più o meno goffi, tutti comunque necessari, tutti una parte del tutto. Crediamo che l’intelligenza collettiva, le capacità conflittuali non siano qualcosa che si preservino per il “momento propizio” (attendisti!), non si congelano e scongelano dal freezer a proprio piacimento. Sono capacità che necessitano di essere coltivate e di un esercizio costante, per non perdere la confidenza né la memoria. A priori, la controparte si metta l’anima in pace, in ogni caso non finirà tutto in pochi giorni. Gli indecisi invece scavalchino la rete. Ognuno come crede, ognuno come può purché sia esplicito. È necessario che la frustrazione lasci posto alla speranza e che la speranza si trasformi in impazienza.

Veniamo qui a una possibile riflessione conclusiva sulle prospettive di questa mobilitazione. Se Alfredo muore abbiamo perso? Vincere significa salvargli la vita? La sconfitta è nella morte e nell’insuccesso della lotta contro 41bis ed ergastolo ostativo? A questa domanda potremmo rispondere con un bel forse, ma anche qui uno sguardo così dicotomico rischia di essere miope. La morte è un aspetto della vita con cui un rivoluzionario dovrebbe fare i conti. Non sappiamo se noi li abbiamo fatti, sembrerebbe però che Alfredo invece sì, e questo andrebbe colto e rispettato. Rintracciamo due lotte che si stanno svolgendo contemporaneamente: la prima è quella di Alfredo contro lo Stato, la seconda è la nostra contro il potere. Al di là della retorica, la prima la sta vincendo Alfredo. Se non abbiamo una visione cristiana della vita come qualcosa di sacro, dal punto di vista politico lo Stato è in contraddizione esplicita, nessuno ne riesce a prendere le difese. Lo Stato voleva e insiste nel piegare un prigioniero, legittimare ancor di più lo strumento d’eccezione del 41bis e Cospito non glielo permette, vi si sottrae. Alfredo piuttosto dona la propria vita, questa volta tutta, per far conoscere al mondo questi due abomini repressivi di questo paese, aprendo così una crepa. Noi è lì che dobbiamo stare, nella lotta in tensione con la possibilità rivoluzionaria. Non si tratta solo di salvare Alfredo, ma di dare senso e continuità alla lotta per la quale lui stesso ha messo in gioco la propria vita, di continuare a incidere lì dove vi è già una crepa. Se vincere significa abolire i due abomini repressivi, cogliere questa occasione per fare passi in avanti nel percorso rivoluzionario significa non perdere. È importante la lotta come strada percorribile e possibilità riconosciuta di cambiamento delle condizioni, come anche la legittimazione e la riproduzione delle minoranze rivoluzionarie all’interno della società. Dopo anni di repressione, lo Stato è in difficoltà, perde terreno e noi abbiamo la possibilità di avanzare.

Per l’abolizione del 41bis e dell’ergastolo ostativo,

per la libertà di Alfredo.

Alcuni compagni e alcune compagne

Roma, gennaio 2023

A tutte le ore PDF

Fonte: ilrovescio.info




Fonte: Infernourbano.altervista.org