Ottobre 20, 2021
Da Il Manifesto
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Per le afghane e gli afghani in pericolo, lasciare il proprio Paese è impossibile, o quasi. Una vera e propria corsa a ostacoli. Resa tale dalle politiche dei governi regionali e dalle promesse non mantenute di molti altri. Scelte politiche a causa delle quali aumenta il ricorso ai trafficanti e alle rotte irregolari, costose e pericolose.

È quanto emerge dall’ultimo rapporto breve di Amnesty International, reso pubblico oggi. Il contenuto è già nel titolo: Like an Obstacle Course (Come una corsa a ostacoli). Grazie a un team di ricercatori in 13 diversi Paesi, il briefing analizza le politiche governative fino alla metà di settembre in 27 Paesi, inclusi quelli che hanno contribuito al piano di evacuazione della metà di agosto (dall’Albania all’Uzbekistan, passando per l’Italia). E che, terminato quel piano, «hanno promesso di non abbandonare gli afghani a rischio», tra cui «quelli delle liste di evacuazione».

Da allora, però, «pochi Paesi, tra cui Canada e Irlanda, hanno mantenuto la parola». I problemi partono dai Paesi limitrofi, «nessuno dei quali ha mantenuto i confini aperti per gli afghani in cerca di rifugio». Iran, Pakistan, Tagikistan, Turkmenistan e Uzbekistan chiedono visti, carte bollate. Documenti legittimi in tempi ordinari, secondo Amnesty, non nell’attuale emergenza.

Iran, Pakistan e Turchia continuano con le deportazioni in Afghanistan. Secondo i dati dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), tra il 27 agosto e il 9 settembre 2021 le autorità iraniane avrebbero deportato 58.279 afghani senza documenti; nello stesso periodo, il Pakistan 230. Tra l’1 gennaio e il 23 settembre 2021 la Turchia, Paese in cui ci sono 130mila afghani rifugiati o richiedenti asilo e altri 50mila con status diverso, avrebbe «catturato» 44.565 migranti afghani irregolari.

Nel 2020 ne avrebbe deportati almeno 6mila. Nei giorni scorsi, l’annuncio dell’estensione fino a 295 km del muro turco al confine con l’Iran. I tre Paesi, ricorda Amnesty, contravvengono al principio di non-refoulement, che vieta il trasferimento forzato verso Paesi in cui si è a serio rischio di violazione dei diritti umani o che non sia in grado di impedire un ulteriore trasferimento verso questi Paesi.

Per ora i governi europei hanno sospeso le deportazioni. Ma la Francia continua a emettere ordini di deportazioni future e, come la Danimarca, costringe gli afghani che andranno poi respinti in centri di deportazione. Bulgaria, Croazia e Polonia adottano misure repressive sui propri confini, ma allo stesso tempo aiutano in qualche caso il trasferimento negli Stati uniti o in Paesi terzi, su invito di Washington.

Oltre ai respingimenti, aumentano i «confinamenti» nelle aree di frontiera: al confine tagiko-afghano, 80 famiglie rimangono nel limbo, altre tra Polonia e Bielorussia. L’Italia ad agosto ha evacuato 5.011 persone, tra cui 4.890 cittadini afghani. Ha poi promesso ulteriore assistenza per le persone a rischio, attraverso «evacuazioni di terra dai Paesi confinanti» (ma il report elenca molti problemi ai confini, perlopiù chiusi) e «l’istituzione di corridoi umanitari», che invece potrebbe arrivare nei prossimi giorni.

All’interno dell’Unione europea, più che la generosità vige la determinazione «a proteggere efficacemente i confini esterni e prevenire ingressi non autorizzati», come sostenuto nel Consiglio dell’Ue del 31 agosto. Mentre Filippo Grandi, Alto Commissario Onu per i rifugiati, ha chiesto il ricollocamento in Europa di metà degli 85mila rifugiati afghani che nei prossimi 5 anni si stima possano averne bisogno.

Una valutazione a parte per l’Operazione Allies Welcome degli Stati uniti. «Unica», spiega Amnesty, per l’ampiezza (95mila persone) e perché gli afghani sono trasferiti non solo sul territorio statunitense, ma anche nelle strutture militari degli Usa nel mondo e verso Paesi terzi.

Ma ci sono testimonianze di «restrizione della libertà di movimento per gli evacuati nelle basi militari Usa e detenzioni e trasferimento in Paesi terzi di evacuati che non abbiano superato i controlli di sicurezza molto stringenti degli Usa». Le raccomandazioni di Amnesty sono di «adottare misure immediate per rendere possibile l’uscita dall’Afghanistan, offrire protezione internazionali ai nuovi arrivati» e agli afghani in altri territori.




Fonte: Ilmanifesto.it