Marzo 25, 2022
Da Il Manifesto
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Se n’è andato a soli 57 anni Shinji Aoyama, regista, musicista, sceneggiatore e critico cinematografico che il pubblico festivaliero internazionale aveva imparato ad apprezzare soprattutto da Eureka (2000), quello che è da molti, giustamente, considerato il suo capolavoro. A dare la triste ed inaspettata notizia nella giornata di ieri è stata la moglie, l’attrice Maho Toyota, che ha rivelato come al marito fosse stato diagnosticato già da alcuni mesi un tumore all’esofago.
Figura legata alla nuova onda di registi giapponesi che si era rivelata alla cinematografia dell’arcipelago negli anni novanta del secolo scorso, autori come Kiyoshi Kurosawa, Takeshi Kitano, Shin’ya Tsukamoto e Takashi Miike, Aoyama nasce prima di tutto come critico e teorico del cinema. Importante e parallele al suo impegno autoriale dietro la macchina da presa, almeno durante la prima parte della sua carriera, sono infatti le sue riflessioni sul cinema, influenzate dal suo mentore e professore all’Università Rikkyo, Shigehiko Hasumi, che trovano una forma compiuta nel 1997 nel «Nouvelle Vague Manifesto», attraverso il quale Aoyama cerca di staccarsi dal cinema giapponese degli anni sessanta e allacciarsi a quello francese, soprattutto nella figura di Philippe Garrel.

DOPO esser stato aiuto regista per alcuni lavori di Kiyoshi Kurosawa, esordisce con un’opera propria nel 1995 nel V-cinema, il mercato dell’home video che tanto ha saputo aiutare e dare uno sbocco ai giovani talenti durante il periodo. Il suo primo vero e proprio lungometraggio distribuito nelle sale è Helpless del 1996, storia di un giovane delinquente appena uscito di prigione, che sancisce anche il sodalizio artistico e di amicizia fra Aoyama e Tadanobu Asano. Nei due anni successivi, sempre frequentando il genere dei film di gangster, realizza Wild LIfe, Two Punks e An Obsession, remake adattato per il fine millennio di Cane Randagio (1949) di Akira Kurosawa. Nel 1999 si avvicina al genere horror, che in quegli anni cominciava a diventare un vero e proprio fenomeno di costume, con Embalming, ma è con il successivo lavoro, il già citato Eureka, che Aoyama fa un salto nelle zone rarefatte dell’arte cinematografica.

FLUVIALE lavoro di più di tre ore e mezzo e premiato a Cannes, Eureka è una profonda meditazione sul processo di superamento ed accettazione di un trauma e del dolore e spaesamento esistenziale che ne consegue. Dopo che un autobus viene dirottato nella prefettura di Kyushu, i suoi passeggeri vengono quasi tutti giustiziati, se ne salvano solo tre, un uomo, interpretato da Koji Yakusho, e due giovani fratelli, la sorella è interpretata da Aoi Miyazaki, al tempo quindicenne, con cui Aoyama tornerà a lavorare in futuro. Fotografato magnificamente da Masaki Tamura che dona al film quasi un tocco metafisico, Eureka resta, ancora oggi, uno dei migliori e più sbalorditivi film giapponesi usciti negli ultimi trent’anni.

L’ANNO successivo Aoyama realizza Desert Moon, un lavoro di denuncia sociale, ma continua anche a sperimentare nel campo del documentario musicale, genere che aveva toccato verso gli inizi della carriera. Questo interesse per la musica, soprattutto quella strumentale e d’avanguardia, si concretizza su pellicola in quello che si può considerare l’altra pietra miliare della sua carriera, Eli Eli Lema Sabachthani (2005), dove ritornano Aoi Miyazaki e Tadanobu Miyazaki in una storia che racconta di un mondo decimato da un virus che si diffonde attraverso le immagini e che spinge gli esseri umani a suicidarsi e dove l’unica cura sembra essere la musica. Negli anni successivi Aoyama continua il suo percorso autoriale con ottimi lungometraggi quali Crickets (2006), Sad Vacation (2007) e Tokyo Park (2011), quello che sarà purtroppo ricordato come il suo ultimo lavoro, Living In Your Sky, è del 2020.




Fonte: Ilmanifesto.it