Novembre 12, 2021
Da Il Manifesto
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Il racconto con voce rotta dall’emozione dell’oro dei fratelli Abbagnale a Seul 1988. Il microfono ceduto a Maradona inzuppato di sudore e champagne nello spogliatoio del Napoli per la prima volta campione d’Italia. E poi la Coppa Davis, l’Italia a un passo dal successo sulla Germania di Becker e sconfitta sotto i colpi della torcida a Maceiò. Istantanee dei racconti di Giampiero Galeazzi, archetipo dell’inviato sportivo, morto ieri, a 75 anni. Era malato da tempo, da anni un passo di lato dalla tv, dallo sport, anche se con ironia si era prestato anche all’entertainment. La sua ultima apparizione in tv risale al 2018, a Domenica In dall’amica Mara Venier, in una lunga intervista fatta più di silenzi e sguardi che di parole.

SENZA CEDERE il passo alla malinconia e ai luoghi comuni: Galeazzi è stato il racconto dello sport che ancora non aveva preso a prendersi troppo sul serio, che lasciava le porte aperte ai cronisti. Senza filtri, in un rapporto diretto, da pari a pari, spesso confidenziale, con i suoi protagonisti. Allora la Rai si prendeva tutto, gli eventi internazionali erano trasmessi in esclusiva dalla tv pubblica, non c’erano serie tv, biopic, film a raccontare le storie di Maradona, dell’Italia campione del mondo, delle Olimpiadi. E non esistevano le pay per view, non c’era manco l’idea delle applicazioni a pagamento come Netflix o Dazn. Tutto passava per la voce di fuoriclasse televisivi come Galeazzi o radiofonici come Enrico Ameri o Sandro Ciotti. Per una testimonianza dell’ondata emotiva provocata dalla morte di Galeazzi basta un rapido sguardo alla timeline di Twitter, con il ricordo di colleghi contemporanei, eredi, appassionati. Anche tanti utenti non legati al canottaggio, al tennis o al calcio ma che avevano associato alcuni frammenti simbolici dello sport italiano alla sua voce. Gratitudine, rispetto, ammirazione per chi ha scritto un pezzo di storia.

IL SUO AMORE era senza dubbio il canottaggio, lo sport che aveva praticato e che aveva iniziato a raccontare nelle prime telecronache per la Rai. Il punto più alto della carriera è stato ovviamente l’oro degli Abbagnale alle Olimpiadi sudcoreane, osmosi tra empatia e sport, tachicardia ed emozioni. E così l’oro di Antonio Rossi e Beniamino Bonomi a Sydney 2000, ecco gli ultimi secondi della sua telecronaca: «116. 118. Alè Antonio, che sei il più forte del mondo. Alè Beniamino, ancora. Andiamo! Andiamo a vincere! Questo è il K2 italiano. Si guarda a sinistra, si guarda a destra. E vince l’Italiaaaaa».




Fonte: Ilmanifesto.it