Novembre 16, 2021
Da Il Manifesto
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Sono passati quasi sei anni da quando Adele ha pubblicato il suo terzo album in studio 25. Disco che conteneva hit come Hello, When We Were Young e Water Under the Bridge capaci di consolidare la sua fama di regina delle ballad soulful, cavalcate dalla potenza di una voce tecnicamente perfetta ma non priva di sfumature dolorosamente intime. In 30, il nuovo attesissimo album in uscita il prossimo venerdì, la cantautrice britannica non si allontana dai solchi tracciati, complice la fine di un periodo buio che l’ha vista affrontare prima un divorzio, poi la perdita di un padre da sempre assente e soltanto di recente ritrovato.

«MATERIALE UMANO» che Adele ha necessariamente elaborato attraverso la scrittura di 12 nuove canzoni, condite al tempo stesso da una forte esigenza di rinascita. Come nel caso del primo singolo Easy On Me, dove la popstar racconta senza filtri la sua disperazione per la fine di un grande amore, affidandosi, per il futuro, all’amore per il figlioletto. «So che c’è speranza in queste acque/Ma non riesco a nuotare/Quando sto affogando in questo silenzio/ Piccolo, fammi entrare» canta. E, come prevedibile, la sua voce si impenna su una melodia di pianoforte fortemente malinconica che ricorda successi precedenti come l’instant-classic Someone Like You. Affidandosi a storici collaboratori come Greg Kurstin, Max Martin e, felice new entry, il produttore e compositore svedese Ludwig Görannson, la cantante ogni tanto cambia registro e si lascia andare a brani più ritmati, e meno mélo, come nel caso di Can I Get It ma è sempre nelle ballate che trova la sua ragion d’essere.
My Little Love è una struggente ninnananna dedicata al figlio Angelo, in Love Is a Game canta di frustrazione e ferite del cuore accompagnata da una potente sezione d’archi mentre in Hold On convoglia le sue radici gospel e soul in un brano che ricorda la migliore Diana Ross. Come prevedibile, la produzione è curata in ogni minimo dettaglio e la voce della cantautrice inglese non risulta mai fine a sé stessa, capace di emozionare travalicando le gabbie dei tecnicismi e della perfetta intonazione. Quello che, purtroppo, manca è la varietà della proposta, forse troppo timorosa di uscire da una comfort zone multimulionaria e multiplatino.

E NON BASTANO brani «trasgressivi» come I Drink Wine – il prossimo singolo -, una cavalcata blues abbinata a un testo che parla di alcol, a dare pepe a un disco troppo concentrato sulla sua missione catartica. Per non parlare dell’eccessiva lunghezza di alcuni brani, uno su tutti To Be Loved, nei quali nemmeno i vocalizzi pindarici della popstar di Skyfall salvano da un pizzico di noia.




Fonte: Ilmanifesto.it