Novembre 21, 2020
Da No Frontiere
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Il 10 novembre, alle 5 di mattina, come da prassi, da dentro il CPR di Gradisca un gruppo di detenuti, tutti di nazionalità tunisina, sono stati deportati: non sappiamo quanti fossero esattamente né dove li abbiano portati, ma ipotizziamo che qualsiasi tappa intermedia fosse comunque destinata al rimpatrio forzato.

La macchina dei CPR sta quindi continuando a operare a pieno regime. Se nemmeno durante il primo lockdown la prefettura di Gorizia o la giunta comunale di Gradisca ha ipotizzato di chiudere queste strutture, contrariamente a quanto avvenuto in altri Paesi europei, ora che lo stato di eccezione sta continuando a colpire tutt*, dalle scuole alla piccole attività commerciali, di luoghi detentivi, carceri e, ultimi fra tutti, Cpr non si occupa nessuno.

Dentro al CPR di Gradisca, da quel che sappiamo, continuano ad avvenire settimanalmente nuovi ingressi e trasferimenti di persone da un CPR all’altro: solo tre giorni fa, sono entrate altre 25 persone, provenienti da Sud, probabilmente direttamente da Lampedusa. Non viene rispettata alcuna misura sanitaria di tutela minima: da quello che ci viene raccontato, la mascherina, per esempio, viene fatta indossare ai detenuti del campo solo se e quando viene consentito loro di parlare con un legale. Le persone recluse all’interno del campo continuano nella maggior parte a vivere in stanze comuni.

I giornali locali hanno parlato di casi di Covid all’interno del CARA adiacente e di una trentina di contagi nel carcere di Tolmezzo (UD). Non è dato sapere invece cosa avvenga all’interno del CPR: anche qui, come è noto dalla scorsa primavera, sono stati rilevati alcuni casi di persone positive al Covid-19. Per il momento sembra che le misure di prevenzione si siano limitate all’isolamento delle persone positive, individuando una camerata comune per tutte loro. In ogni caso, ai reclusi non viene comunicato nulla sulla presenza o meno di casi di Covid.

Sappiamo che una delle persone positive faceva parte del gruppo di tunisini trasferiti la scorsa settimana. Ci viene confermato da più parti che, a differenza di quanto accadeva in passato, anche dentro al CPR di Gradisca le comunicazioni di molti dei detenuti con l’esterno e con i propri familiari vengono impedite. Il metodo pare essere questo: quando uno entra in CPR, gli si toglie la sim dal cellulare.

La garante comunale Giovanna Corbatto poco più di un mese fa si è espressa pubblicamente dicendo che le condizioni interne al CPR sono peggiori di quelle delle carceri; tuttavia, sappiamo bene che il suo ruolo è poco più di uno specchietto per allodole. Chi avrebbe il potere di fare chiudere questi lager non ha alcuna intenzione di farlo. Che muoiano di botte o di Covid là dentro evidentemente poco importa.

Finché avremo fiato e finché potremo, continueremo a raccontare quello che succede nella galera di Gradisca, perché tutte e tutti sappiano che dietro a questo inferno ci sono responsabilità precise.




Fonte: Nofrontierefvg.noblogs.org