Maggio 9, 2022
Da Supportolegale
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[articolo originale su L’Almanacco de La TerraTrema: https://www.laterratrema.org/2022/05/al-carrello/]

Mangiare e cucinare in carcere hanno la stessa funzione che fuori. Il cibo in questo luogo ha però un altro sapore

Testo di Luca Finotti*
Illustrazione di Cyop&Kaf

In carcere buona parte della giornata ruota intorno al “carrello”, alla colazione, al pranzo e alla cena. I tre pasti vengono serviti, almeno nel caso del luogo dal quale scrivo, con le celle chiuse e quindi la giornata è scandita anche da questo oltre che dalle altre due chiusure dovute alla “conta”, per intenderci quando entra il personale di polizia penitenziaria a controllare, tramite un martello di gomma, se stiate tentando di segare le sbarre; il menù è settimanale e si divide in estivo e invernale: questo vuol dire che per sei mesi, ad esempio nel semestre “estivo”, il martedì e il venerdì avrete nei piatti, chiaramente di plastica, come posate e bicchieri, pasta al tonno, bastoncini di pesce e insalata, oppure la domenica a pranzo il pollo con le patate e, fate attenzione, non una volta il petto o i nuggets, ma sempre e solo cosce per tutto l’anno, tutte le domeniche, fino al fine pena.

I pasti vengono cucinati e serviti porta a porta, cancello a cancello, da detenuti che ruotano, di solito sono contratti di due/quattro mesi, ed il lavoro in cucina è uno dei più ambiti, visto anche il salario ed il tempo in cui si rimane impegnati durante il giorno; la materia prima viene fornita da un’impresa, gestita da esterni, la stessa che ti vende i generi che puoi acquistare tramite la spesa, il menù dal Ministero della Giustizia, a voi non rimane che mettervi a tavola e alla fine lavare i piatti.

Il carrello, oltre che essere il mezzo, è un simbolo: se non arriva perché è in ritardo tutti se ne accorgono, se si deve protestare per la qualunque, la prima cosa è lo sciopero del carrello, se dovete passare del tempo in posti come questo vi ricorderete di lui invece che di qualche compagno di sventura e poi è normale, se avete bazzicato altri penitenziari, il primo confronto è il cibo, il carrello appunto; è normale chiedere, fissare incontri, per le carte ad esempio, o contestualizzare un fatto accaduto, se è capitato/capiterà prima o dopo il carrello. Nonostante questo la convivialità in queste stanze, è forse la cosa più importante, d’altronde il gomito a gomito non è astratto ed è per qualsiasi cosa, facendo la spesa si può variare ed il carrello diventa un surplus o un ripiego se si vuole fare dieta o non si vuole cucinare (vista anche la qualità dei prodotti); gli spazi sono sovraffollati, ma il sottoscritto ha partecipato a pranzi di Natale con altre venti persone in celle di 15 metri quadri: ogni cella si prende carico di una pietanza e, il giorno prima, inizia a prepararla; i problemi fondamentali sono due; il primo è che la spesa è a cadenza settimanale e, qui, funziona così: mercoledì tabacchi e acqua, giovedì scatolame, sugo, passata, cartoleria e prodotti per la pulizia e l’igiene personale, il venerdì carne, pesce (surgelato), verdure e i freschi. Il secondo problema è che non vi è il frigo nelle celle, di solito ci sono i box/borse frigo tipo pic-nic e per il ghiaccio ci sono i freezer a bara stipati di bottiglie di plastica con acqua, del rubinetto, chiaramente; anche per accedere al vano dei freezer ci sono orari prestabiliti e quindi non dimenticate che se stasera, ad esempio, vi serve il petto di pollo per la cotoletta, avete mezz’ora di tempo appena aprono le celle la mattina per mettervi in fila con altri cinquanta cristiani per recuperare la confezione congelata, nella borsa con il vostro numero di “stanza”, comunque non dimenticate di fare il “ghiaccio” altrimenti vi toccherà buttare via il cibo e in posti come questo, oltre a essere peccato per alcuni, per altri è sintomo di poca dimestichezza con “la vita da galera” e di poco rispetto per chi non ha i soldi per fare la spesa. Ho partecipato a scioperi per il carrello dove due celle, in quel caso, organizzavano una pastasciutta per tutti, cinquanta persone. Una pastasciutta buonissima, con un retrogusto di rivalsa e un po’ di olio piccante. Quando è ora di cena, di solito verso le 17, in sezione non vola una mosca, alto è l’indice di rispetto per i pasti, sono quei pochi momenti in cui ci si può confrontare tra concellini e quei pochi momenti di calma, quei pochi momenti in cui lasci perdere il luogo non luogo in cui ti trovi e il mangiare smorza tutti gli spigoli della struttura che ti sovrasta e ti chiude e racchiude. Quando capita che qualcuno fa colloquio e riceve salumi e formaggi da casa è automatico saltare il carrello del pranzo: nei paraggi della cella di chi ha ricevuto il pacco si possono notare in tanti col panino in mano, la solidarietà, qui, passa per le piccole cose.
Quando venni estradato dalla Svizzera, nel 2017, avevo solo pochi euro in tasca, arrivato al carcere di Como venni messo in cella con altri due, non avevo vestiti a parte quelli che indossavo, venni vestito e rifocillato senza chiedere, mi fecero il letto, mi fecero ridere, mi fecero capire che, nonostante il posto sia quello che sia, i detenuti si aiutano e si fanno forza, poi ci giocammo a carte il lavaggio dei piatti e pentole e persi, tutti i quattro i giorni in cui condividemmo lo spazio. Mi trasferirono a Vigevano, carcere duro, in cella da solo, chiuso tutto il giorno a parte l’ora d’aria e una di socialità la sera, non conoscevo nessuno, non vedevo nessuno, solo voci e cancelli che si aprivano e chiudevano in lontananza.
La prima sera, verso le 18, mi venne a chiamare un altro detenuto, mi disse che avrei fatto socialità con lui e “gli altri”, mi portò due celle più avanti era già pronto in tavola, gente mai vista, ma con un piatto di pasta davanti ci vuole poco a fare amicizia. Il cibo qui ha un altro sapore, ha un altro sapore il fatto di sedersi a mangiare, ha un’altra funzione, tutti i pasti ci si confronta, si confronta il cibo, si confrontano le persone e se qualcuno ti offre qualcosa, anche solo un cracker, sarebbe una mancanza di rispetto abbastanza grave rifiutare. Qui il caffè non si beve mai da soli, è normale invitare ed essere invitati a prenderlo e la sigaretta accanto è d’obbligo, qui da mangiare non manca mai, come il tempo, quando si fa la pizza se ne fanno varie teglie ed è normale mandare fette ad altre celle, quando inviti un detenuto a pranzo o a cena devi invitare anche i concellini, qui si cucina con i fornelli da campeggio e se non sai rispettare il cibo e quello che ci gira intorno è meglio che impari, se non sai cucinare qualcuno te lo insegnerà.

*Luca Finotti ha una condanna a otto anni di reclusione (in primo grado era stato condannato a 10) per aver partecipato ai cortei del 20 e 21 luglio 2001 a Genova.

Luca è vittima, con lui altre nove persone, di una ritorsione dello Stato perpetrata con un articolo del Codice Rocco, codice fascista ancora in vigore nell’attuale impianto giuridico italiano.
Non fu l’unica. Fu ritorsione di Stato quella compiuta nelle strade diGenova in quei giorni di luglio 2001 sulle migliaia di persone picchiate e gasate. Fu ritorsione di Stato quella sul corpo di Carlo Giuliani. Ritorsione di Stato furono il massacro alla scuola Diaz e le torture a Bolzaneto. Ritorsione di Stato nei confronti di un conflitto sociale importante e inaccettabile.

«Devastazione e saccheggio» recita l’articolo, danneggiamento di oggetti e simboli e cento anni di carcere per dieci persone, è la sostanza.

Dopo vent’anni a Luca rimaneva un residuo di pena di quattro anni.

Fine pena: dicembre 2022. Dopo il carcere Luca è stato collocato in affidamento in una comunità ergo-terapeutica. L’imprenditoria sociale definisce comunità ergoterapeutica una struttura che accoglie persone bisognose, “curate” attraverso l’attività lavorativa. Far lavorare gratis persone in difficoltà percependo anche una retta pubblica forse sintetizza meglio
l’attività di queste strutture, che si occupano di un’attività di controllo e sorveglianza più che di una relazione di aiuto.

Queste strutture relazionano al magistrato di sorveglianza di competenza sul cosiddetto “percorso terapeutico”, segnalano comportamenti ritenuti non idonei nella struttura d’accoglienza.
Una segnalazione può voler dire la revoca dell’affidamento e il ritorno nelle patrie galere. Così è stato per Luca, che dai primi di giugno sta scontando il suo residuo di pena presso la Casa Circondariale di Cremona. Una storia di passato e di presente con la quale si dovrebbe fare i conti.

Da L’Almanacco de La Terra Trema. Vini, cibi, cultura materiale n. 24
16 pagine | 24x34cm | Carta Nautilus Classic gr 100 | 2 colori

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Fonte: Supportolegale.org