Dicembre 23, 2021
Da Il Manifesto
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Il primo, niente scioglimento anticipato, e conclusione della legislatura nel 2023. Il secondo, continuità nell’azione di governo, che deve ora guardare all’attuazione del Pnrr. Ma la continuità prescinde dalle persone, non dalla maggioranza, che deve rimanere ampia come quella che ha sostenuto fin qui l’esecutivo. E tale non potrebbe rimanere – questo forse l’elemento più significativo – se si giungesse a una elezione del capo dello stato divisiva per la politica e il paese.

Le forze politiche sono chiamate in causa. Il non detto è che una elezione contrastata e una conseguente tempesta sulla maggioranza potrebbe suggerire anche a Draghi stesso di abbandonare il campo. Forse la lettura ultima è: o mi prendete per il Colle o non mi avete affatto. Una diffida quirinalizia.

Da più parti si sono alzate barriere con l’argomento che una permanenza di Draghi a Palazzo Chigi è necessaria o comunque preferibile. Ma non dimentichiamo che dopo l’elezione del capo dello stato ci sarà comunque una crisi di governo. Potrà essere formale e di cortesia, magari con un immediato rinvio alle camere, o reale e difficile da risolvere. In ogni caso, se al Quirinale andasse un altro, sarebbe lo stesso Draghi a decidere se rimanere o no a Palazzo Chigi. Un neo-eletto comparativamente debole non avrebbe il peso e l’autorevolezza necessari a influenzare la sua scelta. Né basterebbero a tal fine le interessate esortazioni delle forze politiche.

Il governo in carica può piacere o no. Certo bisogna tenere conto del dato di una maggioranza che per contenere (quasi) tutti vive di quotidiane contraddizioni. E indubbiamente una sinistra che non voglia ridursi a foglia di fico vede l’asse di Palazzo Chigi troppo spostato a destra. Ma il quesito su tutto Draghi o niente Draghi davvero non appassiona. Ci sono questioni di maggiore portata, anche se la politica non sembra voler prenderne atto. E si trovano ancora nelle parole di Draghi in conferenza stampa, ma in una prospettiva diversa.

Colpisce la celebrazione dei risultati conseguiti dal governo. Il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) è avviato, gli obiettivi fin qui fissati sono stati tutti raggiunti, e c’è solo da andare avanti senza esitare e tenendo ferma la barra del timone. Ma è proprio così? Emergono dati incompatibili con l’ottimismo di Draghi. I posti di lavoro a tempo determinato o a part time involontario sono assolutamente prevalenti, in specie per donne e giovani, e soprattutto al Sud. Le diseguaglianze sono devastanti, e tendono ad aumentare. Le analisi più accreditate dicono che nel giro di qualche anno torneremo a ritmi di crescita “normali”, con il Sud che procede a un passo più lento del Nord. Il divario, in prospettiva, aumenta. Manca del tutto una strategia volta a correggere il trend, superando la politica di investire sulla “locomotiva del Nord” che ha condotto il paese alla stagnazione, e mettendo invece l’Italia in grado di sfruttare la sua posizione strategica nel Mediterraneo. Il progetto lungimirante di paese più competitivo in quanto più unito esiste forse a parole, ma non nei fatti.

Il Pnrr sempre di più appare come strumento di recupero della precedente “normalità”, divisa e diseguale, con lo stesso Nord ridotto a retrobottega di economie più forti, dalle cui sorti e scelte dipendeva, dipende e dipenderebbe ancora in futuro. Nel rapporto Svimez 2021 da ultimo presentato si dà conto della caduta rovinosa del nostro Nord nelle statistiche territoriali europee, con perdite di decine di posizioni per chi – come Lombardia, Veneto, Piemonte – assume di essere la punta di diamante del paese (in specie, cap. 22). Regioni come la Toscana o l’Umbria si avvicinano al Mezzogiorno. Sono cifre mai smentite, e delle quali consigliamo la lettura. In mancanza di una vera strategia nuova e alternativa, è il ritorno a tutto questo che Draghi celebra per il suo governo.
Sarà bene che il nonno delle istituzioni, ovunque si trovi, si faccia venire qualche idea fresca e giovanile per il futuro.




Fonte: Ilmanifesto.it