Gennaio 10, 2023
Da Inferno Urbano
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Assonanze con oggi?

Noterelle su Sacco e Vanzetti

Siamo certo molto lontani dall’epoca e dalle condizioni sociali in cui maturò la tragedia di Sacco e Vanzetti. Ma i problemi riguardanti il modo in cui reagì in quei lontani giorni il movimento di opinione democratico mondiale e il movimento anarchico internazionale, sono molto cambiati? Le contraddizioni che emersero allora, non potrebbero riemergere anche oggi? Per quali motivi? Forse per il mancato chiarimento di certi equivoci? Queste le domande che hanno generato queste modeste noterelle.

Perché queste noterelle?

Ho letto gli “Atti del Convegno di studi su Sacco e Vanzetti”, tenutosi a Villafeletto il 4 e il 5 settembre 1987, estratto del “Notiziario dell’Istituto storico della resistenza in Cuneo e Provincia”, n. 33, giugno 1988, complessive pp. 192, e improvvisamente mi sono chiesto, proprio in questi giorni, come mai da quegli interventi non venisse fuori la domanda: quale è stato il ruolo svolto in tutta questa vicenda, sia all’epoca che anche oggi, dal fatto, assolutamente inoppugnabile, che i due compagni erano innocenti? Se i due compagni si fossero dichiarati o, altrettanto inoppugnabilmente, fossero stati riconosciuti responsabili dei fatti attribuiti loro, sarebbero stati ugualmente difesi dal movimento anarchico internazionale? Quali, in quest’ultimo caso, sarebbero invece state le reazioni del movimento mondiale di opinione che prese in pugno tutta l’intera vicenda?

Certo, so perfettamente che la storia non si costruisce con i se. Ma io non voglio affatto dare un contributo alla “storia” di Sacco e Vanzetti. Ho un forte sospetto verso tutti gli storici di professione più o meno accertata, ho non pochi sospetti anche nei riguardi della Storia, oltre com’è logico ad avere sospetti sulla buona fede di tanti politici vecchi e nuovi e sulla loro buona fede nell’interessarsi di “casi” storici.

Per un altro lato, non ho alcun dubbio sul fatto che Sacco e Vanzetti fossero assolutamente estranei a quei fatti specifici che vennero loro contestati, ma questa mia certezza, personale e del tutto aliena dai dati di fatto che possono essere accertati o obnubilati nelle more di un processo giudiziario, non mi impedisce di porre a me stesso e, spero, ai pochi compagni che mi leggono, alcune inquietanti domande. C’è una frase in anteporta all’intervento introduttivo firmato dal non mai sufficientemente lodato storico dell’anarchismo Claudio Venza, dovuta alla penna di un altro storico dell’anarchismo, Ronald Creagh (ahimé, avrebbe detto Coeurderoy), che suona così: “Eccezionale e banale, la storia di Sacco e Vanzetti è immensa, nessun libro la esaurirà e questo meno di tutti gli altri (fa riferimento al libro che lui ha scritto, pubblicato in Francia, a Parigi, nel 1984); invece di emettere giudizi categorici sull’innocenza o la colpevolezza degli accusati, questo libro vuole piuttosto suggerire nuovi campi di ricerca.” (Atti, p. 5). Ora, io conosco Creagh ma non ho letto il suo libro su Sacco e Vanzetti (ci fu un tempo lontano in cui lui mi spediva o consegnava personalmente tutto quello che scriveva, anche quando usciva in sei o sette copie, ma è un tempo lontano e ormai, forse, dimenticato), non ho letto dicevo quel libro, ma la frase in questione mi ha fatto riflettere. Ed è per questo che ho steso queste misere noterelle scettiche. Agli altri un giudizio sulla loro validità oggi, in tempi in cui si preferisce tacere o guardare altrove, davanti ad evidenze che richiederebbero un coraggio di dare o negare la propria solidarietà.

Morire innocenti fa più rabbia

Certo, morire innocenti deve essere terribile, e questo perché in ognuno di noi c’è radicato il valore morale della giustizia, non quella sacrosanta della ribellione proletaria, che tutto travolge e pareggia i conti in un impeto collettivo di distruzione che potrà essere visto con paura quanto si vuole ma che nessuno potrà mai fermare, ma quella tecnica, giuridica, religiosa, sacrale, tradizionale, quella vecchia giustizia dagli occhi bendati che dobbiamo smascherare per scoprire con raccapriccio che occhi non ne ha proprio perché sono tutti marciti.

Ma pur avendo tutti letto e pur ricordando tutti questo concetto, siamo tutti intimamente convinti che la giustizia deve funzionare. Cristo! Come si fa a mandare a morte due innocenti! La santa indignazione di tanti compagni anarchici si affianca qui all’indignazione più laica di comunisti, democratici vari e possibilisti di ogni pelo. La vecchia e gloriosa crociata di “sinistra” si ricompone immancabilmente tutte le volte che si fanno i nomi di Sacco e Vanzetti. E il collante è proprio il generale, ed obiettivamente fondato, motivo dell’innocenza. Ma la rabbia, che sta in fondo a questo collante, la rabbia per due compagni assassinati dallo Stato, non può farci chiudere gli occhi su altri problemi.

La presenza inopportuna

A me sembra che l’afflusso di personalità democratiche di ogni genere, specialmente quelle artistiche e letterarie, oltre a quelle giuridiche e accademiche, abbia contribuito molto a diffondere il “caso” Sacco e Vanzetti, abbia anche, all’epoca, contribuito ad una immensa propaganda universale, ma abbia anche abbassato il tono dello scontro che indubbiamente, in quel momento, si stava svolgendo negli USA e, più specificamente, in quel tribunale. Troppe chiacchiere, troppi pezzi teatrali, troppi giornalisti democratici, troppi uomini politici, e questo, come un filo continuo perverso, continua anche oggi con i tentativi di recupero del concorrente alla Casa Bianca Dukakis.

Ma come si può decidere diversamente?

Poniamo nel caso di Piazza Fontana, si poteva mandare a quel paese l’aiuto offerto dal PCI? Se gli anarchici fanno di tutto per allargare la loro propaganda, per coinvolgere la gente, per farsi sentire da un numero quanto più vasto possibile di persone come si fa poi, quando l’occasione si presenta, a non accettare la collaborazione di forze politiche e intellettuali che si sa benissimo dove vogliono andare a parare? Non è facile rispondere a questa domanda. Si poteva, allora, respingere l’appoggio di gente come Sinclair Lewis, Eugene O’Neill, Walter Lippman, John Dos Passos, per non parlare dei vari Roman Rolland, Thomas Mann, Albert Einstein ecc., che in tutto il mondo sostennero l’innocenza dei due anarchici? Certo, era difficile. Non voglio però sollevare qui il punto di vista, per altro anch’esso legittimo, che i compagni andavano difesi soltanto nei limiti delle forze del movimento anarchico internazionale impostando la propaganda solo sulle motivazioni degli anarchici e accettando esclusivamente quelle forze estranee che si dichiaravano disposte a mantenersi nei limiti di quelle motivazioni. Voglio solo dire che una volta aperta la porta alla collaborazione che, impostata dall’avvocato Moore, dovette per forza di cose avere il beneplacito sia del Comitato di difesa che dei due compagni in carcere, non si poteva prevedere dove si sarebbe andati a finire cioè non si poteva prevedere quanto si sarebbe sottolineata – e lo fu ad usura – l’innocenza nei fatti dei due compagni, e quanto si sarebbe trascurata la loro colpevolezza di principio in quanto anarchici. Puntualmente questo loro essere anarchici, la loro militanza, la loro appartenenza ad una parte specifica del movimento anarchico americano e internazionale, vennero messi da parte, quasi sullo sfondo. Questo era il prezzo da pagare per quella collaborazione, dopo tutto si poteva giocare sull’equivoco, e lo si continua a fare anche oggi, che si trattava di due emigrati, di due onesti lavoratori, smuovendo con ciò la chiave nazionalista e la chiave classista, cose che fecero certamente brodo all’epoca, ma che non consentirono di mettere nella effettiva luce la personalità anarchica e rivoluzionaria di Sacco e Vanzetti.

Fu quella presenza, delle forze della “sinistra” internazionale, produttiva ai fini del tentativo di salvare la loro vita? Dal fatto che i due compagni vennero lo stesso uccisi, si deve concludere di no. Dal fatto che si attutirono le possibilità di fare emergere la loro identità anarchica, si deve concludere lo stesso di no.

Se si fosse respinta, cosa sarebbe successo? Che i due compagni sarebbero stati difesi allo stesso modo in cui vennero difesi dal giornale di Galleani tanti altri compagni che andarono sul patibolo, quelli innocenti, questi colpevoli. E qui si pone la domanda, ma questa differenza tra “colpevoli” e «innocenti” ha un senso oppure non lo ha?

Galleanisti?

Francamente non lo so. Ho letto, ed ho rivisto negli “Atti” di cui discuto qui, che ambedue, Sacco e Vanzetti, erano collaboratori della “Cronaca Sovversiva”. Quindi dovevano per forza sapere quale era la posizione di Galleani su questo falso dilemma. Il fatto che fossero innocenti non poteva consigliarli, di sana pianta, verso un’accettazione totale della tesi innocentista e tecnica, almeno nei termini in cui venne sviluppata al processo. Sono quindi d’accordo con la relazione della Pedretti quando scrive: “Bartolomeo Vanzetti comunque, non era un personaggio acriticamente unidimensionale e denunciò fino alla fine il meccanismo che portava ad eroicizzare la sua sconfitta: egli era essenzialmente un comunista anarchico, profondamente convinto ed estremamente fiero delle sue scelte politiche ed esistenziali… infatti non nascose mai il suo odio verso l’ingiustizia di cui era vittima né il suo desiderio di essere vendicato.” (pag. 130). In un certo senso si deve considerare che una volta presa quella decisione si doveva andare fino in fondo, fino al sacrificio di fare apparire tra le righe il loro essere anarchici, che è poi quanto venne imposto dal “progressista impaurito” che costituiva la gran massa dei sostenitori di Sacco e Vanzetti.

“Innocenti” o “colpevoli”?

Il fatto che Sacco e Vanzetti siano stati uccisi pur essendo palesemente innocenti prova una cosa sola: che il concetto di innocenza o colpevolezza non è un dato di fatto, ma è una misura dettata, anzi imposta, dallo scontro di classe, le tecniche e i procedimenti giudiziari e polizieschi, attraverso i quali si arriva a stabilire, con assoluta certezza che una persona è colpevole o innocente, sono patrimonio della cultura e della tecnica del dominio. Per un rivoluzionario anarchico queste procedure, che vengono spacciate come l’evidenza della logica valgono assolutamente niente. È davanti alla propria coscienza rivoluzionaria che egli deve rispondere, non davanti all’evidenza di una situazione gestita dal nemico, dove quest’ultimo fa e disfà a piacimento le regole del gioco. Per un «democratico”, vecchio o nuovo che sia, c’è al contrario una differenza molto netta tra essere colpevole o essere innocente. Il colpevole è chi ha infranto la legge in un modo preciso, per l’appunto il contesto che gli viene notificato dalla legge e per cui si instaura un procedimento penale. L’innocente è colui che non ha fatto quello che invece, per vari motivi, gli viene notificato.

La gran massa di coloro che ancora oggi inorridiscono per la “fine” di Sacco e Vanzetti, lo fanno perchè quei due nostri compagni erano innocenti, cioè non avevano fatto la rapina, né ucciso le due persone, di cui invece vennero accusati e per cui andarono a morire sulla sedia elettrica. Una piccola minoranza, e fra questi dovrebbero esserci gli anarchici, al contrario inorridiscono per il fatto che Sacco e Vanzetti furono uccisi dallo Stato a prescindere del più o meno ignominioso, incredibile, insostenibile modo in cui l’accusa riuscì a sostenere la loro responsabilità nei fatti specifici.

L’inorridimento di cui discutiamo, da parte di questa piccola minoranza, la quale, per un motivo o per un altro, non tiene conto del dato oggettivo della loro innocenza, ci sarebbe stato lo stesso se i due anarchici avessero avuto un processo più degno (dal punto di vista dell’accertamento delle prove) e fossero stati proprio loro a commettere quei fatti? Siamo sicuri che ci sarebbe stato un comportamento diverso.

La gran massa dei perbenisti di professione sarebbe stata tutta per la condanna, e questo lo comprendiamo. La piccola minoranza invece, quella dove collochiamo anche gli anarchici, sarebbe stata anche questa divisa e combattuta. Ci sarebbero stati quelli come Galleani che avrebbero ribadito la loro estraneità ad ammettere qualsiasi differenza tra innocenza e colpevolezza, e ci sarebbero stati quelli che invece questa differenza l’avrebbero fatta, anzi, sostenuta e avvalorata con ragionamenti da causidico. Se avessero veramente commesso quei fatti, ci sarebbe stata una difesa dei compagni molto modesta, al livello di quel movimento di opinione che ci fu qualche tempo prima della tragedia di Sacco e Vanzetti per Ravachol, ad esempio. D’altro canto, i compagni che si pongono nell’ottica dell’espropriazione non possono pensare di avere un movimento dietro le spalle, quali che siano le condizioni oggettive di sviluppo quantitativo di questo movimento e quali che siano i livelli di approfondimento teorico raggiunti al suo interno. Perché non ci si può aspettare una cosa del genere? Almeno per due buoni motivi: primo, perché la decisione di compiere certe azioni, anche allo scopo di partecipare con uno sforzo concreto alla crescita e alla disponibilità di certi strumenti rivoluzionari, è sempre una decisione personale e deve essere sostenuta, nel bene come nel male, dal singolo compagno come sua maturità di coscienza; secondo, perché un movimento, sia pure rivoluzionario, ha certe sue necessità di sviluppo, certe divergenze di opinioni, certi riserbi legittimi, che non possono essere messi tutti da canto e tutti in una volta.

Posto in questi termini, a mio avviso corretti, non ci sarebbe affatto da meravigliarsi davanti ad una presa di distanza, ad una chiara affermazione di estraneità. Perché mai qualcuno si dovrebbe fare coinvolgere, per giunta a posteriori, in qualcosa che non condivide? Ci sarebbe soltanto da criticare una presa di posizione puramente morale, la quale andrebbe a finire ineluttabilmente nelle braccia della morale dominante, cioè quella prodotta e voluta dai padroni.

Questa breve riflessione ci dovrebbe fare vedere meglio le diverse situazioni, a cominciare da quella stessa di Sacco e Vanzetti. Se l’innocentismo è soltanto un fatto oggettivo che può esserci e, purtroppo, può anche non esserci – e nel caso dei due compagni uccisi negli USA essi erano innocenti – i compagni vanno difesi comunque, quindi anche se sono “colpevoli”. Ora, se questo è vero, non si possono costituire fronti larghissimi, con tutta la zavorra democratica, quando i compagni sono innocenti e poi limitarsi a una piccola parte dello stesso movimento anarchico quando i compagni sono colpevoli. L’impostazione dovrebbe essere, almeno teoricamente, la stessa, se ammettiamo a priori, come dovrebbe essere pacifico, che non ci possono essere “innocenti” e “colpevoli” se non sulla base dei ragionamenti voluti ed imposti dalla logica dominante.

Come uscire da questo dilemma? In modo semplice. Partendo sempre dal fatto che per noi il fatto tecnico è secondario, e che se i compagni vengono accusati, imprigionati e, in certe occasioni, anche giustiziati, questo avviene solo e perché sono anarchici, a prescindere dal fatto oggettivo che costituisce elemento di dibattito processuale ma che a noi, in quanto rivoluzionari interessa solo in modo marginale. Non possiamo mai prendere questo punto come elemento centrale della campagna politica di difesa. Molti compagni, anche in buona fede, ragionano diversamente perché sono preda dei luoghi comuni dell’intellettualismo dominante. La pretesa dell’oggettivizzazione è infatti uno dei fondamenti del pensiero filosofico dei conquistatori. Questi, una volta raggiunto il potere si sono assicurati di continuare il filo logico che il razionalismo classico aveva consegnato nelle mani della Chiesa.

È importante capire questo svolgimento perché ci coglie sempre di sorpresa e lo vediamo rispuntare dove non lo avremmo mai sospettato. Che la realtà sia determinabile in modo esatto è una delle tante cose che sono alle basi del nuovo pensiero scientifico, così come questo emerge dalle complesse condizioni del Rinascimento, poniamo nel pensiero di Galilei: si tratta di razionalismo, però ridotto alla constatazione del modo della realtà, non più della sua essenza. La scienza giuridica di oggi, degna erede del razionalismo illuminista, non ha modificato di molto le certezze riguardo il “modo” in cui sono andate le cose. Ancora oggi, nei processi in tribunale, si assiste a comiche «ricostruzioni” della realtà, a “prove”, a “testimonianze” e a tante altre cose del genere. Ormai siamo così abituati a questo modo di ragionare che non ci facciamo più caso.

Quando affermiamo, al contrario, che Sacco e Vanzetti non erano innocenti ma, al contrario, erano colpevoli, però solo di essere anarchici, inseriamo nel preteso processo oggettivo, quindi avente pretese quantitative, un elemento estraneo al processo stesso (o, almeno, tale ritenuto dalla scienza giuridica), un elemento avente carattere qualitativo. Spesso, anche noi che lo facciamo, questo inserimento ci sembra strano, lo trattiamo spesso quasi come un espediente di propaganda, un modo di dire che respinge la realtà tanto lontano da farla diventare un processo ideale, anzi ideologico.

E invece non è così. La realtà è proprio questa cosa complessa che non può essere ricondotta alle risultanze di un procedimento giudiziario. Questo sarà sempre arbitrario e sarà fondato non sull’evidenza ma sulla forza, non sulla logica ma sul dominio. Ragionamento difficile? Forse sì, ma una volta fatto, non lo si dimentica più.

Alfredo M. Bonanno in Anarchismo, n. 63, luglio 1989

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Fonte: Infernourbano.altervista.org