Gennaio 19, 2022
Da Il Manifesto
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Le canzoni d’amore dicono sempre la verità e più sono stupide, più sono vere. E i film ? Se si volesse applicare ad Aline questo famoso adagio de La femme d’à côté di Truffaut, allora verrebbe da dire che il biopic di Céline Dion è molto vero, per non dire verissimo. Vero nel senso di corrispondente alla vita della cantante (qui ribattezzata Aline Dieu), nata in una modesta famiglia di contadini del Quebec, ultima di 14 figli, da un padre che secondo la futura star non voleva averne alcuno. Vero nel senso di sincero, nel modo in cui l’attrice e regista Valérie Lemercier trasmette la propria venerazione nei confronti di una cantante che «non si può non amare». Vero infine nel senso di effettivo, nel racconto dell’amore tra Aline e il suo impresario, produttore e mentore Guy Claude (al secolo René Angélil).

CON QUESTO vogliamo dire che il film sia stupido? Non lo è per forza chi si tiene lontano dalla riflessione. Aline, di certo, non cerca mai di mettersi al di sopra della propria eroina. In questa sua umile vocazione, Lemercier evita quel cinismo che spesso aleggia sui biopic – e che al di là della postura, riesce raramente a scorgere nel tipo umano della star altro che una parabola per forza di cose prima ascendente, ma di cui si intravede sempre troppo presto la decadenza. Oppure, ma senza esclusività, una medaglia di cui osservare il lato brillante e di cui rivelare quello oscuro, la vita sotto i riflettori e quella dietro le quinte.
Aline è uno strano biopic. Uno dei pochi in cui non si percepisce mai l’altra faccia della medaglia. La stella nasce senza oscurare nessun altro astro, né la propria esistenza. E perfino il personaggio del produttore, che nel genere è sempre il nemico dell’arte, dell’artista se non di tutti e due, qui invece è il partner voluto di una storia d’amore che non sembra in sé avere negatività – una sorta di melodico #notme. Si dirà che il film è allora senza asperità. Ma non per questo insipido. Se ne esce con l’impressione di aver osservato una sorta di seduta di psicanalisi in cui il cinema commerciale francese, disteso su un lettino, parla di come vorrebbe essere.

QUALCUNO ha scritto: è un film piccolo dentro una scatola gigantesca. Non è questa la storia di Céline Dion? Lanciata da giovanissima nella stratosfera della canzone internazionale, passata dalla casetta in Canada alla residenza di Las Vegas, Dion resta tutta la vita una persona vera, o come si suol dire delle persone del popolo, verace, o ancora, come diceva lei, «con i piedi per terra»; è la sognatrice non di «un «grand amour» (un grande amore), ma di «un amour gros» (un amore grosso). Lo strano partito di questo biopic è quello di mostrare che una vita da sogno consiste nel sognare un’esistenza in miniatura.




Fonte: Ilmanifesto.it