Ottobre 13, 2021
Da Il Manifesto
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Negli ultimi anni Kim Ki-duk stava riposizionando la sua filmografia, e la sua vita, fuori dalla Corea del Sud. Un percorso interrotto dalla morte improvvisa l’11 dicembre 2020 a Riga. Quello che sarebbe stato il suo ultimo film, Din (Dissolve), lo girò in Kazakistan nel 2019. Quattro anni prima andò in Giappone per realizzare Stop (in sala grazie alla distribuzione del Milano Film Network), primo lungometraggio lontano dalla Corea che fu, dal 1996, set di tutti i suoi lavori. Vi fece ancora ritorno dopo Stop e prima di Din per girare altri due film. Ma il suo sguardo si stava rivolgendo altrove per continuare a portare sullo schermo quella lotta dei corpi, fino al massacro, che definisce tutta la sua opera. Rimessa in gioco, in Stop, all’interno di un soggetto di attualità come quello dei disastri nucleari, nello specifico l’esplosione della centrale di Fukushima nel 2011.
Una giovane coppia, Miki e Sabu, è costretta a lasciare di colpo l’abitazione situata a pochi chilometri dal reattore. Marito e moglie si trovavano in casa quando la terra si mise a tremare. Poco dopo la zona venne sigillata. Forse, la partenza sarebbe stata definitiva.

CAMERA A MANO, luci algide, Kim trasmette fin da subito il terrore, l’angoscia, la disperazione di una donna e un uomo che cercano, ma solo per pochi istanti, di rassicurarsi e di credere che nulla di così tragico sia accaduto. Per Kim raccontare un fatto di cronaca recente e le conseguenze di esso sulle persone significa farlo riattivando la propria visione dell’essere umano, delle sue insicurezze, ossessioni che lo portano ad attuare una costante sfida con se stesso, brutale e salvifica. E fin da subito, in Stop, inserisce uno strato di horror che si impregna nelle immagini e che, più che al cinema di tante apocalissi, trova analogie con le architetture del mistero e della paura sempre mirabilmente composte da Dario Argento. La paura può arrivare da un telefono che suona nella notte e sveglia Miki, da una voce sconosciuta, dall’apparizione a Sabu (che fa il fotografo e si è recato di nascosto nella zona contaminata per scattare fotografie) di una donna divenuta folle, che ha scelto di non andarsene e di partorire in quel che resta della sua casa. Un corpo, e un volto, devastato, sporco, intriso di umori, errante, «fuori da sé». Anche Miki è incinta, il pensiero immediato è quello di abortire, spinta anche da uno squallido individuo, mentre il marito è contrario (fino a legarla e imbavagliarla affinché non possa uscire di casa in sua assenza – in scene di puro cinema della crudeltà secondo Kim Ki-duk); poi le cose si ribaltano e lei decide di tenere il bambino, mentre ora è Sabu che, timoroso di una nascita deforme, vorrebbe abortisse. Le dinamiche tipiche del cinema dell’autore de L’isola (il capolavoro che lo rivelò al mondo nel 1999) si ritrovano nitide in Stop. La mutazione dei corpi è ovunque. E quando Miki si aggira da sola per le strade in stato confusionale l’analogia con il corpo errante di Asia Argento in Trauma sorge spontanea.

NON CAMBIA solo Miki, in Stop. Di fronte al disastro causato dall’esplosione e alla consapevolezza cresciuta in lui (dopo un dialogo con la moglie) dei danni provocati da un consumo ingiustificato di energia, Sabu si trasforma in eco-terrorista, sostenuto da un complice, con la missione di far saltare i tralicci della corrente e lasciare Tokyo al buio. Anche l’impresa più incredibile trova credibilità nella narrazione incalzante di Kim. Far saltare la luce, mentre, in montaggio parallelo, Miki partorisce da sola dopo essere tornata a casa, incurante dei divieti e nutrendosi del cibo raccolto in quel posto divenuto fantasma, abbandonato. Un’altra sfida al proprio corpo. Il pericolo più grande si annida nella società cosiddetta normale, in una mostruosità insita nelle persone anche se non sono contaminate. Una mostruosità peggiore. E che non cessa di esistere. Sette anni dopo, nulla sembra essere cambiato. Siamo nel 2018, con leggero sfasamento «fantascientifico» rispetto alla data del film, la centrale tornerà a funzionare, il figlio di Miki e Sabu, nato con una malformazione all’udito, una forma di ipersensibilità a qualsiasi tipo di suono, viene preso di mira dai compagni di classe. Dall’incubo non si è per nulla usciti.




Fonte: Ilmanifesto.it