Novembre 22, 2020
Da Finimondo
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Marsiglia la ladra, Marsiglia la violenta.


Marsiglia impregnata dal sudicio delle sue taverne, dagli abiti lerci dei suoi abitanti dannati.


Marsiglia dai vicoli scuri e oscuri, dai bassifondi decadenti e insidiosi.


Marsiglia, l’anarchica.


Questo l’immaginario scomodo della città più mediterranea di Francia, e in special modo del suo centro storico, eredità medievale, costruito sulla calanque Lacydon, sulla sponda settentrionale dell’attuale Vecchio Porto.


Questi bassifondi, ricettacolo di crimine e di costumi amorali, iniziano ad essere stigmatizzati a partire dagli anni Settanta e Ottanta del XIX secolo e intorno ad essi si forgia un immaginario di decadenza eretto a vergogna nazionale. La Terza Repubblica (1870-1940) fa della lotta al crimine un motore di consenso e di Marsiglia il suo nemico pubblico numero uno.


I tentativi di ristrutturazione urbana si succedono negli anni, senza mai davvero riuscire a trasformare il tessuto sociale della città. Marsiglia non corrisponde affatto ai canoni dell’urbanismo moderno ispirato dagli interventi di Haussmann, che già avevano modificato il centro di Parigi. Alle deplorate condizioni urbanistiche corrispondono costumi apertamente condannati. La povertà che non fa mistero di se stessa non se ne sta nascosta in un ghetto, ma ben visibile nel centro cittadino, con i suoi abitanti deviati da codici barbari quanto il linguaggio che deforma la lingua nazionale, che sfugge ai modelli della tanto decantata civilizzazione. 

Per questi e altri motivi ancora, Marsiglia non è europea, Marsiglia non è francese. Si burla del razionalismo cartesiano canzonandolo con l’esoterismo carico di mistero dei suoi tarocchi; rifiuta un’unica e unificata identità nazionale, attraversata com’è da tutta quell’umanità venuta da chissà dove. Gli accattoni della sua tenebrosa corte dei miracoli ispireranno la letteratura ottocentesca che saprà o darne un’immagine pittoresca, o criminalizzarli a chiare lettere: sono la feccia, sono il cancro della società. 

Il terrore del crimine e delle associazioni di malfattori assilla, non lascia scampo. Lo Stato vuole bonificare e civilizzare Marsiglia, ma le sue strade sono quelle degli ubriaconi, dei galeotti, delle prostitute. Nasce così la figura dei nervis, i briganti marsigliesi, dal provenzale nervi, nervo, tendine, ma anche forza e vigore. I politicanti e la stampa dell’ordine ne parlano, ne dissertano, emergono degli specialisti in materia e, mentre Lombroso dall’altra parte delle Alpi stila il profilo tipo del delinquente e dell’anarchico, anche in Francia le due categorie finiranno per comporne una soltanto. I recidivi, i criminali, gli anarchici sono un unico grande problema per la società dell’ordine; gli stranieri, specie gli italiani, sono dei malfattori di professione. Che sinistra popolazione è quella dei poveri, dei vagabondi, dei ladri, delle puttane, degli immigrati. Che sinistra popolazione è quella degli anarchici. 

A questo proposito una tra le tante penne conservatrici e in voga dell’epoca, Paul Maras, scrisse: «[…] è una cosa triste, ma vera, è necessario che ci siano dei ricchi e dei poveri […] sarebbe la fine, se tutti fossero ricchi […]. A ciascuno il proprio compito; alcuni usano i propri corpi, altri il loro spirito. […] Pensare e agire, la vita è fatta così, è necessario che quello che non ha il tempo di pensare abbia qualcuno che pensi per lui e che lo istruisca». 

A Marsiglia, alla fine del XIX secolo, saranno in tanti a smentire quest’odioso determinismo. In tanti a pensare e agire in nome della loro coscienza, in odio della bieca riproduzione sociale, in odio dei detentori del potere quanto di quelli del sapere. 

Fuoco! Sangue! Veleno!

Patto con la morte!

Anarchici a Marsiglia alla fine del XIX secolo

pp 249 – 10 euro

Ai distributori: 7 euro a copia (minimo 5)

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Fonte: Finimondo.org