Novembre 13, 2021
Da Il Manifesto
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Tra tutte le serie a fumetti, quelle «syndicated» fanno un po’ storia a sé. Un po’ perché è proprio dal paradigma del leggendario Yellow Kid di Richard F. Outcault che nel 1896 è cominciata la grande avventura del fumetto tout-court. E un po’ perché in generale le strip sono un tutt’uno con i rispettivi autori. Impossibile immaginare i Peanuts di Charles M. Schulz in altre mani che quelle di Sparky. O Doonesbury senza Gary B. Trudeau. O ancora, Sturmtruppen al netto del Bonvi. Ma ci sono casi in cui anche characters apparentemente orfani possono tornare a vivere. Il che ci porta a un caposaldo del genere, Andy Capp.

CREATA nel 1958 da Reginald Smyth alias Reg Smythe per il tabloid «Daily Mirror», in terra italiana la striscia ha avuto un destino schizofrenico: molti la ricordano come un cavallo di battaglia del mensile «Eureka», risposta un po’ frivola dell’Editoriale Corno a «Linus» di Gandini & Del Buono. Ma usciva ogni sette giorni anche su «La Settimana Enigmistica», democristianamente rititolata «Le vicende di Carlo e Alice». Coppoletta scozzese calcata in testa, cicca in bocca e pinta di “stout” in pugno, il “peaky blinder” di Smythe incarnava alla perfezione vizi, passatempi e incertezze di quelle classi disagiate che l’autore aveva visto all’opera nel Dopoguerra in una piccola città del Nord, Hartlepool: fancazzismo cronico, morale elastica, tasso etilico sempre oltre il livello di guardia, un gran talento per le risse e una totale mancanza di rispetto per le donne, in primis la moglie Flo. In pratica, la versione a fumetti delle narrazioni coeve degli «Angry Young Men».

PARTITA come serie di vignette autoconclusive e un design un po’ generico, nel giro di pochissimo la sit-com disegnata di Smythe acquista una forma compiuta e pungente. «Per la prima volta», scrive il critico fumettistico Les Lilley, «un autore aveva avuto il coraggio di mostrare ai lettori la loro vera natura, difetti compresi. E i lettori apprezzavano». Grazie al millimetrico tempismo di Smythe, per l’odissea nella “working class” il successo è assicurato. Nei 40 anni successivi, lo sceneggiatore e disegnatore inglese realizzerà 15.000 strip, tradotte in 14 lingue e distribuite in 1.700 quotidiani in tutto il mondo, di cui 1.000 nei soli Stati uniti, per una platea monstre di 250.000.000 lettori in 52 Paesi. Seguono le “quasi” imitazioni Tommy Wack e Bristow, e poi spettacoli teatrali, una serie tv e tanti omaggi: nel 1993, l’iracondo Capp viene addirittura citato nella quarta stagione de I Simpson dal suo epigono più fortunato, papà Homer. Nel frattempo, però il mondo cambia, e Smythe deve adattarsi, azzerando le baruffe tra Andy e la moglie e togliendo al suo eroe le sue amate sigarette. Poco prima di andarsene, tocca mandar giù un ultimo rospo: la «Mandy Capp» apocrifa, popputa e totalmente dimenticabile voluta dall’editore come erede dell’eroe sulla scia delle Spice Girls. Poi, nel 1998, un tumore chiude ogni questione.

A CONTINUARE la saga a fumetti sono le strisce lasciate in eredità da Smythe al «Mirror» per i due anni successivi. Ma quando anche queste finiscono, l’editor del giornale Ken Layson decide di rimettere in pista Capp affidandolo allo sceneggiatore Roger Kettle e al disegnatore Roger Mahoney, già veterani di strisce quotidiane come Beep Peep e ancora Mandy Capp. E sono proprio queste ultime quelle al centro di Andy Capp – Andy torna in campo, (Signs Books, €20), il corposo brossurato da oltre 200 pagine che segna il debutto in libreria delle strip apparse sul tabloid inglese a partire dall’inizio degli anni 2000.
Un riavvio che a dispetto di ogni dubbio risulta rispettoso dell’imprinting di Smythe, felice e scoppiettante e che arriva al pubblico in un’inedita versione in doppia lingua, con le traduzioni in italiano inserite in didascalia e i testi originali nei balloon. Certo, in ossequio al mutare dei tempi il buon vecchio Andy si è un po’ ripulito, beve con maggior misura e ha smesso di alzare le mani e tampinare le bariste in scena. Ma la verve proletaria, la lingua tagliente e la voglia di raccontare con la massima onestà possibile la vita ai margini della «Cool Britannia» di blairiana memoria restano, e continuano a colpire nel segno: se tutto va bene, anche nei prossimi volumi.




Fonte: Ilmanifesto.it