Gennaio 30, 2022
Da Biblioteca Anarchica
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Lottare per la liberazione delle individualità è un’impresa ardua, sì potrebbe correre il rischio di cadere in contraddizione: se sì è mossi dal desiderio di libertà come si può guardare con occhio critico a ciò che promette di liberare le individualità? Questo scritto intende fare luce proprio sulle radici di questa libertà per la quale si dice di voler lottare, non si scandalizzi, quindi, il lettore che si approccerà a questo scritto se si pone in discussione una di quelle battaglie che dice di voler liberare l’umanità dalla schiavitù dei generi. Questa riflessione sarà incentrata sull’analisi del movimento femminista storicamente dato, posto che chi scrive è convinto vi siano diversi e multiformi approcci alla questione che si intende qui trattare e che non esiste un solo pensiero femminista. In ogni caso è forse giunto il momento di emanciparsi dall’emancipazione.

Nell’occidente moderno il femminismo inizia ad affermarsi attraverso le lotte di alcune donne che reclamavano il diritto di voto. Questi approcci non furono scevri da critiche anche severe, non solo da parte, non solo dai maschi-padroni o, in generale, da una società patriarcale nella quale anche molte donne riproducevano col loro pensiero e le loro azioni riproducevo, la supremazia maschile, infatti una delle critiche più interessanti, giunge da Emma Goldman. La donna più pericolosa d’America parlando di quel tipo di femminismo, riteneva che esso aveva condotto la donna ad una semplice emancipazione esteriore che la rendeva un essere puramente artificiale. Ad esempio le donne che, ed usiamo il presente poiché la situazione non appare ad oggi mutata, riescono ad assumere incarichi importanti, lo fanno mettendo a dura prova le loro capacità fisiche e psichiche, quelle che, invece, lavorano in fabbrica hanno solo sostituito alla schiavitù della casa quella del lavoro e, intanto, tutte vivono nel terrore di amare un uomo che non sia socialmente alla sua altezza, esse temono, anzi, che l’amore possa privarle della libertà e che la matemnità possa essere d’intralcio per il loro lavoro. Le suffragiste, nei primi del Novecento, sostenevano che una politica in cui le donne potevano ottenere più spazio, poiché si esprimevano tramite il voto, avrebbe portato ad un miglioramento della politica medesima. La donna avrebbe scelto, senza dubbio, i migliori politici, quelli moralmente incorrotti, quasi come se la donna non fosse di questo mondo, ma un essere divino privo della capacità di sbagliare. La Goldman, a tal proposito, faceva riferimento allo studio di tale Helen Summer autrice di equal suffrage, opera in cui emerge il ruolo di donna intesa quale spia politica “curiosa degli affari privati della
gente, non tanto per il bene della causa quanto perché, come ha detto una donna del Colorado “si divertono a entrare in case dove non sono mai state e a scoprirvi tutto quello che possono, questioni politiche o di qualunque altro genere”. Le condizioni di cui parla la Goldman non sono forse tanto mutate, e allora, ci si potrebbe chiedere, ha ancora senso oggi portare avanti una battaglia per la liberazione della donna. Se questa battaglia non è inserita in una vasta idea di distruzione dell’esistente come ci sì può illudere che il sistema in cui viviamo, per mezzo di una battaglia esclusivamente femminista, potrà condurre ad una vita realmente libera per le donne? Ad ogni modo, ripercorrendo ancora lo sviluppo storico del femminismo arriviamo agli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso.

A tale proposito è interessante notare che proprio quando in Europa si erano diffuse determinate pratiche rivoluzionarie iniziava a imporsi, nelle piazze, il femminismo. Occorre ribadire che questo non va certo inteso come movimento unico, vi erano al suo internto tante “correnti” ma anche vari tratti abbastanza diffusi e comuni, se vogliamo trasversali; per esempio molte femministe si battevano nelle aule dei tribunali, spesso, non per la mera libertà di una compagna ma al fine di far riconoscere, alla corte, lo stupro come atto di violenza e non come azione offensiva nei confronti della morale e del pubblico decoro. In poche parole chiedevano allo stato di vendicarle infliggendo, all’uomo violentatore, una forte pena.

Anche oggi, a dire il vero, si conserva traccia di questa tradizione. Leggiamo ad esempio in un recente comunicato “che una rete di solidarietà femminista ha trasformato il processo in occasione per mettere a nudo come i tribunali riproducano la violenza sessista sulle donne” ci si attende quindi, ancora oggi, un riconoscimento dai tribunali? Non sono forse i tribunali “per diritto” il luogo dove si perpetua una parte non indifferente della violenza degli sfruttatori sugli sfruttati?

Ritornando ancora, agli anni ’70 in molte posizioni femministe, malgrado esse dichiarassero l’importanza della donna, ne sottolineassero la forza e la capacità di emancipazione, nei fatti smentivano tali dichiarazioni di principio poiché, nelle loro battaglie politiche, spesso la donna appariva quale vittima de difendere e tutelare rispetto alla violenza patriarcale del maschio.

Una delle tematiche molto care alle femministe di allora, come di oggi, è dunque quella dello stupro. Questo si annida ovunque, poiché uomo sarebbe, per sua natura, stupratore mentre la donna eterna vittima innocente. Addirittura molte femministe, di ieri e di oggi, considerano la penetrazione stessa un atto di dominio, una pratica umiliante cui sottrarsi e da neutralizzare definitivamente, salvo riprodursi tramite la tecnologia. Poche volte, in relazione a questa tematica, si fa riferimento al capitalismo che rende il rapporto amoroso una questione di dominio e distruzione; la colpa, per le femministe, risiede sempre nel maschio stupratore per vocazione, per natura, per costruzione sociale ma sempre unica e vera causa dello stupro. Le femministe, vedendo ovunque stupro, ne fanno in pratica un modello di interpretazione cui rapportare ogni azione umana per questo le donne entravano ed entrano nei tribunali per accusare e difendere, così facendo si pongono sul piano della moralità e della giustizia. Esse sostengono che lo stupro non è stato mai adeguatamente punito ma, se volgiamo lo sguardo al passato, la violenza sessuale era perseguita duramente, basta pesare alle numerose pene previste: lapidazione, accecamento, castrazione. La severità della pena era legata, in particolare, all’idea che lo stupro avrebbe potuto mettere a repentaglio la sacralità del matrimonio. Se consideriamo anche come l’accusa di stupro sia “servita a regolamenti di conti personali, razziali o politici, particolarmente contro i rivoluzionari” è evidente che la repressione dello stupro non è il modo migliore di far regredire questo fenomeno. Le sfilate nei tribunali di ogni sorta, dove si scandagliano le abitudini sessuali di vittima e carnefice, dove si cerca di far emergere la depravazione di un singolo, mettono a nudo in buona sostanza l’agghiacciante solitudine di questa società fondata sulla incomunicabilità, sull’ossessione e la paura del sesso. Effettivamente, paura del sesso e ossessione del sesso hanno una medesima matrice che risiede nella società in cui non si comunica, dove si vive isolati gli uni dagli altri, dove non si è disposti a capire ma a perdonare o punire, al più rieducare. A sostenere questa comune matrice vi è la tendenza, ancora oggi diffusa, che vede taluni soggetti non desiderare liberamente, e si colpevolizza facilmente chi, invece, prova a manifestare il proprio desiderio sessuale. Nel testo Miseria del femminismo si evidenzia come negli anni Settanta le donne venissero ridotte a immagine, assimilate al consumo di rapporti legati al loro aspetto fisico, ovviamente anche oggi questo discorso risulta tristemente valido, tuttavia le femministe che vedono ovunque lo stupro in realtà, continua il testo sopra citato, non fanno altro che concretizzare la paura e il rifiuto del desiderio sessuale, ed è per questo motivo che molte femministe, ancora oggi, considerano stupro anche “il rimorchiare, la proposta sessuale o lo sguardo «che spoglia» si denuncia una situazione in cui la donna è ridotta ad oggetto di consumo. Ma in verità è il fatto stesso di desiderare che viene attaccato”.

Negli anni Settanta era molto sentita e praticata l’idea del mutuo soccorso, si organizzavano aborti, quando ancora erano illegali in molti paesi, seminari per la cura del proprio corpo, reti di solidarietà per le vittime di stupro, così facendo il femminismo creava una rete assistenzialista che è poi sfociata nell’istiuzionalizzazione dei vari centri anti-violenza e per la salute della donna, in buona sostanza ci si è posti al fianco dello stato, lo si è supportato in caso di carenze. Effettivamente le battaglie sostenute nella tumultuosa era degli anni Settanta erano numerose e non solo legate alla sfera della salute corporea della donna. Molte si battevano per far sì che venisse riconosciuta, sui luoghi di lavoro, una uguale percentuale di presenze maschili e femminili ma queste, assieme ad altre rivendicazioni, non delineano l’idea di donna come essere debole da tutelare per decreto? Tali battaglie parziali andavano con frequenza a porre in discussione il capitalismo o forse si incentrano di più sulla lotta al patriarcato? Nel frattempo i padroni non stavano di certo a guardare. Occorre ricordare che anche il capitalismo stesso non va inteso come struttura unica ma insieme di spinte contraddittorie al proprio interno. In quel dato momento storico, sul mercato, era necessaria la presenza di individui disposti a lavorare senza magari troppi impegni familiari e non necessariamente dotati di forza fisica rilevante. La famiglia patriarcale era un intoppo per il capitalismo. I padri di famiglia non erano più la tipologia di lavoratori maggiormente richiesta, la tecnologia aveva realizzato loughi di lavoro dove non era più imprescindibile la forza fisica grazie all’uso sempre più massiccio delle macchine. Partendo da questo ragionamento, a chi era di maggiore intralcio la società patriarcale? Chi ha favorito l’immissione massiccia delle donne sui luoghi di lavoro? Certo le femministe degli anni Settanta, forse, non sognavano questa emancipazione che ha portato alla “femminilizzazzione” del lavoro tuttavia, pare evidente che il capitalismo avrà di sicuro ringraziato le femministe “fornitrici” di manodopera motivata ed efficiente, pronta a mostrare il suo valore sul mercato, disposta a numerosi sacrifici pur di mostrarsi adeguata al compito che le è stato assegnato, vogliosa di mostrarsi brava quanto se non più dei maschi. Risulta qui utile ricordare che il capitalismo differenzia le persone soprattutto in base alla loro funzione nelle attività produttive, poco importa se si tratti di maschi o femmine, se si è primi ministri di un ricco paese o di una forte istituzione internazionale. Ad oggi, ancora qualcuno è convinto che quel tipo di donna che riveste determinate funzioni, sia considerata moglie e madre, oppure soggetto capace di produrre ciò che il capitalismo si aspetta?

Le vittorie del femminismo hanno dunque rafforzato capitalismo e democrazia.

Negli anni Settanta ci sono state battaglie come quelle che hanno portato a delle forti vittorie della democrazia, sarebbe inutile negarlo. Lo stato ha calmato gli animi, ha rassicurato le piazze mostrando che se ci si mobilita nella “giusta maniera” qualche legge per le donne, come aborto e divorzio, si può ottenere; in questo modo non si rafforza, però, la fiducia nelle Istituzioni? Fiducia che proprio allora andava scemando! Le conquiste degli anni Settanta si sono consolidate e diffuse negli anni Ottanta, quando una certa serenità e, soprattutto, un dato disimpegno venivano a manifestarsi e forse non è un caso che proprio sul finire di questo decennio, spuntano negli USA nuove teorie come quella del cyber femminismo da cui emerge un valore positivo, presunto, affidato alla biotecnologia e alla scienza della comunicazione. Ci si potrebbe dunque chiedere, mentre un tempo si invocava il voto alle donne perché esse avrebbero rigenerato la politica, oggi si invoca la presenza di donne nei laboratori inseguendo lo stesso principio: ossia dove c’è una donna le cose vanno meglio, ma chi scrive ritiene di estendere le critiche fatte a suo tempo dalla Goldman, rispetto al significato dato dalle suffragiste al voto alle donne, anche a questa idea di presenza maggiore delle donne nella scienza.

Attualmente oltre a questa teoria si segnalano anche altre tendenze nuove come quella dello xenofemminismo ma anche l’accellerazionismo. Molte di queste tendenze vedono nella tecnologia una risposta: se la natura sbaglia la correggiamo, sostengono le xenofemministe. Nel loro manifesto leggiamo testualmente “XF vuole schierare strategicamente esistenti per riprogettare il mondo”. riprogettare quindi, non rivoluzionare. Per le xenofemministe è possibile progettare delle tecnologie “utili a lottare contro la disparità di accesso agli strumenti di riproduzione e farmacologici, contro il cataclisma ambientale, l’instabilità economica, così come pericolose forme di lavoro non retribuito/sottopagato”. Ebbene ci si chiede come sia possibile progettare in un una società capitalista, questo tipo di tecnologia? Quest’ultima non sarà sempre frutto dello sfruttamento in cui si genera, oppure ancora ci si illude che, se a fare questi progressi sono donne, trans o individualità non binarie, tutto andrà per il meglio? Vale anche in questo caso la critica sollevata dalla Goldman alla presenza delle donne in politica. Mentre sia Haraway, sia lo xenofemminismo condannano la purezza della donna, entrambi în verità cadono in contraddizione perché non si capisce per quale motivo, se a progettare un mondo nuovo saranno donne trans ed i non binari, questo progetto potrà essere migliore. Ad onor del vero le xenofemministe ogni tanto si ricordano di parlare del capitalismo e così si esprimono: “Prendere le distanze, o ripudiare la macchina capitalista non la farà sparire”, tuttavia pare proprio che per le XF si possa contrastare il capitalismo con le stesse armi che esso ha forgiato e che tiene saldamente in mano e nel contempo ritengono che “il sesso e il genere esemplificano il fulcro tra norma e realtà, tra libertà e costrizione” ma basta davvero l’abolizione del genere per cotruire una società migliore? Se si riuscisse ad abolire il genere chi ci assicura che le disparità sociali verranno, per magia, eliminate? Forse il capitale, o una parte di esso, non vede poi di cattivo occhio l’abolizione del genere, ciò potrebbe significare maggior numero di lavoratori, così come è accaduto per l’emancipazione femminile che ha riversato sul mercato tanti lavoratori desiderosi di fare più e meglio. Le xenofemministe parlano, chiaramente, della necessità di riprogettare non solo la tecnologia ma anche l’economia, ossia quella scienza che il capitalismo ha creato per darsi una giustificazione.

Il loro progetto è, tuttavia, quello di operare “una frasformazione che procede con sussunzioni mirate che si infiltrano a poco a poco, piuttosto che un ribaltamento immediato; si tratta di una trasformazione che è una Costruzione deliberata, che tenta di sommergere il patriarcato capitalista e suprematista bianco in un mare di procedure che ne indeboliscano il guscio e ne smantellino le difese, per costruire un mondo nuovo dai resti”. Una volta che si saranno create queste infrastrutture egemoniche si potrà finalmente, per le xenofemministe, affermare e praticare la massima “Se la natura è ingiusta, cambiala!”

Cultura repressiva del post-femminismo

Il Novecento ci ha lasciato questa spiacevole eredità. I movimenti rivoluzionari, quando degenerano verso la sconfitta e si assiste alla rimonta della reazione, lo fanno continuando a spacciarsi per sovversivi, anzi, accentuano ed estremizzano la loro retorica, passando alla repressione e al terrorismo più spietato verso chi sospettano di tradimento (quando i traditorì sono invece loro). Un caso di scuola è lo stalinismo.

Il linguaggio femminista odierno pare proprio ricostruire l’immagine della vittima, di colei che se ubriaca non può fare sesso, poiché “se lei è ubriaca vuol dire no” oppure se lui tradisce è come se la stuprasse perché minerebbe la capacità di pieno consenso da parte della donna. Ebbene, tutte queste e tante altre norme paiono non voler liberare la donna ma proteggere la sua purezza, spesso per la conservazione della coppia monogamica.

Posizioni simili sono parte della svolta reazionaria in corso e in un tutt’uno con il successo delle forze politiche xenofobe, con il ritorno di fiamma dei clericali della peggiore specie (le liste contro l’aborto, misogine, trans fobiche). Ma sono soprattutto i piccoli costumi diffusi di tutti i giorni che marciano verso la reazione: il tuo compagno di classe figlio di sessantottini che si sposa in Chiesa a vent’anni, il rapporto proprietario che tanti giovani bulli hanno con la “propria” donna, il razzismo sempre più diffuso anche tra i settori più poveri della popolazione.

Questa ondata reazionaria ci coinvolge tutti. Non basta radicalizzare il linguaggio per esserne esenti. Anche se con un linguaggio apparentemente opposto, radicale, cattivo e pieno di parole che non capisce nessuno, chiunque lotta per una minore libertà è parte dell’ondata reazionaria. Non lo sa – anche i burocrati sovietici credevano di lottare per il socialismo – ma è di fatto nel fronte di coloro che vogliono le donne e gli uomini meno liberi.

Non è un caso che questo nuovo femminismo provenga dagli USA e che emerga dal deserto delle sconfitte storiche del movimento operaio del Nord America: dalle persecuzione dei red scare, con deportazioni uccisioni e torture degli anarchici fino maccartismo che perseguitava i comunisti in vista del pericolo sovietico. Ci fu, ad esempio, una vasta caccia alle streghe nel mondo del cinema. Se si pensa alla produzione di Chaplin e ai successivi film western, nonostante l’avvento del colore, si può apprezzare l’involuzione culturale che hanno subito gli USA. Sembrano proprio opere di paesi differenti!

In questo contesto, quando negli anni Sessanta esplode una nuova ondata di libertà questa non può assumere connotati marcatamente anti-statali e anti-capitalisti. Non lo può perché, da un lato, era saltato il passaggio del testimone, e non lo può perché, semplicemente, era ancora vietato in molti Stati usare termini come “lotta di classe”, “anarchia” o “comunismo”. In piena guerra fredda, se volevi fare il professore universitario era meglio che ti dedicassi agli studi di genere piuttosto che al socialismo. Nell’altro caso, semplicemente la tua carriera sarebbe stata stroncata.

Ma poiché il conflitto sociale è una potenza difficile da domare, in America essa sì è scatenata in mille rivoli diversi: dalla lotta contro la guerra in Vietnam, alla sommosse degli afro-americani, alla rivolta di Stonewall. Sono state esperienze fondamentali, e per taluni anche dolorose e letali, nelle quali gli oppressi hanno potuto identificare la natura della loro oppressione e il nemico da abbattere. Sono due aspetti essenziali affinché un movimento di protesta si faccia pericoloso e rivoluzionario. Ma ne mancava ancora uno: una visione di insieme della macchina oppressiva, cioè una teoria rivoluzionaria intorno al capitalismo e al ruolo che in esso svolge lo Stato. In assenza di questa, le rivolte afro, le proteste gay e lesbiche, le mobilitazioni studentesche non hanno potuto portare l’attacco al cuore della società nordamericana. Non basta parlare di convergenza delle lotte, serve un orizzonte nel quale questa convergenza prenda significato.

Bisogna purtroppo, riconoscere che in questo mezzo secolo negli Stati Uniti si è andato formando un blocco di potere tra working class bianca eterosessuale e padronato conservatore. Le lotte antagoniste si sono ridotte ad essere lotte delle minoranze, non scalfendo questo blocco, anzi forse rafforzandolo. Oggi viviamo esperienze simili in Europa. Se noi riportiamo in Italia le idiozie teoriche americane, faremo la stessa fine. Questo blocco durerà anche da noi per i prossimi cinquant’anni.

Uno dei fondamenti teorici di questa degenerazione del movimento lo vediamo nell’importazione di una ideologia che più che libertaria è semplicemente liberal.

Lo vediamo, per esempio, nella critica delle assemblee. La nostra critica alle assemblee nasceva dal rifiuto di farci sottomettere alle prudenze politiche delle stesse. Noi vogliamo fare un’azione, anche se l’assemblea ce lo vieta – per dirla banale banale. Oggi invece si è formata un’area che critica l’assemblea dal lato opposto. L’assemblea non deve sovra determinare le sensibilità di ciascuno. Non più: me ne fotto dei divieti dell’assemblea. Bensì: tutti i membri dell’assemblea devono essere succubi delle ansie di ciascun membro. Non alzare il tono di voce, non intervenire troppo, non fare riferimento alla tua esperienza nella tenzone tra posizioni legittimamente diverse, non spingere sull’acceleratore dello scontro duro… rispetta le paure di tutti. In buona sostanza, non fare un cazzo. L’assemblea che diventa seduta di terapia di gruppo.

Queste posizioni rimandano ad un malinteso circa il concetto di individualismo. L’individualismo anarchico non è una forma di timido rispetto delle sensibilità di ogni individuo, ma egoismo stieneriano o se vogliamo volontà di potenza nietzschiana. Questo, invece, è l’individualismo della concezione liberal anglosassone: ogni individuo è un cittadino degno di diritti e tutelato da una sfera di sensibilità inviolabile.

Questo anarco-sensibilismo totalmente a-teorico genera un cortocircuito. Infatti, se prese dal punto di vista delle sensibilità, è evidente che ciascuno ha le sue. Il risultato è il conflitto tra le sensibilità che porta ad una paralisi operativa.

Questo genera una lunga sequela di polemiche tra i membri di questo approccio sensibilista all’anarchia. Dal punto di vista delle sensibilità non se ne esce. Necessita una visione d’insieme del nemico, che è lo Stato ed il capitale, non un fantasmagorico dominio del privilegio contro un altrettanto fantasmatico universo delle sensibilità, naturalmente contraddittorie, dell’individuo.

Ci si potrebbe chiedere: cosa c’entra la cultura liberal con l’Inquisizione alla quale tendono alcune pratiche “femministe” di oggi? Per noi europei in effetti la cosa ci pare contraddittoria, bisogna fare uno sforzo e immergerci nella cultura americana per capire da dove vengono queste derive. La società statunitense è al contempo il più grande regime liberale del pianeta e il paese occidentale dove è più diffuso il fanatismo religioso.

C’è un romanzo ultra moralista che può aiutarci a comprendere la società nordamericana in nuce, La lettera scarlatta. Nel suo moralismo, Hawthorne esplora i temi della grazia, della legalità e della colpa. Ad un certo punto si scopre che lo sporcaccione era il reverendo del paese (vatti a fidare del prete!)

La dinamica della frazione degenerata del femminismo di cui parliamo oggi è proprio la dinamica da lettera scarlatta. La cultura della lettera scarlatta, invece, ci parla di una società dove la comunità è unita in un tutt’uno con le istituzioni contro l’individuo peccatore-criminale. Peccato-crimine sono identificati nel fanatismo protestante (e sono spesso peccati-crimini sessuali!), così come in esso sono identificati successo economico-gloria divina, una religione perfetta per la società capitalista nascente. Così oggidì abbiamo dall’alto della sua purezza, come un tempo le suffragiste volevano purificare la politica, censura chi ritiene non degno di esprimersi perché moralmente impuro. In fondo un certo modo di fare non è mai cambiato. Ci sì può in ultima analisi, chiedere: ma in queste lotte parziali dove cì si scaglia con forza contro il patriarcato, si parla di individualità o si mira a distruggere il genere? Ma non si corre il rischio, distruggendo i generi, di fornire ancora una volta, una bella mano al processo omologante del capitalismo, che sogna indubbiamente una continua semplificazione dell’umano?

Mentre saremo impegnati in questo processo di beatificazione aspettando la santità che ci permetterà di attuare poi la rivoluzione attraverso un evidente processo determinista, la rivoluzione ci aspetterà? Intanto mortifichiamo la carne peccaminosa e l’intelletto prima di poterci dire rivoluzionari, cantiamo il mea culpa e facciamoci rieducare da chi detiene il potere del nuovo linguaggio purificato dal peccato del genere, avremmo creato la nuova chiesa laicotransfemminista e il capitale ci ringrazierà calorosamente come solo esso sa fare con le tante lotte parziali, compreso il femminismo storicamente dato, che hanno rimandato a data da destinare la rivoluzione.

Che cosa si dice oggi.

Nel luglio 2019 due donne sono state nominate al vertice d’Europa. Ursula Von der Leyen è stata eletta presidente della Commissione Europea. Da Ministro tedesco fu tra le iene che si spolparono brandelli di Grecia al tempo della crisid, tanto che persino un uomo come Schäuble – il dottor Stranamore dell’Europa della finanza – dovette prendere le distanze da talune affermazioni. Christine Lagarde è stata nominata direttrice della BCE. Di lei sappiamo già tutto: ha diretto il Fondo Monetario Internazionale. La notizia di per sé lascia il tempo che trova. Per noi si tratta di due nemiche, a prescindere dalla conformazione dei loro organi geniali. Se non che, intorno a queste due figure e ai loro corpi, si è scatenata una oscena campagna ideologica da parte di coloro che in-formano l’opinione pubblica progressista: Due donne per combattere i populisti! Da Greta a Ursula: 100 donne che salveranno il mondo. La mummia di Prodi che risorge per dire che anche in Italia serve un governo-Ursula. Evviva! Quasi che per il solo fatto di avere delle donne al vertice rendesse la Banca Centrale Europea e l’Unione Europea delle istituzioni meno odiose.

Ci saremmo aspettati da parte del femminismo radicale una qualsivoglia reazione. Ci saremmo aspettati una presa di posizione nei confronti di un uso così disinvolto della questione di genere da parte del potere. Ci saremmo aspettati un’analisi sui rischi del recupero delle lotte delle donne nella società capitalista contemporanea e delle proposte per ovviare a questi pericoli. Ci saremmo aspettati anche una autocritica rispetto ad alcuni luoghi comuni (o magari una difesa degli stessi). Niente di tutto ciò, piuttosto se si ha voglia di leggere i temi caldi dell’odierno femminismo ci sì può affidare alla rete. Facilmente si possono trovare numerosi siti tematici, gruppi di azione femminista che tramite blog e/o social vari ci informano di quelle che somo le loro lotte, le loro azioni, le loro posizioni.

Attualmente gli opuscoli femministi mostrano ancora una profonda attenzione rispetto al linguaggio da utilizzare, invece di vittima si parla di persona sopravvissuta, invece di stupratore si parla di autore di violenza. Non che una riflessione linguistica sia da bandire o da prendere in scarsa considerazione ma, talvolta, pare vi sia una attenzione maniacale che fornisce alla parola un valore quasi magico-rituale: se uso una data parola al posto di un’altra, la realtà si modificherà, se per caso durante una assemblea a cui partecipano femministe e simili un compagno maschio utilizza la parola “cazzo” potrebbe succedere la fine del mondo! Ad ogni modo le riflessioni portate avanti in molti casi, lasciano stupiti per la particolare attenzione alla condanna di numerose violenze, gli autori di tali opuscoli contemporanei tentano di far osservare al lettore, le questioni da punti di vista decisamente diversi, per esempio nell’opuscolo Violenza sessuale negli ambienti anarchici, Critiche e suggerimenti sui modi di affrontarla. Una raccolta di testi dove si legge testualmente “Per la maggioranza delle persone anarchiche, la polizia è un nemico senza volto. Non immaginiamo i poliziotti mentre mettono i loro figli a letto la sera, non ci raccontano barzellette mentre beviamo assieme una birra, non ci mettono di fronte alla contraddizione della loro umanità. Questo invece accade rispetto alle persone che sono chiamate in causa per violenza negli ambienti anarchici. Un aspetto che molti autori delle violenze usano pienamente a proprio vantaggio”. Un paragone davvero azzeccato: anarchici e forze dell’ordine!

Certamente in questi scritti gli anarchici sono dipinti spesso a tinte fosche, i luoghi in cui vivono sono quelli in cui si opera spesso, molto spesso, la violenza di genere anche perché “quella che viene definita “comunità anarchica” è forse più accuratamente descritta come una sottocultura giovanile “Questo se vogliamo descriverla per quello che realmente è, anziché definirla in base alle nostre fantasie”. Chi scrive ritiene che questa affermazione trovi commento da sé, come anche quella per la quale gli anarchici sarebbero quasi tutti privilegiati perché maschi bianchi della classe media. Verrebbe da dire: evviva la fiera dei luoghi comuni, oltre a queste infelici uscite se ne potrebbero registrare molte altre, ad esempio l’idea di un nemico interiore da distruggere che sarebbe, si può facilmente presumere, il patriarcato che alberga negli individui (i più esposti dovrebbero poi essere soprattutto i maschi o più in generale gli eterosessuali). Ad ogni modo, agli anarchici spesso si rimprovera di difendere chi ha operato la violenza, anziché chi la ha subita. Certo un gruppo di persone che si dice anarchico che accetta la presenza di stupratori al proprio interno e allontana la vittima della violenza è davvero un gruppo di persone con cui non avere a che fare, ma se si prova a guardare da un’altra prospettiva le cose, allora, ci si rende conto che per taluni estensori di simili opuscoli che stiamo prendendo in esame esistono dei veri e propri dogmi di fede, in primis DEVI CREDERE A CHI DICE DI AVER SUBITO VIOLENZA. Questo atto di fede è giustificato con forza in base alla seguente considerazione: dato che nessuno tenderà a credere alla donna che ha subito violenza allora noi che siamo buoni e cari, dobbiamo per forza crederle. Sicuramente, chi ha subito violenza ha difficoltà, in molti casi, ad essere creduto, ascoltato ed è oltremodo plausibile che la persona in questione possa avere delle difficoltà nel parlare della violenza, tuttavia, per quale motivo si deve credere a priori ad una donna che dice di essere sopravvissuta (per usare i termini cari all’attuale femminismo)? Davvero dobbiamo credere per forza a chi è considerato in posizione di iniziale svantaggio perché non gode dei privilegi maschili? Ma non viene in mente mai a queste femministe che l’assolutismo, il dogma di fede rischia di fa scivolare tutti quanti noi in una realtà accusatoria pazzesca? Non viene in mente mai agli estensori di simili opuscoli che a volte esiste la vendetta attuata tramite l’invenzione che sostenuta dal dogma di fede proposto, crea una fortissima arma politica: basta dire che una persona scomoda ha agito violenza per toglierla di mezzo e allontanarla da ogni civile consesso.

Quali sono le intenzioni dunque? Ci sarebbe molto da dire ma chi scrive vuole lasciare agli eventuali lettori una chiave interpretativa personale, rispetto alle conseguenze del TU DEVI CREDERLE. Da queste affermazioni si ricava che se una donna, trans, lesbica afferma che un maschio ha operato violenza su di lei, occorre crederle necessariamente e attivarsi per mettere in moto tutta una serie di procedure che sono minuziosamente descritte in molti documenti che forniscono una risposta chiara e netta sul da farsi e che si potrebbe riassumere in poche parole: rieducare o allontanare. Questi opuscoletti forniscono, come detto prima, delle chiare norme comportamentali, insomma dicono come comportarsi in caso di violenza e lo fanno in maniera precisa e chiara: forniscono insomma una sorta di sicurezza in più in questo mondo travagliato: basta seguire le indicazioni, la procedura e tutto andrà meglio. Fra le varie raccomandazioni si ricorda l’opportunità di assicurarsi che la persona non sia in pericolo fisico, far prestare eventuali cure mediche ecc. Spiccano alcune raccomandazioni inviate, non si capisce perché, solo ai maschi: “Aggredire l’autore della violenza farà sparire la violenza avvenuta? La sua sofferenza cancellerà la sofferenza della persona sopravvissuta? (…) Non stiamo parlando delle risposte che le persone sopravvissute, donne in particolare, possono decidere di intraprendere. Se delle donne, in quanto maggioranza, delle persone sopravvissute, decidono di rispondere collettivamente in un modo che implica violenza, o chiedono a dei sostenitori uomini di prendere parte a quella risposta violenta, questo è qualcosa che le stesse donne e persone sopravvissute devono gestirsi da sole. Per quanto riguarda gli uomini che stanno supportando una persona sopravvissuta, tuttavia, è assolutamente necessario che mettano da parte il loro desiderio di vendetta maschile e interrompano il ciclo della violenza maschile”. In poche parole i maschi devono farsi da parte, anzi devono al più fungere da ancelle al servizio del volere femminile. Il desiderio di vendetta e la violenza sono solo maschili. La storia è quindi priva di esempi di vendetta femminile o violenza femminile, oppure stiamo credendo ancora che le donne che agiscono in determinate maniere riflettono su di sé e nei loro comportamenti la cultura patriarcale? Forse non sarebbe il caso di lasciar perdere l’idea di voler attribuire per forza un genere alla violenza? Eppure non sono le femministe quelle che dicono di voler distruggere i generi mentre ancora parlano di violenza e vendetta maschili? Se si riuscisse a fare un discorso sugli individui al di là di quelle che sono le preferenze sessuali, non sarebbe forse un passo in avanti per sbarazzarci, realmente, del mondo che non ci piace, piuttosto che lasciarsi prendere dall’isteria collettiva che vede nel maschio, nell’etero, il problema da abbattere? Le odierne femministe e loro sodali si preoccupano però di fornire tutta una serie di indicazioni, autentici protocolli, alle sopravvissute per affrontare il trauma: scrivere una lettera alla persona che ha agito violenza oppure non parlarle mai più; chiedere aiuto ad amiche o gruppo di auto — fare cose rilassanti come andare in bici, fare yoga ecc. A parere di chi scrive, ancora una volta questi opuscoletti ci forniscono una immagine di donna debole e continuamente bisognosa di luoghi tranquilli e delle amiche, insomma non per voler sminuire il dolore che si può provare a seguito di eventi traumatici, ma la donna è dipinta come una ragazzina da fotoromanzo latinoamericano anni Ottanta. L’uomo invece è violento e va aiutato egualmente a capire che la sua violenza è basata sul privilegio maschile insito nella sua mentalità: uomini fatevene una ragione: siete violenti e solo un lungo e tortuoso percorso di crescita emotiva potrà fare di voi dei santi: che sia il caso che andiate tutti a rinchiudervi in qualche monastero? L’uomo dovrà privarsi di tutte le sue tendenze difensive, essere un agnello docile e pentito insomma. Ma anche in questo caso i manualetti femministi forniscono consigli, a dire la verità meno dettagliati rispetto ai protocolli che la donna dovrebbe eseguire, agli uomini chiamati in causa da una sopravvissuta. Sarà la sopravvissuta, se ne ha voglia, a condurre la conversazione e a chiedere o meno delle risposte. L’uomo non dovrà pensare, mentre la donna parla, ad eventuali risposte, sarebbe questa una nociva tecnica difensiva maschile. Occorre che la mente del maschio sia una tabula rasa insomma, egli infatti, non dovrà pensare a come ricorda gli avvenimenti, dovrà solo ascoltare le parole della sopravvissuta che conclude, chi scrive, diventano parola — verità! L’uomo quindi, per essere migliore dovrà essere privo di ricordi, di risposte, pensieri. Questo è quanto ci viene da pensare continuando la lettura di tali opuscoli. Forse seguendo questo percorso il suggerimento che si legge tra le righe è: uomini mortificate di continuo le vostre carni per la purificazione dello spirito, lasciatevi ammaestrare dai protocolli femministi. Le sopravvissute, ancora una volta sono dipinte come quelle che hanno paura di parlare che temono qualcosa, che vivono in un mondo, quello anarchico che sotto sotto appare come tremendo e malvagio, infatti le femministe spesso stigmatizzano quelli che sono i comportamenti che mettono a tacere la sopravvissuta. Come già detto non si può mettere in discussione la sopravvissuta, in alcun modo, ella è la idea da cui discende la verità, chi ne mette in dubbio la sua autenticità è colpevole di far proliferare la violenza. Ci si potrebbe, a questo, punto chiedere: ma se le femministe temono così tanto i cosiddetti “ambienti anarchici” perché continuano a frequentarli? Li vogliono redimere, modificare a loro favore perché non trovano altrove terreno fertile su cui poggiare le loro membra, oppure ci sono altri reconditi motivi sconosciuti a chi non fa parte del consesso femminista? Forse, a questo punto possiamo fornire qualche consiglio: potrebbero le femministe allontanarsi tranquillamente da tutti quegli ambienti che allontanarsi tranquillamente da tutti quegli ambienti che ritengono violenti e per loro pericolosi, nessuno ne sentirà la mancanza, probabilmente. Una auto-esclusione delle femministe non sarebbe una cattiva idea, le stesse infatti, la consigliano calorosamente al maschio che ha operato la violenza e scrivono: “Se lei (la sopravvissuta) o chi la supporta vogliono che tu ti tiri fuori da certi progetti/attività, o che segui un gruppo di aiuto per persone violente o che scriva le tue riflessioni dopo aver letto libri riguardanti la violenza di genere e il consenso, o altro, non metterti a litigare con loro… dà loro quello che ti chiedono”. Ancora, seguendo l’idea di estremo sacrificio per l’ideale, il massimo che ci si possa aspettare dall’uomo violento è che dovrà supportare “l’autonomia della persona sopravvissuta e l’autodeterminazione della comunità anche se senti di essere stato “accusato ingiustamente”. In buona sostanza l’uomo deve sacrificarsi per la dolce donzella e accettare tutto ciò che ella ordina, assecondare cioè ogni sua richiesta. Forse le femministe sognano ancora il valoroso cavaliere medioevale che difende la donna ad ogni costo! Ecco finalmente svelato l’arcano?! Ma ancora le considerazioni non sono finite qui! Non basta punire l’uomo violento, occorre creare spazi sicuri per le sopravvissute e tutti quelli che la supportano, un castello di Atlante potrebbe andare bene? È giusto che le donzelle chiedano all’autore di violenza di diminuire la sua visibilità generale. Questo può voler dire chiedere all’autore della violenza di mettersi significativamente da parte rispetto alle situazioni pubbliche di lotta o di spazi sociali condivisi. Ecco quindi che le femministe svolgono un lavoro degno della migliore Stasi! Ma forse siamo troppo cattivi. In fondo, se diciamo che le femministe sono peggio di un tribunale del popolo e che le loro azioni sono degne di un carcere, dimentichiamo, come si sostiene nell’opuscolo “Lavomatic — Laviamo i panni sporchi in pubblico. Spunti di riflessione sulle violenze di genere nel movimento antiautoritario” che “molte femministe sono impegnate nelle lotte anti carcerarie e scrivono opuscoli conto il carcere”. Le femministe forse non sono così cattive, sono angeli del focolare che talvolta cercano di diventare peggio degli uomini per essere accettate, o meglio per avere del potere perché si sa: “in una coppia eterosessuale l’uomo ha una posizione di dominio rispetto alla donna ma spesso si crea una “atmosfera sessista”. Quando gli uomini parlano di più e più forte delle donne tolgono loro la parola e dicono loro che sono belle e fanno complimenti e bettute e poi dicono di scherzare. Allora cosa fare: che gli uomini indossino una museruola, evitino di parlare altrimenti le donne non avranno possibilità di farlo. La donna ha sempre bisogno dì un supporto, da sola, per come emerge ancora una volta da tali scritti, non riesce a dire la sua perché o assume atteggiamenti maschili (ma chi dice che certi atteggiamenti siano maschili e altri femminili?) Oppure non ha la forza dì urlare e quindi chiede agli uomini di abbassare voce e sguardo. Dobbiamo permettere a tutti di avere in tasca le domande sul consenso per sapere se è lecito o meno avvicinarsi ad una donna. È necessario normare gli approcci dato che nessuno, allora, sarebbe in grado di farlo. Proponiamo la diffusione delle domande sulconsenso, uomini imparatele a memoria. L’uomo, non si capisce perché la donna no, dovrà sempre chiedersi “perché voglio fare sesso?” oppure non si dovrebbe mai “iniziare qualcosa di sessuale con una persona addormentata “anche se lei è la tua compagna. Le domande sono tante, in Italia sono state tradotte dalle originali in lingua inglese alla meno peggio, però ciò che conta è l’intenzione di tale decalogo, presente in diversi formati, ovvero si vuole entrare nelle menti degli individui, trasformali, modificarne i pensieri, entrare nelle camere da letto, vigilare e controllare affinché non vi siano comportamenti non leciti, anche se magari la compagna è la prima a iniziare cose sessuali mentre lui dorme. Ebbene le nostre novelle vittoriane vogliono spiarci e dirci come fare l’amore, dirci come pensare, dirci che cosa dire, dirci come allontanare qualcuno. In epoca vittoriana si facevano rivestire i piedi dei tavoli perché evocavano un pericoloso simbolo fallico, oggi siamo già ritornati a tanto?

Forse sì, nelle menti di alcuni, ma non ci sembra questa nessuna forma di liberazione bensì è questo un esperimento sociale teso a normare i comportamenti, in particolare, negli ambienti anarchici. A noi pare ci sia una volontà di impadronirsi del movimento anarchico, di americanizzarlo. Più in generale c’è la volontà di costruire anche in Europa del sud, un soggetto antagonista all’americana, arcobaleno, antirazzista, femminista, verde, ecc. Una sinistra delle minoranze, destinata, come in nord America e in nord Europa, a perdere sempre. Il successo ben pompato dai media progressisti di fenomeni come quello di Greta e dei venerdì ambientalisti, o delle mobilitazioni di “Non una di meno” ci puzzano un po’ di bruciato. Non crediamo alla dietrologia, ma ci sembra legittimo che esista una parte dell’establishment che voglia sostenere questi movimenti evitando magari che nasca qualcosa di veramente rivoluzionario. La costruzione del linguaggio, infatti, è elemento fondamentale per l’imposizione di una egemonia. Il linguaggio utlizzato è sempre più incomprensibile. Si tratta di un linguaggio escludente. Alcune parole sono semplicemente sostitutive di altre esistenti. Avere un linguaggio da Herry Potter aiuta a costruire una separazione con i Babbani. Come dai tempi di Egitto e Babilonia, ogni casta che mira al potere, costituisce un linguaggio, una scrittura, una sapienza di cuì è esclusiva detentrice. L’operazione serve per la stabilizzazione del proprio ruolo sacerdotale e a custodia del proprio potere. C’è poca speranza che lo capisca un migrante, o magari anche un operaio bianco che torna dal cantiere. Tale operazione pare fare ricorso a modalità standardizzate, si presentano magari libri di argomento femminista e per farlo si usa una formula ripetitiva: prima c’è la presentazione del libro; poi c’è il workshop separatista al quale possono partecipare solo donne e trans. Insomma il valore meramente storico-editoriale dei brani riportati sembra venire subordinato alla creazione di un’area politica. Si usa il pretesto del libro per formare una corrente a margine delle presentazioni. Sempre citando il vademecum in ventiquattro punti scritto da sedicenti “donne in lotta” nel quale si domanda all’interlocutore cose del tipo: “quando ti innamori, la prima cosa che ti attira è il sesso?”. Oppure “ti capita mai di avere delle pulsioni incontrollabili?”, e ancora “perdi interesse verso il partner quando non ti attrae più sessualmente”? Ma che razza di schifo è diventato, ma forse lo è sempre stato, il femminismo? La richiesta di avere sesso solo in cambio di amore? Il salvaguardare l’istituto della coppia a prescindere dal fatto che l’altra o l’altro per me non ha più alcuna attrazione? Peggio ancora: il combattere le pulsioni incontrollabili! Evviva il controllo!

Certo dopo aver letto questo scritto molti ci accuseranno di essere nemici delle donne ma questo non ci può impedire di guardare dritto alla questione, come diceva una nostra compagna.

Bolletino n. 4

Biblioteca Spazio Anarchico Lunanera

[5] Cfr. Goldman, Emma Anarchia femminismo e altri saggi La Salamandra, Milano, 1976 pag 166

[6] E. Goldman, Amore Emancipazione tre saggi sulla questione della donna Ipazia, Catania, 1976 p. 28

[7] 30.12.19

[8] Cfr. D. Kamarazov, Miseria del femminismo edizioni Anarchismo, Trieste, 2009 pag. 28

[9] Cfr. Ivi pag. 28

[10] Ivi pag. 47

[11] Un sé postmoderno riassemblato come rigeneratore del capitalismo, in Bollettino n.3 Biblioteca Spazio Anarchico Lunanera, pag. 38, dicembre 2019

[12] 30.12.19

[13] Ibidem

[14] Ibidem

[15] Ibidem

[16] Ibidem

[17] Ibidem

[18] 30.12.19

[19] Ivi pag 11

[20] Ivi pag 31

[21] Cfr. Ivi pag 17-19

[22] Cfr. Ivi pag. 36

[23] Cfr. Ivi pag. 38

[24] Ivi pag. 48

[25] Cfr. Ivi p. 50

[26] Cfr. Ivi p. 52

[27] Cfr. Ivi p. 52

[28] Cfr. Ivi p. 64

[29] 30.12.10

[30] Ivi p. 31

[31] Cfr. Ivi p. 10

[32] Cfr. Ivi p. 22

[33] Cfr. Ivi p. 26




Fonte: Bibliotecaanarchica.org