Novembre 10, 2021
Da Biblioteca Anarchica
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Introduzione

Il libro di Escudero affronta la questione delle tecniche mediche di procreazione da un punto di vista radicalmente critico rispetto alle tecnologie. Il suo sguardo è quindi, in parte, anche il mio. Il sistema tecno-industriale che avvelena le nostre vite e la terra va analizzato, criticato e combattuto. Il libro di Escudero va in questo senso, condanna la mortifera avanzata della tecnologia, del capitalismo che tutto vuole mercificare e addita i suoi sostenitori e falsi critici. Ma manca qualcosa.

Dalle prime righe della prefazione ci viene detto che la pubblicazione di questo libro, in Francia nel 2014, ha provocato un’accesa polemica che vede l’autore al centro, tacciato di antifemminismo e omofobia. Il “collettivo resistenze al nanomondo” che ha curato l’edizione italiana ci chiede in tono provocatorio: “ma cosa avrà mai scritto Alexis Escudero per sollevare tanto sdegno?”, la risposta sembrerebbe stare nel fatto che ha osato coraggiosamente infrangere il dogma del “politicamente corretto”.

Io ho un’altra analisi, e con questo testo vorrei mostrare cosa ci sia di contestabile nel libro di Escudero, e mostrare un cammino alternativo di critica radicale e lotta alle tecnologie, questa volta davvero non strumentalizzabile dal nemico reazionario.

In Francia come in Italia una delle critiche principali mosse a Escudero e alla sua casa editrice francese, Editions Le monde à l’envers, è la scelta del momento in cui sviluppare una critica alla procreazione medicalmente assistita (PMA). Infatti la PMA è praticata da tempo dalle coppie eterosessuali, ed è sicuramente segno di lesbofobia il fatto che improvvisamente si alzino le voci critiche solo una volta ipotizzata la sua estensione alle coppie lesbiche. Cioè dal momento che si ipotizza il riconoscimento di famiglie non tradizionali, consapevolmente senza padre.

Il dibattito omofobo sulle unioni civili ha portato alla ribalta in maniera evidentemente strumentale la questione della PMA, inizialmente inclusa nello stesso pacchetto di legge francese sul matrimonio, poi stralciata. A livello pubblico si è dunque creata una polarizzazione, spiegata e criticata anche da Escudero, tra destra/omofobi/anti-PMA e sinistra/LGBT(friendly)/pro-PMA.
Questa polarizzazione è evidentemente semplicistica, e concordo con l’autore nel vedere che la sinistra fa il gioco sporco, ma detto questo è fondamentale una riflessione profonda sulle implicazioni delle nostre mosse politiche per evitare di venir strumentalizzate/i a nostra volta. Il che non significa non portare una critica al ruolo della PMA nell’avanzata del tecnomondo, ma significa non tendere la mano, facendolo, al nemico. Per quanto mi riguarda il problema non è il quando, ma è il come si dà voce alle suddette criticità.

Anche se concordo con parte delle analisi di Escudero, non penso ci si possa stupire se sia stato catalogato come reazionario, e non solo perché letto all’interno del contesto di polarizzazione tra destra/omofobi/anti-PMA e sinistra/LGBT(friendly)/pro-PMA di cui sopra. Mi spiego. Escudero non è stato tacciato di antifemminismo e lesbo-omofobia unicamente perché non è stato dalla parte giusta della barricata nel momento del picco di omofobia delle Manif pour tous in Francia. A quest’accusa Escudero risponde esaustivamente nel suo testo con un’argomentazione condivisibile: questa barricata è falsa e opportunista. Non è difficile rendersi conto di questo inghippo, e ne sono perfettamente consapevoli anche la maggior parte delle femministe che l’hanno contestato. Allora perché l’hanno fatto?

Quello che non viene spiegato nella prefazione è che Escudero “offende in modo tanto profondo femministe e LGBT” perché porta avanti un discorso patriarcale all’interno del suo approccio antitecnologico e anticapitalista. Non è unicamente l’infelice momento strategico il problema, o per lo meno non lo è per me.

L’analisi del ruolo del patriarcato è imprescindibile, specialmente in un’analisi che prenda in considerazione le capacità riproduttive della specie umana. Non avere quest’analisi nella cassetta degli attrezzi porta la critica di Escudero non solo ad essere incompleta, ma ad essere strumentalizzabile dalle forze reazionarie, e soprattutto a perdere la possibilità di una preziosa alleanza con le femministe e LGBTQI contro le tecnologie. Saltando a piè pari le analisi femministedella riproduzione (della riproduzione tout court, ancor prima di quella artificiale) Escudero ovviamente non atterra in piedi.

Punzecchiato nella postfazione, alla domanda che lo interroga sul suo accanirsi su un certo femminismo ignorando altre correnti con le quali sarebbe “possibile immaginare un dialogo”, e auspicare un’alleanza aggiungerei io, Escudero deve ammettere che effettivamente “in Francia, se esiste una manciata di femministe anarchiche queer, una minoranza tra loro si oppone all’artificializzazione della riproduzione”. Tuttavia conclude affermando che esse non riescono a “pesare sul dibattito pubblico.” Ottima ragione questa per ignorarle sul piano politico, non menzionarle nel suo libro e non studiarne le tesi.

Ma anche al di fuori del contesto cosiddetto anarchico e queer Escudero è a conoscenza dell’esistenza delle critiche femministe all’ideologia della donna-madre-macchina. Infatti snocciola nomi, citazioni e riferimenti bibliografici ma la domanda che mi sorge spontanea è se abbia mai compreso quello che viene espresso da queste autrici. In ogni caso è sicuro non l’ha fatto suo nella stesura del libro. Sembrerebbero essersene rese conto le curatrici che nella prefazione cercano di raddrizzare il colpo dandogli l’occasione di esprimersi su questo tema, ma il contentino non basta.

Entriamo nel vivo.

Di infertilità e controllo dei corpi

Il libro si articola in quattro capitoli, il primo è dedicato alla sterilità, questo grande problema. La tesi è quella che contraddistingue l’analisi critica all’apparato tecnologico: vengono diffuse nocività ai cui danni si pretende di rimediare con l’introduzione di altre nocività, e così via in un girone infernale. In questo caso il danno sarebbe la dilagante sterilità della specie umana, rappresentata per più di sei pagine da Escudero nella diminuzione di concentrazione di spermatozoi nello sperma. Mi perdonerete se faccio appello alle femministe vecchio stile denunciando un leggero fallocentrismo.

Ovviamente è fondamentale opporsi alle nocività che inquinano i nostri corpi, e che tra le altre cose portano alla diminuzione di fertilità anche nelle donne, ma elevare il “declino della qualità dello sperma” a una minaccia inquietante mi pare piuttosto limitato se non peggio. Anche perché, come giustamente viene fatto notare nella prefazione, “il problema del pianeta che abitiamo non pare essere l’infertilità, bensì il suo esatto contrario, ossia la sovrappopolazione umana”. Ma Escudero ci sorprenderà perché se in quest’occasione si preoccupa della fecondità della popolazione, ovviamente intesa come eterosessuale, ignorando completamente il problema della sovrappopolazione, improvvisamente se ne ricorderà riferendosi alle coppie omosessuali e lesbiche che vogliono riprodursi consigliando loro che “se il desiderio di avere figli in un mondo sovrappopolato li tormenta a tal punto, possono sempre adottare”. Due pesi due misure?

Nelle interessantissime ricerche scientifiche che Escudero ha scovato per noi e ci presenta in questo primo capitolo salta fuori un altro dato per lui preoccupante: il deficit delle nascite maschili. Ebbene sì, avete sentito bene, e attenzione, perché “ciò porterà, se il fenomeno si generalizzasse, degli sconvolgimenti sociali e demografici di cui è difficile immaginarne le conseguenze”. Per confermare le sue paure, niente di meglio che fare un azzeccatissimo paragone con gli aborti selettivi dei feti femmina in India e in Cina. Ma se in quest’ultimo caso il problema è evidente, cioè la concreta discriminazione di donne e bambine che porta alla diminuzione di neonate grazie alla tecnologia della diagnosi prenatale, nell’ipotetica diminuzione di concepimenti di feti maschi francamente non vedo il problema.

“Piuttosto che preoccuparsi del deficit delle nascite maschili, [la sinistra progressista] ha preferito reclamare il diritto per le donne nubili di ricorrere alla PMA. Un modo comodo di colmare l’assenza di partner disponibili”. Questa provocazione conclusiva comincia dunque ad illuminare il retroterra sessista su cui Escudero poggia le sue analisi. Poco oltre ce ne dà un altro ottimo esempio.

Escudero denuncia la mercificazione dei semi, quelli vegetali e quelli umani. Due esempi drammatici vengono messi a confronto per illustrare lo “stesso fenomeno: la spoliazione da parte del capitalismo di beni comuni”. Nel primo caso si parla del saccheggio dei semi ai danni di contadini colombiani da parte di grandi multinazionali, nel secondo caso si parla di una donna che soffre a causa del suo percorso di procreazione medicalmente assista. Come abbiamo visto fino a qui Escudero incentra il suo discorso riguardo fertilità e procreazione quasi esclusivamente sullo sperma, di conseguenza verrebbe logico pensare che con “seme” umano si riferisca proprio allo sperma ma peccato che in questo caso non sarebbe stata ugualmente incisiva la sofferenza di un uomo che eiacula il prezioso seme naturale, più opportuno dunque sortire finalmente il jolly: il corpo delle donne.

Per non parlare del concetto di bene comune! Che il corpo delle donne, con le sue capacità riproduttive, sia inteso come un bene comune paragonato ai semi vegetali è uno scivolone forse nemmeno tanto casuale. Bene comune significa l’esatto opposto di proprietà e controllo personale, che se riferito ai corpi significa autodeterminazione. Non credo Escudero ignori che le donne lottino da sempre per affermare la propria autodeterminazione e distruggere la visione patriarcale che individua nel corpo delle donne un luogo pubblico, un bene comune appunto.

Forse che la tecnologia non debba controllare i corpi delle donne, ma gli uomini e il sistema patriarcale debbano poter continuare a farlo? Lo Stato italiano gli darebbe ragione, uno degli slogan del fertility day del settembre scorso era proprio “la fertilità è un bene comune”. Donne chiamate dalla patria a fare figli e a rispondere ad un preciso richiamo governativo, fa tanto ventennio mussoliniano. E qui ci ricolleghiamo ad una mancanza plateale nel lavoro di Escudero, e cioè una serrata critica alla pressione sociale che le donne subiscono, oggi e allora (ben prima dell’epoca fascista), a fare figli. Quest’imposizione, tutta patriarcale, nutrita da Chiesa e Stato, sta alla base della possibilità di creare il bisogno indotto della medicalizzazione della procreazione.
Questo fattore mi pare molto più centrale della “sterilizzazione chimica della popolazione” su cui basa il suo ragionamento Escudero.

In questo mio testo, per semplificare l’approccio alla questione della riproduzione umana, ho scelto di prendere in considerazione unicamente le persone cissessuali, cioè le persone che si riconoscono nel genere assegnato loro alla nascita. Consapevole però del fatto che apparato sessuale e genere non sono sinonimi e che il potere medico e patriarcale vuole mantenere il controllo anche sui corpi delle persone trans e intersessuali. Inoltre voglio sottolineare che anche queste ultime possono essere coinvolte, ognuna con le proprie specificità fisiche, nel percorso procreativo.

Cosa sono la procreazione medicalmente assistita e la gestazione per altre/i

Il secondo capitolo è costituito da un interessante viaggio guidato all’interno del business che sta intorno alla procreazione medicalmente assistita (PMA) e alla gestazione per altre/i (GPA). Peccato che queste ultime vengano affrontate quasi fossero sinonimi, senza dare mai una delucidazione in merito. A me sembra irrinunciabile questo passaggio, soprattutto per l’auspicata costruzione di uno sguardo critico consapevole. Cercherò quindi di fare una breve panoramica sul tema.

Per procreazione medicalmente assistita si intendono tutte quelle pratiche che aiutano/forzano il corpo femminile a innescare una gravidanza e a portarla a termine. Comprende somministrazioni di ormoni, estrazioni di ovociti dalle ovaie, inseminazione in vitro e impianto di embrioni nell’utero. Queste pratiche sono state spinte come “cura” per la cosiddetta “malattia” dell’infertilità in coppie eterosessuali. Tutte queste pratiche sono effettuate sul corpo delle donne, ciononostante all’uomo viene dato un ruolo centrale e determinante. Infatti per accedervi è imprescindibile essere in coppia, sposate o conviventi, con un uomo escludendo quindi le coppie lesbiche e le donne sole. Allo stesso tempo, queste tecniche sono incoraggiate in coppie eterosessuali in cui la donna è perfettamente fertile ed è l’uomo ad essere infertile. La donna fertile viene quindi medicalizzata per sopperire all’infertilità maschile. Le motivazioni sono chiaramente di carattere patriarcale, religioso e fascista: la famiglia mono-nucleare eterosessista deve riprodursi ad ogni costo dandosi il più possibile una continuità genetica sfavorendo chi sceglie di non procreare, di vivere altri tipi di famiglia e di genitorialità.

La gestazione per altre/i (GPA), o maternità surrogata, anche se formalmente si inserisce nel quadro delle PMA è ben altra cosa. Per GPA si intendono quei casi in cui una donna sceglie di procreare con l’intento di non diventare la madre sociale della nascitura permettendo ad altre persone, coppie etero o omosessuali, di diventarne i genitori sociali. La GPA può anche essere intrapresa non a scopo di lucro ma, di fatto, nei paesi in cui è legale avviene dietro remunerazione.

Il che non è sorprendente dal momento in cui per la gran maggioranza dei casi non si tratta di una pratica effettuata in autogestione fra pari e in amicizia, ma di una relazione commerciale regolata da contratti tra persone prima sconosciute/i. Anche se la retorica utilizzata intorno alle gestanti per altre/i si fonda sulla presupposta infinita generosità autosacrificale femminile, è evidente che una donna attraversa una gravidanza, con l’unico scopo di affidare la nascitura ad altri/e, principalmente per un bisogno economico. La GPA è dunque un ottimo business, non tanto per le donne gestanti che paradossalmente non sono quelle a guadagnarci di più, ma piuttosto per gli affaristi che ci ruotano attorno: avvocati, cliniche, medici, agenzie, psicologi. Gli stessi che oggi vorrebbero farcela passare come un diritto da regolamentare. La maternità a pagamento, va detto, non è una cosa del tutto nuova, storicamente le donne proletarie dietro compenso monetario hanno fatto figlie per le donne ricche che non potevano procreare. Tuttavia oggi le biotecnologie permettono un salto qualitativo.

Medicalizzando la gestazione per altre/i le necessità del business vengono soddisfatte: attraverso la fecondazione in vitro nuove attrici si impongono nello scenario, aprendo interrogativi fuorvianti su chi sia la “vera madre” e quindi su chi abbia più diritti non solo sulla nascitura, ma anche sul corpo della donna gestante. Lei stessa o altre/i? La domanda non può che essere retorica.

Chiedersi chi sia la “vera madre” tra quella genetica, quella biologica e quella sociale induce ad una falsa questione in cui tra i litiganti il terzo se la gode. E se la gode perpetuando il controllo patriarcale sui corpi delle donne. Ciò si traduce, per esempio, nel tentativo di togliere alla madre biologica, cioè la gestante, il diritto di scegliere sulle condizioni della gravidanza (tra cui levarle la possibilità di abortire o al contrario obbligarla a farlo) e il diritto di riconoscere la figlia come sua una volta nata. Detto ciò l’intento chiaramente non è quello di svalutare il ruolo fondamentale della madre sociale (come innumerevoli esperienze di adozioni e affidamenti, istituzionalizzati o autogestiti, ci insegnano) e nemmeno quello di glorificare la maternità. Piuttosto ribadiamo che la GPA, in ogni sua possibile forma, non deve porgere la mano all’istituzione medica che tutto vuole controllare e medicalizzare, al capitalismo che tutto vuole mercificare e al patriarcato e al cristianesimo che da sempre inculcano alle donne il ruolo sacrificale di amorevole macchina da riproduzione.

La consapevolezza critica del quadro più ampio in cui si inserisce la GPA medicalizzata e a pagamento non deve però portarci alla colpevolizzazione delle donne che decidono di praticarla come gestanti. È infatti irrinunciabile, nella critica alla GPA, prendere in considerazione le possibilità materiali delle donne che cambiano in funzione dell’intreccio fra classe, razza, casta, età, capacità corporee ecc. Situazione materiale nella quale da sempre le donne si destreggiano, trovando ognuna le proprie strategie di vita autodeterminate. Per andare alla radice di tutta questa questione è dunque fondamentale non smettere di intrecciare l’attacco al patriarcato e alle tecnologie con la lotta di classe e la critica anticoloniale. Il mercato delle gestanti a pagamento e delle venditrici di materiale genetico femminile segue infatti le tracce di ogni mercato, vale a dire la geografia delle disuguaglianze strutturali transnazionali. La motivazione è banale: l’invasività dell’estrazione di ovociti, come della gravidanza medicalizzata, è un dato innegabile che fa di questa pratica un “lavoro” accettato solo nei casi in cui il compenso è considerato cospicuo. Così, come sono le classi privilegiate che cercano questo “servizio”, sono le donne di quelle svantaggiate a offrirlo. Questa dinamica accade anche all’interno dello stesso paese, ma ovviamente può aggravarsi quando l’offerta viene delocalizzata in un paese strutturalmente più povero. Insomma, da questo punto di vista nulla di nuovo sotto il sole. Basti pensare alle tate e badanti immigrate dai paesi dell’Europa dell’Est che “liberano” dal lavoro di cura le donne italiane borghesi. Anche le gestanti a pagamento e le venditrici di ovociti spesso sono donne dell’Europa dell’Est, mentre le coppie committenti sono dell’Europa più ricca. Il divario economico e di potere aumenta esponenzialmente quando a “offrire il servizio” sono donne di paesi ex-colonizzati. Il ruolo neocolonialista della GPA in questi paesi si fa chiaro quando donne indiane partoriscono bambine bianche per coppie occidentali molto più ricche di loro. La soluzione ovviamente non sta nella colpevolizzazione delle donne gestanti, né nella loro vittimizzazione, piuttosto sta nella denuncia dei rapporti economici neocoloniali che si esprimono anche nel mercato della riproduzione.

Mi preme sottolineare un’ultima cosa riguardo alla critica alla GPA medicalizzata e a pagamento, che considero l’ultimo esempio di mercificazione del vivente perpetuata dal capitalismo grazie alle nuove tecnologie e al buon vecchio patriarcato. Questa nuova frontiera che considera le neonate prodotti da vendere e la gestazione un nuovo lavoro, non deve indurci a facili ma fallaci paralleli.

Mi riferisco al classico paragone con la prostituzione portato da certe correnti del femminismo.
Questa similitudine forzata nega il ruolo centrale, marginalissimo nella prostituzione, delle tecnologie necessarie nella GPA, dunque del peso di tutto l’apparato tecno-scientifico che toglie potere alle donne negandogli la possibilità di autogestire il proprio corpo. Cosa che non avviene alle donne che scelgono il lavoro del sesso (la prostituzione coatta è ovviamente un altro campo di discussione).

L’unica similitudine che possiamo fare fra le lavoratrici del sesso e le gestanti per altre/i a pagamento è il giudizio morale che la società patriarcale emette su di loro nel momento in cui decidono di monetizzare ciò che tradizionalmente ci si aspetta forniscano gratuitamente, generosamente, con amore e sacrificio tipicamente femminili. Detto ciò, non credo che attraverso la prostituzione o la GPA si realizzi la liberazione delle donne, ma voglio sostenere che il giudizio su chi le pratica deve essere sospeso a favore di una critica globale dello scambio sessuo-economico patriarcale di cui la prostituzione non è che un esempio. Metterla al centro mette in ombra gli altri rapporti di potere patriarcale (ad esempio matrimonio e famiglia custodi dell’eteronormatività e lavoro di cura ancora relegato alle donne) contribuendo al mantenimento della dicotomia “madonna o puttana” che attacca tutte le donne.

Dopo queste necessarie digressioni torniamo al libro di Escudero.

Critica femminista all’eugenetica

Arriviamo così al terzo capitolo incentrato sulla questione dell’eugenetica che sta dietro alla medicalizzazione della procreazione. Partendo da un parallelismo con la selezione eugenetica del bestiame, seguendo la giusta analisi che svela come il regno animale venga utilizzato come cavia e banco di prova per le ricerche e applicazioni tecno-scientifiche, passando per le possibilità selettive aperte dalla diagnosi genetica dell’embrione in vitro prima dell’impianto nell’utero, Escudero arriva ad analizzare come l’eugenetica non sia morta con la fine del Terzo Reich, ma si ricicli ora sotto forme più accettabili quali l’eugenetica liberale o l’eugenetica verde.

Concordo assolutamente con Escudero sul fatto che “l’eugenismo può essere soltanto un
eugenismo di costrizione” e che smascherarlo deve essere una priorità. Comunque quest’analisi è stata fatta ben prima di noi, e proprio dalle donne su cui l’apparato scientifico pretende di elaborare i suoi piani. Escudero sembra ignorare che siano state proprio le donne le prime ad opporsi alle misure eugenetiche, per esempio ai piani di sterilizzazioni forzate. Le afroamericane e le donne in America Latina, in Africa, in Asia si sono opposte alle sterilizzazioni forzate dei propri corpi denunciando i governi che le imponevano al fine di far riprodurre unicamente la popolazione desiderata.

Allo stesso modo sono state le donne le prime a denunciare la vera natura della diagnosi prenatale, portando una critica radicale al controllo dell’istituzione medica patriarcale. Questa critica è stata molto forte negli anni ‘80 proprio in Germania, paese in cui i ricercatori nazisti alla fine del Terzo Reich, al contrario di quanto si crede, non hanno affatto interrotto le loro ricerche in campo eugenetico ma le hanno tranquillamente continuate nei laboratori pubblici e privati. La feroce critica all’eugenetica nazista del movimento tedesco degli storpi che denunciava il produttivismo capitalista che necessita di sempre più forza-lavoro sana e capace, insieme al movimento femminista contro le tecnologie genetiche e riproduttive hanno da tempo mostrato il chiaro collegamento fra eugenetica, tecnologie, patriarcato e capitalismo.

E soprattutto ci hanno risparmiato il fallocentrismo di Escudero che si ostina a mettere al centro del processo riproduttivo lo sperma, elemento sicuramente irrinunciabile al concepimento, ma francamente del tutto marginale nel processo procreativo. Infatti, che lo stesso uomo possa vendere il proprio sperma e quindi apportare il proprio materiale genetico a “più di 150 figli”,non fa certo di lui il padre di tutti loro. Descriverlo in questo modo, oltre ad essere completamente svalutante nei confronti dei genitori sociali (di qualsiasi genere e orientamento sessuale siano), partecipa alla visione patriarcale dell’uomo al centro di tutto, anche di ciò che gli è estraneo come la procreazione. L’importanza simbolica data alla partecipazione dell’uomo a questo processo è infatti assolutamente spropositata. La riproduzione, desiderata o non voluta, è a tutti gli effetti affare delle donne. A partire dalle mestruazioni, fino alla gestazione, parto e allattamento, passando per la maggioranza dei contraccettivi e l’aborto, la riproduzione non c’entra nulla con l’eiaculazione e tutto con il corpo delle donne.

Dai falsi critici delle tecnologie, ai falsi critici del patriarcato

Lo scopo del quarto capitolo è quello di denunciare il quadro politico e intellettuale che permette e promuove l’accettazione di queste tecnologie.

Inizialmente Escudero si concentra sulla critica alla sinistra parlamentare che strumentalizza la difesa del matrimonio omosessuale per nascondere le sue politiche di impoverimento della popolazione, “abbandonando così la classe operaia al Front National”. Aggiungendo che non c’è stata “nessuna voce a sinistra per denunciare la frode e il chiasso intorno ad una questione secondaria”. Ma cosa crede Escudero, che la comunità LGBTQI non sia trasversale a tutte le classi, comprese quelle povere? E crede forse che tutto il movimento LGBTQI non abbia analizzato la propria strumentalizzazione? Non è così. Sicuramente è necessaria una discussione critica interna al movimento LGBTQI su questa questione, anche in Italia, ma di certo non sarà grazie alle accuse di Escudero se questa si produrrà in modo costruttivo.
Il punto centrale di questo capitolo è, accanto alla critica della sinistra, la critica all’odiosa ideologia transumanista e a varie correnti del femminismo. Qui mi concentrerò sull’impertinenza di quest’ultima critica.

Anche se nella prefazione Escudero si premura di chiarire che “questo libro non attacca il femminismo […], ma attacca una certa sinistra e, quindi, alcune tendenze del femminismo: cyber femminismo, femminismo liberale e femminismo postmoderno”, le sue buone intenzioni sono dubbie.

Mi spiego. Il problema non è che lui, in quanto uomo cissessuale bianco e probabilmente etero non facendo parte dei “diretti interessati” non possa esporre le sue criticità; il problema è che nell’esporre le sue criticità mostra chiaramente un discorso che nega il pensiero politico femminista in tutte le sue sfaccettature e in tutta la sua potenza. Dal momento che non si è preso la briga di prendere seriamente in considerazione le correnti femministe critiche delle tecnologie, non vedo perché dovrebbe spendersi così a lungo su quelle che invece la vedono con occhio positivo. Questa modalità di due pesi due misure è inaccettabile, e lo è ancora di più se nel farlo crea un guazzabuglio di attori e attrici molto diverse fra loro, citate a sproposito per difendere la sua teoria.

Sulla confusione prodotta mi limiterò a un esempio in riferimento a certe autrici femministe lesbiche degli anni ’70 e ’80 che, alla ricerca di immaginari svincolati dal mondo eterosessista, descrivono mondi utopici e fantascientifici in cui le oppressioni vengono superate. Associandole arbitrariamente ai fautori del transumanesimo, Escudero afferma che in loro cova un “odio per la natura che è anche un odio dei corpi, della loro imperfezione, dei loro limiti e della loro materialità. Odio per l’animale in noi, per le nostre pulsioni, per i nostri bisogni naturali. Odio per la carne, per lo strofinamento dei corpi”. Queste affermazioni sono completamente fuorvianti in quanto, a differenza dei transumanisti, quello che odiano queste femministe è ben altro, e cioè l’imposizione dell’eterosessualità, il sessismo imperante, i ruoli di genere imposti, la sessualità accettata unicamente a fini riproduttivi. E c’è una bella differenza, o forse per Escudero esse sono ree di ostilità nei confronti della “natura” eterosessuale degli umani, del “bisogno naturale” della procreazione, delle “pulsioni” sessuali del maschio e vanno dunque screditate?!

Insomma, Escudero mostra chiaramente nel suo testo di non aver prestato ascolto alla galassia dei femminismi se non per quello che gli interessava criticare.

Altrimenti non farebbe degli errori da principiante come difendere che “la famiglia è una delle ultime istituzioni in cui la logica del dono prevale sulla logica dello scambio economico”. Questa dichiarazione è assolutamente stupefacente nel modo in cui ignora il fatto che la famiglia è un’istituzione patriarcale con precise gerarchie dure a morire e in cui il cosiddetto dono è piuttosto lavoro gratuito, leggi anche sfruttamento, delle donne. Oppure non presenterebbe mai come “consumatrici estremiste” le compagne francesi che hanno elaborato un tentativo di andare oltre il discorso scandalistico sull’infanticidio, andando a scovare le ragioni che possono stare dietro quest’atto da parte delle donne rifiutando la sola lettura mediatica della madre mostro. Réflexions autour d’un tabou. L’infanticide è un bel lavoro collettivo di cui consiglio la lettura alle compagne di non strette vedute.
L’ultimo esempio di confusione perniciosa che voglio mettere in luce è la tesi, sostenuta da Escudero e da Silvia Guerini in un suo recente scritto, secondo la quale la richiesta di allargare il diritto alla PMA per le coppie lesbiche costituirebbe, a livello legislativo, il “cavallo di troia per l’estensione generalizzata della PMA a tutte le coppie anche eterosessuali senza problemi di fertilità e senza presunte, o tali, malattie genetiche”. Quest’affermazione è semplicemente falsa e figlia del diktat dell’eteronormatività. Infatti, come ho spiegato in precedenza, se accompagnate da un uomo infertile, la PMA è già legalmente utilizzata da donne fertili. Perciò indicare la richiesta del movimento lesbico come parte del problema è sbagliato due volte: prima di tutto perché lo rende colpevole di una responsabilità che non è sua (alimentando lesbofobia) ma soprattutto perché tale analisi manca il bersaglio, cioè il potere patriarcale sul corpo delle donne, che siano lesbiche, eterosessuali o altro. Potere patriarcale che si traduce anche nella medicalizzazione/tecnologizzazione di qualsiasi cosa faccia il nostro corpo, e in primis della riproduzione in tutti i suoi aspetti.

Critica alla tecnologia e inopportuna colpevolizzazione

Per concludere consiglio la lettura de “La riproduzione artificiale dell’umano” a chi è a digiuno di critica alla tecnologia, ovviamente unicamente se fatta con sguardo critico e la consapevolezza che Escudero si crogiola nella stessa pappa patriarcale in cui purtroppo naviga gran parte del movimento ecologista anarchico. Detto questo, il suo libro indica come la ricerca scientifica e il progresso tecnologico siano legati intimamente al capitalismo e alla mercificazione del vivente e svela parte dei meccanismi che portano all’accettazione entusiasta di dispositivi di controllo sempre maggiori. Inoltre evidenzia come l’avanzata tecno-scientifica abbia bisogno di falsi oppositori il cui “disaccordo di facciata serve soltanto a mascherare il loro accordo di fondo sull’ineluttabilità del fenomeno abituando così le menti”… “all’accettazione dell’inaccettabile”.
Quest’analisi è assolutamente condivisibile, basti pensare all’esempio degli OGM. Su questo tema si sono alzate voci sinceramente critiche, mentre altre (finte) opposizioni hanno spinto per delle moratorie che avrebbero dovuto “studiare meglio la pericolosità” degli organismi geneticamente modificati. Tuttavia il loro unico scopo, non dichiarato, è stato quello di calmare le acque, dare responsi scientifici positivi ai rischi e infine far passare ciò che aveva inizialmente incontrato resistenza.

Ci sono altre analisi interessanti della critica al dominio tecnologico che anche Escudero esprime nel suo lavoro. Una sta nell’individuare il mito della neutralità della scienza. Un’altra nel riconoscimento del ricatto medico come strumento sistematico per portare all’accettazione sociale delle nuove tecnologie nel loro insieme. Ad esempio scrive: “La credenza nella neutralità della scienza divulga l’idea che potremmo scegliere di usare o non usare una tecnologia esistente.
Non è così. Nello stesso tempo in cui conferisce alle società umane un nuovo potere di agire sul mondo, la tecnologia ci costringe a farne ricorso. Ciò è tanto più vero nei campi della medicina o della procreazione nei quali la posta in gioco affettiva ed emozionale è così forte. Se un semplice test genetico può evitare tale o tal altra malattia a vostro figlio, non potete rifiutare di ricorrervi.”. E prosegue con un’altra analisi condivisibile della tecnologia, cioè la sua divergenza qualitativa dalla tecnica: “Perversità della cosa: il ricorso obbligato a questa tecnologia non si accompagna ad un accrescimento del nostro potere individuale. Gli individui non si riappropriano delle tecnologie. A differenza della tecnica – consustanziale all’essere umano – la tecnologia implica la competenza, la separazione tra coloro che sanno e coloro che non sanno, tra quelli che hanno il potere di controllare l’innovazione scientifica e quelli che la subiscono.” E conclude: “A noi: l’illusione della scelta. Alla tecno-casta: la realtà del potere.”

Sull’illusione della scelta dell’utilizzo delle nuove tecnologie e i suoi prodotti vorrei porre due accenti apparentemente contrastanti. Da una parte l’illusione della scelta è innegabile. Possiamo fare un facile esempio pensando al cellulare. Questo prodotto inizialmente ci è stato ipocritamente spacciato come una comoda opzione. Tuttavia oggi, dal momento in cui tutto il funzionamento della società si basa sul suo utilizzo, averlo o non averlo non costituisce più una libera scelta. D’altra parte è anche vero che le possibilità tecnologiche non sono tutte massificabili e vengono oggettivamente utilizzate da individui a cui non si può negare il riconoscimento della libera scelta. Ad esempio le persone che scelgono di utilizzare mezzi provenienti dal complesso medico-farmaceutico per ottenere una transizione fisica da un genere all’altro compiono una scelta consapevole che non si può chiamare illusione.

Detto questo, credo che la critica delle tecnologie non debba mai scadere nella colpevolizzazione di chi decide, per un percorso di benessere personale, di accedere, o richiedere l’accesso, al suo utilizzo. È piuttosto necessario non perdere mai di vista il fatto che tutte le tecnologie, per quanto singolarmente ne possiamo trarre beneficio, hanno un solo scopo e un solo motivo per il quale vengono sviluppate e imposte: il controllo e lo sfruttamento dei nostri corpi e della terra. Per questo è irrinunciabile un attacco che individui con correttezza i propri nemici e costoro sono da ricercare tra chi ci fa i soldi rinnovando capitalismo, patriarcato e le tecnologie al loro servizio. Ciò è vero anche nel caso della procreazione medicalmente assistita e nella gestazione per altre/i.

Conclusioni

Non sono la prima ad aver criticato questo libro portando una critica femminista alle tecnologie, se masticate il francese vi suggerisco la lettura e l’ascolto di parte del materiale uscito in Francia dopo la pubblicazione di La riproduzione artificiale dell’umano.

Tuttavia non è semplice trovare letture su questo tema che ci possano soddisfare sotto ogni punto di vista. Paradossalmente condivido con Escudero l’importanza di “pensare con la propria testa, non in funzione di ciò che pensa la destra, la sinistra, i cattolici, i comunisti, le femministe, gli ecologisti o chissà chi altro”. La riproduzione (artificiale) umana è un argomento spinoso che si trova all’incrocio di moltissime questioni. Tecnologia, scienza e ricerca / lavoro, capitalismo e neoliberismo / bioetica, Stato e legislatura / corpi e autodeterminazione / maternità e genitorialità/ Chiesa, omofobia e tanto altro ancora. Tutti questi temi possono venir intersecati, o meno, e affrontati nei modi più disparati.

Che la critica ecologista e anarchica al tecno-mondo non prenda in considerazione il patriarcato non mi sorprende, avendo in passato addirittura sviluppato fra le sue fila posizioni politiche antiabortiste, anche se fortunatamente esistono delle piacevoli eccezioni. D’altro canto il movimento femminista si spacca sulle questioni che ruotano attorno alla PMA, e soprattutto alla GPA. Una parte del movimento femminista che le critica ferocemente pubblica da decenni interessantissime analisi senza compromessi all’ingegneria genetica e all’eugenetica, purtroppo però poco tradotte in italiano. Il fatto che da parte di alcune di queste autrici siano state diffuse delle teorie transfobiche non squalifica il loro apporto alla critica antitecnologica, ma sicuramente ciò ci invita a non abbassare la guardia nel leggerle. Allo stesso tempo dal movimento transfemminista queer accademico arrivano deludenti inviti ad una “liberazione tecno-scientifica dei corpi e delle relazioni”. Ciò nonostante in questi testi possiamo trovare critiche interessanti al mercato della riproduzione soprattutto in termini di analisi postcoloniale. In Italia le campagne femministe contro “l’utero in affitto” sono a mio avvisto problematiche sotto svariati punti di vista, tra cui il fatto che si rifanno al femminismo della differenza che sacralizza l’esperienza della maternità. Inoltre assimilano la GPA alla loro visione abolizionista della prostituzione, il che non semplifica i già incrinati rapporti interni ai diversi femminismi. In questo senso un’interessante voce fuori dal coro è l’autrice lesbofemminista di uno studio sulla maternità surrogata di prossima pubblicazione nella sua versione italiana. Ma stiamo perdendo di vista la critica alla tecnologia…Insomma, come dicevo, la riproduzione (artificiale) umana costituisce un nodo su cui non è facile tirare le conclusioni senza affrontare in modo approfondito molte questioni. A noi la consapevolezza di aver molto da imparare da altri percorsi di lotta e l’acutezza di porre le basi per una critica alla tecnologia e a tutte le nocività che sia anarchica e antipatriarcale.

Un’anarchica contro le tecnologie

Grazie a tutte le compagne con cui ho condiviso queste riflessioni.

Gennaio 2017

[1] Pagg 7 e 8.

[2] Movimento omofobo, nato in risposta alla campagna per il matrimonio omosessuale Mariage pour tous, che ha ispirato le nostrane “Sentinelle in piedi”.

[3] Pag 8.

[4] Acronimo in evoluzione che tenta di racchiudere la moltitudine di soggettività presenti nel mondo non eterosessuale: Lesbiche, Gay, Bisessuali, Transessuali, Queer, Intersessuali.

[5] Pagg 219 e 222.

[6] Pagg 27-32.

[7] Pag 9.

[8] Pag 176.

[9] Pag 41.

[10] Pag 44.

[11] Pag 46.

[12] Pag 55.

[13] Per semplicità linguistica parlando di nascituri e nasciture, figli e figlie, senza dimenticare le nascite intersessuali, utilizzerò unicamente il femminile.

[14] Pag 143.

[15] In tedesco Krüppelbewegung.

[16] Pag 103.

[17] Pag 157.

[18] Pag 161.

[19] Pag 219.

[20] Pag 220.

[21] Pag 188.

[22] Citazione di Jean-claude Michéa a pag 162, difesa a pagg 227-229.

[23] Pag 134.

[24] Scaricabile qui:

[25] Silvia Guerini, Ma quale libertà?! Donne, apriamo gli occhi! Contro l’utero in affitto, a pagamento o gratuito, contro la procreazione artificiale dell’umano, dicembre 2016,

[26] Pag 130.

[27] Pag 208.

[28] Pag 233.

[29] Pag 234.

[30] Pag 234.

[31] Una trasmissione radiofonica reperibile sulla piattaforma francese Radiorageuses all’indirizzo:
La rivista Timult n.8, pagg 32-51. Scaricabile qui:
L’opuscolo del collettivo Stop masculinisme di Grenoble: Le coming out masculiniste de Pièces et main d’oeuvre. De la critique de la tecnologie à la réaffirmation de l’ordre patriarcal, reperibile al sito:

[32] Pag 236.

[33] Silvia Guerini, Aborto. Spunti critici di riflessione, Arkiviu-bibrioteka “T. Serra”, 2005. Nel 2009 l’autrice ha rivisto le sue posizioni in merito all’aborto chiedendo in un comunicato di non diffondere più il suo libro:

[34] Ad esempio: Chiara Gazzola, Luisa Siddi, Il desiderio, il controllo, l’eresia. Approcci critici alla bioetica, alla procreazione assistita e alla sperimentazione dei farmaci sulle donne e sui bambini, La Fiaccola, Ragusa, 2003. Alex B., La società de/generata. Teoria e pratica anarcoqueer, Nautilus, Torino, 2012.

[35] Per esempio se ne possono trovare parecchie in inglese all’interno del sito del Feminist International Network of Resistance to Reproductive and Genetic Engineering:

[36] Federico Zappino, Sulla maternità surrogata, , 2015. Si veda anche Angela Balzano, Le conseguenze dell’amore ai tempi del biocapitalismo. Diritti riproduttivi e mercati della fertilità, in Federico Zappino (a cura di), Il genere tra neoliberismo e neofondamentalismo, Ombre Corte, 2016.

[37] Daniela Danna, Contract Children. Questioning surrogacy, Ibidem, Stuttgart, 2015 (in corso di traduzione).




Fonte: Bibliotecaanarchica.org