Dicembre 21, 2021
Da Il Manifesto
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«I ricchi possono essere sconfitti quando combattono per le loro vite». Parole taglienti come la lama di una spada; scritte da C.R.L. James (1901-1989) nel suo celebre saggio storico I Giacobini Neri sulla rivoluzione, vittoriosa, degli schiavi di Haiti. James era nero, caraibico e marxista e fu tra i primi a sinistra a celebrare il potenziale rivoluzionario della cultura della società di massa (sport, fumetti, letteratura gialla, cinema, jazz) in netta opposizione all’ortodossia stalinista e francofortese. Anthony Joseph come lui è nato a Trinidad, isola che ha dato i natali al calypso, e nel 1989 si è trasferito in Inghilterra. Scrittore afrofuturista, accademico, poeta ma anche musicista. E che musicista! Il suo quarto album porta come titolo proprio la citazione in apertura: The Rich Are Only Defeated When Running For Their Lives (Heavenly Sweetness).

JOSEPH SCRIVE liriche che hanno la stessa sostanza della musica e le interpreta con l’abilità del performer consumato. Per questo suo nuovo disco ha affidato la direzione musicale al sassofonista Jason Yarde, figura molto conosciuta nel jazz britannico per le collaborazioni con il batterista sudafricano Louis Moholo e quelle con The Heliocentrics. Yarde gli confeziona una manciata di brani e arrangiamenti che calzano sulle sue parole come un vestito su misura d’antica sartoria. Tra i musicisti convocati c’è anche il sassofonista Shabaka Hutchings, la voce più autorevole della new wave del brit-jazz. Il risultato è una miscela dai forti aromi che prende il meglio dalle suggestioni dell’intero spettro delle musiche afroamericane di ogni tipo.

DALL’ETHIO-JAZZ di Called England Home all’afro-funk di Maka Dimweh fino al conclusivo The Gift, puro soul, è tutto un dondolare di fianchi; su Language esplodono i sassofoni prima in bagliori free, poi in unisoni dall’incedere epico e poi in assoli viscerali, liberatori. Con i testi il leader va giù duro e esplicito come quando si chiede «quanto tempo dovrò vivere in un posto prima che io possa chiamarlo casa?» interpretando così il disagio di generazioni della diaspora caraibica, omaggiata anche in Kamau dedicata al poeta barbadiano Kamau Brathwaite (1930-2020). Ma il brano forse più suggestivo è Swing Praxis, dove gramscianamente afferma «Swing as method/ As action/ As rubric/ As heritage/ as a black combactive orchestra/ with terrible bees/ and whistles an teeth»; un manifesto del jazz come pratica rivoluzionaria. Come James anche Anthony Joseph ha fiducia nell’uomo e nelle sue inesauribili risorse, a dispetto di un mondo dove si addensano ancora le nubi nere del razzismo e della diseguaglianza.




Fonte: Ilmanifesto.it