Dicembre 4, 2021
Da Umanita Nova
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Il corteo antimilitarista del 20 novembre a Torino è stato una tappa importante di un processo di crescita delle iniziative contro produzione bellica, spesa di guerra, missioni militari all’estero, basi e poligoni di tiro. Un concreto orizzonte di lotta che occorre allargare estendendo la rete antimilitarista e moltiplicando gli appuntamenti di lotta su scala locale e nazionale.

L’opposizione alla guerra e al militarismo è stata a lungo patrimonio delle aree pacifiste/nonviolente da un lato, del movimento anarchico dall’altro. L’indebolirsi della capacità attrattiva del pacifismo classico, contestualmente all’esaurirsi della spinta propulsiva data dalle lotte contro la coscrizione obbligatoria in cui gli anarchici, anche dopo l’introduzione del servizio civile, sono stati protagonisti, ha contribuito alla frammentazione dei percorsi, al venir meno delle reti formali e informali che nel recente passato erano state in grado di offrire il supporto organizzativo per campagne estese su tutto il territorio nazionale.

La potente onda pacifista che segnò l’avvio della Seconda guerra del Golfo si esaurì di fronte al fallimento delle grandi manifestazioni che, nonostante i milioni di persone che scendevano in piazza, rimasero prive di effetti.

Il progressivo mutare del quadro geopolitico ha reso fortunatamente residuale il pacifismo antimperialista che rifletteva un chiaro schieramento sul piano della competizione per il controllo delle aree strategiche tra le due principali superpotenze. La decadenza sempre più evidente della compagine statunitense e il conseguente affermarsi di diversi e contrapposti imperialismi a geografia variabile ha depotenziato, relegandolo a patrimonio di aree residuali della diaspora post-comunista, il classico gioco delle parti tra i buoni dell’est e i cattivi dell’ovest.

Paradossalmente ma non troppo, gli imperialismi nazionali non trovano una reale opposizione in aree di sinistra, preoccupate di contendere il monopolio del sovranismo alle destre. Nel nostro paese l’emergere potente di un imperialismo tricolore, pur nei limiti dati dalla presenza di basi NATO e statunitensi sul territorio della penisola e delle due isole maggiori, è stato accolto favorevolmente dall’intero schieramento politico parlamentare. Lo dimostrano i numeri plebiscitari con i quali, ogni anno, vengono rifinanziate le missioni militari all’estero. Quest’anno, persino il residuo scrupolo di un esiguo manipolo di parlamentari rispetto all’appoggio militare alla guardia costiera libica ed ai lager per migranti in Tripolitania, è finito nel nulla. Chiacchiere in parlamento, stragi in mare e sui confini.

Il sovranismo di sinistra, preoccupato del rischio di mettere in pericolo i “gioielli di casa” è il miglior supporter delle politiche governative di sostegno all’ulteriore crescita della produzione e del commercio di armi.

In questa cornice, qui sinteticamente abbozzata, la lotta al militarismo parrebbe avere poco spazio. La stessa crisi di fiducia nei partiti politici istituzionali, dopo lo sciogliersi della bolla pentastellata e il dilagare dell’astensionismo, pare essersi tradotta nella crescente popolarità delle forze armate e di polizia. Un aspetto inquietante che i governi di turno usano per imporre una crescente militarizzazione della nostra società.

È passato senza reale opposizione l’affidamento della campagna vaccinale per il Covid 19 a un generale. La presenza dei militari con compiti di ordine pubblico, costante dal 2009, è divenuta normale e accettata al punto che oltre ai due corpi di polizia militare già esistenti – carabinieri e guardia di finanza – ora ce n’è un terzo, multiforze, perché dal marzo 2020 ai soldati in servizio nell’operazione “strade sicure” sono state conferite le funzioni di polizia giudiziaria.

La militarizzazione della società, l’affermarsi di una logica di controllo e repressione nei confronti di ogni forma di reale insorgenza sociale, potrebbe aprire a una graduale militarizzazione della politica istituzionale.

In questo quadro, indubbiamente non incoraggiante, da qualche anno si stanno aprendo delle crepe piccole ma importanti, crepe che segnalano l’estendersi, per ora ancora timido, della lotta antimilitarista a settori politici e sociali più ampi.

Un fatto importante, perché se è vero che l’opposizione alla guerra e al militarismo non esaurisce certo la complessità della questione sociale, è altrettanto vero che senza una radicale opposizione alle dinamiche militariste, diviene molto complesso sciogliere tanti nodi.

In questo quadro si inseriscono le lotte contro il Muos e la base di Sigonella in Sicilia, quelle contro le basi e i poligoni da esercitazione in Sardegna, le azioni dei portuali di Genova e Livorno contro i trasporti di armi, il consolidarsi dell’opposizione all’industria bellica aerospaziale a Torino, l’intervento territoriale contro le missioni militari all’estero e la militarizzazione del nostro paese.

Lotte occasionali sono cresciute e si sono diffuse sino a dar vita alle assemblee permanenti sorte in numerose città italiane. La nascita, lo scorso 9 ottobre, di un’assemblea nazionale di lotta al militarismo rappresenta il punto di arrivo di un sommovimento antimilitarista in continua crescita. Come ogni punto d’approdo è anche un punto di partenza verso nuove sfide.

Lo scorso 4 novembre, dopo anni di stanca, le iniziative di informazione e contrasto delle cerimonie militariste si sono moltiplicate sul territorio nazionale. Il corteo di sabato 20 novembre a Torino è stato una scommessa riuscita, una tappa importante per l’estendersi delle lotte antimilitariste.

Gli obiettivi messi in campo e la capacità di creare una dinamica intersezionale con altri ambiti di lotta è stato il fulcro di un’iniziativa il cui successo non era affatto scontato. La denuncia dell’aumento delle spese militari resterebbe un orizzonte del tutto astratto se non si connettesse con le lotte sul piano sanitario, scolastico, dei trasporti di prossimità.

La prospettiva delle chiusura e della riconversione dell’industria bellica prende slancio nella capacità di aprire fronti sul piano della tutela del territorio, della salute dal basso, della autogestione dei servizi essenziali, sottratti al controllo dello stato e del mercato.

La presenza al corteo di settori del sindacalismo di base, come di organizzazioni politiche che hanno assunto l’antimilitarismo tra i propri obiettivi rappresenta il segnale inequivocabile delle possibilità di allargamento non occasionale delle iniziative, oltre al, pur determinante, apporto dell’anarchismo sociale.

Non solo. La presenza di spezzoni transfemministi queer dà la misura di una critica alla logica militarista, che investe anche il machismo delle divise e della guerra, riproposto nelle nostre scuole a bambin* e ragazz* come modello da seguire, nella prospettiva di un arruolamento delle coscienze e dei corpi.

I gruppi impegnati nella lotta contro le frontiere presenti al corteo hanno messo in campo la possibilità di unire le lotte contro la militarizzazione dei confini a quella contro le missioni all’estero. Il movimento No Tav ha innestato nella manifestazione antimilitarista non solo la lotta contro l’occupazione militare, ma anche quella contro l’uso militare della nuova linea tra Torino e Lyon, nell’ambito di corridoi europei di comunicazione.

Il moltiplicarsi delle lotte dipende dalle reti organizzative ma anche dalla capacità di lettura delle dinamiche del complesso militare industriale italiano, nelle sue connessioni stabili con la ricerca universitaria, la comunicazione mediatica, la scuola. Lo sviluppo di tecnologie di sorveglianza militare sempre più sofisticate messe al servizio della guerra esterna, dei videogame mortali giocati con i droni, si estende al controllo militare del territorio, alla guerra interna.

Il piano analitico, la comunicazione politica e, ultima ma non meno importante, l’azione diretta sul territorio sono intrecci cruciali in questo percorso. Per fermare la guerra non basta un “no”. Occorre incepparne i meccanismi, partendo dalle nostre città, dal territorio in cui viviamo, dove ci sono caserme, basi militari, aeroporti, poligoni di tiro, fabbriche d’armi, uomini armati che pattugliano le strade. Bloccare le missioni all’estero, boicottare l’ENI, cacciare i militari dalle nostre città, bloccare la produzione e il trasporto di armi, contrastare il mercato delle armi sono concreti orizzonti di lotta.

Maria Matteo




Fonte: Umanitanova.org