Novembre 21, 2020
Da La Tradizione Libertaria
92 visualizzazioni


I Lucetti, ad Avenza, non erano ricchi e nemmeno benestanti, erano riusciti perĂČ a conquistare una decente tranquillitĂ  economica, per questo Gino poteva considerarsi un privilegiato rospetto ai coetanei. Loro finivano nei campi e attorno alle cave di Maemo. Se proprio erano fortunati, riuscivano a frequentare un paio d’anni di scuola, giusto il tempo per essere in grado di firmare i documenti e contare i soldi della paga. Lui arrivĂČ alla licenza della sesta classe. Leggeva tutto quello che gli capitava sotto mano. Quello che non gli diedero gli insegnanti, se lo costruĂŹ da solo, con il disordine dell’autodidatta e l’entusiasmo del volontario. Anche il suo istinto a farsi opposizione – spirito di ribelle – non era una stranezza in quello spicchio di terra di Toscana perchĂ© la pensavano (quasi) tutti allo stesso modo. Contro il potere costituito e contro i poteri.

Essere “contro” negli anni turbolenti della prima monarchia non doveva essere davvero difficile. L’UnitĂ  d’Italia aveva lasciato immaginare il futuro romantico di una nazione affratellata. Il paese si trovĂČ invece alle prese con una classe dirigente impreparata e inetta, arrogante e affamata di privilegi.

I ricchi, approfittando e truffando, riuscivano a realizzare speculazioni monetarie spudorate che li facevano diventare ancora piĂč ricchi. Mentre i poveri, pur non avendo proprietĂ , si trovavano carichio di tasse da pagare e sprofondavano nella miseria, oltre il limite della sopravvivenza.

I governanti di allora – re in testa – godevano di privilegi, tutti – a cominciare dal re – consideravano lo Stato cosa loro. Non era necessario rubare: bastava prendere. E chi li contestava? I Savoia, tutti – il galantuomo, il buono e il sciaboletta – avevano 14 milioni di appannaggio, quanto il Kaiser di Germania che guidava la locomotiva economica d’Europa, ma piĂč della Regina d’Inghilterra. Costavano una cifra do gran lunga superiore a quella sufficiente per mantenere la Casa Bianca di Washington. Ritiravano l’assegno senza pudore. A Roma abitavano nell’ex reggia dei Papi, il Quirinale. A Castelporziano disponevano di una spiaggia tutta per loro.

Distratti dagli assilli delle questioni di governo, non riuscivano a vedere i miserabili delle periferie delle cittĂ  e gli abissi di indigenza delle campagne. Il re Umberto – caritatevole per definizione – in occasione di terremoti, innondazioni o altre calamitĂ , era il primo ad accorrere sul posto per distribuire pacche sulle spalle ed era anche il primo a venirsene via e a dimenticare in fretta. Non riusciva a sospettare che il mondo potesse dividersi fra ricchi e poveri. Credeva che la vera differenza corresse fra chi sapeva andare a cavallo dritto in sella e chi ci stava ingobbito. Lui, di cavalli, ne aveva 1300, nelle scuderie dei palazzi di cui disponeva in ogni cittĂ . Tutte le mattine, anche con pioggia o neve, non rinunciava a cavalcare. Fino a dieci ore.

Non c’era tempo per leggere, considerava le arti una noia,




Fonte: Latradizionelibertaria.over-blog.it