Settembre 8, 2021
Da Umanita Nova
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Lo sciopero generale indetto dal sindacalismo di base per il prossimo 11 ottobre rappresenta un appuntamento importante dell’opposizione di classe alle politiche governative, oltre che un momento unitario del sindacalismo di base, foriero di prospettive interessanti.
Molte e molti di noi saranno impegnati nei prossimi giorni nel posto di lavoro, nelle organizzazioni sindacali di riferimento e negli ambiti di lotta in cui siamo attivi nella preparazione dello sciopero dell’11 ottobre.
La Federazione Anarchica Italiana ha attivato una campagna antimilitarista per il ritiro immediato delle missioni militari all’estero, per fermare l’aumento delle spese militari, per convertire le produzioni belliche, campagna a cui invita tutte le realtà politiche, sindacali e di movimento che condividono questi obiettivi.
Auspichiamo che la giornata di lotta dell’11 ottobre sia caratterizzata anche da una prospettiva antimilitarista.
La militarizzazione dei territori e delle relazioni sociali nel nostro paese e la politica imperialista e guerrafondaia all’esterno sono caratteristiche fondamentali dell’azione del governo Draghi, nell’ambito del più generale attacco alle condizioni di vita dei lavoratori, disoccupati, precari; azione sostenuta con forza dall’Unione Europea.
Le spese militari nel 2021, in piena pandemia, sono aumentate dell’8,1% rispetto all’anno precedente, per un totale di quasi 25 miliardi di euro, di cui 1.254,6 sono destinati a finanziare le missioni militari all’estero, nuovamente approvate dal Parlamento alla fine di luglio. Va da sé che lo stanziamento per le missioni comprende esclusivamente la parte logistica, mentre armamenti, stipendi, indennità di missione rientrano in altri capitoli di spesa.
Lo stato italiano è impegnato in 40 missioni, di cui 18 in Africa. Il contingente bellico in Afghanistan è stato ritirato questa estate: il costo complessivo di questo intervento quasi ventennale è stato di 8,7 miliardi di euro. Alle operazioni militari all’estero si affiancano 6 missioni di polizia fuori dai confini italiani, tra cui quella di assistenza alla famigerata guardia costiera libica.
Gli scopi di queste missioni sono: aggiudicarsi la fornitura di materie prime garantendo l’estrazione e il passaggio di risorse strategiche; controllare le zone chiave dei movimenti migratori; pubblicizzare mezzi e materiali militari italiani presso i governi dei paesi dove sono impegnati.
Le truppe di occupazione in Libia, così come le navi da guerra nel golfo di Guinea, difendono i siti estrattivi e le infrastrutture dell’ENI: i documenti ufficiali lo chiariscono in modo del tutto esplicito, senza più alcun riferimento di carattere “umanitario” o “poliziesco”. Lo hanno denunciato in più occasioni i movimenti che si battono contro lo sfruttamento ambientale, il colonialismo, l’impoverimento delle popolazioni e la gestione militare dei flussi migratori.
L’epilogo di vent’anni di occupazione NATO dell’Afghanistan mette bene in luce come la libertà e il benessere delle donne e degli uomini afghani sia solo un alibi per giustificare una guerra feroce, terminata con la sconfitta della “coalizione dei volenterosi”.
L’aumento delle spese militari, stanti i vincoli di bilancio, determina il taglio ulteriore delle risorse per sanità, istruzione, assistenza. Servizi essenziali gravemente ridotti da anni, che, nonostante l’emergenza Covid, sono stati ulteriormente erosi. Il potere d’acquisto di salari e pensioni è diminuito per la necessità di far fronte a spese per la salute, l’istruzione i trasporti, i cui costi reali, anche in seguito a progressivi processi di privatizzazione, sono costantemente aumentati, peggiorando le condizioni di vita dei disoccupati e delle disoccupate e di chi lavora in condizione di crescente precarietà e ricatto.
L’opposizione alla guerra, alla produzione ed al traffico di armi, alle spese militari si è intersecata con le lotte di importanti settori del movimento dei lavoratori e delle lavoratrici e della società, basti pensare agli scioperi e ai blocchi dei portuali contro il traffico di armi, al movimento No MUOS in Sicilia, alle ripetute proteste contro l’Aerospace and Defense Meeting a Torino.
È importante costruire lo sciopero dell’11 ottobre a partire dagli elementi più cruciali delle varie vertenze settoriali e delle politiche governative, ma riteniamo che l’assunzione all’interno della piattaforma degli ambiti di lotta che vedono protagonisti i movimenti possa far crescere l’adesione di più ampi settori ad un appuntamento importante come lo sciopero generale.
Chiediamo quindi ai sindacati promotori dello sciopero generale del prossimo 11 ottobre di inserire nella piattaforma un chiaro riferimento contro la politica guerrafondaia del governo: per fermare l’aumento delle spese militari, per il ritiro immediato delle missioni militari all’estero, per la riconversione della produzione bellica.
Invitiamo tutt* gli interessati a partecipare all’assemblea antimilitarista che si terrà a Milano sabato 9 ottobre: appuntamento dalle ore 10 sino alle 19 presso il laboratorio Kasciavit in via San Faustino 64.

Per una campagna antimilitarista
Via le truppe italiane dall’Africa! No al militarismo, no alla guerra

Di fronte a una sempre maggiore presenza di truppe italiane in Africa non basta prendere posizione, serve rilanciare l’iniziativa antimilitarista, lottando per il ritiro di tutte le missioni di guerra.
Il Parlamento ha recentemente votato, con approvazione quasi unanime di tutti i partiti, il rifinanziamento delle missioni militari all’estero. Tra queste la contestata missione a supporto della Guardia costiera libica, responsabile delle stragi di migranti nel Mediterraneo. Sono state lanciate anche due nuove missioni, una in Somalia ed una nello stretto di Hormuz, dove la tensione con Iran e Cina è molto alta. Sono in tutto 40 missioni, di cui 17 nel continente africano. Queste missioni sono principalmente finalizzate a mantenere il controllo delle aree per l’estrazione e il passaggio di risorse strategiche, nonché delle zone chiave dei movimenti migratori. Le truppe di occupazione in Libia così come le navi nel golfo di Guinea difendono i siti estrattivi e le infrastrutture dell’ENI. Nel Sahel, dove la Francia è in difficoltà in una vera situazione di guerra, lo stato italiano manda carri armati, elicotteri e soldati con l’operazione Takuba, mentre in Niger sta entrando in funzione una base militare italiana.
La dimensione del militarismo italiano, pur dipendente dalla potenza statunitense e dal quadro dell’Unione Europea, non deve essere sottovalutata. Sia perché lo schema delle alleanze non è più rigidamente stabile come venti anni fa, sia perché è proprio il comparto militare-industriale l’unico settore che il governo italiano continua a sostenere. Questo settore infatti è stato trasformato in uno dei principali motori dell’economia nazionale. È necessario quindi riattivare l’iniziativa contro le politiche militariste e imperialiste dello stato italiano.
Mentre annuncia da anni il ritiro da Iraq e Afghanistan, lo Stato italiano orienta la sua proiezione militare anche verso l’Africa, eccitando vecchie nostalgie coloniali mai estirpate. Nuove missioni di guerra per la “difesa degli interessi nazionali”, come ormai si dice anche nella propaganda ufficiale e negli atti istituzionali. Le missioni militari non sono più neanche giustificate con l’ipocrita formula della “guerra umanitaria” o “per la democrazia”, è caduta anche la foglia di fico del diritto internazionale che permetteva di chiamare una guerra “intervento di pace”. Il carattere neocoloniale e imperialista di queste missioni è davanti agli occhi di tutti.
Venti anni con l’invasione dell’Afghanistan, iniziava la “guerra al terrore”. Venti anni di massacri, distruzione e oppressione per le popolazioni locali. Pure di fronte al fallimento militare le tasche di pochi potenti hanno continuato a riempirsi di miliardi, mentre anche in Italia, come negli altri paesi della coalizione, a pagare il costo della guerra in termini di impoverimento, repressione, militarizzazione, restrizione di libertà e diritti è stata la classe lavoratrice, la popolazione sfruttata ed emarginata.
Perché la guerra è anche in casa nostra, con l’operazione “strade sicure” e con i militari che intervengono contro gli scioperanti, oppure per sedare le rivolte nelle carceri, o in Val di Susa contro il movimento No Tav. La guerra è qui, con la militarizzazione, le servitù militari e i poligoni. Con le produzioni belliche, i traffici di materiale militare pericoloso nei porti, le grandi fiere delle armi dove si vendono gli strumenti di morte più all’avanguardia. La guerra ci tocca da vicino con i radar, gli aeroporti, le basi militari, che distruggono i territori in cui si trovano, avvelenando la gente che li abita. Da qui partono le guerre. Le nostre vite sono toccate dalla guerra, perché per foraggiare l’esercito e l’industria degli armamenti si tagliano servizi essenziali, si escludono milioni di persone
dall’accesso alle cure mediche, dall’accesso allo studio, dalla possibilità di vivere in un alloggio adeguato. Nelle strade delle città la guerra è contro la popolazione migrante e contro tutti gli sfruttati. La guerra si vede nella propaganda nazionalista e razzista, nel militarismo, nella struttura patriarcale, gerarchica e classista che governa la nostra società.
È l’ora di riprendere un intervento antimilitarista complessivo e allargato. Contro ogni guerra. Per il ritiro delle truppe italiane dall’Africa e di tutte le missioni militari all’estero. Contro la militarizzazione dei territori, i poligoni e le basi. Contro la produzione e il mercato degli armamenti.
Proponiamo un’assemblea da tenersi a Milano sabato 9 ottobre presso il Laboratorio Occupato Kasciavìt in via San Faustino 64 dalle ore 10, per lanciare una campagna antimilitarista articolata, che sappia riunire momenti di mobilitazione nazionale con le lotte e i movimenti attivi sui territori, le iniziative locali del 4 novembre e l’opposizione all’Aerospace and Defence Meeting di Torino a fine novembre.

Federazione Anarchica Italiana (Gruppo di lavoro antimilitarista e Commissione di corrispondenza)

Per contatti:
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Fonte: Umanitanova.org