Gennaio 20, 2023
Da Ricercatori Senza Padroni
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Salvatore Baiardo, il gelataio piemontese che all’inizio degli anni ’90 gestì la latitanza dei fratelli Graviano, dichiarò ai mass media: “Che arrivi un regalino al nuovo Governo, un fiore all’occhiello per il nuovo esecutivo? Magari presumiamo che un Matteo Messina Denaro sia molto malato e faccia una trattativa per consegnarsi lui stesso, per fare un arresto clamoroso…”

Massimo Giletti

Salvatore Baiardo, factotum dei fratelli Graviano, inizia a parlare coi magistrati fiorentini delle segrete motivazioni mafiose che circondano le stragi del 1993. Baiardo avrebbe fatto varie rivelazioni agli inquirenti facendo anche un nome mai emerso in alcuna inchiesta: si tratterebbe di un esponente politico piemontese, attuale sindaco di un piccolo centro del Verbano, che avrebbe fatto da prestanome per investire i soldi dei Graviano, circa un miliardo e mezzo di vecchie lire. Messina Denaro nato nel 1962 a Castelvetrano, è stato per 30 anni l’uomo più ricercato in Italia e nel resto del mondo per 7 stragi e una ventina di omicidi.

Il 16 gennaio Matteo Messina Denaro è finito in manette era in una clinica di Palermo, era ricercato in tutto il mondo per associazione mafiosa, omicidio, strage, devastazione, detenzione e porto di materie esplodenti, furto. Era ritenuto l’ultimo grande boss mafioso latitante, proprio domenica 15 gennaio ricorrevano i 30 anni dall’arresto di Totò Riina. Matteo Messina, era alleato dei Corleonesi ed  era totalmente devoto alla mentalità (molto spesso prevale l’Ignoranza) della famiglia mafiosa. Non ha mai scontato un giorno di carcere, nemmeno in gioventù. Il capomafia trapanese è stato bastardo e spietato perché non ha colpito il padre pentito ma se l’è presa col figlio!! Condannato a più ergastoli, anche per gli attentati del 1992 costati la vita ai giudici Giovanni Falcone (ucciso perché stava indagando non solo sull’ultimo gradino della massoneria – chiamata mafia –  ma anche  sulla massomafia -P2, ecc.-). e Paolo Borsellino. Condannato anche per gli attentati messi a segno nel 1993 a Milano, Firenze e Roma costati la vita a dieci persone. A Messina Denaro è stato riconosciuto il ruolo di mandante.

Strage Capaci, parla Santino Di Matteo: 'Mio figlio sciolto nell'acido'

Ci furono pentiti che Messina Denaro cercò di far ritrattare o uccidere, in particolare Santino Di Matteo, autore di rivelazioni sulla strage di Capaci e il cui figlio Giuseppe fu rapito, tenuto segregato per due anni, strangolato e infine sciolto nell’acido nel 1996, affinché il suo corpo torturato non fosse mai ritrovato. Messina Denaro era l’ultimo boss mafioso di primo piano ancora ricercato. Nel covo di Provenzano furono ritrovati i celebri “pizzini” coi quali indirettamente comunicava con Messina Denaro. Più volte gli inquirenti italiani si sono avvicinati all’arresto di Messina Denaro, e altrettante volte il boss è riuscito a scomparire nuovamente (aveva capito che la cultura della piccola e media borghesia si poteva comperare facilmente coi soldi!). ll 21 ottobre 2020 Messina Denaro viene condannato all’ergastolo dalla corte d’assise di Caltanissetta per essere stato uno dei mandanti delle stragi di Capaci e via D’Amelio. Legami con la politica e l’imprenditoria.

Vincenzo Garraffa: Oggi dedico il mio impegno alle creature più deboli -  YouTube

Secondo la commissione antimafia: l’ex senatore Vincenzo Garraffa (foto sopra), nel 1994 si attivò per fare votare Antonio D’Alì, candidato nelle liste del Popolo della Libertà, per l’allora nuovo movimento politico “Forza Italia” (per quella merda P2 di Berluska). D’Alì nel 2001 venne nominato sottosegretario di stato al ministero dell’interno nei Governi Berlusconi II e III fino al 2006. Nel 1998 i documenti acquisiti dalla Commissione parlamentare antimafia fecero emergere che nel 1991 Messina Denaro (all’epoca ufficialmente agricoltore) aveva percepito un’indennità di disoccupazione di 4 milioni di lire attraverso Pietro D’Alì, fratello di Antonio. Nell’ottobre 2011 la procura di Palermo chiese il rinvio a giudizio nei confronti del senatore D’Alì per concorso esterno in associazione mafiosa a causa dei suoi rapporti con Messina Denaro e altri mafiosi della provincia di Trapani; il 30/9/2013 D’Alì (a destra nella foto), venne assolto soltanto per i fatti successivi al 1994 mentre i giudici dichiararono la prescrizione per quelli precedenti, nonostante l’accusa avesse chiesto una condanna a 7 anni e 4 mesi di carcere.

La vedova del prefetto Fulvio Sodano: «Matteo Messina Denaro catturato dopo  l'arresto del suo protettore politico» - L'Espresso

Nel 2007 venne arrestato l’imprenditore Giuseppe Grigoli , proprietario dei supermercati Despar nella Sicilia occidentale, il quale era accusato di essere favoreggiatore e prestanome di Messina Denaro, che investiva denaro sporco nei suoi supermercati; nel 2011 Grigoli venne condannato a 12 anni di carcere per riciclaggio di denaro sporco mentre nel settembre 2013 il tribunale di Trapani dispose la confisca di società, terreni e beni immobiliari di proprietà di Grigoli (a sinistra nella foto) del valore di 700 milioni di euro.

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Nel 2010 la Direzione Investigativa Antimafia di Palermo mise sotto sequestro numerose società e beni immobili del valore complessivo di 1,5 miliardi di euro, le quali appartenevano all’imprenditore alcamese Vito Nicastri, ritenuto vicino a Messina Denaro: tra il 2002 e il 2006 Nicastri aveva ottenuto il più alto numero di concessioni in Sicilia per costruire parchi eolici e secondo gli inquirenti il suo patrimonio sarebbe frutto del reinvestimento di denaro sporco. Il 12/3/2012 la Direzione Investigativa Antimafia di Trapani chiese il sequestro del patrimonio dell’imprenditore Carmelo Patti, proprietario della Valtur, considerato anch’egli favoreggiatore e prestanome di Messina Denaro; il sequestro di oltre un miliardo e mezzo di euro è stato eseguito nel novembre 2018.

Sempre nel 2012 un’indagine portò all’arresto di 6 persone, tra cui l’imprenditore Salvatore Angelo, il quale era accusato di investire il denaro sporco di Messina Denaro nella costruzione di parchi eolici fra Palermo, Trapani, Agrigento e Catania, destinando una percentuale degli affari al latitante; Il 28/11/2013 il collaboratore di giustizia Nino Giuffrè riferì che l’archivio di Totò Riina, che fu trafugato dal covo del boss nel 1993 dopo il suo arresto, è in parte nelle mani di Matteo Messina Denaro, vero e proprio pupillo del boss corleonese. Il 6/12/2013 viene sequestrato all’imprenditore palermitano Mario Niceta, settantunenne, presunto prestanome del boss Messina Denaro, 50 milioni di euro in immobili e quote di società operanti nel settore della vendita di abbigliamento e preziosi. A incastrarlo, proprio i pizzini ritrovati nel covo di Bernando Provenzano. Pizzini in cui Messina Denaro faceva riferimento a un certo “Massimo N.”. Il 13/12/2013 vengono arrestati 30 fiancheggiatori di Messina Denaro nell’ambito dell’operazione “Eden” nella provincia di Trapani. Negli arrestati figurano anche la sorella del boss Patrizia Messina Denaro e il nipote prediletto ventinovenne Francesco Guttadauro. Secondo il procuratore aggiunto Teresa Principato, dopo questa operazione il cerchio attorno al capo della mafia si è ristretto e dunque ora, dopo l’arresto dell’intera famiglia, il boss è solo. Esponenti di una cosca vicina a Matteo Messina Denaro sono stati arrestati per aver trasferito in Sicilia una somma di denaro guadagnata con l’allestimento di alcuni stand dell’EXPO di Milano del 2015.

E’ indagato anche il vicepresidente di Unicredit Fabrizio Palenzona (foto sotto). La Direzione Investigativa Antimafia ha sequestrato nel 2017 alcune società riconducibili a Gianfranco Becchina, che era stato indagato per traffico di reperti archeologici, che avrebbe avuto legami con lui. Tra i beni sequestrati risulta anche un’ala del castello di Castelvetrano di Federico II del 1239, divenuto Palazzo ducale dei principi Pignatelli. Poche ore dopo il sequestro, scoppia un incendio nell’ala del palazzo appena sequestrato e alcuni documenti vengono distrutti. In seguito a ciò è stata avviata un’indagine. Il 15/12/2020 vengono arrestate 13 persone, molti dei quali fiancheggiatori di Messina Denaro tra cui Salvatore Barone, ex direttore dell’azienda dei trasporti Atm di Trapani, compresi numerosi imprenditori e uomini appartenenti alle famiglie mafiose di Alcamo e Calatafimi. Tra gli indagati anche il sindaco di Calatafimi Segesta, Antonino Accardo, per corruzione elettorale. Matteo Messina Denaro finisce in mano alla giustizia, ma con un’operazione tutt’altro che trasparente e che pare scaturire dalle ombre di una trattativa stato-mafia, che non si è mai chiusa. Come sia possibile che, come Provenzano, l’ultimo nome eccellente della vecchia dirigenza di Cosa Nostra venga rintracciato solo quando molto malato e dietro l’angolo di casa?

Palenzona Fabrizio – RETE Ambientalista

La trattativa Stato-Mafia continua, Messina Denaro ha già scelto il successore! Messina Denaro comandava mezza Sicilia e l’ha fatta sempre da padrone.  In quegli anni, la violenza mafiosa fu supportata da alcuni funzionari dello stato (massomafia), condannati poi nel processo sulla trattativa stato e mafia del 2018. Quando si parla di Messina Denaro, però, non ci si riferisce a un semplice capomafia di Castelvetrano, ma al vero vertice di Cosa nostra, terminale dei rapporti tra la mafia siciliana e la ‘ndrangheta calabrese, custode dei segreti delle trattative tra stato e mafia degli anni ‘90 (erano i loro segreti, il loro lasciapassare). I suoi contatti criminali arrivano fino al Canada e agliUSA. Tra le attività indagate durante la ricerca del latitante, si trovano infatti i villaggi vacanze della Valtur di Carmelo Patti, i supermercati del marchio Despar di Giuseppe Grigoli, gli impianti eolici di Vito Nicastri e molte altre, dalle sale per slot machine alle sale scommesse. Infine, numerosi pentiti di mafia hanno rivelato l’esistenza di ampi contatti tra Messina Denaro e uomini delle istituzioni. Durante il processo per la trattativa stato mafia del 2018, furono condannati in primo grado l’ex senatore di Forza Italia Marcello Dell’Utri, già in carcere dal 2014, e gli ex ufficiali del Ros dei carabinieri Mario Mori e Giuseppe De Donno (massomafia). Tuttavia, il 23/9/2021 la Corte di assise di Palermo ha assolto tutti e tre gli imputati. Al contrario, Antonio D’Alì, tra i fondatori di Forza Italia ed ex senatore e sottosegretario di stato al ministero dell’Interno sempre per il partito di Silvio Berlusconi, è stato condannato in via definitiva a 6 anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa nel 2022. Secondo la sentenza della Corte di Cassazione, D’Alì sarebbe stato “a disposizione di Messina Denaro” e, avrebbe usato “le proprie risorse economiche e successivamente il proprio ruolo istituzionale di Senatore della Repubblica e di Sottosegretario di Stato” per aiutare i capi di Cosa nostra nelle loro azioni criminali.

Il capitalismo Deruba l’uomo dei suoi diritti

di nascita, ne ferma lo sviluppo, ne avvelena

il corpo,lo mantiene nell’ignoranza, nella

povertà e nella dipendenza, ed organizza poi

le istituzioni caritatevoli che distruggono

l’ultima traccia di dignità nell’uomo.

Emma Goldman

Cultura dal basso contro i poteri forti

Rsp (individualità Anarchiche)




Fonte: Ricercatorisenzapadroni.noblogs.org