Gennaio 3, 2022
Da Il Manifesto
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Piccola vittoria simbolica per la comunità Lgbt in Polonia e per chi crede nel diritto di essere informati nel Paese sulla Vistola. La settimana scorsa gli autori del progetto Atlas Nienawisci, l’«atlante dell’odio», creato per monitorare le iniziative di discriminazione sessuale da parte delle amministrazioni locali in tutto il paese, hanno vinto la prima causa per diffamazione intentata dalla provincia (powiat) di Przasnysz, nel centro-nord della Polonia. La magistrata Grazyna Szymanska-Pasek ha pronunciato la sentenza non senza citare alcuni numeri allarmanti sui cittadini non eterosessuali in Polonia: «Le statistiche mostrano che almeno il 68% ha subito aggressioni verbali, il 12% violenze fisiche, il 50% nasconde il proprio orientamento sessuale e il 30% soffre di depressione».

UN PROGRAMMA CITTADINO in sostegno della comunità Lgbt, varato due anni fa dal sindaco liberale di Varsavia Rafał Trzaskowski, aveva suscitato in tutta la Polonia una pletora di risoluzioni smaccatamente anti-Lgbt e di «carte della famiglia» in difesa del modello tradizionale. Ci sono almeno altre sei cause sulla falsariga di quella di Przasnysz, sostenute dall’associazione teocon Ordo Iuris, e sulle quali la giustizia polacca prima o poi dovrà esprimersi. La mappa dell’odio viene aggiornata in tempo reale e include anche i link ai verbali e agli atti ufficiali della pubblica amministrazione.

Tranne poche eccezioni, le iniziative anti-Lgbt sono concentrate nei comuni della «Polonia B», ovvero quelle regioni più arretrate del paese situate ad est della Vistola. Paulina Pajak, Jakub Gawron, Paweł Preneta e Kamil Maczuga sono tutti originari della Precarpazia, una regione rurale e conservatrice nel sudest del territorio polacco. L’avvocata Alicja Szpringer che ha difeso i quattro attivisti dietro l’iniziativa, ha espresso soddisfazione per la sentenza: «Gli imputati agiscono nell’ambito della legge, beneficiando della libertà di espressione garantitagli dall’art. 54 della Costituzione polacca e dall’art. 10 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo che tutela il diritto all’uguaglianza di trattamento e la libertà di ricevere o di comunicare informazioni».

GLI ACCUSATI CHIEDONO anche scuse ufficiali in videocollegamento con Varsavia e Bruxelles. In effetti, nell’estate del 2020 si sono viste le prime avvisaglie di una reazione da parte dell’Ue. Allora la Commissaria europea all’Uguaglianza Helena Dalli aveva congelato i fondi di partenariato destinati a 6 amministrazioni cittadine polacche implicate in provvedimenti discriminatori in materia di orientamento sessuale. Ordo Iuris ha fatto sapere che presenterà ricorso.




Fonte: Ilmanifesto.it