Novembre 10, 2021
Da Il Manifesto
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«Abbiamo dato a questa generazione la possibilità di esprimersi nel miglior modo possibile» racconta Yuri Ancarani, regista e videoartista romagnolo di base a Milano. Ha infatti messo al centro del suo ultimo film, Atlantide, un gruppo di adolescenti incontrati in un contesto particolare come la laguna veneziana, che tutti credono di conoscere ma che nasconde luoghi ancora silenziosi, dove si coltiva la terra e la quiete avvolge il paesaggio. A portare rumore sono loro, i ragazzi, che organizzano feste improvvisate sfrecciando sui barchini al suono della trap; le rime danno corpo ad un immaginario eccessivo, provocatorio, attraverso cui i giovani cercano di plasmare un’identità. Il regista ha sempre gravitato tanto nel mondo dell’arte che in quello del cinema, mostrando i suoi film in mostre e musei oltre che in sala e nei festival. Atlantide è il suo primo lungometraggio di finzione, dove non manca però la forte ricerca estetica che ha sempre animato il suo percorso. Dopo essere stato presentato alla Mostra del cinema di Venezia, Atlantide è stato designato Film della Critica 2021 dal Sindacato Nazionale Critici e verrà proiettato in apertura di Filmmaker Festival a Milano domani, prima di approdare nelle sale dal 22 al 24 novembre. Abbiamo intervistato Ancarani, che con sguardo partecipante si è calato nella realtà di queste giovani vite al margine.

Girare a Venezia ti ha immerso in un elemento particolarissimo, ovvero l’acqua. Quali opportunità ti ha dato e quali difficoltà hai dovuto affrontare?

Lavorare in acqua è stata una sfida, nei sogni rappresenta la parte inconscia della mente e in effetti Atlantide è un viaggio interiore: ci sono altre presenze innaturali oltre ai personaggi, sono visibili attraverso i riflessi, le luci; per me questo film è un trip vero e proprio. Tuttavia riuscire a gestire durante le riprese l’andamento ondoso è stato complesso, i barchini vanno veloce e l’orizzonte deve rimanere dritto per avere una visione costante. Sono riuscito a realizzarlo grazie al fatto che non provengo da una scuola di cinema tradizionale ma da quella del videomaking. Essere veloce, leggero, saper gestire l’imprevisto fa parte della mia natura e della conoscenza professionale del mezzo, quindi ho potuto evitare di utilizzare strutture ingombranti con le quali si sarebbe persa tutta la poesia e la verità.

In «Atlantide» ti sei misurato con la finzione ma l’hai fatto attraverso una linea narrativa volutamente scarna, aderente ai corpi degli attori.

Quando mi sono presentato ai ragazzi e alle ragazze gli ho detto che avremmo individuato una storia insieme. Ho iniziato quindi a passare del tempo con loro e mi sono presto reso conto che l’ossessione per le corse in barca e per il pericolo li portava a parlarne sempre, un discorso in cui era compresa anche la morte, un rischio costante che affiorava spesso. Il barchino è l’unico posto dove un adolescente a Venezia si sente libero, potendo scappare dalle proprie paure, dai turisti, dalla vita degli adulti. È rischioso ma paradossalmente è anche un luogo sicuro dove poter fare le proprie esperienze. La struttura del film è legata a questa narrazione che avviene nella loro testa e nei loro discorsi, in questo senso possiamo dire che non c’è stata una sceneggiatura vera e propria.

Quanto è stato difficile entrare in contatto con i protagonisti del film?

Non è stato facile, io ho cinquant’anni che è l’età dei loro genitori e chiaramente nella normalità i ragazzi non comunicano con gli adulti. Lo strumento che mi ha aiutato di più è stata la musica, conoscere i musicisti, parlare dei loro brani preferiti.

La musica infatti ha un ruolo importante, con una vera immersione nel mondo della trap.

Sì, il desiderio di lavorare con la musica ascoltata dai ragazzi mi ha portato alla radice di questo nuovo genere che è la trap. Siamo andati dai loro creatori in Italia ovvero la Dark Polo Gang, da lì abbiamo iniziato a lavorare con il loro producer che è Sick Luke, è molto giovane ma con una gran voglia di crescere e maturare, si è messo in gioco. Abbiamo lasciato uno spazio a chi aveva l’età del film, hanno tutti vent’anni se non sedici o diciotto.

In «Atlantide» affiora una Venezia nascosta, che non corrisponde all’immagine comune della città.
Sono molto contento di aver ricevuto gli apprezzamenti di tanti veneziani che hanno mostrato una grande vicinanza. Venezia ormai è un brand e un set a cielo aperto, è Hollywood che ha deciso cos’è Venezia, non lo abbiamo deciso noi. La città invece ha tante cose da dire, ha una sua vita vera che normalmente rimane nascosta.

Anche il finale, una sorta di film nel film, mostra una Venezia sconosciuta. Alcuni gli hanno dato un significato apocalittico, altri esoterico…

È un’esperienza psichedelica che richiede una preparazione, la durata del film era necessaria per arrivare agli ultimi venti minuti che per me è la parte più importante perché dà a tutti la possibilità di mettersi in una dimensione interpretativa. Ho sentito letture di tutti i tipi, le sensazioni che si ricevono da quelle scene finali sono legate all’individualità di chi guarda, possono essere tanto positive che negative dopo che, con molta cura, sono stati mostrati tutti i traumi che viviamo nella nostra gioventù e che poi da adulti ci dimentichiamo, come la separazione dal primo amore. Ci abbiamo messo quattro anni a realizzare il film proprio perché ho voluto vivere quei drammi insieme ai ragazzi, aspettando che gli eventi accadessero spontaneamente. A me interessavano loro i volti, le espressioni vere anche di grande disperazione, un livello che un attore difficilmente può raggiungere. Il finale, comunque, è anche per loro: per fare un’esperienza forte, che ti rimane, non c’è bisogno di droghe o di andare ad 85 km/h rischiando la vita. Io ho solamente guardato il mondo ruotato a 90 gradi.




Fonte: Ilmanifesto.it