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Ya Basta ha organizzato nella città bosniaca di Bihac la campagna B.u.r.n. con Laboratorio Salute Popolare e No Name Kitchen: “In questi mesi abbiamo stretto alleanze con chi vive la rotta quotidianamente, dai locali alle persone in movimento, e continueremo a coltivarle e a cercare insieme di costruire reti e strumenti di lotta e resistenza”.

31 Maggio 2022 – 17:15

Attiviste e attivisti di Ya Basta Bologna che nei mesi scorsi avevano dato vita a B.u.r.n. – Health on the Move, attività di supporto sanitario alle persone in movimento e di denuncia della violazione dei loro diritti sulla balkan route, raccontano in un post sui social network che “si conclude il progetto che ci ha vistə attivə da fine gennaio 2022 a Bihac, Bosnia Erzegovina, una delle tante tappe lungo la rotta balcanica insieme al Laboratorio Salute Popolare e No Name Kitchen. In un periodo così complesso, che potremmo a tutti gli effetti definire un momento di soglia, tra pandemia e guerra, abbiamo tentato con i nostri strumenti di muoverci lungo i confini d’Europa, fisici e non, di comprenderne le dinamiche e le contraddizioni, di creare alleanze che permettano dal basso di eroderne i meccanismi violenti”.

“Ci siamo dotatə – spiega Ya Basta – della pratica medica, che è anche pratica politica. Abbiamo cercato di non limitarci ad assistere, ma di allearci con una forma invisibilizzata di resistenza, quella di coloro che tentano di attraversare i confini nonostante i continui respingimenti. La pratica medica che abbiamo messo in campo tiene conto di fattori sociali e relazionali ed vuole essere anche strumento di indagine per comprendere, almeno in parte, la complessità in cui ci muoviamo. Ci riportiamo a casa tanta rabbia: la rabbia di vedere e toccare con mano gli effetti di un sistema (iper-tecnologizzato) di frontiere che discriminano e criminalizzano, che filtrano chi può passare legalmente e chi no, che feriscono e uccidono, anche quando su di esse vengono alzati i riflettori. La rabbia di vedere quanto l’Europa sia effettivamente in grado di accogliere persone in fuga da una guerra, se la guerra è vicina e le persone sono abbastanza ‘bianche’, ma si rifiuti di farlo per altre ‘categorie di migranti’. La rabbia di vedere che una rotta migratoria non si conclude con l’arrivo alla meta, che i confini agiscono anche all’interno dei nostri territori, attraverso lo sfruttamento, la difficoltà di ottenere documenti e la facilità di perderli, l’emarginazione, la criminalizzazione e la discriminazione”.

“Ma – sottolineano attiviste e attivisti – ci portiamo a casa anche tanta forza e voglia di reagire, contagiatə dall’ostinazione dellə nostrə compagnə di viaggio. In questi mesi abbiamo stretto alleanze con chi vive la rotta quotidianamente, dai locali alle persone in movimento, e continueremo a coltivarle e a cercare insieme di costruire reti e strumenti di lotta e resistenza. Da queste periferie emerge con maggiore chiarezza tutta la mancanza d’Europa, la sua crisi e la sua inerente violenza. Allo stesso tempo, si fa viva la necessità di costruire uno spazio politico comune, in controtendenza al rafforzarsi dei singoli nazionalismi, che da anni ormai determinano con più o meno clamore la mappa politica internazionale. Dai confini il punto è chiaro: oggi più che mai viviamo l’urgenza di costituire uno spazio politico euro-mediterraneo come terreno minimo di lotta, che sia apertamente ‘post- nazionale’, femminista, ecologista e si fondi sulla libertà di muoversi, restare e ritornare. La nostra permanenaza in Bosnia si conclude per ora, ma non il nostro progetto. Insieme allə alleatə che  abbiamo incontrato in questo viaggio, guardando sempre più a Est e sempre più a Sud, continueremo a lottare su/contro i confini della nostra borderland”.




Fonte: Zic.it