112 visualizzazioni


Dal 2 al 19 settembre a Bologna il festival internazionale Gender Bender: un’intervista alla coreografa e performer Joy Alpuerto Ritter sul suo spettacolo che combina gli antichi balli popolari delle Filippine con un repertorio contemporaneo.

15 Settembre 2021 – 14:22

di Simona de Nicola

Torna a Bologna il festival più irriverente e innovativo legato alle arti sceniche, visive e performative: co-diretto da Daniele Del Pozzo e Mauro Meneghelli e prodotto dal Cassero LGBTI+ Center di Bologna, il Gender Bender festeggia quest’anno 19 anni. Incontri, spettacoli di danza, cinema, performance e laboratori costellano il programma di quest’anno, come sempre pronto a rimettere in discussione il corpo, i ruoli e le identità, gli immaginari, le politiche. Chi si prenderà cura di noi in questa società in cui stare vicini è diventato improvvisamente pericoloso, rischioso, inopportuno? Come superare collettivamente quest’epoca di isolamenti, auto-isolamenti, quarantene, lockdown? Come tornare a contagiarci, contaminarci, mescolarci, prendendo solo gli effetti positivi del nostro essere a contatto? A farci stare assieme e a prendersi cura di noi ci prova – e ci riesce! – il Gender Bender, con un’edizione interamente all’aperto che porta il titolo di “Affetto Domino”: un gioco di parole che invita a considerare come un gesto di cura e attenzione possa generare molteplici felicità nell’ambito delle relazioni umane.

Al festival ho incontrato Joy Alpuerto Ritter, straordinaria coreografa e performer di origini filippine col base in Germania, che ha collaborato col Cirque du Soleil, la Akram Khan Company e con la band Florence and the Machine. Le ho fatto qualche domanda su BABAE, uno dei due spettacoli con cui si presenta al festival. BABAE, selezionato nella prestigiosa piattaforma internazionale Aerowaves 2020, è essenzialmente un rituale: ispirato alla danza delle streghe della coreografa Mary Wigman, combina gli antichi balli popolari delle Filippine con un repertorio contemporaneo. Una pratica che celebra il potere femminile attraverso il racconto di una figura complessa, affascinante, antichissima: la strega. Abbiamo parlato spettacolo, di streghe e di stregoni e ne è scaturita una piccola riflessione sul ruolo di queste figure nella società contemporanea. Così importanti per la coesione e la cura nelle società “tradizionali”, le streghe sono oggi bisfrattate, sempre meno riconosciute, spesso connotate negativamente a causa di millantatori o reinterpretate in chiave di appropriazione culturale da parte di uno stuolo di hippy della buona borghesia green. Ma le streghe – e gli stregoni – sono una cosa seria, serissima, sacra, che esprime una forma di spiritualità delle nostre società molto antica, e ci parla del nostro del prendersi cura, prenderci in cura.

Tu credi nelle streghe? Ci sono storie di streghe legate alla tua infanzia?

Io credo nelle streghe. Quando ero bambina ascoltavo molte storie e guardavo molti film, streghe buone e cattive: trovavo estremamente affascinante il modo in cui venivano rappresentate nelle storie, i loro caratteri, il modo di muoversi. A volte erano bruttissime, misteriose, altre volte molto belle e pure. Volevo conoscere di più della loro personalità, che ho sempre immaginato più complessa della semplice opposizione tra streghe buone e streghe cattive…

Come riconosciamo una strega oggi e come possiamo integrarla nella nostra società, che sembra aver dimenticato il magico, il misterioso e talvolta terrifico potere femmineo?

Credo che la parola “strega” oggi sia soprattutto usata in senso negativo, anche a causa della storia religiosa europea, terrificante e devastante per le donne dell’epoca. Esistono ancora oggi molte persone, uomini e donne, che praticano la stregoneria e sono tra di noi, persone molto normali. Svolgono i rituali nelle comunità in cui vivono e condividono le loro conoscenze con chi è aperto a questo tipo di energia. Ho incontrato molte persone spirituali: sembrano avere un dono particolare, una conoscenza e un sapere in grado di curare il corpo e l’anima. Nei luoghi in cui le culture indigene sono riconosciute, in cui le streghe e gli stregoni sono una minoranza ma ben accettata e integrata, le pratiche di sciamanesimo e i rituali fanno parte della vita quotidiana. Le conoscenze di queste figure e la loro forte connessione con la natura sono custodite, considerate sacre.

Come hai selezionato le musiche per BABAE? Sembra esserci una fortissima relazione tra movimento e suono, in generale, come scegli e usi la musica nel tuo processo creativo?

Ho coreografato questo lavoro da solista, è un pezzo molto personale in cui davvero esploro la mia capacità di trasformare il corpo in diversi stati del potere femmineo, vulnerabilità, controllo, perdita, incarnazione animale. La musica è composta da Vincenzo Lamagna, ci siamo conosciuti nella Akram Khan Company: amo il modo in cui la sua musica può essere potente, scura, mistica, selvaggia. Credo che la composizione che Vincenzo ha creato apra nuove dimensioni e nuove parole all’interno dello spazio e del corpo. Lui vive a Londra e io vivo a Berlino. Per BABAE abbiamo comunicato solo online, ma eravamo in profonda sintonia ed era molto chiaro ad entrambi cosa fosse BABAE, così ha funzionato. Mi sono ispirata a una danza folkloristica filippina, “Singkil”, e Vincenzo ha incorporato questi ritmi nella composizione. In BABAE sono molto consapevole e giocosa con il ritmo del mio corpo, in relazione alla musica e ai diversi stati d’animo.

Dimmi qualcosa in più su BABAE: chi è questa donna, che rituale sta performando, quali energie sta evocando?

BABAE significa “donna” in tagalog (un dialetto filippino). L’origine di quest’opera è ispirata dalla “Danza della Strega” della pionera della danza Mary Wigman, del 1927. Ho imparato ad eseguire questo pezzo durante la mia formazione al Palucca Schule di Dresden, poi alcuni anni dopo ho creato la mia versione della strega, che ha esordito al “Witchdance Project Festival” al Sophiensaele di Berlino. Per me era fondamentale rappresentare il personaggio della strega non come una vittima ma come una donna che si esprime attraverso diverse qualità ed energie: le sue azioni simboleggiano un rituale, un processo di ascolto, apprendimento, una pratica, un divenire, incorporare, lasciar andare e conoscere, assumendosi la responsabilità del processo. I movimenti sono ispirati dalle danze folkloristiche filippine “Banga“ e “Igorot”, che mia madre mi ha insegnato quando ero bambina. Crescendo ho praticato stili che spaziano dalla danza urbana al voguing. Sapevo di voler esprimermi in modo da connettere la mia femminilità e la mia spiritualità con queste diverse tecniche di danza.

Cosa è la pandemia per un corpo che danza?

Le conseguenze della pandemia sul mio corpo che danza, in quanto ballerina professionista, sono state essenzialmente quelle di costringermi a fermarmi, guarire, rigenerarmi. Psicologicamente è stato duro da accettare: quando mi sento intrappolata in un posto l’unica cosa che mi fa sentire libera, nel corpo e nella mente è danzare, danzo per me stessa. Questa per me è stata la cura.

Dimmi una cosa da strega

Non dimenticare la tua connessione con la natura e con la Madre Terra.

Gender Bender – Affetto Domino
2-19 settembre, Giardino del Cavaticcio
www.genderbender.it
Photo Credits: Julien Martinez Leclerc




Fonte: Zic.it