Gennaio 13, 2022
Da Il Manifesto
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Il vertice è oggi. Le conclusioni sono arrivate ieri. Un messaggio sintetico ma esaustivo firmato Matteo Salvini: «Il centrodestra è compatto e convinto nel sostegno a Berlusconi. Non si accettano veti ideologici da parte della sinistra». «Noi possiamo garantire compattezza della coalizione», rincara pur senza fare nomi sorella Giorgia. Sono prove d’amore, certo. Parole chieste direttamente ai due leader mercoledì sera dal diretto interessato, per nulla tranquillizzato dai mezzi toni e dalla cautela dei leghisti.

Ma sono anche parole che non permettono retromarcia se il leader azzurro insisterà nel voler tentare la sorte. Sulla sua disposizione d’animo ci sono però pochi dubbi. Il paginone pubblicitario uscito ieri sul Giornale di famiglia ha un senso molto simile alla nota videocassetta del 1994, quella della «discesa in campo»: «Una persona buona e generosa. Il padre di cinque figli. Un amico di tutti nemico di nessuno» e persino «il primo editore d’Italia e il più liberale» e via elencando meriti e record. Per concludere: «Chi come lui?».

NON SIGNIFICA, sia chiaro, che il vertice di oggi dirà una parola definitiva. Non ce n’è più bisogno. Se fino a ieri Berlusconi doveva ancora decidere se fare «il passo avanti» da ieri può solo fare un «passo indietro», con una rinuncia che suonerebbe come un ritiro. Non è escluso. L’ego dell’uomo non permette figuracce in aula e il pallottoliere piange. «Mi sembra un’impresa molto complicata», ammette Vittorio Sgarbi che da qualche giorno non si stacca dal telefono cercando di raggranellare voti. Ne servono 70, ne ha raccolti non più di 10.

Osvaldo Napoli, di Coraggio Italia, 31 voti sonanti nel forziere, è anche più esplicito: «O si riparte da zero oppure il 24 gennaio c’è il rischio che ogni gruppo parlamentare vada per conto suo». Se certo della sconfitta probabilmente il Cavaliere si ritirerà davvero ma solo all’ultimissimo momento e dopo averle provate davvero tutte. Neppure alla vigilia delle elezioni ma sulla soglia della quarta votazione, quella in cui dovrà esporsi alla conta. Dal punto di vista della paralisi del quadro non cambia niente: in entrambi i casi, sia con la resa in extremis sia con la sconfitta in aula, tutto resterà congelato sino a che il macigno Silvio non sarà stato rimosso.

POI, SEMPRE che Berlusconi non tagli a sorpresa il traguardo, inizierà la vera trattativa e a quel punto i tempi diventeranno frenetici. Matteo Renzi prevede l’elezione il 27 gennaio. Potrebbe sbagliare solo di poco. Salvini sembra voler insistere su un’opzione B sempre targata centrodestra, come vorrebbe Giorgia Meloni. Il ciambellano di Arcore Gianni Letta è di parere opposto. Si presenta alla camera ardente allestita per David Sassoli e si affida al ricordo del compianto presidente del parlamento europeo per suggerire tutt’altra rotta: «Se il clima sentito nel ricordo di David fosse quello che porta i Grandi elettori a votare per il presidente sarebbe una grandissima lezione e il contributo di David alla pacificazione e allo sviluppo». E’ possibile che per una volta il signore d’Arcore e il suo eterno consigliere siano in disaccordo. E’ anche possibile che, in segreto, anche il Cavaliere consideri un presidente eletto da tutti quasi l’ipotesi migliore, seconda ovviamente solo alla sua stessa ascesa.

RENZI SI AFFRETTA a concordare: «Sono totalmente d’accordo con Letta… Gianni». Il leader di Iv è da giorni in contatto con Salvini. Se i due procederanno d’intesa il segnale più importante, una volta accantonato in un modo o nell’altro Berlusconi, verrà da loro. Renzi è prudente. Consiglia sia pur non esplicitamente al leader azzurro di evitare lo scontro: «Se fossi il centrodestra eviterei il ballottaggio». Apre uno spiraglio più ampio del solito a Draghi: «E’ il giocatore più rispettato in Italia e nel mondo. Lo vedo bene a palazzo Chigi, lo vedrei bene al Quirinale. La ricaduta di una sua elezione è un nuovo governo, o Ursula o, come dice Salvini dei leader».

Sono segnali ancora molto timidi ma nel Pd c’è un certo cautissimo ottimismo e Letta parla apertamente di «segnali positivi da Salvini». Il Pd è convinto che il ritiro all’ultimo secondo o la sconfitta di Berlusconi provocheranno comunque un mezzo terremoto nel centrodestra. L’ipotesi di un candidato di seconda fila, come la presidente del Senato Casellati o Pier Casini, a quel punto saranno secondo il Nazareno difficilmente sostenibili e s’imporranno le uniche due scelte unitarie possibili: Draghi o la conferma di Mattarella. Ma il secondo nome continua a essere messo in campo, con scarso rispetto, un po’ a casaccio.«Non ce li vedo Salvini e Meloni a chiedere la rielezione», commenta in understamente Renzi. Salvini stesso è più secco: «Ipotesi inutile».




Fonte: Ilmanifesto.it