Novembre 26, 2021
Da Il Manifesto
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Bologna è casa del BilBOlbul e in generale del graphic novel: nei primissimi anni 2000 iniziavano ad apparire nelle librerie i volumi di case editrici come Coconino Press, Phoenix, Kappa Edizioni, Black Velvet e PuntoZero- tutte di stanza a Bologna- dove si usava il linguaggio del fumetto per raccontare come fa il romanzo e si costruiva la veste letteraria del racconto per immagini.

Il Festival internazionale di fumetto di Bologna organizzato da Hamelin che inizia giovedì 2 è poco più giovane della rivoluzione artistica e editoriale di cui celebra il ventennale; la 15ma edizione torna in presenza e offre un programma che chiama artisti nazionali e internazionali a riflettere sull’aspetto mutevole del graphic novel. Il primissimo evento è un convegno «Ieri, oggi, domani: 20 anni di graphic novel in Italia» che riunisce autori ed esperti per una giornata di studi a cura dell’Accademia di Belle Arti di Bologna e li mette a dialogo con le generazioni più giovani: Igort, Vanna Vinci, David B., Paolo Bacilieri, Daniele Brolli, incontreranno Fumettibrutti, Maurizio Lacavalla, Eliana Albertini e tanti altri insieme agli autori e docenti della scuola, tra cui Sara Colaone, Otto Gabos, Onofrio Catacchio, Giancluca Costantini, Andrea Bruno. L’intento è quello di ripercorrere le maggiori trasformazioni provocate dal graphic novel nel panorama del fumetto in Italia, esplorare i generi che ne hanno segnato la storia, dal fumetto di realtà alle sue forme più romanzesche e riflettere sulle nuove estetiche e i nuovi approcci narrativi.

Il dialogo tra passato e futuro è al centro anche di Invisible Lines. Landscapes, borders, revelations che raccoglie le opere originali create durante il viaggio di formazione dei 12 giovani artisti under 30 diviso in tre tappe – Italia, Francia e Repubblica Ceca- e guidato da Stefano Ricci, Juraj Horváth e Yvan Alagbé, per disegnare l’invisibile nelle sue più diverse diramazioni: i segni del tempo sul paesaggio, i confini e le migrazioni, il mistero del quotidiano.

Tra le mostre anche Giorni felici di ZUZU, da Squadro Stamperia Galleria d’Arte, con le tavole originali dell’omonimo libro; la collettiva Prendere posizione. Il corpo sulla pagina alla fondazione del Monte di Bologna e Ravenna dedicata a 4 grandi talenti – Émilie Gleason, Rikke Villadsen, Nicoz e Alice Socal – che hanno riflettuto sulla rappresentazione del corpo, motore ed essenza di ogni storia a fumetti; la mostra di Tommi Parrish, rivelazione del fumetto statunitense, con La bugia e come l’abbiamo raccontata, con le tavole originali del volume uscito in Italia per Diabolo Edizioni e alcune tavole inedite.

In programma un ciclo di presentazioni che mettono quattro esordienti internazionali – David Marchetti, Lina Ehrentraut, Percy Bertolini e Juta – a dialogo con altrettanti grandi nomi del fumetto: Manuele Fior, Nicoz, Francesco Cattani, Emilie Gleason. Il festival non tralascia la dimensione internazionale con quattro ospiti d’onore: Frederik Peeters, pluripremiato fumettista svizzero noto soprattutto per i graphic novel Pillole Blu e Castello di sabbia; Anders Nilsen, che firma il manifesto di questa edizione e che arriva finalmente in Italia in occasione della pubblicazione del suo capolavoro del 2011, Big Questions (Eris Edizioni), considerato uno dei graphic novel più importanti degli ultimi anni; Antoine Cossé illustratore e cartoonist francese trapiantato a Londra, una delle menti dietro la produzione innovativa della casa editrice Breakdown Press e Gabriella Giandelli, una delle più importanti fumettiste italiane, il cui gusto intimista attraversa la scena contemporanea dai primi anni ’80.

Al festival si parlerà anche di critica con la presentazione del manuale di critica del CuboBellingeri, Tutti i critici sono bastardi (Sido Edizioni) e del fumetto come mestiere, con l’associazione MeFu, che porta avanti un’indagine su mercati editoriali, fiscalità, tutele legali, riconoscimento pubblico e rappresentanza.

BilBOlbul allarga lo sguardo all’ Africa grazie a tre progetti che uniscono fumetto, animazione e musica: il lavoro del collettivo Uhuru Republic, che coinvolge artisti provenienti da Italia e Tanzania, è portato a Bologna da Collettivo Franco, e la mostra dell’animatore Jonathan Djob Nkondo è curata da Kilowatt nell’ambito del progetto Tecnica Mista. Per i più piccoli ci saranno i laboratori di BBB Kids a cura di Emma Lidia Squillari, Andrea Antinori e Noemi Vola e le proiezioni alla Cineteca di Bologna.

E poi ancora incontri dedicati agli studenti e alle studentesse delle scuole secondarie, i workshop e gli appuntamenti di portfolio review per i giovani studenti dell’Accademia di Belle Arti, e il cartellone BBB Off, con decine di mostre in vari luoghi della città: tra i nomi si segnalano Andrea Serio, Noemi Vola, Percy Bertolini, Vittoria Moretta, Samuele Canestrari e la collettiva A.M.A.R.E. a cura di Canicola. Qui il programma integrale

Horror in provincia, fumetto d’esordio: intervista a Juta, autrice di «Bambino Paura»
Juta è un giovane autore sanmarinese di stanza a Milano; sabato 4 dicembre al festival di Bologna dialogherà con Francesco Cattani sul suo graphic novel di esordio, Bambino paura (Rizzoli Lizard). Il libro racconta la storia del piccolo Giulio, protagonista di un lungometraggio horror girato nel suo paese di provincia e degli effetti che il lancio del film hanno sulla piccola comunità e sulla sua vita. Ne abbiamo parlato con l’autore.

Tra le storie brevi raccolte alla pagina http://www.spezzoni.com/ e il tuo primo graphic novel ci sono punti di contatto: la provincia e i mostri. Quali differenze hai trovato al confrontarti con una narrazione estesa?
Direi innanzitutto il rapporto coi personaggi: negli spezzoni la mia presenza come autore è più incisiva. Nella storia lunga c’è più atmosfera e meno controllo; i personaggi vivono un senso di realtà più compiuto. L’ambientazione provinciale viene invece dal mio vissuto; le inquietudini provinciali non hanno niente a che fare con quelle della città. In un ambiente più ristretto la minaccia viene da ciò che conosciamo, in città succede il contrario.

Il tuo libro parla di crescita: Giulio dovrà diventare grande per gestire l’impatto della sua interpretazione e del film sulla comunità. Da dove viene l’idea di questa storia?
Mi sono chiesto banalmente cosa ci fosse dietro ai bambini che recitano nel film horror e come sarebbe stato affrontare questo tema in una dimensione piccola, familiare e di provincia, lontana dal clamore hollywoodiano. Ho pensato quindi a una produzione un po’ scalcinata, un film modesto: non ci sono i fasti dell’industria, volevo raccontare una storia in chiave minore, senza scalpore.

La madre di Giulio soffre a vederlo sullo schermo trasformato in un mostro, qualche amico lo schernisce, altri lo ammirano. Non pensi che spesso alla base della nostra percezione dei personaggi ci sia l’equivoco ingenuo di pensare che le loro caratteristiche siano anche quelle degli attori che li interpretano?
Giulio all’inizio è contento di essere associato al personaggio del film, perché entra in contatto con la vita degli grandi e ha le attenzioni di tutto il paese addosso. Kurt Vonnegut dice noi siamo quello che fingiamo di essere: questo tipo di riflessione è presente nel mio libro.

Anche nei social…
Giusto, non ci avevo pensato. È bellissimo e terribile. E Giulio attraversa un paio di tappe distinte in questo senso. Una specie di percorso.

Le prime pagine del libro sono come le ambientazioni del film: un prologo ambientale, tavole regolari dove si accenna alla familiarità dei due linguaggi, che convergono improvvisamente poiché la copertina del libro è la locandina del film. In che senso il libro mette a dialogo il linguaggio del cinema e del fumetto?
L’ambiente muta a seconda di come si voglia raccontare. Le prime tavole alle quali ti riferisci sono libere da personaggi, neutre, se vogliamo. Gli stessi ambienti nelle sequenze del film diventano più spaventose, cambiano a seconda delle inquadrature. Volevo che dopo averle viste nelle scene delle riprese, il lettore al rincontrarle le riconoscesse e le trovasse più inquietanti, che la tensione di certi luoghi rimanesse. In ogni caso l’elemento del film horror che più mi interessa è la paura: di fronte a un film horror empatizziamo così tanto con i personaggi che sentiamo la paura che dovrebbero sentire loro. Questa è l’estremizzazione di quanto ci accade di fronte alle storie, la magia del racconto. Oggi abbiamo sicuramente uno sguardo piuttosto allenato, ma è difficile rimanere distaccati di fronte a una storia ben narrata. Mi interessa molto il meccanismo di immedesimazione.

Fa paura crescere?
Decisamente. Però fatico a immaginare delle storie dove i personaggi non crescono.




Fonte: Ilmanifesto.it