Dicembre 13, 2022
Da Dinamo Press
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Il 4 ottobre 2021, subito dopo la schiacciante vittoria alle elezioni comunali di Bologna, il neosindaco Matteo Lepore, sull’onda dell’entusiasmo e sulla base di una maggioranza bulgara, ha affermato che eravamo di fronte alla «vittoria della città più progressista d’Italia», invitando «tutti i sindaci progressisti a unirsi». Ma davvero Bologna è la città più progressista d’Italia?

Il sindaco attuale Matteo Lepore, bolognese di nascita, ha compiuto un percorso politico molto preciso ed audace. Matteo Lepore rappresenta il continuum perfetto delle politiche degli ultimi vent’anni del Partito Democratico emiliano-romagnolo, che parte da Cofferati e passa per Bonaccini e Merola.

Negli ultimi venti anni Bologna è cambiata, specialmente in alcune aree specifiche, come via del Pratello o il quartiere Bolognina.

All’alba del nuovo millennio la città rappresentava ancora l’avanguardia di una controcultura anticapitalista, antifascista ed antiproibizionista. L’opera del governo politico è stata quella di trasformarla, tassello dopo tassello, in una città meno facilmente attraversabile dalle soggettività marginalizzate.

Tra gentrification e turistificazione

La città di Bologna sta vivendo il cosiddetto processo di gentrification. Il termine, coniato da Ruth Glass nel 1964, nasce per descrivere le trasformazioni che dalla seconda metà del Novecento interessano diversi quartieri operai di Londra, modificandone la natura sociale attraverso il ricambio della popolazione residente. Protagoniste di questo mutamento furono le famiglie di colletti bianchi che sullo stimolo della terziarizzazione economica si diressero verso le aree centrali della città, sostituendo gradualmente la working-class che vi abitava.

La traduzione odierna di questa dinamica è costituita dalla riqualificazione urbana, che come detto, avviene in quartieri dai connotati particolari. La gentrification di oggi vuol dire nobilitazione; significa ridare smalto, riprendere il controllo urbanistico della città sia dal punto di vista formale, attraverso l’arredo urbano e il decoro; sia dal punto di vista della composizione sociale di questi quartieri poiché le operazioni di riqualificazione portano a un innalzamento dei valori dei suoli e degli immobili, avviando un processo di ricambio sociale che mette da parte le fasce più marginalizzate.

Questa dinamica sta apportando un cambiamento graduale ma impattante sulla conformazione economica-sociale di Bologna, contribuendo a disegnare una “città-vetrina” investita da un turismo di massa poco sostenibile.

Le politiche abitative sono la cartina di tornasole di questo trend. Il canone affittuario cresce anno dopo anno, con una crescita proporzionale della presenza di Airbnb. La proliferazione di quest’ultima – scrive Sarah Gainsforth, ricercatrice ed autrice del libro Airbnb città merce – «è avvenuta in un contesto di recessione economica, di precarizzazione del lavoro, di contrazione dei salari, di aumento del costo della vita e di emergenza abitativa diffusa. In questo scenario, Airbnb si presenta come una soluzione a un problema che di fatto contribuisce a creare. […] La possibilità di un guadagno rapido offerta a utenti “ordinari” ha prodotto l’interiorizzazione di un modello di speculazione che, prima dell’avvento della piattaforma, era prerogativa di attori professionali e impersonali. Insomma con Airbnb siamo diventati tutti speculatori».

Inside Airbnb, un sito ideato da Murray Cox, un fotogiornalista di origini australiane, pubblica i dati riguardanti Airbnb in forma gratuita e open source per renderli fruibili a chiunque voglia monitorare i dati circa questa piattaforma. Oggi il sito conta circa 70 mappe dell’attività di Airbnb, tra le quali vi è quella di Bologna. Questa ci racconta che sono presenti, solo sul territorio del Comune di Bologna, 3.685 allocazioni affittabili, con una media di 135 euro a notte. Il 99% è costituito da short-term rentals, a testimonianza che risulta maggiormente redditizio affittare l’immobile sulla piattaforma per brevi periodi piuttosto che costituire degli affitti annuali, a discapito dei “non turisti” che vivono la città.

Un’altra informazione significativa è l’accentramento di immobili da parte di società immobiliari o soggetti giuridici come Wonderful Italy, che gestisce ben 82 appartamenti. Altri dati allarmanti provengono dall’ultimo rapporto di “Immobiliare.it Insights”, business unit di Immobiliare.it specializzata in studi di mercato. La città felsinea, nella classifica relativa al prezzo degli affitti, si piazza in quinta posizione dopo Milano, al primo posto (620 euro), Roma (465 euro), Padova e Firenze (450 euro), con una media per stanza singola che si ferma a 447 euro mensili.
I prezzi delle singole sono aumentati di ben 11 punti percentuali rispetto al 2021 (439 euro) mentre un posto letto in doppia costa il 9% in meno (234 euro).

Il Comune ha provato ad arginare il fenomeno firmando il 20 luglio 2022 l’Accordo territoriale metropolitano per i contratti di locazione a canone concordato che prevede il mantenimento degli stessi livelli di canone come nel periodo previgente, anche in considerazione della perdurante difficoltà del mercato della locazione. L’accordo avrà efficacia dal 1 agosto 2022 fino al 31 dicembre 2023, per permettere di monitorare quanti contratti a canone concordato verranno generati a seguito del nuovo accordo. Tuttavia si tratta di un’esigua misura di contenimento. Quest’accordo, infatti, non tocca minimamente la questione relativa alle piattaforme come Airbnb.

La battaglia per il diritto all’abitare è, infatti, molto forte in città molto. Dopo soli due mesi dall’insediamento della nuova giunta, è avvenuto lo sgombero abitativo di una palazzina in Via Barbieri, nel quartiere della Bolognina. Asia Usb, sindacato inquilini, ha sottolineato come questa giunta si è, di fatto, allineate alle giunte precedenti, nonostante la vicesindaca e assessora alla casa, Emily Clancy, esponente di Coalizione Civica, avrebbe dovuto segnare una diversità rispetto agli anni antecedenti.

Gli sgomberi dei centri sociali

La riqualificazione socio-economica ha interessato anche il mondo dei centri sociali e di tutte le esperienze informali e autogestite che animano da sempre la città, attirando forze intellettuali e creative, conferendole quel fascino che Bologna esercita nel panorama dell’immaginario del Paese.

Uno dei primi sgomberi che ha segnato il cambio di passo è stato quello del Cassero di Porta Santo Stefano, gestito dal collettivo LGBTQI+ Atlantide. Questo spazio era autogestito dal 1999, andando a costituire una delle prime occupazioni LGBTQI* in Italia. Il 9 ottobre 2015, con Lepore che già ricopriva l’incarico di assessore all’economia, promozione della città, turismo, relazioni internazionali, si decide di porre fine a quest’esperienza di autogestione. Questa scelta, tra l’altro, costò il licenziamento dell’allora assessore alla cultura Alberto Ronchi, che difendeva lo spazio occupato, o almeno tentava di dare una soluzione alternativa al mero sgombero.

Ne sono, purtroppo seguiti molti altri. Nell’agosto 2017 ci fu lo sgombero di Labàs, in Via Masini. Successivamente il collettivo si è costituito associazione, per partecipare a un bando comunale riuscendo ad ottenere l’assegnazione di un nuovo spazio. A oggi, a Bologna, come in molte altre città d’Italia, questa modalità costituisce l’unica possibilità che il Comune prevede per ottenere uno spazio autogestito, con il fine esplicito di evitare ulteriori occupazioni.

Nel 2019 avvenne l’evento che ha visto come protagonista, o meglio come antagonista principale, l’attuale sindaco Matteo Lepore. All’alba del 6 agosto, una folta schiera di forze dell’ordine, ha dato il via allo sgombero all’Ex Mercato Ortofrutticolo 24, meglio noto come Xm24, spazio esistente dal 2001, nato paradossalmente durante gli anni di amministrazione centro-destra.

Questo sgombero fu applaudito da parecchi esponenti politici, in particolare da esponenti nazionali della Lega Nord.

Nei mesi successivi, il Comune ha aperto un tavolo di discussione con il collettivo, gestito direttamente dall’allora assessore Lepore, proponendo alternative completamente inadeguate e lontane dal quartiere Bolognina dove per venti anni si erano sviluppate le attività del centro sociale. Così, il 15 novembre, data ultima per la proposta di un nuovo spazio da parte del Comune, il collettivo decise di occupare un altro luogo abbandonato da anni, l’ex Caserma Sani. Questa esperienza durò appena due mesi. Lo sgombero da parte delle forze dell’ordine arrivò deciso e puntuale.

Stessa sorte è toccata anche ad altri spazi recentemente occupati, l’ultimo dei quali occupato sempre dal collettivo di Xm24 durante la scorsa primavera. Dopo quest’ultimo accadimento, il sindaco Lepore ha commentato augurandosi «che l’epoca delle occupazioni finisca».  Ma il nuovo collettivo Infestazioni, che riprende la via tracciata da Xm24, non si è fermato, e qualche settimana fa è stato occupato un altro stabile in Via Stalingrado, oggi sgomberato.

La Bolognina, quartiere storicamente popolare e multiculturale (consiglio vivamente la ricerca di Nico Bazzoli a riguardo), diventa, in questo modo, l’esempio emblematico della politica urbana di questa amministrazione. Proprio qui, infatti, sorge la nuova sede pionieristica del Comune. Accanto è stato costruito il nuovo complesso della Trilogia Navile.

Di fronte a quest’ultimo, nella stessa via, un’altra trasformazione ha riguardato il palazzo ex-Telecom. L’immobile era stato occupato da 280 persone, nell’autunno 2014, dopo 12 anni di inutilizzo. Sgomberato 10 mesi più tardi, è stato venduto a The Student Hotel, azienda olandese di alberghi per studenti e studentesse abbienti, inaugurato nell’autunno del 2020. A pochi metri, dall’ex centro sociale Xm24, che rimane abbandonato a se stesso, e dei vari progetti speculativi paventati è rimasta solo polvere da guardare, in silenzio.

Il passante di Mezzo

L’amministrazione non sembra giocarsela meglio neanche sul tema ambientale. Negli ultimi anni, in particolare, il tema è il Passante di Mezzo, ovvero l’allargamento da 12 a 16 corsie della rete autostradale attorno alla città, a soli 3 km da Piazza Maggiore.

Il 28 dicembre 2021, all’una di notte, 24 consiglieri della maggioranza  – cioè tutti, tranne Davide Celli di Europa Verde – hanno approvato la delibera sulla conformità urbanistica del Passante, che per la terza volta ha cambiato nome: un tempo era «di Mezzo», poi «di Bologna», mentre oggi viene definito «di Nuova Generazione», e in alcune sintesi addirittura «Green», per via delle mitigazioni concesse da Autostrade per l’Italia (ASPI): nuove coperture con elettrofiltri per il particolato, ricarica «dinamica» e fast per i veicoli elettrici, vernici fotocatalitiche e pannelli fotovoltaici.

Come sottolineato da Aria Pesa, una rete civica composta da associazioni e comitati di cittadini e cittadine bolognesi, uniti dalla vocazione alla difesa del territorio, dell’ambiente e della salute, le conseguenze dal punto di vista ecologico sarebbero molto gravi. Infatti, «entro il 2025 si passerebbe a 65,5 milioni di veicoli all’anno con una media di circa 180.000 mezzi al giorno». Inoltre allo «stato attuale, circa il 40% delle emissioni di NOx e di PM10 nel macro-settore trasporti su scala comunale proviene dal sistema tangenziale/autostrada; nel 2025 tale contributo salirà a più del 50%. E stiamo parlando di un tratto di appena 13 chilometri rispetto ai circa 960 chilometri di tutte le strade di Bologna. A ciò si aggiunge che quando viene bloccato il traffico cittadino per livelli elevati di smog, nessun provvedimento viene preso per la circolazione sul passante che, di fatto, rappresenta una fonte continua e inesauribile di emissioni inquinanti».

Il sindaco Matteo Lepore ha definito questo progetto come «opera simbolo della transizione ecologica del nostro paese».

In un’intervista concessa al collettivo Bologna for Climate Justice, il divulgatore scientifico Luca Mercalli ha risposto a quest’affermazione dicendo che «è difficile pensare che delle strade per ospitare nuove autovetture possano essere un simbolo di transizione ecologica o energetica».

Il fattore delle compensazioni ecologiche, come installazioni di alberi o pagare dei servizi “green”, come le ricariche per i veicoli elettrici, è la retorica sulla quale punta il sindaco per giustificare l’opera dal punto di vista dell’impatto ambientale. Inoltre questo punto è stato la chiave di accordo sul tema con Coalizione civica, guidato dalla vicesindaca Emily Clancy, che dapprima si batteva contro l’opera, per poi votarla. Mercalli sintetizza il dato sulle compensazioni costruendo un paragone anatomico. In opere di questa portata, usare le compensazioni per controbilanciare l’impatto inquinante dell’opera è «come tagliare una gamba sana a una persona e darle successivamente una protesi al titanio», dichiarandola come operazione sostenibile e funzionale.

Inoltre l’allargamento autostradale avrebbe ulteriori effetti negativi, andando a incrementare la concentrazione di biossido di azoto (NO₂), un gas inquinante prodotto dal traffico veicolare, che contribuisce al triste dato della Pianura Padana come tra le aree più inquinate d’Europa. Ancor di più, è stato ampiamente dimostrato che l’allargamento delle corsie autostradali non condurrà a una diminuzione del traffico, sia per i tempi di lavoro molto lunghi – che creeranno disagi sia in tangenziale sia sulla rete autostradale – sia (se un giorno l’opera sarà completata) per il cosiddetto fenomeno della domanda di traffico indotta, ovvero aggiungere nuove corsie porterà a un maggior numero di auto e a un maggior traffico.

Più strade si costruiscono più si incentivano le persone a scegliere l’automobile come veicolo prioritario di spostamento.  

La battaglia ecologica è molto sentita all’ombra di Palazzo d’Accursio, portata avanti da tanti gruppi e collettivi in città come Extinction Rebellion. Uno degli attivisti di XR, Daniele Quattrocchi, ha portato avanti uno sciopero della fame per invitare il Comune a dichiarare l’emergenza climatica e a istituire delle assemblee partecipative sul clima. Questo sciopero, inaugurato nel settembre 2020 e durato per 17 giorni, ha dato il via alla riflessione e alla successiva decisione da parte del Comune di Bologna di adottare, nove mesi dopo, lo strumento delle assemblee cittadine partecipative sul clima. Quali saranno le conseguenze fattuali e concrete di queste assemblee è ancora tutto da vedere. Infatti, come spiegato perfettamente da Wu Ming e Wolf Bukowski, già nel 2016 il processo per la definizione del Passante di Mezzo era stato teoricamente concertato con le realtà cittadine. Tuttavia, nei fatti, si era creato meramente un dibattito di facciata, utilizzando tecniche di facilitazione esclusivamente al fine di moderare il conflitto e mettere da parte qualsiasi velleità critica e oppositiva all’opera delineata.

Il PD riparte dal PD emiliano

Alla luce delle ultime elezioni, con la netta vittoria del partito di estrema destra Fratelli d’Italia, i problemi delle scelte e delle politiche degli ultimi anni sono venuti a galla per il Partito Democratico, specialmente a livello nazionale. La sconfitta è stata netta. Le analisi di voto dimostrano che il Pd vince nei centri delle città, mentre nelle periferie non riesce ad attrarre in nessun modo le classi sociali più svantaggiate, a dimostrazione di uno scollamento tra classe dirigente e cittadinanza.

Nella nuova fase di rinnovamento che si apre è centrale il rimando all’amministrazione dell’Emilia-Romagna come avanguardia da seguire, sia per motivazioni diacroniche (la regione rossa) sia per motivazioni sincroniche (è una delle poche regioni in cui il Pd ha maggioranza, con un forte potere decisionale). La nuova figura politica emersa in questo dibattito è Stefano Bonaccini, il Presidente della regione. Spesso descritto come il soggetto da cui ripartire, che nasce bersaniano per poi diventare renziano di ferro, salvo poi allontanarsene dopo la débâcle del referendum voluto fortemente dall’ex premier toscano.

Personaggio smart e dinamico, nell’agenda politica mostra certamente dei temi contrastanti, unendo tematiche di giustizia sociale, civile e ambientale con un programma economico neoliberista. Esempi emblematici sono la volontà di rafforzare l’autonomia differenziata (fattore in comune con la Lega Nord) e l’accordo per il nuovo rigassificatore al largo di Ravenna.

E allora qual è la strada che il Partito Democratico ha intrapreso in questi ultimi anni? La risposta è chiara: una posizione ambivalente. E Bologna è lo specchio cristallino di questa (non) posizione politica.

Garantire un welfare che copra le fasce più vulnerabili, ma demandando tutto alle cooperative, che non garantiscono salari degni ai propri lavoratori e lavoratrici. Garantire una sostenibilità ambientale costruendo delle corsie autostradali in più per mezzi gommati. Dialogare con il mondo dell’associazionismo, ma solo con coloro che stanno alle regole dettate da Palazzo d’Accursio. Costruire l’economia cittadina sul turismo, ma di tipo aggressivo e insostenibile, creando speculazione ed allontanando i ceti medio-bassi dal centro cittadino. Non c’è da sorprendersi, allora, neanche di alcune scelte politiche, che portano, ad esempio, alla candidatura di Pier Ferdinando Casini come capolista Pd nel Comune di Bologna alle ultime elezioni politiche o alla candidatura di Bonaccini come nuovo segretario del Pd nazionale.

Pertanto torniamo al quesito iniziale: Bologna è la città più progressista d’Italia? Considerando che la situazione del nostro paese sta virando verso una deriva neofascista, considerando che l’Emilia Romagna, comparata ad altre regioni, è un’area che funziona dal punto di vista produttivo e dal punto di vista del welfare, la sfida che l’amministrazione felsinea sta affrontando è duplice.

Da una parte il tentativo di misurarsi con le problematiche che la modernità sta ponendo alla governance mondiale, in primis la questione ambientale. Dall’altra quella di mantenere una retorica e una narrazione di sè stessa come un’amministrazione inclusiva, lungimirante e progressista. E, con la speranza di tante e tanti, che un giorno lo diventi davvero.

Immagine di copertina Michele Lapini




Fonte: Dinamopress.it