Aprile 20, 2022
Da Oltre Il Ponte
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Mercoledì 20 aprile, all’incrocio fra via Volta e via Galvani, di fronte allo stabilimento Iveco Defence Vehicles, un presidio antimilitarista ha ricordato alla città che cosa si produce dietro alle mura della fabbrica: autoblindo come il Centauro e blindati leggeri come il Lince, utilizzati nei teatri di guerra degli ultimi 20 anni da parte – fra gli altri – dell’Esercito italiano come da quello tedesco, americano e russo. Dall’Afghanistan all’Iraq, dal Mali fino all’Ucraina nelle ultime settimane, i mezzi costruiti in via Volta sono stati – e vengono -utilizzati per la difesa degli interessi del capitale occidentale e di una ristretta élite di privilegiati che negli anni non ha esitato a ricorrere alla guerra per imporre la propria sete di profitto.

Dalle ore 18 fino alle 20 circa una 50ina di compagni e compagne ha partecipato alla manifestazione tenendo lo striscione Iveco a(r)ma la guerra, distribuendo volantini, facendo interventi al megafono e rallentando il traffico, piuttosto intenso a quell’ora. Non è mancato l’interesse dei passanti così come lo stupore di alcuni nel venire a sapere che Iveco produce mezzi militari.

Una manifestazione per rendere visibile la guerra e ciò che la permette ovvero il capitalismo e l’industria bellica, di cui Iveco, insieme a Leonardo e Fincantieri, rappresenta il fiore all’occhiello.

Da quasi due mesi siamo immersi 24h su 24 in una propaganda mediatica che vuole spingere l’Italia e il resto dell’Europa verso un’escalation bellica – potenzialmente nucleare – che si sta già estendendo in altre aree del mondo. Giornalisti e opinionisti con l’elmetto, per legittimare l’interventismo armato e la relativa necessità di imporre sacrifici, vogliono farci credere che l’invasione dell’Ucraina e il conseguente conflitto sia interpretabile come uno scontro fra regimi autoritari e democrazie, fra libertà e oscurantismo autoritario. Ogni voce fuori dal coro viene criminalizzata ed emarginata, i giornalisti di Repubblica, Corriere della sera o di altri media mainstream fortemente legati all’industria bellica non mancano di emettere delle vere e proprie fatwa contro chi contesta la linea politica totalmente asservita agli Stati Uniti e alla NATO di Mario Draghi e dell’accozzaglia reazionaria che ne forma il governo.

In un clima politico in cui la razionalità è sempre più messa al bando a favore dell’emotività manipolata e distorta ad uso e consumo del Governo e dei suoi interessi, diventa fondamentale tornare nelle piazze, uscire dalle bolle virtuali e imparare a riconoscere che il nemico è a casa nostra.

Affermare di essere allo stesso tempo contro la NATO e contro Putin non significa affatto essere equidistanti o neutrali come affermano alcuni opinionisti prezzolati bensì ritenere i due schieramenti militari parte dello stesso problema. A differenza dei vari Rampini, Riotta e Gramellini, che rispondono solo agli imput dei propri padroni, noi la memoria ce l’abbiamo ancora e non potremmo mai pensare di sostenere le forze armate della NATO nelle stesse ore in cui Erdogan sta organizzando l’ennesima operazione militare repressiva contro i curdi. Non è possibile considerare la NATO e gli Stati Uniti difensori di libertà e democrazia dopo le guerre in Jugoslavia, Afghanistan, Iraq, Libia, Siria; proprio in questi giorni il giornalista Julian Assange viene estradato negli Usa dove è stato condannato a 175 anni di carcere per avere diffuso documenti segreti che provavano i crimini di guerra occidentali in Afghanistan, Iraq e le torture a Guantanamo.

Nelle nostre città e nelle nostre strade le aziende che vivono di guerra e grazie ad essa maturano enormi profitti sono tantissime: Iveco data la sua produzione ne è l’esempio più evidente ma vanno ricordate anche banche come Unicredit, Intesa o Deutsche Bank, complici di infiniti affari sporchi di sangue. La lotta contro la guerra non si può slegare dalla critica al sistema economico che la produce. 

Di seguito il testo del volantino distribuito durante la manifestazione: 

LA GUERRA COMINCIA ANCHE ALL’IVECO DI BOLZANO

NESSUNA PACE PER CHI VIVE DI GUERRA

Dopo due anni di gestione militare della pandemia con annessa “comunicazione di guerra”, ci troviamo di fronte alla mobilitazione –per il momento morale ed economica – per l’ennesima guerra preparata dagli Stati e dall’industria per accaparrarsi risorse (a partire da quelle necessarie per la “transizione energetica e digitale” come i minerali rari) ed estendere la propria influenza, e presentata come difesa dei diritti umani e del diritto internazionale. Questa volta però il confronto rischia di essere direttamente fra potenze nucleari, mentre si annuncia una corsa al riarmo da sostenere con nuovi “sacrifici”.

La nostra solidarietà con le popolazioni direttamente colpite e con i disertori e gli antimilitaristi di ogni parte non può che passare per la rottura del fronte interno italiano e occidentale e per il sabotaggio degli ingranaggi bellici più vicini a noi. Esempi di cosa si possa fare concretamente per togliere le basi materiali alla guerra ci arrivano da quei lavoratori che, in Grecia come in Italia, si sono rifiutati di trasportare armi dirette in Ucraina; ma ricordiamo anche le lotte che negli anni, dalla Sardegna al Trentino, hanno saputo individuare e attaccare i complici della guerra – e la repressione che le ha colpite.

In regione una delle realtà più direttamente implicate nell’industria bellica – insieme all’Università di Trento e ai suoi laboratori di ricerca – è l’Iveco Defence Vehicles di Bolzano. I blindati qui prodotti vengono impiegati dall’esercito russo in Ucraina come dagli eserciti Nato in Afghanistan, in Iraq e nell’infinita serie di “missioni di pace” (non solo in Russia la guerra non si può chiamare col suo nome) che hanno segnato gli ultimi decenni. Oggi più che mai questa fabbrica è una presenza che non dovrebbe passare inosservata, e che non dovrebbe essere lasciata lavorare in pace.

Antimilitariste e antimilitaristi




Fonte: Oltreilponte.noblogs.org