Dicembre 19, 2021
Da Oltre Il Ponte
88 visualizzazioni


Sabato 19 dicembre a Capo Frasca, in Sardegna, si è svolta un’importante manifestazione antimilitarista durante la quale, nonostante il massiccio impiego di reparti celere antisommossa, di lacrimogeni ad altezza uomo, di un elicottero e di un idrante, i manifestant* sono riusciti a recidere decine di metri di filo spinato riuscendo così ad entrare nel perimetro del poligono militare. Per la preziosa mobilitazione sarda contro la guerra e le infrastrutture che la permettono, la Procura di Cagliari ha imbastito una pesante inchiesta repressiva chiamata Lince (dal nome di alcuni mezzi militari incendiati da anonimi) che ha trovato un’ampia solidarietà. Per tale giornata, alcuni compagni di Bolzano hanno deciso, con una piccola azione simbolica, di rendere visibile alla città uno stabilimento che vive di guerra e che giustifica la propria esistenza in relazione al numero di conflitti che scoppiano – o vengono fatti scoppiare a seconda delle esigenze del profitto – sul pianeta.

Camminando per le strade della zona industriale di Bolzano capita spesso di imbattersi nel passaggio di mezzi militari come il Lince o il Centauro, prodotti nel capoluogo sudtirolese ed utilizzati poi contro chi si oppone alle politiche di sfruttamento e oppressione del capitalismo. Il confine fra guerra interna ed esterna è sempre più labile tanto che da diversi anni i militari vengono utilizzati sempre più spesso anche per progetti nazionali del capitale; basta ricordare la presenza dei militari e dei mezzi militari Lince a difesa dei cantieri del Treno ad Alta Velocità (TAV) in Val di Susa. 

La presenza di un pugno di compagni fuori da uno dei principali stabilimenti industriali-militari italiani e internazionali con pochi striscioni e volantini è sicuramente poco più di un’azione di testimonianza ma ha il merito di rendere visibile a chi si gira dall’altra parte e a chi non è abituato a porsi domande di alcun tipo, cosa viene prodotto dietro a quelle mura e che utilizzo verrà fatto dei mezzi militari. Poche righe per ricordare che la guerra inizia qui, anche nella ricca e tranquilla città di Bolzano, dove vengono prodotti strumenti che seminano morte e disperazione nei teatri di guerra in cui sono stati coinvolti i principali eserciti occidentali: dall’Afghanistan all’Iraq. Poche righe per ricordare che le guerre e l’apparato industriale connesso, che sono fra le cause dell’espulsione di milioni di persone dalle proprie case, sono qui.

La guerra inizia qui. Foto presa da Bolzano Antifascista

Di seguito il testo pubblicato sulla pagina Fb di Bolzano Antifascista.

TOGLIAMO LE FABBRICHE ALLA GUERRA

Da Bolzano alla Sardegna nessuna pace per chi vive di guerra

Alcuni compagni sono andati di fronte allo stabilimento industriale-militare Iveco Defence Vehicles di Bolzano per portare solidarietà agli antimilitaristi sardi inquisiti nell’ambito dell’operazione repressiva Lince, per sostenere la manifestazione contro i poligoni militari che si tiene oggi, 19 dicembre 2021, a Capo Frasca in Sardegna, contro l’occupazione militare dell’isola e per denunciare le responsabilità di chi, come Iveco e altre aziende belliche, fa profitti sulla guerra e sui progetti predatori neocoloniali che devastano e saccheggiano i paesi più poveri lì dove il capitale lo richiede.

Negli ultimi due anni la narrazione mediatica e politica della pandemia come un conflitto contro il virus ha rilanciato il mito della guerra come una mobilitazione positiva, in cui il sostegno al Governo, composto anche da militari, è strettamente legato all’emarginazione e alla criminalizzazione di opinioni e critiche dissonanti dalla retorica ufficiale. Ogni protesta che viene dal basso viene criminalizzata e spesso mistificata ma nessuno ricorda come fu Confindustria – il cui presidente Bonomi è sempre in prima pagina ad attaccare chi sciopera e protesta – ad opporsi alla chiusura delle fabbriche nel periodo peggiore dell’epidemia, determinando conseguenze devastanti per la salute di migliaia di lavoratori.

Lo stato d’emergenza permanente (prima del Covid, c’era il terrorismo islamico e poi l’emergenza immigrazione) e la relativa costruzione continua di miti, eroi e traditori, permette a chi governa di semplificare la realtà e ridurla a propaganda, evitando dunque il confronto con le cause strutturali della pandemia ovvero la sistematica distruzione dell’ambiente in nome del profitto economico di pochi così come i pesanti tagli alla Sanità pubblica operati negli ultimi anni da tutti i membri attuali del Governo Draghi.

Nonostante il bollettino di morti giornaliero e la tragica situazione del pianeta, nel Paese ci sono diverse agghiaccianti continuità con le politiche economiche prepandemiche; una di queste è il costante aumento di spese militari con l’Italia che, come gli altri membri della NATO, si è impegnata ad arrivare a spendere il 2% del proprio PIL per l’apparato bellico.

Mentre crescono povertà e disuguaglianze, secondo l’osservatorio Milex per il 2022 le spese militari italiane previste saliranno quindi oltre i 25 miliardi di euro con un aumento del 3,4% rispetto al 2021 e un aumento di circa il 20% in 3 anni, destinato all’acquisto di tecnologie militari sempre più letali. La produzione di armi, la ricerca e sviluppo di armamenti, le fiere internazionali cui hanno partecipato i principali mercanti di morte fra cui Iveco non hanno conosciuto alcun lockdown.

“Curioso” come nel bel mezzo di una pandemia mondiale il pensiero di pressochè tutti i governi sia indirizzato alla continua corsa agli armamenti in vista di un futuro prossimo in cui evidentemente le politiche predatorie del capitale – alla costante ricerca di territori ed esseri umani da sfruttare – si inaspriranno scavando un abisso sempre più profondo fra la parte ricca e privilegiata del pianeta, che produce e commercializza armi e tecnologie militari, e la sempre crescente popolazione di sfruttati e colonizzati che paga sulla propria pelle il profitto di tali industrie.

In molte parti del mondo, per decine di milioni di uomini e donne, la guerra non è solo retorica giornalistica o politica ma significa bombe, prigionia, torture, lager, stupri, morte, sangue, carne strappata, menomazioni, distruzione e disperazione materiale. Uomini e donne che negli ultimi 20 anni sono stati espulsi dalle politiche guerrafondaie occidentali e dei suoi alleati, responsabili della devastazione di paesi come Afghanistan, Palestina, Iraq, Libia, Yemen, Siria, Kurdistan e di aver portato alla destabilizzazione intere aree geografiche, in stato di guerra permanente.

La guerra per continuare a uccidere e devastare ha bisogno di politici e giornalisti che la giustifichino e la promuovano (mentre chi come Julian Assange svela crimini di guerra e le menzogne di Stato sui cui sono state promosse e condotte le guerre in Iraq e Afghanistan viene incarcerato), di basi militari e poligoni in cui esercitare le truppe, centri di ricerca in cui elaborare armi sempre più letali e fabbriche che costruiscano armi e mezzi per uccidere.

Soltanto la solidarietà internazionalista dal basso può riuscire a fermare gli ingranaggi della guerra. Due anni fa a Genova, i portuali hanno scioperato, rifiutandosi di lavorare su una nave dell’Arabia Saudita che trasportava armi, denunciando così i crimini di guerra di cui il regime saudita è responsabile in Yemen. In Sardegna da anni è in corso una mobilitazione antimilitarista contro poligoni e basi in cui l’Esercito italiano, insieme ad altri fra cui quello israeliano, sperimenta armi e tattiche militari da utilizzare poi contro chi si oppone alle politiche di occupazione e sfruttamento occidentali. Per queste mobilitazioni le Procure di Genova e Cagliari hanno imbastito pesanti operazioni repressive in cui decine di compagni/e sono sotto processo per reati associativi, colpevoli di non aver lasciato in pace chi vive di guerra.

La guerra ha bisogno anche di fabbriche e stabilimenti il cui profitto aumenta in proporzione diretta con la diffusione di conflitti armati e massacri, spesso fomentati dall’esterno e da chi ha interesse a vendere armi. Sempre in Sardegna, a Domusnovas, la fabbrica RWM produce le bombe che vengono poi sganciate sulla popolazione yemenita mentre a Bolzano, all’interno dello stabilimento Iveco in via Volta, vengono prodotti mezzi militari – fra gli altri il Lince – destinati agli eserciti di tutto il mondo, fra cui anche i Marines dell’Esercito degli Stati uniti, e impiegati poi per difendere i privilegi occidentali nei teatri di guerra del Medio Oriente e in Africa.

La guerra è anche qui, nelle banche che speculano sulla disperazione e lo sfruttamento dei proletari e nelle fabbriche che non esitano a guadagnare e macinare profitti sul sangue degli oppressi. Spezziamo il silenzio e l’indifferenza. La guerra inizia qui.

Massima solidarietà a chi si batte contro la guerra e il sistema economico che la permette. A fianco dei compagni e delle compagne inquisiti nell’operazione Lince.

Non lasciamo in pace chi vive di guerra.

Guerra alla guerra!

Per approfondire sull’occupazione militare della Sardegna:

A Foras

Questione sarda e complesso militare-industriale 

Attività militari in Sardegna. Un intervento a Radio Tandem 




Fonte: Oltreilponte.noblogs.org