Ottobre 30, 2021
Da Il Manifesto
105 visualizzazioni


Pablo Bronstein è nato a Buenos Aires nel 1977, si divide fra l’Argentina e Londra e proprio nella capitale inglese, dopo aver studiato al Saint Martin’s College of Art and Design ed essersi laureato al Goldsmith College, trascorre ora la maggior parte del suo tempo. Già specializzato in disegni, schizzi a inchiostro e gouaches per lo più dedicati all’architettura, rivisitata e reinventata con i suoi occhi da illusionista e sognatore, questo autunno è il protagonista di una interessante mostra al Sir John Soane’s Museum, ideata e realizzata apposta per il piccolo museo gioiello di Lincoln Hill Field, poco distante dal British Museum.
Intitolata Hell in its Heyday (fino al 2 gennaio 2022), la mostra è dedicata a un inferno immaginato e rappresentato in un modo del tutto insolito, in un ambito quotidiano, ma inaspettato e stupefacente, lontano dalla concezione dell’esposizione romana di Jean Clair e dalle manifestazioni dantesche di tutto l’anno.
Dopo essersi mossi con la dovuta circospezione fra le stanze sovraccariche di dipinti, statue, calchi antichi, riproduzioni e disegni della collezione dell’architetto inglese, autore fra l’altro dell’edificio che ospita la galleria di dipinti di Dulwich, fra pavimenti in parquet scricchiolanti, scale a chiocciola e brillanti colori alle pareti di ispirazione vittoriana, il passaggio alla mostra di Bronstein è meno straniante del previsto.
Un filo conduttore lega infatti le sale dedicate all’artista anglo-argentino e alla sua personale visione dell’inferno con quelle precedenti in cui i disegni settecenteschi di Soane, con il loro carattere così fortemente descrittivo, ci hanno immersi in un mondo reale e immaginario allo stesso tempo. La minuziosità di Soane nel descrivere ville e interni di dimore settecentesche appare infatti quasi più reale del reale, ispirandosi in modo non troppo remoto ai sogni, o agli incubi, di Piranesi.
Le opere di Bronstein sono caratterizzate da una ridondanza di colori e di forme che nulla sottrae alla meticolosa attenzione per il particolare, che viene realizzato in modo quasi ossessivo.
Nelle opere in mostra si respira un’allegria e una voglia di vivere tanto scintillante e colorata quanto disperata e tragica. Gli acquarelli esposti descrivono quella che sembra essere una città immaginaria, idealmente sospesa fra Parigi, Londra e la costa est degli Stati Uniti o un qualsiasi altro posto industrializzato e ultra civilizzato di fine Ottocento, in una specie di Belle époque declinata però nella fantascienza.
L’inferno viene immaginato come una città scintillante, monumentale e decadente in cui i visitatori sono invitati a partecipare a un immaginario tour; come in un’illustrazione di una patinata rivista fin de siècle, eleganti personaggi in abito da sera vengono fatti scendere davanti alle scale di un edificio che può essere una grande sala da ballo, un museo o un teatro, mentre Satana in persona, semi nascosto, assiste all’ingresso dei visitatori e al traffico di limousine o carri funebri che li accompagnano. Il tutto, in questo acquarello intitolato in maniera evocativa ed ironica Members’ Club, è caratterizzato da una estrema eleganza del tratto e da colti rifermenti ai poster dei locali alla moda di fine Ottocento, mentre nell’opera Department Store, come si legge nel catalogo dell’esposizione, «a lipstick in the style of Piranesi advertises the marble topped cosmetics center, where a sale of powder puffs is currently underway». Eleganti signore con enormi cappelli piumati e ombrellini e uomini con grandi favoriti e redingote sono immersi nella luce abbagliante di un lampadario in stile art nouveau in quello che, a lungo andare, sembra più parte di un incubo che di un arredo lussuoso.
E ancora, negli acquerelli di Bronstein vediamo mongolfiere che ricordano le immagini di Nadar ma che qui appaiono sinistramente luccicanti in mezzo a nuvole che sembrano marshmallow rosa e rossi in mezzo alle quali fluttuano personaggi da circo equestre mentre accanto un aereo sta precipitando al suolo.
Nella seconda sala della mostra si trova l’opera più impegnativa: un bellissimo dittico in cui una chiatta di ispirazione barocca è trasformata in una sorta di container industriale alimentato da giganteschi remi da galea romana maneggiati da un equipaggio nascosto, mentre le statue di Nettuno e Anfitrite, che cavalcano in trionfo il carro acquatico, sono posizionate dietro il radar della nave.
Bronstein nelle sue opere mette in luce tutto l’ottimismo mal riposto nelle idee di progresso, di ricchezza e di lusso alla portata di molti che ha caratterizzato il XIX e il XX secolo, creando con i suoi acquarelli un mondo che è allo stesso tempo seducente e profondamente inquietante.
Per immergerci ancora più addentro al mondo visionario di Bronstein vale la pena soffermarsi sul video di una trentina di minuti che è proiettato in una sala al piano terra del museo, in cui le figure e i personaggi delle sue opere, descritti dalla fascinosa voce fuori campo dell’artista stesso, si animano rendendo ancora più lugubri e bizzarre le sensazioni dello spettatore.
Tutta l’eleganza, la raffinatezza e l’allegra disperazione che emerge dalle opere di Bronstein è rappresentata e messa in mostra come se «Harrods had opened a flagship store in Dubai, with Donald Trump in charge of interior decorator», e, detto questo, nessun incubo, neanche quello più scintillante, potrebbe apparire peggiore.




Fonte: Ilmanifesto.it