Ottobre 5, 2021
Da Il Manifesto
17 visualizzazioni


Secondo le stime della guardia costiera, la macchia di greggio che attualmente galleggia davanti alle coste californiane, misura circa 30 km2. I filamenti di petrolio che insozzano le acque dello stretto di Catalina, una cinquantina di chilometri a sud di Los Angeles rimangono ancora per la maggior parte ad un paio di chilometri dalle coste di Orange County ma i primi detriti hanno raggiunto le celebri spiagge di Newport, Huntington Beach e Laguna Beach. Il petrolio si muove con le correnti meridionali verso San Clemente ed altre località della provincia di San Diego.

Tutto effetto di una falla verificatasi nella conduttura subacquea di 20 km che trasporta greggio dalla piattaforma offshore “Elly”, di proprietà della Amplify Energy alle raffinerie di Long Beach. Sono ancora in corso le ispezioni dell’oleodotto ma l’ipotesi degli inquirenti è che il guasto possa essere stato provocato dall’ancora di una delle numerosi navi in attesa di attracco nel maggiore porto della West Coast, causando la fuoriuscita  di circa 500.000 litri di greggio.

foto Ap

Dopo lo stato d’emergenza dichiarato dal  governatore Gavin Newsom, numerose imbarcazione della guardia costiera e navi specializzate sono all’opera da per tentare di contenere il denso idrocarburo con barriere galleggianti e limitarne l’impatto sul litorale che comprende diverse riserve popolate da leoni marini, delfini e pellicani. Per ora sembra ancora limitato il numero di animali impattati dal petrolio ma gli specialisti avvertono che con ogni probabilità il numero di pesci morti e uccelli imbrattati è destinato a salire nei giorni nelle settimane a venire. Sulla traiettoria del petrolio stavolta non si trovano gli insediamenti “blue collar” del Golfo del Messico ma le rinomate località di lusso della riviera californiana,” costellate di ville miliardarie e storiche località del surf, che rischiano ora potenzialmente di rimanere chiuse per molte settimane.

A largo delle coste fra Santa Barbara e San Diego operano attualmente 72 pozzi offshore, molti caratterizzati da infrastruttura pluridecennale e fatiscente.  Un incidente provocò già nel 1969 una catastrofica perdita di 100000 barili a largo di Santa Barbara – e lo scalpore che vi seguì è considerato l’atto di nascita del moderno movimento ambientalista (per reazione l’anno successivo venne indetto il primo Earth Day).

Grazie alla militanza ambientalista sono stati sconfitti ripetuti tentativi delle amministrazioni Reagan, Bush e Trump di incentivare nuove trivellazioni offshore. Ora che il nuovo disastro è tornato ad illustrare i rischi  del vecchio paradigma energetico, nuovi appelli sono già stati lanciati per congelare ulteriori operazioni ed eventualmente rimuovere quelle ancora esistenti, unico metodo per garantire davvero che non si verifichino nuove catastrofi ecologiche.

foto Ap



Fonte: Ilmanifesto.it