Dicembre 22, 2020
Da Oltre Il Ponte
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Il carcere, l’istituzione totale per eccellenza, sebbene sia il luogo in cui lo Stato esercita nel modo più evidente un potere assoluto e totale, è allo stesso tempo il luogo in cui vige il più totale arbitrio di guardie e direttori: coperti ovviamente dal Ministero di competenza. Lo dimostrano i numerosi casi di pestaggi e torture effettuate dalle guardie – sempre difese da Salvini e Meloni – nei confronti dei detenuti negli ultimi tempi a Santa Maria Capua Vetere, dove le scene viste hanno evocato il ricordo della Diaz di Genova, oppure Torino. Ricordiamo come Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia, ma anche lo stesso ex ministro dell’interno Matteo Salvini si siano battuti contro l’introduzione del reato di tortura perché, secondo loro, impediva agli agenti di svolgere il loro “lavoro”. 

Detenuti sul tetto del carcere di Poggioreale, a Napoli, 8 marzo 2020. (Salvatore Laporta, Kontrolab/LightRocket/Getty Images)

Come è possibile che una strage che nel marzo 2020 sia passata senza grossi clamori in un silenzio pressoché totale da parte di stampa, intellettuali e commentatori sempre pronti ad urlare allo scandalo se durante un corteo viene fatta scritta su un muro? Sarà che pure il valore delle morti sia il risultato di un rapporto di classe? E che se a morire sono sottoproletari, a volte stranieri, a nessuno interessa più di tanto? A che pro scrivere articoli per difendere della teppaglia? A che pro esporsi?

A proposito del silenzio assordante che avvolge le strutture carcerarie anche da noi in Regione basta ricordare l’episodio di alcune settimane fa in cui un detenuto nel carcere di Trento si è dato fuoco per protesta.

Dopo mesi in cui il ministro Bonafede ha parlato di morti per overdose il muro omertoso negli ultimi mesi ha iniziato a crollare grazie alle testimonianze di alcuni detenuti nell’agosto scorso e in particolare grazie alla denuncia pubblica di 5 detenuti testimoni dei fatti che hanno portato alla morte di Salvatore Piscitelli. Possiamo solo immaginare le pressioni e le violenze psicologiche a cui i 5 saranno adesso sottoposti. Sta a noi fare in modo che non si sentano soli, scriviamo loro lettere e cartoline. Rompiamo il muro del silenzio.

Protesta al carcere di San Vittore di Milano – 8 marzo 2020

A fine novembre 5 persone detenute nel carcere di Ascoli hanno scritto un esposto alla Procura di Ancona. In questo atto, con grande coraggio, hanno riportato quanto realmente accaduto a marzo nel carcere di Modena e di Ascoli in seguito alle rivolte, in relazione ai pestaggi, agli spari e a alla morte di Salvatore Piscitelli. Il 10 dicembre sono stati trasferiti nel carcere di Modena. La scelta stessa di questo trasferimento è subito apparsa una forte intimidazione agli occhi di chi, sin da marzo, non aveva creduto alla narrazione delle “morti per overdose”, fossero essi/e parenti o solidali, seppur tra loro sconosciuti/e. Le condizioni di detenzione in cui hanno tenuto i 5 ragazzi a Modena sono state altrettanto intimidatorie: in isolamento (sanitario), con divieto di incontro tra loro, in celle lisce con vetri rotti, senza possibilità di fare spesa e di ottenere accredito dei versamenti in tempi utili per poter fare la spesa, senza i loro vestiti e con coperte consegnate bagnate qualora richieste. Immediatamente, all’esterno, si è attivata un’eterogenea rete di solidarietà, costituita da parenti e solidali. La solidarietà messa in campo si è mossa su più fronti: sostegno legale, saluti sotto le mura del carcere, lettere, mail di pressione alla direzione del carcere, sollecitazioni ai garanti regionale e nazionale.
Varie testate giornalistiche, a distanza di 9 mesi dal massacro avvenuto nel carcere modenese, hanno riportato i fatti, o si sono trovate costrette a farlo, data la forza della voce dei 5 detenuti e la determinazione di parenti e solidali in loro sostegno. La verità è scomoda da dire e da sostenere, infatti
non in tutti i casi è stata riportata per quello che è o è stata detta parzialmente. In un caso, invece, un giornalista è stato licenziato per l’articolo scritto. Molti giornali e media ufficiali, a marzo, avevano riportato senza se e senza ma la voce dei carcerieri: i 14 morti durante le rivolte di marzo, 9 dei quali deceduti a Modena o in trasferimento dal carcere di quella città, erano morti per overdose a loro dire. Ma dei pestaggi e degli spari nessuno aveva parlato. A detta del carcere di Modena, gli interrogatori dei 5 uomini che hanno fatto l’esposto sarebbero dovuti avvenire lunedì. La realtà è stata diversa: sin da venerdì 18 il procuratore ha svolto gli interrogatori. A questi sono seguiti trasferimenti in differenti carceri. L’intento, ancora una volta, è la frammentazione e
l’isolamento. Al momento si conoscono le destinazioni di 4 dei 5 detenuti. Tutti loro, dopo l’isolamento effettuato a Modena, verranno sottoposti a nuovo isolamento nelle rispettive destinazioni. Una cosa è chiara: la forza e il coraggio di queste 5 persone vanno sostenuti con forza. La solidarietà, nelle sue molteplici forme, va portata avanti per ridurre l’effetto di questa frammentazione. Lanciamo un forte invito a scrivere a tutti loro! Non lasciamoli soli: una lettera, una cartolina, un telegramma! Spezziamo l’isolamento e rafforziamo la solidarietà. Di seguito gli indirizzi, ad ora conosciuti, delle nuove destinazioni:

Claudio Cipriani
C.C. Parma, Strada Burla 57, 43122 Parma

Ferruccio Bianco
C.C. Reggio Emilia, Via Luigi Settembrini 8, 42123 Reggio Emilia

Francesco D’angelo
C.C. Ferrara, Via Arginone 327, 40122 Ferrara

Mattia Pelloni
C.C. Ancona Montacuto, Via Montecavallo 73, 60100 Ancona


Due familiari dei cinque detenuti che hanno deciso di denunciare – e che ora si trovano isolati in cella liscia nel carcere di Modena – raccontano questa storia, terribilmente personale, terribilmente comune a tante altre, troppo spesso dimenticate

SE LE MURA DELLE CARCERI SONO ALTE,

SE CON LA DISPERSIONE PROVANO A DIVIDERE 

CHI ALZA LA VOCE INSIEME, LA SOLIDARIETA’ LE SUPERA E CI TIENE UNITE/i




Fonte: Oltreilponte.noblogs.org