Settembre 23, 2022
Da Rizomatica
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Processi di identificazione e propaganda politica.                      di M. Minetti

L’articolo è stato pubblicato in versione ridotta sulla rivista NOT (Nero On Theory) il 14-09-2022

Il nemico marcia in testa a te
ma anche alle tue spalle.
Il nemico marcia con i piedi
nelle tue stesse scarpe.
Quindi anche se le tracce non le vedi
è sempre dalla tua parte
(Claudio Lolli 1977)

Chi vuole essere influencer.

Posso forse affermare, senza scandalizzare nessuno, che viviamo nella società dell’informazione, come qualche anno fa vivevamo nella società del valore. Ciò significa che, mentre in gran parte del secolo scorso la società si divideva, grossolanamente, per chi utilizza un paradigma del conflitto fra classi, in proprietari di capitale e non proprietari, oggi si divide in produttori di informazioni e consumatori di informazioni (Lyotard 2014, La condizione postmoderna, p.8).

Le categorie quasi coincidono per estensione ma si differenziano per la loro relazione. Coloro che possiedono le informazioni sono anche ricchi, coloro che non le hanno sono irrimediabilmente anche poveri. Visto che non frequento i ricchi, i veramente ricchi che detengono il monopolio della conoscenza, posso solo immaginare come e dove la scambiano ma, frequentando i poveri, so dove si scambiano le loro poche (e spesso errate) informazioni, ovvero nei mezzi che hanno a disposizione: in presenza, al telefono, su internet e i social network. In special modo quelli di Mr. Zuckerberg: Facebook, Instagram e WhatsApp: 3,5 Mld di utenti nel 2021 con 114,9 Mln di dollari di ricavi pubblicitari, circa 40 dollari all’anno per utente(ARPU) fonte .Ricavi trimestrali per utente per zona geografica 2021 Fonte

Gran parte dei contenuti che vengono veicolati attraverso i social network sono diffusi da centrali di produzione strategica di informazioni come redazioni, uffici stampa, agenzie di comunicazione, giornalistiche o di immagini, influencer professionali o amatoriali, content media manager dei più vari inseriti in relazioni di mercato. Chi si occupa di “Comunicazione”, il temine è una sineddoche volutamente ambigua perché sostituisce i termini più corretti di “Propaganda” o “Pubblicità commerciale”, produce quindi i contenuti con maggiore diffusione. La parte restante è formata da ciò che gli utenti pubblicano autonomamente, quindi i commenti, i like, le condivisioni, gli stati, le immagini e i video, che forniscono informazioni agli occasionali destinatari di quelle interazioni e alla piattaforma, ovvero a chi assume la proprietà privata di tutte quelle informazioni. Un buon programma di intelligenza artificiale, grazie al lavoro di uno staff di data analyst, può profilare questi commenti e chi li ha prodotti mediante analisi semantica automatizzata (sentiment analysis), estraendo le tendenze dai comportamenti più diffusi.

Sui social network proprietari, i siti e le App che estraggono dati dagli utenti e li profilano per vendere inserzioni a pagamento e campagne di marketing adattate a microtarget, si replica continuamente per design la strategia più diffusa, il gioco linguistico più comune, la costruzione dell’identità. Tutte le campagne pubblicitarie tendono a proporre una immagine ideale, aderente al tipo di consumatore che intendono intercettare, ma le campagne politiche hanno la caratteristica di identificare questo elettore-consumatore in un Noi “contro” il nemico da scongiurare.

La costruzione dell’identità politica.

Nel 1922 Carl Schmitt, nella sua opera “Teologia politica”, delineava i fondamenti di una teoria che affermava la necessità della dittatura, intesa come “orgogliosa decisione morale” (Schmitt 1972, p.85) del capo dello Stato. La sua piena adesione al nazismo era pertanto del tutto coerente con il suo pensiero e non frutto di opportunismo. Successivamente nel 1932 sviluppava la sua opera più conosciuta, ”La categoria del politico” in cui introduceva la sua maggiore intuizione.

“La specifica distinzione politica alla quale è possibile ricondurre le azioni e i motivi politici, è la distinzione di amico (Freund) e nemico (Feind). Essa offre una definizione concettuale, cioè un criterio, non una definizione esaustiva o una spiegazione del contenuto. Nella misura in cui non è derivabile da altri criteri, essa corrisponde per la politica, ai criteri relativamente autonomi delle altre contrapposizioni: buono e cattivo per la morale, bello e brutto per l’estetica e così via.“ (Schmitt 1972, p.108)

Oggi il pensiero di Carl Schmitt, riconosciuto esplicitamente solo dalla estrema destra sovranista, è in realtà il principio guida delle tecniche di costruzione dell’identità di tutte le forze politiche e statuali, attraverso quella polarizzazione e semplificazione delle posizioni a cui assistiamo nella comunicazione strategica. L’ideologia del soggetto politico si costruisce nel discorso come insieme di atti performativi che stabiliscono la relazione fra il leader e il suo pubblico nonché fra tutti gli attori sociali coinvolti, amici e nemici compresi.

Teorici contemporanei della identificazione politica come Chantal Mouffe e Ernesto Laclau ci dicono che “ Ciò che davvero conta é la determinazione delle sequenze discorsive grazie alle quali una forza sociale o un movimento porta avanti la sua complessiva performance politica.” (Laclau 208, p.51)

Di seguito mostrerò alcuni esempi recenti di comunicazione strategica di differenti forze politiche apparse sui social network. Nella colonna di sinistra i post di forze politiche che si ritengono di sinistra. Nella colonna di destra quelli dei partiti di destra.

La quantità di informazioni trasmesse dall’emittente che non siano già conosciute dal destinatario è minima. La maggior parte del contenuto è una narrazione che ingloba dei “valori” a cui si chiede di aderire individuando gli “amici” e i “nemici” identificandosi con un Noi.

La valorizzazione della politica fatta con i corpi, in presenza, viene condotta sui social network mediante una comunicazione che fa dei partecipanti in carne ed ossa dei “figuranti” per la rappresentazione online, i cui contenuti rispecchiano le stesse strategie di tutti gli altri soggetti politici che praticano il marketing politico, la costruzione del Noi.

Schema:  I nostri nemici ci minacciano. Noi siamo forti e dalla vostra parte, amici. I nostri valori sono questi.

Questa comunicazione, curiosamente, è diretta ai propri sostenitori, sapendo già che si identificano in quel Noi che riconosce quegli “amici”. Perché allora confermarglielo?

Perché appartenere ad un gruppo per l’individuo è importantissimo ed è il meccanismo più semplice e primitivo della costituzione di una identità. Per la Teoria della Identità Sociale, il gruppo si costituisce separando le caratteristiche dell’ingroup (Noi) da quelle degli appartenenti all’outgroup (Altri) tramite la categorizzazione. L’individuo costruisce la propria identità mediante l’appartenenza ai vari gruppi (Identificazione) e riesce così ad interpretare la realtà mediante delle categorie che lo fanno sentire migliore o superiore agli Altri (Confronto) (Tajfel 1999). Parimenti per Laclau si costruisce un “popolo, affermando l’identità comune di un complesso di rivendicazioni sociali che tutte si oppongono” al nemico indicato (D. Tarizzo in Laclau 2008, p. 127).

La specularità di questo dispositivo di creazione di una identità e di legittimazione di un potere, che decide per difendere dai nemici la comunità degli amici, sembra essere essere costitutiva di tutte le identità politiche. In effetti questa è proprio la tesi di Schmitt, secondo cui amico e nemico sono le categorie irriducibili costituenti la politica. Nella attualizzazione populista di Laclau però,

“esiste almeno una formazione egemonica che fa passare la frontiera amico/nemico, non nel campo sociale, tra “noi” e l’Altro, ma dentro il suo stesso fronte politico, o dentro il proprio fronte simbolico, tra “noi” e “noi”. Si chiama regime (neo)liberale.” (D. Tarizzo in Laclau 2008, p. 23)

Nell’orizzonte dei governati, le molteplici scissioni dicotomiche dei campi opposti permettono di assorbire le differenze particolari degli interessi in conflitto, delle domande sociali espresse dagli antagonismi, in una sintesi di conflitto rappresentato che non mette in discussione il potere delle èlites politico-finanziarie, visto che queste non mirano, secondo Laclau, al populismo.

A mio parere, e non in contrasto con quella teoria generale, in quei meccanismi di identificazione frammentaria possiamo individuare delle importanti differenze qualitative. L’analisi di quelle differenze ci chiarisce anche il motivo per cui la propaganda “di destra” sull’identità è molto più efficace di quella “di sinistra”, anche se conducono entrambe a soluzioni di tipo autoritario o tecnocratico.

Il fattore determinante sono a mio parere i valori coinvolti, o potremmo dire associati, alle differenze fra amici e nemici. La separazione in amico e nemico non ha connotazioni in sé morali. Il nemico é tale in quanto altro (outgroup) minaccioso. Non è nemico perché compie delle azioni immorali. Al contrario compie azioni criminose in quanto nemico. Le stesse azioni, compiute da un amico, non risultano come immorali perché vengono comunque giustificate dall’essere un freno al nemico. E’ la retorica di guerra con i suoi semplici bias di conferma a cui siamo ormai abituati per il conflitto in Ucraina, ma vale ugualmente per tutti i conflitti: l’occupazione della Palestina, l’invasione dell’Afganistan, etc..

Quindi l’identificazione del nemico prescinde qualsiasi valutazione di tipo morale, ma, appena espressa, vengono posti dei valori di riferimento condivisi che accomunano un popolo. Che questa operazione derivi da un potere egemonico e da un leader che lo incarna, archetipo del padre o della madre, sembra una condizione ineliminabile.

E’ solo la sfumatura valoriale che declina l’identificazione come di destra o di sinistra. Contro il fondamentalismo islamico possiamo essere cristiani o laici. Contro la Russia possiamo essere per una pace negoziata o per l’intervento militare. Contro l’insicurezza economica possiamo essere contro le tasse o contro i grandi capitali privati, contro la criminalità possiamo essere contro gli immigrati che ne diventano manovalanza o contro la criminalità organizzata locale che li utilizza. Contro lo sfruttamento del lavoro possiamo essere contro i datori che offrono condizioni non dignitose o contro i disperati che le accettano. Possiamo essere sicuri che tutte le soluzioni più reattive, istintive, irrazionali, basate su esperienza diretta e quindi estremamente parziale, verranno preferite dalla maggioranza del pubblico coinvolto e raggiungeranno meglio l’obiettivo dell’identificazione politica perché questo non è solitamente un processo razionale, articolato dalla volontà e dal pensiero astratto.

La piramide dei bisogni di Maslow (1954)

La differenza sostanziale negli esempi prima riportati è nei valori che sono dietro al NOI. Mentre il bisogno di Sicurezza è alla base della piramide di Maslow, quindi precede anche il bisogno di identificarsi in un gruppo, valori come il Rispetto reciproco e ancora di più Solidarietà (moralità) e Accoglienza (accettazione,assenza di pregiudizio) li troviamo sulla cima della piramide. Bisogna prima aver soddisfatto i bisogni che sono alla base per poter prendere in considerazione quelli al vertice. La differenza di valori fra destra/sinistra può essere quasi sovrapposta alle spinta motivazionale fra basso/alto della piramide, in una società opulenta che ha eliminato i problemi di sopravvivenza materiale. Puntare retoricamente sui valori che tutelano i bisogni alla base della piramide del numero più ampio di persone, come fanno le forze politiche di destra nella loro comunicazione performativa, garantisce che quel messaggio verrà riconosciuto da una gran massa di persone che si sentono appartenere ad un Noi insicuro, bisognoso, isolato, frustrato.

La violenza del linguaggio usato sui social network da chi scrive nei commenti alle notizie, serve a farsi “riconoscere” in quanto appartenenti a quel Noi e viene alimentato dai Troll nemici che, con altrettanto odio verbale, attaccano l’identità del gruppo in una condizione di totale sicurezza fisica. L’equivalente novecentesco era la manifestazione con scontri in cui il Noi si andava a confrontare fisicamente con il nemico, in una violenza ritualizzata ma reale che costruiva un’equivalenza davvero potente nella sensazione di appartenenza ad una massa determinata.

Torniamo al punto principale. Affermavo all’inizio che, per chi usa un metodo materialistico di analisi, la società non si divide funzionalmente in Noi e Loro, in “amici” e “nemici” in base a quelle categorie selezionate e inculcate da chi si occupa di propaganda o marketing politico ma in antagonismi sottostanti le relazioni di potere. Per chi mantiene una chiave interpretativa marxista la società si divide tuttora in dominatori e dominati; conseguentemente in detentori di informazioni e privi di informazioni. In produttori di senso e consumatori di senso. Questa dinamica non è certo una novità. Che le classi dominanti, fosse l’aristocrazia guerriera, fossero i sacerdoti o una oligarchia senatoria, esprimessero la cultura della intera società attraverso una egemonia culturale in atto, è un fatto che possiamo considerare acquisito. Certamente non lo ha messo in discussione lo studio dei mezzi di comunicazione di massa sviluppatisi nel corso del XX secolo. Il carattere industriale delle “fabbriche del senso”(Bellucci 2019, L’industria dei sensi) fiorite nel secolo scorso, ne caratterizzava lo stretto legame con il potere dei governi e degli Stati. Il “quarto potere” lungi dall’essere dismesso, si arricchisce di nuove e più variegate caratteristiche con la rivoluzione di internet. Infatti, la comunicazione in rete e l’archiviazione delle reazioni e delle scelte fatte dagli utenti destinatari della comunicazione, permettono ai centri di produzione della propaganda di monitorare in tempo reale gli effetti a breve termine di quelle campagne.

L’adattamento ai risultati quantitativi di quei report conduce alla distorsione aberrante per cui vengono rafforzati gli aspetti emozionali, a costo di iperboliche esagerazioni e aumento della violenza verbale, perché sono gli aspetti polarizzanti che garantiscono una maggiore risposta in termini di engagment e quindi di visibilità fornita dall’algoritmo (G. Da Empoli 2019, Gli ingegneri del Caos). E’evidente qui come il medium (il social network) determina la qualità del messaggio, che si deve adeguare alle sue dinamiche distorsive e di proliferazione virale.

Dal nostro gioco linguistico della costruzione dell’identità, il destinatore del messaggio (chi lo ha prodotto) ha estratto l’informazione del numero di utenti che si sono identificati con quel Noi e alcune note personali (il sentiment) di chi ha scritto dei commenti. Gli utenti (alcuni geek li definiscono U-tonti) fornisce alcune informazioni che lo riguardano (analizzabili con software appositi) al destinatore (“sono dalla tua parte” o “contro”) ma, soprattutto, fornisce un numero incredibile di informazioni personali al proprietario della piattaforma. Assieme alle sue identità palesi (like, iscrizioni a gruppi, relazioni (amici), titolo di studio, età, libri, film, musica preferiti) l’utente fornisce tutti quei dati che spesso non sa di condividere (cookies di siti visitati, posizione, viaggi, parole usate nelle chat e nelle conversazioni, acquisti, locali frequentati, cronologia di ricerche, video youtube guardati, siti porno, dispositivi smart posseduti e loro uso…), spesso incrociati con i dati estratti delle App installate sullo smartphone, che vanno a formare i Big Data riferiti al singolo.

Viene estratta informazione da chi ne ha poca per accrescere il numero di informazioni accumulate da chi ne possiede e gestisce quantità enormi. Ricorda qualcosa?

L’esodo possibile, anzi necessario.

Lo scopo di questa argomentazione è suscitare una riflessione sulle contraddizioni insite nelle strategie di comunicazione politica.

Se da una parte non è possibile abbandonare del tutto la costruzione dell’identità politica attraverso la distinzione amico/nemico, si può almeno cercare di utilizzare questa dinamica senza esserne schiacciati come accade nel populismo massmediatico.

Intanto quindi bisogna capire cosa significa subirne i condizionamenti strutturali.

Il primo e più superficiale é che gli elettori/fruitori della comunicazione politica si attestano, indipendentemente dalla loro collocazione, come pubblico a cui rivolgere annunci pubblicitari da parte delle piattaforme, contribuendo a creare il loro valore finanziario ARPU (ricavo medio per utente). Una mitologia vuole che l’utente crei il valore con i suoi dati. Non è così, in quanto le interazioni in rete sono una forma di consumo che permette l’esistenza del mercato dei servizi venduti, non il servizio che viene venduto (Ventura 2017, p. 16). Questa forma della costruzione della identità politica contribuisce quindi alla riproduzione del capitalismo delle piattaforme e all’accumulazione di informazioni da parte di chi ne gestisce il monopolio.

Il secondo condizionamento é un piano sottostante il precedente. La persona viene trasformata in un profilo appiattito sulla rilevazione algoritmica. Di questo profilo interessa la conversione del comportamento in quello atteso (appoggio, attivazione, finanziamento, voto) che é sostanzialmente quello di un consumatore, non di un cittadino. Questo processo é iniziato con la politica di massa che separava nettamente i politici per professione dagli elettori, il cui unico valore è il numero. Come svela la teoria Schmitt, l’elettore diventa il mezzo e non il fine della politica. L’estremo perfezionamento della tecnica psico-sociale ha permesso ai dispositivi politici di modellare i profili degli elettori di cui si ha bisogno, costruendo le identità sociali più riproducibili.

L’ultimo e più ingannevole condizionamento è l’adattamento di una proposta politica all’efficacia percepita e misurata nei confronti della comunicazione. Empiricamente il peggior progetto politico è quello che riceve il maggior successo di pubblico, i leader con grande potere carismatico ci hanno abituato ai catastrofici fallimenti del populismo massmediatico perchè, come ho cercato di interpretare mediante l’analisi delle motivazioni di Maslow, i valori che tutelano i bisogni primari e la sicurezza conducono dritti verso il nazionalismo militarista e xenofobo sacrificando i bisogni più evoluti che si trovano alla vetta della piramide e che permettono il pieno sviluppo della personalità sociale.

I grandi partiti istituzionali, che si affidano a comunicatori di professione, sanno bene che la campagna elettorale è del tutto ininfluente sul programma politico di quando saranno al governo. Ovvero l’identificazione non si fa sul programma bensì su aspetti marginali ma fondanti la comunità che si identifica. Il programma politico sarà invece il frutto di mediazioni in un progetto condotto da esperti che mira ad alcuni obiettivi strategici condivisi. Un classico esempio del passato erano i partiti cattolici o comunisti del secolo scorso che hanno prodotto il welfare state keynesiano. L’aspetto della religione o della dottrina marxista erano del tutto ininfluenti sull’azione parlamentare o di governo di quei partiti ma ne delimitavano il campo identitario. Religiosi e conservatori i primi, progressisti e laici gli altri, anche se specchio di uno schieramento geopolitico contrapposto fra Stati Uniti e URSS durante la guerra fredda, proponevano la loro idea di futuro.

I successivi trenta anni sono stati caratterizzati dalla identificazione univoca con il mercato e la globalizzazione a trazione statunitense come fine ultimo della storia. La diffusione globale della rete internet ne é stato il veicolo tecnologico. In quella ideologia di un eterno presente, che Mark Fisher ha definito “realismo capitalista” (Fisher 2018), i nemici sono stati trasferiti all’esterno della dinamica politica e del sistema economico, nel terrorismo islamico, sostenuto da Stati canaglia, e nell’immigrazione interna, oppure nelle predatorie multinazionali capitaliste. Oggi, dopo trenta anni e al compimento della globalizzazione neoliberista, anche quell’equilibrio si è rotto.

Da una parte é stato identificato un nemico più spaventoso e colpevolizzante nel “cambiamento climatico”, dall’altro sono emersi degli stati “non occidentali” di volta in volta individuati come nemici e ostacoli alla diffusione della democrazia, dei diritti umani, che possono essere tradotti con libero mercato internazionale. Può lasciare perplessi il fatto che ancora oggi, nel nostro paese, che si colloca all’ottavo posto nella classifica mondiale del PIL, il nemico che occupa maggiormente la comunicazione politica siano gli stranieri. Quindi osserviamo una dinamica che oppone razzisti ad antirazzisti, xenofobi a simpatizzanti dell’accoglienza e della società multiculturale, cristiani identitari anti-islamici a cristiani universalisti. In tutto il mondo la destra ha imparato efficacemente a costruire e cavalcare le paure più ancestrali nei confronti dello straniero e del diverso riuscendo così a conquistare le classi popolari. Nulla di nuovo, il nazionalsocialismo tedesco aveva puntato sulla stessa carta cento anni fa.

Le élite liberali trovano come nemico la destra xenofoba e si fortificano ponendosi come argine a quel rabbioso razzismo, difendendo le minoranze con la tutela legale dei diritti civili e indicando un pericolo più astratto ma universale: il riscaldamento globale. Questo nemico coinvolge soprattutto i più giovani ma con tutte le contraddizioni interne alla lotta al cambiamento climatico, declinata da un timido greenwashing del settore energetico e dei trasporti ad una radicale rivoluzione dei consumi e della produzione nelle frange più estreme, non crea una sola identità politica ambientalista, ne crea molte contrapposte. Il cambiamento climatico é un nemico sfuggente e sovrumano. Ha cause ed effetti dibattuti, è certo che non sia reversibile e può essere solo mitigato ma non in modo certo e univoco (IPCC 2022) visto che le soluzioni sono in contrasto con l’aumento mondiale dei consumi e anche con la tendenza della globalizzazione a ridurre i costi dei sistemi produttivi.

Negli ultimi due anni anche la pandemia di COVID-19 ha svolto egregiamente il ruolo di nemico esterno e non umano, da contrastare con strumenti decisionali eccezionali, necessariamente troppo reattivi per poter essere gestiti con dinamiche parlamentari, visto che impattavano fortemente sul tessuto economico e sociale. La scienza, o una sua declinazione istituzionalizzata e politicamente legittimata di quella, è stata anche in questo caso l’ancora di realtà che, sulla base di fatti, ha indicato l’urgenza delle scelte, alfine politiche, da attuarsi su scala globale per far fronte al nemico.

Per le destre è ancora molto più efficace lasciar perdere la scienza e prendersela con quel 10-15% di immigrati presenti nel proprio paese, che di solito costituiscono anche l’ultimo gradino della scala sociale.

Non mi dimentico coloro che, eredi di una tradizione ancora presente nel secolo scorso, individuano come nemico la classe dominante, proprietaria dei mezzi di produzione e del capitale finanziario, e come amici i lavoratori e i poveri di tutto il mondo. Questa comunità politica è stata la più colpita dalle trasformazioni degli ultimi trenta anni: dalla caduta dell’Unione Sovietica e dei partiti che ancora gli si riferivano, dalla erosione di potere contrattuale dei lavoratori dovuto all’automazione, alle delocalizzazioni e al dilagare della disoccupazione associata a flussi migratori di lavoratori poveri. Oggi il movimento operaio si ritrova a fare i conti con la crisi strutturale del capitalismo nei paesi più ricchi, in cui la continua erosione del lavoro vivo in termini di salario e posti di lavoro porta i sindacati a lottare per misure di sostegno alle aziende in crisi, per mantenere in vita rapporti di lavoro salariati piuttosto che per abolirli. La maggior parte dei cittadini europei si sentono di fatto classe media, non condividono più sentimenti classisti di odio verso i ricchi, coltivano casomai una invidia rancorosa nutrita dalla ferita narcisistica. Sognano una riscossa individuale che li catapulti al vertice, non una nuova comunità egualitaria.

Oggi con la crisi Ucraina si apre di nuovo la possibilità di identificare un nemico geopolitico esterno, come durante il fortunato periodo della guerra fredda, che è corrisposto alla fase di espansione capitalista più formidabile a cui abbiamo mai assistito, declinando su scala globale quell’equilibrio basato sul conflitto. Le opportunità di un nuovo multipolarismo tra USA, Europa, Cina, India e molti paesi del sud est o dell’America latina, aprono a scenari imprevedibili di costruzione di nuove alleanze e conflitti fra amici e nemici. Perché il processo di cooptazione nelle alleanze sia efficace, il nemico deve essere credibile, pertanto deve mostrare le sue capacità offensive terrificanti, potenzialmente termonucleari, in teatri di guerra spettacolarizzati.

Le principali forme dell’identificazione politica che ho fino ad ora descritto risultano pericolosamente tendenti al nazionalismo militarista e del tutto insoddisfacenti per chi abbia una visione internazionalista, complessa ispirata alla cooperazione.

Proprio per questo, sottrarsi alla definizione per opposizione amico/nemico é necessario, perché quella costituzione del politico, che cerca con tutte le forze di catturare la nostra attenzione, porta con certezza allo stato d’eccezione e a una forma della dittatura, che sia tecnocratica, tradizionale, carismatica, o le tre cose assieme.

E’ possibile che ormai sia inevitabile trovarsi coinvolti in un regime autoritario. Da parte di molti viene osservata questa sospensione delle libertà democratiche fondamentali sotto forma di uno svuotamento di istituzioni rappresentative che formalmente rimangono sovrane.

L’unica affermazione che mi sento di fare é che abbiamo quantomai bisogno di costruire una idea di comunità politica che non origini dalla contrapposizione amico/nemico. E’ possibile? Non è detto. E’ una sorta di scommessa nella possibilità che le persone possano associarsi in base a dinamiche più evolute del fare fronte ad un nemico comune. Probabilmente questa possibilità é riservata a chi abbia già soddisfatto le condizioni di base della piramide dei bisogni di Maslow, pertanto ad una sorta di avanguardia di fatto, che non vive nella insicurezza materiale e psicologica della continua minaccia, grazie all’estremo avanzamento raggiunto dalla società opulenta contemporanea. Una comunità elettiva che si sceglie perché costruisce un progetto comune di futuro, partendo dalla negoziazione dei bisogni e desideri in un orizzonte comune di senso. Questo si intende quando si propone una “politica per” e non una “politica contro”. Chi riesce a liberarsi dalla sfera della necessità può rivolgere le sue attività alla costruzione delle relazioni sociali del comune, quindi anche produttive ed economiche. Diventa una scelta etica quella fra la riproduzione di un capitalismo in crisi che porta al parossismo il consumo, inglobando la vita, e la riconquista del tempo in una dimensione relazionale emancipata. Una rinnovata ricerca della felicità al di fuori del suo surrogato consumistico. Le relazioni comunitarie che resistono sono quelle della famiglia e del volontariato, per lo più di ispirazione religiosa. Ci sono tutte le condizioni perché si sviluppino forme della relazione mutualistiche, laiche, non radicate nella tradizione. Per ora ci sono solo timide fioriture territoriali che potrebbero espandersi in reti e strutture.

E’ altresì ovvio che questo processo non può avvenire all’interno di una unica cornice organizzativa di massa ma soltanto come esito di una miriade di iniziative locali e trasversali di organizzazioni liminali che pongano le basi di una trasformazione ecosistemica (Nunes 2021), in cui troverà spazio anche la contrapposizione amico/nemico.

La spiego meglio. Le trasformazioni possono avvenire con rotture nette, rivoluzioni molari, esito però di decenni di preparazione nelle cosiddette rivoluzioni molecolari (Nunes 2021, p. 35), che hanno mutato costantemente la cultura della società e delle istituzioni, anche molto conservative come l’esercito o la chiesa. Queste rivoluzioni del modo di pensare originano sicuramente dai cambiamenti nella struttura tecnologica della produzione della ricchezza e del senso, ma anche dalla percezione che gli attori di questi cambiamenti hanno di se stessi, dei propri bisogni e desideri. Struttura e sovrastruttura si compenetrano in molteplici piani e linee di forza trasformative il cui esito non è prevedibile né controllabile.

Sitografia

https://investor.fb.com/financials/default.aspx

https://www.iltascabile.com/societa/trappola-identita/

https://formiche.net/2018/03/cambridge-analytica-facebook-adv/

http://www.lescienze.it/news/2018/04/03/news/cambridge_analytica_marketing_psicografico_efficacia_limiti-3925133/

Amico e nemico nella filosofia di Carl Schmitt.

https://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=15675

Spot elettorali 2018

https://www.youtube.com/watch?v=hUZcMaVH-gQ

https://youtu.be/xqeU1TvwcC4

https://youtu.be/5v8_V2-bOTs

https://www.youtube.com/watch?v=asC6qLATQos

https://youtu.be/_3_OD6L3THg

https://youtu.be/xQaEtNhazgw

COMUNICAZIONE E COSTRUZIONE DELL’IDENTITÀ

NEI GRUPPI TELEMATICI intervento di L.Pezzullo, Università di Padova 

http://users.libero.it/sinopsis/sn/atti-conv/brescia2000/r-pezzu.htm

https://it.wikipedia.org/wiki/Teoria_dell%27identit%C3%A0_sociale

https://www.linkiesta.it/it/article/2016/10/06/facebook-ci-spia-noi-lo-sappiamo-e-ce-ne-freghiamo/31983/

https://en.wikipedia.org/wiki/Environmental_activism_of_Al_Gore

https://www.reuters.com/article/us-climate-gore-idUSN3141726220080331

http://www.girodivite.it/I-social-network-Nuovi-sistemi-di.html

https://www.ipcc.ch/report/ar6/wg3/

Deleuze su molecolare e molare

https://www.youtube.com/watch?v=oM2IAFRhe54

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Fonte: Rizomatica.noblogs.org