Gennaio 11, 2022
Da Il Manifesto
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Ventesimo album per il musicista di Atlanta, Georgia, che da quattro decadi porta in giro il suo blues rock d’autore. La sessione ha preso luce durante il lockdown, questo ha permesso ad Ellis di tirar fuori idee nuove che, pescando dal suo passato immerso oltre che nella tradizione african american anche in quella del southern rock, godono di una brillantezza ineccepibile. Sono struggenti  gli slow Don’t Bury Our Love e Slow Train To Hell dove dilata al meglio il tempo a sua disposizione, riuscendo cosĂŹ ad emozionare nel profondo. Si sente soffiare il vento della famiglia Allman in canzoni come One Less Reason e One Last Ride, mentre in Step Up ben si comprende perchĂ© da giovanissimo, come da lui raccontato, l’ascolto di Al Kooper e Michael Bloomfield nel disco Super Session lo folgorĂČ nello stesso momento in cui per la prima volta si trovĂČ faccia a faccia con uno sfavillante B.B. King, anno di grazia 1972. E ponendo attenzione alla cavalcata elettrica di Juju, il brano migliore del disco, si percepisce ancora lo stesso sincero ardore che nel 1981 lo spinse a fondare i leggendari The Heartfixers assieme all’icona Chicago Bob Nelson.




Fonte: Ilmanifesto.it