Ottobre 4, 2021
Da Il Manifesto
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La fortuna di fare inattese e felici scoperte cercando altro non è una novità nel campo musicale. Prendete il caso di Gianluca Tramontana, giornalista e broadcaster milanese di nascita ma di lunghissima residenza newyorkese, in viaggio per l’Oriente di Cuba, nel distretto di Granma, dove esiste una cultura organillera, in cui si suona l’organetto a rullo, strumento di musica campesina, per guajiros, insomma, che produce il suono azionando una manovella che fa affluire aria nelle canne per mezzo di un mantice. Una quindicina d’anni fa Tramontana era proprio a Manzanillo, porto da cui sul finire dell’Ottocento si irradiò l’organetto di Barberia, in una stazione radio a produrre un reportage per NPR (National Public Radio, ndr), quando un programmista mise su una cassetta di musica changüí, nell’attesa che finisse un discorso di Fidel… Rapito da queste note, che erano l’opposto della musica cubana più conosciuta, caratterizzate da ritmi irregolari, sincopate, in stile call & response, Tramontana decise di approfondire la questione sul campo nella regione di Guantánamo, considerato che le reazioni alle sue richieste di informazioni sul genere venivano evase con riferimenti a gruppi mainstream come Elio Revé e Los Van Van, il cui approccio moderno e urbano era ben diverso dal suono rurale da lui ascoltato. Dice nelle interviste Tramontana: «È come se a qualcuno che ha ascoltato Robert Johnson dicessero che il blues sono Rolling Stones o Almann Brother Band».

UNA MUSICA che riflette la cultura agricola, quella delle piantagioni dell’estrema regione orientale. Da questa scoperta inattesa è scaturita l’idea di raccogliere musiche sul campo da musicisti quasi tutti mai registrati su disco. «Sono caduto in un vortice di due mesi durante il mio primo viaggio, che poi è diventato un’odissea di registrazione di due anni e mezzo, tra il 2017 e il 2019», racconta Tramontana. Il fascino del ricercatore che si muove sulla scia di Alan Lomax è forte, ma «lui aveva una missione», rileva ancora Tramontana, “raccogliere, studiare, preservare, educare”. La mia era di documentare e raccontare la storia di una comunità, di questa cultura con le loro parole». Inevitabile pensare pure all’operazione costruita à la Buena Vista, di cui ricorre il venticinquennale, o agli esotismi dal vestito coloniale sempre in agguato, ma quello è stato «un progetto di musica urbana, art music, composta e registrata in studio», laddove il changüi è musica di strada, da festa, largamente improvvisata, e Tramontana ha la conoscenza locale e la credibilità di chi ha frequentato Cuba per oltre trent’anni, uno «yuma» (così vengono appellati gli statunitensi, ndr) a posto, pronto a raggiungere i luoghi più remoti in dorso ad un trattore armato di uno Zoom H5 e di microfoni ambientali per fissare musica in casa, per strada o in occasioni conviviali.

IL SUO VIAGGIO di scoperta è diventato una produzione discografica dopo che Steve Rosenthal, che ha lavorato alla rimasterizzazione dell’Archivio Lomax negli anni ’80, è rimasto folgorato dall’ascolto di un brano inviatogli per consigli fonici, comprendendo subito che conteneva roba sopraffina e inedita, che meritava ampia diffusione. Un’idea confermata anche da un altro personaggio dal fiuto fine, Nick Gold, produttore di Buena Vista. Così i 5 minuti di programma per la Npr sono diventati il succulento box deluxe serigrafato, intitolato Changüí – The Sound of Guantánamo, un’antologia di cinquanta tracce in tre cd, raccolte da Baracoa a Guantánamo City fino ai villaggi montani di Perseverancia, Honduras e Felicidad de Yateras, pubblicata dalla Petaluma Records (con il missaggio di Ed McEntee e il vincitore di Grammy Michael Graves). Accompagna la musica un libro di 120 pagine contenenti l’introduzione di Arturo O’Farrill (fondatore della Afro Latin Jazz Orchestra), note di presentazione di Tramontana, testi delle canzoni e saggi di musicologi e storici del changui (José Cuenca Sosa, Gabriel Rojas Perez e Benjamin Lapidus) e un centinaio di foto a corredo per documentare il viaggio, le registrazioni e i protagonisti perché dietro le incisioni ci sono sempre buone storie che devono essere raccontate.
Alcuni etnomusicologi sostengono che questa musica rurale sia l’antesignana del son cubano, suoni di festa e di incontri informali, suonata ancora nei centri rurali del distretto orientaòe. In origine, un tresero (il tres è una chitarra dotata di tre ordini di corde doppie, ndr) suonava o invitato o perché musicista itinerante nei fine settimana. Intorno alla metà degli anni ’40 del secolo scorso il musicologo e compositore Rafael Inciarte Brioso, creando il Grupo Changüi de Guantánamo, formazione con tres, marímbula (una cassa acustica con linguette di acciaio), bongos, maracas e güiro, ha in un certo senso codificato il genere, che è un invito al ballo, allo stare insieme all’aperto, alla condivisione, bevendo aguardiente e facendo festa.

LA SELEZIONE offre un ampio campione di suonatori ed ensemble, a cominciare dallo storico Grupo Changüi de Guantanamo, fino ai «tradizionalisti» Grupo Estrellas Campesinas, che hanno inciso El Guararey de Pastora, uno dei motivi più celebrati del genere, e al veterano Armando Yu Rey Leliebre, raggiunto nella foresta dove viveva: memoria e legame con un mondo che non c’è più. Ancora troviamo El Guajiro Y su Changui, Grupo Familia Vera e il cesellatore di versi Celso Fernandez Rojas. Brilla lo stile rurale di Popò y su changüi e l’espressività delle Las Flores del Changüí, un combo di sole donne. Una delle personalità più avvincenti è senz’altro Mikikí, un changuiseiro cresciuto a machete e musica, tagliatore di canna e cantatore che suona in solo o accompagnando i suoi innumerevoli fratelli, tra cui l’ottimo Melquiades Y su Changüi. Un invito a conoscere e a condividere un suono verace, caldo e sincero: un documento di gran valore storico e musicale.




Fonte: Ilmanifesto.it