Dicembre 1, 2020
Da Edizioni Anarchismo
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Introduzione

Ci sono stati molti modi di accostarsi a Fourier, quasi tutti sbagliati, anzi, senza tema di smentita non esiste un modo corretto di realizzare questa impresa, che di impresa per l’appunto si tratta. Leggerlo è come sbarcare su un pianeta sconosciuto, bisogna rendersi conto che nulla in questo pianeta è come appare di primo acchito, niente corrisponde a tutto ciò che comunemente si intende come coerenza logica o analisi scientifica, ed è di certo sorprendente che questi punti di riferimento, incancreniti per secoli dalla nostra cultura, sono qui visti come convenzioni e muraglie difensive.

Fourier stesso consigliava di leggere almeno due volte questo libro. La prima per sbalordirsi, la seconda per smaltire la sbornia. E poiché io ho assolto a questo consiglio mi sento autorizzato a dire la mia, la quale sarà, come quella di tanti altri che mi hanno preceduto, una ulteriore sbadataggine, un arzigogolo da letterato, sperando che, nell’accatastare parole, non cerchi anch’io di arruolarlo sotto una bandiera, ovviamente, essendo anarchico, sotto quella dell’anarchia.

No, non si tratta di un anarchico, almeno non più di quanto non lo furono, inconsapevolmente, visionari come Swedenborg e Blake, poeti come Rimbaud e Baudelaire, e tanti altri, tutti commisurabili l’uno all’altro con estrema difficoltà. Il guaio è che le mie antiche letture di Fourier lo avevano catturato, mezzo secolo fa, improvvidamente, sotto l’etichetta dell’utopia. Allora, per mia riottosa superficialità, non mi ero reso conto che ciò più che della lettura del libro derivava dai giudizi di Engels e, in parte, di Marx. Ma come? Ero rimasto impigliato in una terribile chiusura mentale e non me ne ero accorto? In effetti, la condanna marxista, che persiste ancora oggi, partiva dal fatto che Fourier non si curava di una separazione tra proletariato e borghesia, il suo discorso era assolutamente altro, metteva a nudo i meccanismi reali che muovono il vivere societario, in primo luogo quelli che muovevano la società dei suoi tempi, da lui definita Civiltà, e in questo processo di individuazione in profondità non rimaneva alla superficie di una divisione in classi, ma andava più a fondo, basti pensare alla condizione femminile, per la prima volta messa in luce, al problema della famiglia, alla schiavitù del matrimonio, al problema sessuale e tanti altri, da sempre accuratamente messi da parte.

Quindi, devo dichiarare qui, con mio sommo disdoro, che mi ero sbagliato: Fourier non è un utopista. E poi c’è anche un’altra responsabilità che denuncio apertamente, un’altra ottusità mia, l’avere accettato per buona la critica malevola e superficiale del marchese Pareto, lo stesso economista che mi aveva consentito in gioventù di non subire l’influenza delle analisi marxiste, questa volta, per quel che riguarda Fourier, mi aveva giocato un brutto tiro. Quando, leggendo questo libro, ci si accorgerà di trovarsi davanti a raffronti e analogie che sembrano veramente fuori del mondo, e ve ne sono centinaia, fate attenzione, fermatevi a riflettere. Fourier non vi prende in giro, e nemmeno prende in giro se stesso, si tratta di suggerimenti fantastici che possono aprire la strada a riflessioni concrete, direttamente inaccessibili attraverso gli schematismi ideologici.

Alle spalle del povero Fourier, un semplice commesso viaggiatore, premevano le esperienze della Grande rivoluzione, la stessa che continua ancora oggi a sollevare i nostri spiriti afflitti dalla pochezza dei tempi in cui viviamo con immagini epocali di ghigliottine al lavoro e di teste coronate raccolte nei canestri. Ebbene, la sua riflessione si ferma su ciò che ne è stato fatto del grande afflato rivoluzionario che aveva scosso il mondo: un verminaio, un verminaio di borghesi affamati di potere e di ricchezza. I Robespierre avevano prodotto il Terrore, il Terrore aveva prodotto la società borghese al potere. Basta farsi una passeggiata, oggi, di dieci minuti, tra la Sorbona e il Lussemburgo, a Parigi, per rendersi conto dello spirito reazionario della borghesia francese trionfante. Basta ascoltare le note di Rossini, che ne è il cantore estremo, per rabbrividire. Fourier è questo che vede come frutto della Grande rivoluzione, altro che la madre di tutti noi, altro che le illusioni di Kropotkin.

Tagliare teste non basta, occorre evitare la trappola del potere. La Spagna del ’36 non seppe evitarla, gli anarchici russi non furono pochi nell’illudersi sulla buona fede leninista. Andiamoci adagio con le iconografie rivoluzionarie. Mettiamo gli occhi su ciò che sta dentro la vita societaria, ciò che la gente si porta dietro da millenni, e proviamo a spiegarci in che modo funzionano queste forze, in che modo vengono coartate per permettere la costruzione della società del dominio che ancora oggi fiorisce sotto i nostri occhi. La melma politica, quella economica, le miserie della ricchezza e i massacri che la rendono possibile, quale immenso campo di indagine si apre davanti a noi. Non diamo niente per scontato, non accettiamo soluzioni prefabbricate (ovviamente neanche quelle di Fourier, il quale per primo ci sollecita a fare attenzione).

Questo straordinario libro comincia parlando di Dio. Ma con questo concetto si vuole intendere la forza ignota e naturale che regge qualsiasi tipo di società di uomini, da quella civilizzata (la peggiore, a causa della ferocia delle sue istituzioni) a quella barbara. È logico che dopo più di duecento anni le condizioni specifiche di questa superficiale ripartizione sono cambiate, ma nulla si è modificato in quelle forze sotterranee che non riescono a venire alla luce se non con bagliori corruschi e spesso autodistruttivi. Il Dio di cui parla Fourier, la vera natura dell’uomo, con la sua profonda cattiveria e la sua inattingibile grandezza d’animo, non riesce a farsi vedere, è sopraffatto dalla Civiltà, mentre ormai la stessa barbarie, su cui faceva conto il sognatore Cœurderoy, si è vestita coi panni insanguinati della prima ed è diventata feroce e stupida anch’essa. Dio è quindi una forza, non un riflesso delle paure umane, una forza del tutto umana che, come tutte le forze positive dell’uomo, non riesce, se non con fatica, a venire fuori dalla melma e dal sangue dei massacri.

Da un lato il libro di Fourier dettaglia, ricorrendo perfino a preziosismi geometrici, il modo in cui l’orrore della schiavitù e della sofferenza sarà sostituito dalla bellezza della libertà e della gioia, col risultato straordinariamente imprevedibile di migliorare le condizioni di vita dell’uomo, e a questo progetto dedica molte pagine e schemi, e inventa parole nuove che hanno fatto sognare i suoi ammiratori e sogghignare di sdegno trattenuto i suoi detrattori. Ma il problema non è questo. Egli affronta l’altro lato della medaglia, entra nei meccanismi dell’orrore, nella schiavitù e nella sofferenza, e ne spiega i motivi che li rendono operativamente efficaci anche se non insostituibili. Se l’uomo non è un fiorellino ma un torso di cavolo cresciuto nella melma, se è un assassino e un massacratore, se è non solo uno sfruttatore ma anche uno sfruttato che rende possibile lo sfruttamento fornendo la collaborazione della sua schiavitù volontaria, non ribellandosi, non è detto che facendo venire alla luce quelle forze naturali, che al momento sono soffocate dalla melma, quel torso di cavolo non possa diventare un bel fiore.

Ipotesi affascinante ma, di per sé, se fosse messa in questi termini astratti, lascerebbe disgustati. Infatti sarebbe esattamente quell’antitesi tra essere e apparire che faceva ridere Hegel. L’apparire (futuro, che ancora non esiste) non ha alcuna fondatezza nel definirsi migliore della miseria melmosa di oggi, che è pur sempre l’unica realtà che conosciamo. Insistere solo su quell’apparire sarebbe stata la vera utopia, cioè la gratuita e infondata descrizione di un mondo inesistente, in cui, miracolosamente, alla ferocia si sostituisce la bontà, alla forza la dolcezza, al fantasma la concretezza della vita reale. Ma Fourier non cade in questo equivoco, e qui sta l’importanza di questo libro e la difficoltà della sua lettura.

Se egli sviluppa una critica del possesso, di qualunque possesso, anche di quello amoroso, fondamentale critica e sconvolgente insegnamento per noi oggi, per tutti noi, nessuno escluso, anarchici compresi, senza eccezione, non solo descrive le condizioni in cui questo possesso, nella società civile, si realizza, ma anche le conseguenze negative che da esso derivano, procedendo oltre, indicando cioè in che modo si potrebbe realizzare una vita societaria in cui al possesso si sostituisse l’attrazione amorosa libera, non solo tra esseri umani ma anche tra esseri umani e oggetti. La soddisfazione di un bisogno non è altro, nella Civiltà, che la conseguenza di uno sfruttamento e di un arricchimento realizzatisi altrove, ma potrebbe essere la conseguenza di una libera attrazione grazie alla quale gioiosamente gli esseri umani si sono dedicati a fare degli oggetti, proprio quegli oggetti che sono necessari alla vita, non a una vita miseramente abbassata a un minimo di sopravvivenza, ma innalzata alle altezze dell’arte e del gusto. È tutto questo, che costituisce il nucleo del metodo di Fourier, non come petizione di principio, ma come indicazione di strutture libere in corso di formazione e di sviluppo, in grado di produrre soltanto sulla base di una attrazione passionata e non di uno sfruttamento imposto con la forza delle baionette e con la paura della morte per fame.

Ecco il motivo delle lunghe descrizioni organizzative, della sterminata ricerca terminologica, delle analogie e delle corrispondenze maniacali cercate da Fourier, tutto questo per dare fondamento a quello che per il momento permane nascosto e quindi ha bisogno di essere assistito da protesi indirette, non da garanzie o da contratti basati sulla forza dell’evidenza, certezze che nel mondo dei Civili si trovano soltanto nei tribunali, nelle camere di commercio e nelle prigioni.

Qui, per la prima volta, l’uomo si affaccia in un mondo assolutamente altro da quello melmoso a cui da sempre ha fatto l’abitudine. Lo stesso Fourier si rende conto di quello che sta facendo e, se da un lato se ne compiace, come accade a chi scopre nuove realtà, dall’altro lato aspetta il contraccolpo, le critiche vergognosamente malevole, le incomprensioni, la consapevolezza di stare chiacchierando al vento. Qualcosa di diverso è l’esperienza che ogni anarchico avrà fatto quando si azzarda a parlare dell’anarchia, riempiendosi la gola di vuote parole sul destino di libertà e di eguaglianza che tutti ci attende, ineluttabile come la morte. Questo anarchico fa un poco sorridere, perché non ha strumenti per meglio dettagliare quel mondo che egli porta nel cuore, e quindi viene spesso deriso, e a ragione. Ma poi, se i suoi interlocutori sono persone intelligenti e benevole, si rendono conto che coi sentimenti e con l’amore non si discute e sorridono di condiscendenza. Io mi sono sempre rifiutato di fare un discorso del genere, e quando l’ho sentito fare mi si è accapponata la pelle. Forse perché non sono sufficientemente spudorato da mettere in piazza i miei sentimenti? Forse.

Ma Fourier fa un discorso differente. Non è un utopista. La sua critica delle tecniche di fallimento, dell’aggiotaggio, dell’usura, della speculazione, della svalutazione della moneta, e di ogni altra giunteria che correntemente è messa in atto dagli sfruttatori, il suo occhio severo nel guardare con quanta zelante collaborazione gli sfruttati acconsentono al processo di sfruttamento, il suo giudizio negativo riguardo tutti i mezzi per migliorare questa situazione ricorrendo a sistemazioni politiche di qualsiasi genere, da quelle rivoluzionarie ma autoritarie (solo apparentemente in grado di risolvere il problema) a quelle reazionarie (in grado di schiacciare non solo il problema ma qualsiasi forma di dissenso), dimostrano questo suo rigoroso realismo. Lasciamogli stabilire chi deve coltivare le pere tenere e chi le pere dure, chi le cotogne e chi le nespole. Lasciamogli dividere le quadriglie che devono dare vita alle parate della gioia in bambini e bambine, adepti e adepte, atleti e atlete, venerandi e venerande, patriarchi e matriarche. Lasciamogli descrivere la gastronomia combinata valutata dal punto di vista politico, materiale e passionato. Lasciamogli precisare quale deve essere la politica galante per il reclutamento delle armate della gioia e da quale passione deve partire: l’ingranante, la variante, la graduante, l’armonismo. Lasciamogli tutto questo. E se di tutto questo, e di ben altro, mio caro lettore, avrai paura, non andare oltre questa citazione. Restituiscici il libro e ti rimborseremo il prezzo d’acquisto (per altro bassissimo) comprese le spese di rispedizione. Non possiamo pretendere di dare il coraggio a chi non ce l’ha.

Auguri per una angosciosa lettura.

Trieste, 8 luglio 2014

Alfredo M. Bonanno

Ma quali fitte tenebre
Velano ancora la natura!
(Voltaire)

Introduzione di Fourier

All’inizio, come alla fine di quest’opera, richiamo l’attenzione su una verità del tutto nuova per gli uomini civili; e cioè sul fatto che la teoria dei quattro movimenti, sociale, animale, organico e materiale, era l’unico studio che dovesse proporsi la ragione. Si tratta dello studio del sistema generale della natura, problema che Dio assegna da dirimere a tutti i globi; e i loro abitanti non possono passare alla felicità se non dopo averne trovato la soluzione.

Finora, voi non l’avete risolto e neppure investigato; non avete penetrato che la quarta ed ultima branca di tale teoria, quella del movimento materiale, le cui leggi vi sono state svelate da Newton e da Leibniz. Avrò occasione di rimproverarvi più d’una volta questa lentezza dell’intelletto umano.

Prima di pubblicare la mia teoria ne do, nel presente volume, un sommario compendio; vi affianco alcune dissertazioni sull’ignoranza politica degli uomini civili. I due principali esempi di tale ignoranza sono tratti:

nella seconda parte, dagli inconvenienti del sistema coniugale;

nella terza parte, dagli inconvenienti del sistema commerciale;

e dalla superficialità dei filosofi, che non hanno ricercato nessun sistema migliore per l’unione dei sessi e lo scambio dei prodotti economici.

Sono, senza dubbio, questioni ben secondarie per confortare un annuncio così importante come quello della scoperta delle leggi del movimento; ma era necessario che io indugiassi sopra alcune incongruenze della politica civile per fare intuire l’esistenza di una scienza più certa che confonderà le scienze filosofiche.

Nel corso di questa lettura si dovrà tener presente che, essendo la scoperta annunciata più importante, essa sola, di tutte le imprese scientifiche realizzate dacché esiste il genere umano, di una sola questione dovranno d’ora in poi occuparsi gli uomini civili: e cioè di accertarsi che io abbia davvero scoperto la teoria dei quattro movimenti; perché, in caso affermativo, bisognerà dare alle fiamme tutte le teorie politiche, morali ed economiche, e prepararsi all’evento più strabiliante e più fausto che possa darsi su questo globo e su tutti gli altri, al passaggio immediato dal caos sociale all’armonia universale.

Discorso preliminare

Sulla superficialità delle nazioni civili, che hanno trascurato o disdegnato le due branche di studi propedeutici alla teoria dei destini: lo studio dell’Associazione agricola e quello dell’Attrazione passionata.

E sulle funeste conseguenze di tale superficialità, che prolunga inutilmente da 2300 anni a questa parte la durata del caos sociale, vale a dire delle società, civile, barbara e selvaggia, che non rappresentano affatto il destino del genere umano.

Se si considera il gran numero di alti ingegni che ha prodotto la Civiltà, soprattutto nel corso del diciottesimo secolo, si è tentati di credere che essi abbiano esaurito tutti i campi di ricerca: lungi dallo sperare grandi scoperte, non ce ne attendiamo neppure di mediocri.

Questo preconcetto sta per essere dissipato: gli uomini apprenderanno che le verità acquisite ammontano appena alla quarta parte di quelle che restavano da scoprire, e che si conquisteranno tutte in una volta con la teoria dei quattro movimenti. Essa è la chiave di tutte le scoperte accessibili alla mente umana; essa ci inizierà immediatamente a conoscenze che avrebbero potuto costare ancora diecimila anni di studi, data la lentezza degli attuali metodi.

L’annuncio di questa teoria in un primo momento susciterà diffidenza per la sola promessa di elevare gli uomini alla conoscenza dei destini. Ritengo quindi opportuno rendere noti gli indizi che mi hanno messo sulla strada. Questo chiarimento dimostrerà che la scoperta non richiedeva nessun particolare impegno scientifico e che anche gli studiosi più mediocri avrebbero potuto pervenirvi prima di me, se avessero avuto il requisito necessario per tale studio, vale a dire se fossero stati scevri da pregiudizi. È a questo proposito che io ho avuto, per il calcolo dei destini, una disposizione di cui erano privi i filosofi, i quali sono i sostenitori e i fautori dei pregiudizi, nonostante fingano di combatterli.

Con il nome di filosofi io non designo qui che i cultori delle scienze incerte, i politici, i moralisti, gli economisti e gli altri, le cui teorie non sono compatibili con l’esperienza e non hanno come regola che il capriccio dei loro autori. Bisognerà dunque ricordare, quando nominerò i filosofi, che non intendo parlare che dei cultori delle scienze incerte e non dei cultori delle scienze esatte.

Indizi e metodi che condussero alla scoperta annunciata

A niente pensavo meno che a delle ricerche sui destini; condividevo l’opinione generale che li considera impenetrabili e relega ogni speculazione su tale argomento tra le fantasticherie degli astrologi e dei maghi. Lo studio che mi indirizzò ad esse non verteva che su problemi economici o politici, di cui darò qualche cenno.

Dopo l’imperizia dimostrata dai filosofi alla loro prima prova, la Rivoluzione francese, tutti erano d’accordo nel considerare la loro scienza come un traviamento dell’intelletto umano; i torrenti di lumi politici e morali non sembravano ormai altro che torrenti di illusioni: eh! si può forse vedere qualcosa di diverso negli scritti di questi dotti che, dopo avere impiegato venticinque secoli a perfezionare le loro teorie, dopo avere accumulato tutti i lumi antichi e moderni, generano al loro esordio tante calamità quanti benefici hanno promesso, e fanno regredire la società civile verso lo stato barbaro?

Questo fu il risultato dei primi cinque anni durante i quali la Francia fu il campo di prova delle teorie filosofiche.

Dopo la catastrofe del 1793 le illusioni furono dissipate, le scienze politiche e morali coperte d’ignominia e definitivamente screditate. Da quel momento ci si dovette render conto che non c’era bene alcuno da sperare da tutti i lumi acquisiti; che bisognava cercare il bene sociale in qualche nuova scienza e aprire nuove strade al genio politico; poiché era evidente che né i filosofi né i loro rivali erano in grado di porre rimedio alle piaghe sociali e che, sotto i dogmi degli uni o degli altri, si sarebbe sempre visto il perpetuarsi dei flagelli più turpi, tra cui l’indigenza.

Questa fu la prima considerazione che mi fece sospettare l’esistenza di una scienza sociale ancora sconosciuta e che mi indusse a tentarne la scoperta. Lungi dal perdermi d’animo per la pochezza delle mie conoscenze, non intravidi che l’onore di conquistare ciò che venticinque secoli di scienza non avevano saputo scoprire.

Ero incoraggiato dai numerosi indizi di sviamento della ragione, e soprattutto dallo spettacolo dei flagelli da cui è funestata l’economia generale: l’indigenza, la disoccupazione, i successi della frode, le piraterie marittime, il monopolio commerciale, la tratta degli schiavi, infine tante altre sventure che non sto ad enumerare, e che inducono a domandarsi se l’attività produttiva civile non sia una calamità inventata da Dio per castigare il genere umano.

È così che arrivai a presumere che ci fosse in tale attività un qualche sovvertimento dell’ordine naturale; che essa si svolgesse, forse, in maniera contrastante con i disegni di Dio; che il persistere di tanti flagelli potesse essere imputato alla mancata attuazione di un qualche assetto voluto da Dio e sconosciuto ai nostri studiosi. Pensai infine che, se, come ritiene Montesquieu, le società umane sono “afflitte da un mal sottile, da un’intima tabe, da un veleno segreto e nascosto” [Lettres persanes, CXIlI], sarebbe stato possibile trovare il rimedio discostandosi dalle vie seguite dalle nostre scienze incerte che, dopo tanti secoli, non erano riuscite a trovarlo. Adottai dunque come regola delle mie ricerche il dubbio radicale e l’opposizione assoluta: è necessario definire questi due metodi perché, prima di me, nessuno li ha impiegati.

1) Il dubbio radicale. Cartesio ne aveva avuto l’idea, ma pure vantando e raccomandando il dubbio, egli non ne aveva fatto che un uso parziale e fuori luogo. Avanzava dubbi ridicoli, dubitava della sua stessa esistenza, e si metteva a cavillare sui sofismi degli antichi, piuttosto che ricercare delle verità utili.

I successori di Cartesio ne hanno fatto un uso ancor più limitato; lo hanno applicato solo alle cose che non andavano loro a genio. Per esempio hanno messo in discussione la necessità delle religioni perché erano ostili ai preti; ma si sarebbero ben guardati dal mettere in questione la necessità delle scienze politiche e morali che davano loro di che vivere, e che oggi sono riconosciute del tutto inutili sotto i governi forti, e molto pericolose sotto quelli deboli.

Poiché non avevo rapporti con nessuna consorteria scientifica, decisi di applicare il dubbio alle opinioni degli uni e degli altri indistintamente, e di dubitare persino delle istituzioni che riscuotevano il consenso universale. Di tal fatta è la Civiltà, che è l’idolo di tutte le cricche filosofiche, e nella quale si crede di vedere il culmine della perfezione. Eppure che cosa di più imperfetto di questa Civiltà che trascina con sé tutti i flagelli? Che cosa di più incerto della sua necessità e del suo futuro perdurare? Non è forse probabile che essa non sia che un gradino nell’evoluzione sociale? Se essa è stata preceduta da altre tre società, la Società selvaggia, il Patriarcato e la Barbarie, ne segue forse che sarà l’ultima perché è la quarta? Non potranno ancora nascerne altre, e non vedremo un quinto, un sesto, un settimo ordine sociale, che saranno forse meno disastrosi della Civiltà e che sono rimasti sconosciuti perché non si è mai cercato di scoprirli? Bisogna dunque assoggettare al dubbio la Civiltà, dubitare della sua necessità, della sua assoluta superiorità e del suo perdurare. Sono, questi, problemi che i filosofi non osano proporsi, perché, sospettando della Civiltà, farebbero sospettare di inutilità le loro teorie, le quali tutte si ricollegano alla Civiltà e crollerebbero con essa nel momento in cui si trovasse un migliore ordine sociale per sostituirla.

I filosofi sono dunque costretti a limitarsi al dubbio parziale, perché hanno dei libri e dei pregiudizi corporativi da difendere; e per tema di compromettere i libri e la setta, essi hanno sempre sofisticato gesuiticamente sui problemi importanti. Quanto a me, che non avevo alcun partito da sostenere, ho potuto adottare il dubbio radicale e applicarlo in primo luogo alla Civiltà e ai suoi pregiudizi più inveterati.

2) L’opposizione assoluta. Avevo presunto che il modo più sicuro per arrivare a delle scoperte utili fosse di allontanarsi in tutto e per tutto dalle rotte seguite dalle scienze incerte, che non avevano mai effettuato la più piccola scoperta utile al corpo sociale e che, malgrado gli immensi progressi dell’economia, non erano neppure riuscite a prevenire l’indigenza: mi proposi dunque di mantenermi in costante antitesi con tali scienze. Considerando il gran numero dei loro autori, pensai che ogni argomento da essi trattato dovesse essere ormai esaurito e decisi di dedicarmi solo a problemi che non fossero stati affrontati da nessuno di loro.

Di conseguenza, evitai ogni ricerca su ciò che avesse attinenza con gli interessi del trono e dell’altare, dei quali i filosofi si sono incessantemente occupati da quando è sorta la loro scienza: essi hanno sempre cercato il bene sociale in innovazioni amministrative o religiose; io, al contrario, mi studiai di ricercare il bene solo in operazioni che non avessero niente a che vedere con il governo o con i preti, che si basassero solo su provvedimenti di carattere economico o domestico e che fossero compatibili con tutti i governi senza avere bisogno del loro intervento.

Sotto la scorta di queste due guide, il dubbio radicale nei confronti di tutti i pregiudizi e l’opposizione assoluta nei confronti di tutte le teorie note, non era possibile che non mi aprissi qualche nuovo campo, se qualcuno ve ne fosse stato; ma non mi aspettavo affatto di conquistare la teoria matematica dei destini. Lungi da sì alte mire, all’inizio non mi dedicai che a problemi molto pedestri, di cui i due principali furono l’Associazione agricola e la repressione indiretta del monopolio commerciale dei popoli insulari. Cito questi due problemi, perché sono interdipendenti e si risolvono reciprocamente. Non è possibile abbattere indirettamente il monopolio delle potenze insulari senza attuare l’Associazione agricola; e vice versa, appena si trova il modo di realizzare l’Associazione agricola, essa determina, senza colpo ferire, l’annientamento del monopolio insulare, delle piraterie, dell’aggiotaggio, della bancarotta e degli altri flagelli che affliggono l’economia.

Mi premuro d’anticipare questi risultati per destare qualche interesse intorno al problema dell’Associazione agricola che, a quanto pare, lascia gli studiosi talmente indifferenti che non si sono mai degnati di occuparsene.

A questo punto invito il lettore a rammentarsi che ho reputato necessario renderlo edotto delle speculazioni che prepararono la mia scoperta. Pertanto disserterò ora su un argomento che sembrerà non avere alcun rapporto con i destini; vale a dire dell’Associazione agricola. Io stesso, quando cominciai a ragionare su tale tema, non avrei mai pensato che un così modesto studio potesse condurre alla teoria dei destini; ma poiché ne è diventato la chiave, è indispensabile che ne parli un po’ diffusamente.

Dell’Associazione agricola

La soluzione di questo problema così trascurato portava alla soluzione di tutti i problemi politici. Si sa che talvolta bastano mezzi minimi per conseguire sommi risultati: è con un ago di metallo che si domina la folgore e si governa un vascello tra le tempeste e le tenebre; è con un mezzo altrettanto semplice che è possibile porre fine a tutte le calamità sociali. E mentre la Civiltà gronda sangue, vittima di rivalità mercantili, si apprenderà con indubbio interesse che un’operazione economica vi porrà termine definitivamente, senza guerra alcuna e che la potenza marittima, fino ad oggi così temibile, decadrà ai ranghi più oscuri per effetto dell’associazione agricola.

Questo tipo di organizzazione non era realizzabile nell’antichità, a causa della schiavitù dei contadini. I Greci e i Romani vendevano i lavoratori dei campi come bestie da soma, con l’assenso dei filosofi che non protestarono mai contro quest’odiosa costumanza. Questi dotti son soliti ritenere impossibile tutto ciò che essi non hanno visto: essi immaginavano che non sarebbe stato possibile emancipare i lavoratori senza sovvertire l’ordine sociale. Eppure si è arrivati a dar loro la libertà, e non ne è derivata che una migliore organizzazione dell’ordine sociale. I filosofi hanno ancora nei confronti dell’Associazione agricola la stessa prevenzione che avevano nei confronti della schiavitù: la credono impossibile perché non è mai esistita. Vedendo le famiglie contadine lavorare incoerentemente, essi pensano che non vi sia alcun modo di associarle o, perlomeno, fingono di pensarlo; poiché a questo riguardo, come a qualsiasi altro proposito, essi hanno interesse a presentare come insolubile ogni problema che non siano in grado di risolvere.

Eppure, più di una volta si è intravisto che si avrebbero delle economie e dei miglioramenti incalcolabili se si potesse organizzare societariamente il lavoro degli abitanti di ogni borgo, se fosse possibile associare, in proporzione al loro capitale e alla loro attività lavorativa, da due a trecento famiglie di diversa ricchezza che coltivino un cantone.

L’idea sembra a prima vista gigantesca e irrealizzabile, a causa della resistenza che oppongono le passioni a una simile riunione; resistenza che tanto più sgomenta in quanto non si può vincerla un po’ per volta: è pressoché impossibile riunire in un’associazione agricola venti, trenta, quaranta individui, e neanche cinquanta; ce ne vogliono almeno ottocento per formare l’Associazione naturale o attraente. Con questi termini intendo una società i cui membri saranno indotti al lavoro dall’emulazione, dall’amor proprio e da altri moventi compatibili con quello dell’interesse: il sistema in questione ci appassionerà all’agricoltura, attività oggigiorno tanto odiosa che viene praticata solo per necessità e per il timore di morire di fame.

Tralascio i particolari delle ricerche che mi costò il problema dell’Associazione naturale; è un ordine così radicalmente diverso dalle nostre usanze che non mi affretto a darne conoscenza: la sua descrizione potrebbe sembrare ridicola se non vi predisponessi il lettore prospettandogli gli immensi vantaggi che ne deriveranno.

L’Associazione agricola, supponendola estesa a un numero di circa mille persone, presenta dei vantaggi così enormi per l’economia, che si dura fatica a spiegare l’indifferenza dei moderni al riguardo. Eppure c’è una categoria di studiosi, gli economisti, particolarmente dediti a studiare come fare progredire l’economia. Il loro disinteresse alla ricerca di un sistema associativo è tanto più inconcepibile in quanto essi stessi hanno indicato parecchi dei vantaggi che ne risulterebbero.

Per esempio, hanno riconosciuto, e ciascuno, come loro, ha potuto farlo, che trecento famiglie di contadini associati non avrebbero che un solo granaio ben curato, invece di trecento granai in disordine; che un’unica tinaia, al posto di trecento tinaie tenute per lo più con una imperizia estrema; che in parecchi casi, e soprattutto in estate, non avrebbero che tre o quattro grandi fuochi invece di trecento; che non manderebbero in città che una sola lattivendola con un barile di latte trasportato su un carro a cignoni, cosa che farebbe risparmiare cento mezze giornate perse da cento lattivendole che portino cento brocche di latte: ecco alcune delle economie che diversi osservatori hanno intravisto; e tuttavia essi non hanno indicato neppure la ventesima parte dei vantaggi che deriverebbero dall’Associazione agricola.

La si è creduta impossibile perché si ignoravano del tutto i metodi per attuarla; era una buona ragione per concludere che non se ne sarebbero trovati e che non bisognava cercarne? Se si considera che essa triplicherebbe i frutti della produzione generale, non si dubiterà che Dio non abbia pensato ai mezzi per istituirla; giacché egli deve essersi dato cura innanzitutto di congegnare il meccanismo economico, che è il perno delle società umane.

Chi cerca la polemica solleverà a questo proposito parecchie obiezioni: “Come amalgamare in società delle famiglie di cui l’una possiede centomila franchi e l’altra neanche un soldo? Come districare tanti interessi diversi, conciliare tante volontà contrastanti? Come comporre tutti questi dissidi in un piano di interessi combinati?”. A ciò io replico: “con la lusinga delle ricchezze e dei piaceri”. La passione più forte del villico come del cittadino è l’amore del guadagno. Quando essi vedranno un cantone societario rendere, a parità di condizioni, tre volte di più di un cantone di famiglie incoerenti e assicurare a tutti gli associati i beni più svariati, dimenticheranno tutte le loro rivalità e si affretteranno ad attuare l’Associazione: senza legge alcuna essa si estenderà a tutte le contrade, poiché ovunque gli uomini sono attirati dalle ricchezze e dai piaceri.

Riepilogando, questa teoria dell’Associazione agricola, che muterà la sorte del genere umano, blandisce le passioni comuni a tutti gli uomini, li seduce con la lusinga del guadagno e dei piaceri: è questa la garanzia del suo successo presso i Selvaggi e i Barbari come presso gli uomini civili, giacché le passioni sono, ovunque, le stesse.

Non è urgente fare conoscere questo nuovo ordine al quale darò i nomi di Serie progressive o Serie di gruppi, Serie passionate.

Con questi termini designo una riunione di più gruppi associati, dediti alle diverse branche di una medesima attività lavorativa o di una medesima passione. A questo proposito potete consultare la Nota A (vedi a p. 242) dove do alcune nozioni sull’organizzazione delle Serie progressive; nozioni che saranno ben lungi dal bastare, ma che riusciranno a prevedere le idee errate che potreste farvi su questo meccanismo stando ai diversi particolari che, intesi da me e riferiti, vengono immancabilmente snaturati.

La teoria delle serie passionate o serie progressive, non è concepita arbitrariamente come le nostre teorie sociali. La struttura di queste Serie è in tutto e per tutto analoga a quella delle serie geometriche di cui esse hanno tutte le proprietà, come quella dell’equilibrio dei contrasti tra i gruppi estremi e i gruppi mediani della serie. Questo è spiegato più dettagliatamente nella Nota A.

Le passioni, che abbiamo creduto nemiche della concordia, e contro le quali sono state scritte tante migliaia di volumi che presto cadranno nell’oblio; le passioni, dico, non tendono che alla concordia, che all’unità sociale da cui le abbiamo pensate così lontane. Ma esse non possono armonizzarsi se non quando si contrastino regolarmente nelle serie progressive o serie di gruppi: fuori da questo meccanismo le passioni non sono che tigri scatenate, arcani impenetrabili; cosa che ha fatto dire ai filosofi che bisognerebbe reprimerle: opinione doppiamente assurda perché non si possono reprimere le passioni, e perché, se tutti le reprimessero, la società civile decadrebbe rapidamente e riprecipiterebbe allo stato nomade nel quale le passioni sarebbero ancora nocive così come lo sono da noi; poiché non credo alle virtù dei pastori più di quanto creda a quelle dei loro apologeti.

L’ordine societario che succederà all’incoerenza civile non ammette né moderazione né uguaglianza né alcun’altra delle idee dei filosofi; esso richiede passioni ardenti e raffinate: una volta attuata l’Associazione, le passioni si accordano tanto più facilmente quanto più vive e numerose esse sono.

Ciò non significa che questo nuovo ordine debba modificare in alcunché le passioni; ciò non sarebbe possibile né a Dio né agli uomini; ma si può mutare il corso delle passioni senza toccarne affatto la natura: per esempio, se un uomo senza averi detesta il matrimonio e gli si propone una donna che ha una dote di centomila franchi di rendita, egli acconsentirà con gioia a stringere quel legame che gli ispirava ripugnanza il giorno prima. Le sue passioni saranno per questo mutate? No, ma la sua passione dominante, l’amore delle ricchezze, avrà cambiato corso; per raggiungere il suo scopo essa prenderà una strada ieri sgradita; con ciò essa non avrà cambiato natura, ma soltanto percorso.

Se dunque affermo che nell’ordine societario gli uomini avranno gusti differenti da quelli che hanno attualmente e che preferiranno vivere nelle campagne piuttosto che nelle città, bisogna guardarsi bene dal credere che, cambiando i loro gusti, cambieranno le loro passioni: essi non saranno mai mossi che dall’amore delle ricchezze e dei piaceri.

Insisto su questo punto per stornare una ridicola obiezione che viene avanzata da alcuni spiriti ottusi; quando sentono parlare dei mutamenti di gusti e di costumi prodotti dall’ordine societario, esclamano subito: Voi cambierete dunque le passioni! No, certamente; ma verranno loro aperte nuove strade, che assicureranno ad esse uno sviluppo tre e quattro volte maggiore di quello che hanno nell’ordine incoerente in cui viviamo. È per questo che vedremo gli uomini civili prendere in odio abitudini che oggi amano, come quella alla vita domestica: quando si renderanno conto che in seno alla famiglia i bambini non fanno che urlare, rompere, bisticciare e rifiutare qualunque tipo di lavoro, mentre questi stessi bambini, inquadrati nelle Serie progressive o Serie di gruppi, non si dedicano che ad opere utili, gareggiano nell’emularsi senza alcun incitamento, si istruiscono di loro spontanea volontà sulle attività agricole, quelle industriali, sulle scienze e le arti; producono e si rendono utili pur credendo di divertirsi; quando i padri vedranno questo nuovo ordine, troveranno i loro figli adorabili nelle Serie e detestabili nei nuclei familiari incoerenti. Quando poi si accorgeranno che nella sede di una falange (è questo il nome che darò all’associazione che coltiva un cantone), si mangia così meravigliosamente che, spendendo un terzo di ciò che costa un pasto in famiglia, è possibile avere nelle Serie un desinare tre volte più raffinato e più abbondante, di modo che ci si può nutrire tre volte meglio spendendo tre volte meno che in famiglia, evitando per di più il fastidio dell’approvvigionamento e della preparazione dei cibi; quando vedranno infine che nelle Serie i rapporti umani non sono mai turbati da alcuna frode e che il volgo così falso e rozzo nella Civiltà rifulge viceversa per sincerità e per buone maniere nelle Serie, essi prenderanno in odio questa vita domestica, queste città, questa Civiltà, cui sono oggi attaccati; vorranno associarsi in una Falange di Serie e abitare nel suo edificio. Le loro passioni saranno forse cambiate per il fatto che essi disdegneranno le abitudini e i gusti che oggi hanno cari? No, ma le loro passioni avranno mutato corso senza avere cambiato né meta né natura. Bisogna dunque guardarsi bene dal credere che l’ordine delle Serie progressive, che sarà diverso dalla Civiltà, debba determinare il benché minimo cambiamento nelle passioni: esse sono state e saranno immutabili nel produrre discordia e povertà al di fuori delle Serie progressive, o nel produrre concordia e opulenza nelle Serie, che sono il nostro destino, e la cui istituzione in un solo cantone sarà spontaneamente imitata ovunque, per la semplice attrattiva degli immensi benefici e degli innumerevoli godimenti che tale ordine assicura a tutti gli individui, quale che sia la disparità dei loro averi.

Passo ai risultati di questa scoperta, sotto il profilo scientifico.

Dell’Attrazione passionata e dei suoi rapporti con le scienze esatte

È per spregio, per negligenza, o per tema d’insuccesso che gli studiosi hanno trascurato di indagare il problema dell’Associazione? Non importa quale ne sia stata la ragione, ma essi l’hanno trascurato; io sono il primo e il solo che se ne sia occupato: ne consegue che, se la teoria dell’Associazione, sino ad oggi sconosciuta, poteva avviare ad altre scoperte, se essa è la chiave di qualche nuova scienza, esse dovevano essere destinate a me soltanto, poiché io sono il solo che abbia investigato e scoperto questa teoria.

Quanto alle nuove scienze cui essa apre la strada, mi limiterò a indicarne due di importanti, e poiché questo particolare non interessa la maggioranza dei lettori, sarò il più breve possibile.

La prima scienza che scoprii fu la teoria dell’Attrazione passionata.

Quando mi resi conto del fatto che le Serie progressive assicurano un pieno sviluppo alle passioni dei due sessi, delle diverse età e delle diverse classi; del fatto che in questo nuovo ordine si acquisteranno tanto maggior vigore e tanto più grandi ricchezze quante più passioni si avranno, ne desunsi che, se Dio aveva attribuito tanta influenza all’Attrazione passionata e così poca alla ragione, sua rivale, era per portarci a quest’ordine delle Serie progressive che soddisfa sotto tutti i rispetti l’Attrazione. Pensai quindi che l’Attrazione tanto denigrata dai filosofi era interprete dei disegni di Dio relativi all’ordinamento sociale, e così pervenni al calcolo analitico e sintetico delle attrazioni e delle repulsioni passionate. Esse portano per ogni verso all’Associazione agricola: voi avreste dunque scoperto le leggi dell’Associazione senza ricercarle, se aveste pensato a fare l’analisi e la sintesi dell’Attrazione. Cosa che non è venuta in mente a nessuno, neppure in quel diciottesimo secolo che, volendo fare entrare i metodi analitici dappertutto, non ha provato ad applicarli all’Attrazione.

La teoria delle attrazioni e delle repulsioni passionate è una teoria rigorosa e integralmente conforme ai teoremi della geometria: essa sarà suscettibile di grandi sviluppi, e ad essa potranno abbeverarsi pensatori che, io credo, ardono dal desiderio di applicare la loro metafisica a qualche argomento utile e prestigioso.

Proseguo sulla filiazione di nuove scienze. Mi resi ben presto conto del fatto che le leggi dell’Attrazione passionata erano in tutto e per tutto conformi a quelle dell’Attrazione materiale dimostrate da Newton e da Leibniz; e del fatto che Unitario era il sistema che governa il movimento del mondo materiale e di quello spirituale.

Azzardai l’ipotesi che quest’analogia potesse estendersi dalle leggi generali alle leggi particolari; che le attrazioni e le proprietà degli animali, dei vegetali e dei minerali potessero essere coordinate allo stesso piano da cui dipendono quelle degli uomini e quelle degli astri; cosa di cui mi convinsi dopo le necessarie ricerche. Così fu scoperta una nuova scienza esatta: l’analogia dei quattro movimenti, materiale, organico, animale e sociale, o analogia delle trasformazioni della materia con la teoria matematica delle passioni dell’uomo e degli animali.

La scoperta di queste due scienze esatte me ne dischiuse altre di cui sarebbe inutile dare qui i nomi; esse toccano perfino la letteratura e le arti e istituiranno metodi rigorosi in tutte le branche dell’umano sapere.

Una volta in possesso delle due teorie dell’Attrazione e dell’unità dei quattro movimenti, cominciai a leggere nel libro magico della natura; i suoi misteri si chiarivano uno dopo l’altro, ed io avevo sollevato il velo ritenuto impenetrabile. Penetravo in un nuovo mondo scientifico; fu così che pervenni gradatamente sino al calcolo dei destini universali, o determinazione del sistema fondamentale su cui furono stabilite le leggi di tutti i movimenti presenti, passati e futuri.

Che cosa deve più stupirci in un simile successo: il colpo di fortuna che mi ha rivelato tante nuove scienze, con l’aiuto di un modesto studio sull’Associazione che ne era la chiave, o la superficialità di venticinque secoli di sapere che non hanno pensato ad occuparsi di tale studio, benché avessero esaurito tanti altri campi d’indagine? Credo che il dilemma verrà risolto in mio favore, e che la portata delle mie scoperte stupirà meno della superficialità dei secoli che se le sono lasciate sfuggire.

Ho già consolato gli studiosi di una simile iattura, annunciando che una messe di gloria e di ricchezze è riservata a tutti loro: le scienze nuove che io apporto sono di più delle miniere d’oro trovate scoprendo l’America. Ma, non possedendo io le conoscenze necessarie per sviluppare queste scienze, non ne serberò per me che una sola, quella del movimento sociale: lascio tutte le altre ai dotti delle diverse discipline, che se ne faranno un magnifico campo di ricerca.

Come avevano bisogno di questa nuova linfa! Tutte le categorie di studiosi erano agli estremi, ridotte a spigolare miseramente qua e là. Le scienze conosciute erano state setacciate e sfruttate sino all’ultimo granello; non restava altra via di scampo che escogitare dei sofismi per combatterli e riempire un numero doppio di volumi, proponendo un errore per poi confutarlo.

Da questo momento la scena cambia: gli studiosi stanno per passare dalla miseria più nera alla più favolosa opulenza; la messe sarà così copiosa che loro tutti possono sperare di goderne e di farsi una fama strepitosa, poiché saranno i primi a sfruttare questa miniera scientifica di cui prenderanno i filoni più ricchi. Appena pubblicata la seconda memoria, dove tratterò dei movimenti animale e organico, ciascuno di loro potrà individuare gli argomenti di sua competenza e su di essi potrà scrivere trattati di scienza certa. E insisto su questa denominazione di scienza certa, perché la si attribuisce molto inopportunamente a scienze vaghe ed arbitrarie, come la botanica, le cui diverse classificazioni non rappresentano altro che suddivisioni arbitrarie: esse non hanno niente a che vedere con il metodo della natura, che consiste nel rapportare tutte le forme e le proprietà delle cose create a un modello comune, al sistema matematico delle passioni umane.

Ho fatto intravedere che le scienze stanno finalmente per imboccare la strada del rigore e per ricollegarsi tutte a un metodo invariabile. A cominciare dalla seconda memoria darò alcune nozioni su questo metodo che rapporta tutto alle nostre passioni. Esso mostra rappresentato in tutto ciò che esiste il gioco delle passioni; e quest’analogia conferirà agli studi più sgradevoli, quali l’anatomia, maggiore fascino di quanto non ne presenti oggi lo studio dei fiori.

Tra i fausti effetti che produrrà questo metodo, bisogna porre innanzitutto la scoperta di farmaci specifici per tutte le malattie. Non c’è nessun male per il quale non esistano uno o più antidoti tratti dai tre regni; ma poiché la medicina non ha un metodo sistematico per procedere alla ricerca di galenici sconosciuti, è costretta ad andare brancolando per secoli e anche per migliaia di anni, finché grazie al caso non ne trovi uno. Così, non ha ancora scoperto gli antidoti naturali della peste, della rabbia e della gotta; li scopriremo con la teoria dei quattro movimenti. La medicina, come tutte le altre scienze, sta per uscire dalla sua lunga infanzia e per innalzarsi mediante il calcolo dei contromovimenti a tutte le conoscenze che le furono sì a lungo negate.

La ragione tratta in errore dalle scienze incerte

La gloria e la scienza sono assai desiderabili, senza dubbio, ma del tutto insufficienti, quando ad esse non si unisca l’agiatezza: il sapere, gli onori e le altre illusioni non conducono alla felicità, che consiste anzitutto nel possesso delle ricchezze; così i dotti sono generalmente infelici nella Civiltà, perché sono poveri. Essi godranno dei favori della fortuna soltanto nell’ordine societario che succederà alla Civiltà: in questo nuovo stato sociale, ogni scienziato o artista arriverà a enormi fortune purché abbia un merito effettivo; indicherò in seguito in qual modo tale merito verrà valutato mediante il voto annuale di tutti i cantoni del globo sulle opere da premiare.

Ma mentre mostro alle scienze esatte le brillanti prospettive che si aprono loro, qual tono devo assumere per annunciare la tempesta che si abbatterà sui vecchi idoli della Civiltà, sulle scienze incerte? Bisogna pararsi a lutto per proclamare ai politici e ai moralisti che è suonata l’ora fatale, che le loro interminabili file di volumi cadranno nel nulla, che i Platone Seneca Rousseau Voltaire e tutti i corifei dell’incertezza antica e moderna, saranno inghiottiti tutti insieme dal fiume dell’oblio? (Non parlo della loro produzione letteraria, ma solo di ciò che ha attinenza con la politica e la morale).

Questo crollo di biblioteche e di nomi insigni non avrà nulla di offensivo per la categoria dei filosofi, se si considera che i suoi scrittori più celebri non sono più in vita e non patiranno l’onta della disfatta. Quanto ai loro discepoli viventi, essi non devono pensare che alla fortuna loro riservata; che al piacere di penetrare alfine in questo tempio della natura, al quale i loro predecessori non avevano saputo aprirsi l’accesso.

Eh! non hanno forse sempre previsto la folgore che li minacciava? Ne vedo il presagio nei loro scritti più famosi; da Socrate, che sperava che un giorno discendesse la luce, a Voltaire, che impaziente di vederla apparire, esclama: “Ma quali fitte tenebre velano ancora la natura!”. Tutti confessano la vanità delle loro scienze e lo smarrimento di quella ragione che hanno preteso elevare alla perfezione; tutti infine concordano nel dire con Anacarsi, che tutti li rappresenta: “Queste biblioteche, pretesi scrigni di conoscenze eccelse, non sono che un ricettacolo umiliante di contraddizioni ed errori”.

È sin troppo vero! Da venticinque secoli che esistono, le scienze politiche e morali non hanno fatto nulla per il bene dell’umanità; non sono servite che ad accrescere l’umana nequizia di pari passo coi progressi delle scienze riformatrici; esse non sono approdate che a perpetuare l’indigenza e la frode, che a riprodurre i medesimi flagelli sotto forme diverse. Dopo tanti vani tentativi per migliorare l’ordine sociale, ai filosofi non restano che umiliazione e sconforto. Il problema del pubblico bene è per essi uno scoglio insormontabile; e il solo spettacolo degli indigenti che gremiscono le città non dimostra forse che i torrenti di luce della filosofia non sono che torrenti di tenebre?

Eppure un’universale inquietudine attesta che il genere umano non è ancora arrivato alla meta dove vuole condurlo la natura, e questa inquietudine sembra preannunziare qualche grande evento che muterà il nostro destino. I popoli, stremati dalle sventure, si aggrappano affannosamente a qualunque fantasticheria politica o religiosa che faccia loro intravedere un barlume di benessere: assomigliano a un malato ormai spacciato che faccia assegnamento su una guarigione miracolosa. Pare che la natura bisbigli all’orecchio del genere umano che esso è destinato a una felicità di cui ignora le vie, e che una scoperta meravigliosa verrà d’un tratto a dissipare le tenebre della Civiltà.

La ragione, qualunque sfoggio faccia dei suoi progressi, non ha fatto nulla per la felicità fintantoché non ha procurato all’uomo che vive in società quel benessere cui tutti aspirano; e per benessere in società intendo un’agiatezza di vario grado che metta al riparo dal bisogno gli uomini meno abbienti, e che garantisca loro almeno come minimum la condizione che noi definiamo mediocrità borghese. Se è incontestabile che le ricchezze sono per l’uomo che vive in società la prima fonte di felicità dopo la salute, questa ragione che non ha saputo procurarci la ricchezza relativa o agiatezza graduata, non ha dunque fatto, con le sue pompose teorie, che inutili sproloqui che non approdano a nulla; e la scoperta da me annunciata non sarebbe, al pari delle teorie politiche e morali, che un nuovo oltraggio alla ragione, se non dovesse apportarci che della scienza e soltanto della scienza, senza fornirci le ricchezze che ci sono necessarie prima del sapere.

La teoria dei destini esaudirà i voti dei popoli assicurando a ciascuno quell’agiatezza graduata cui tutti aspirano, e che si può trovare soltanto nell’ordine delle Serie progressive. Quanto alla Civiltà dalla quale stiamo per uscire, dimostrerò che, lungi dall’essere la struttura economica cui l’uomo è destinato, essa non è che un flagello passeggero da cui è afflitta la maggior parte dei globi nelle prime fasi della loro esistenza; che essa è per il genere umano una malattia temporanea, come la dentizione per l’infanzia; che essa si è protratta duemilatrecento anni di troppo, per la leggerezza o la presunzione dei filosofi, che hanno disdegnato qualunque studio sull’Associazione e sull’Attrazione; che infine le società selvaggia, patriarcale, barbara e civile, non sono che dei sentieri di rovi, che dei gradini per innalzarsi a un ordine sociale migliore, all’ordine delle Serie progressive, che è la struttura economica cui l’uomo è destinato, al di fuori della quale tutti gli sforzi dei migliori sovrani non possono in alcun modo porre rimedio alle sventure dei popoli.

Invano dunque, o filosofi, avreste continuato a sfornare libri su libri per cercare la felicità, finché non fosse stata estirpata la radice di tutte le calamità sociali, vale a dire l’incoerenza dell’attività produttiva, che è agli antipodi dei disegni di Dio. Voi lamentate il fatto che la natura vi neghi la conoscenza delle sue leggi. Eh! se non siete stati capaci di scoprirle fino ad oggi, che cosa aspettate a riconoscere l’inadeguatezza dei vostri metodi e a cercarne di nuovi? O la natura non vuole la felicità degli uomini, o i vostri metodi sono da essa condannati, poiché non sono stati capaci di carpirle quel segreto che voi cercate. Vi sembra che essa si ribelli agli sforzi dei fisici così come si ribella ai vostri? No, perché i fisici studiano le sue leggi invece di imporgliene, mentre voi non cercate che il modo di soffocare la voce della natura, di soffocare l’Attrazione che ne è l’interprete, poiché porta per ogni verso alla formazione delle Serie progressive. Così, che differenza tra i vostri spropositi e i prodigi delle scienze esatte! Agli antichi errori ogni giorno voi ne aggiungete di nuovi; e ogni giorno vediamo le scienze naturali avanzare sulla via della verità e diffondere sull’era moderna un lustro pari all’infamia di cui le vostre fantasticherie bollano per l’eternità il diciottesimo secolo.

Noi stiamo per essere testimoni di uno spettacolo cui si può assistere una volta soltanto su ciascun globo: il passaggio repentino dall’incoerenza alla coesione sociale. È il più brillante effetto dinamico che possa verificarsi nell’universo; la sua attesa deve consolare la generazione vivente di tutte le sue sventure. Nel corso di tale metamorfosi ogni anno varrà secoli di esistenza e presenterà un’infinità di eventi così strabilianti che non è opportuno accennarvi senza predisporre gli animi; fatto che mi induce a rinviare alla terza memoria la teoria dell’ordine combinato o delle Serie progressive, e a non annunciare per il momento che dei risultati generali; quali lo spontaneo volgersi al lavoro dei Selvaggi e l’addivenire dei Barbari all’affrancamento delle donne e degli schiavi la cui libertà è necessaria perché si costituiscano le Serie progressive; l’istituzione delle unità su tutta la terra, quale l’unità di lingua, di misure, di caratteri tipografici e di altri rapporti.

Quanto ai particolari relativi all’ordine societario, quanto ai godimenti che esso ci apporterà, sarà necessario, lo ripeto, usare le opportune cautele per annunciarli agli uomini civili. Prostrati dalle continue sventure e dai pregiudizi dei filosofi, essi hanno creduto che Dio li destinasse alla sofferenza o semplicemente a una felicità mediocre: non riusciranno ad abituarsi d’un tratto all’idea del benessere che li attende, e le loro menti verrebbero sconvolte se si prospettassero loro senza precauzione le delizie di cui godranno in un futuro vicinissimo: dato che ci vorranno appena due anni per organizzare ogni cantone societario, e appena sei anni per portare a termine l’organizzazione dell’intero globo, presupponendo tempi più lunghi possibile.

L’ordine combinato sarà, sin dai suoi inizi, tanto più splendido, quanto più a lungo lo si sarà differito. La Grecia, al tempo di Solone, era già in grado di attuarlo; la sua ricchezza aveva raggiunto un livello sufficiente perché si potesse procedere ad istituirlo; ma al giorno d’oggi le nostre possibilità economiche e tecniche sono almeno doppie di quelle degli Ateniesi: essi non conoscevano le vetture molleggiate, i tessuti di cotone e di seta, lo zucchero e altri prodotti d’America e d’Oriente; la bussola, gli occhiali e altre invenzioni scientifiche moderne: non esagero dunque dicendo che le nostre possibilità di benessere e di agiatezza raggiungono come minimo il doppio. Il nostro esordio nell’ordine combinato sarà tanto più splendido, ed è proprio ora che stiamo per raccogliere il frutto dei progressi compiuti dal diciottesimo secolo nelle scienze della natura; progressi sino ad oggi del tutto sterili. Finché fosse durata la Civiltà, i nostri prodigi scientifici erano più funesti che utili alla felicità, perché, aumentando le possibilità di benessere, aumentavano le privazioni della maggioranza che manca del necessario; non aggiungevano gran che ai piaceri dei grandi, che sono disgustati di tutto per la scarsa varietà dei divertimenti, e favorivano sempre più la corruzione, moltiplicando gli incentivi alla cupidigia.

Finora le scienze, dando al danaro sempre maggiori opportunità, non avevano lavorato che a vantaggio dei furfanti, i quali, nella società barbara e in quella civile, pervengono alla ricchezza più rapidamente dell’uomo onesto. Quest’anomalia poneva dinanzi a due ipotesi: o è Dio che è malefico, o è la Civiltà ad esserlo. Stando al buon senso, non ci si poteva attenere che a quest’ultima ipotesi; poiché non è possibile supporre Dio malefico; ed egli lo sarebbe realmente se ci avesse condannato a languire in eterno nella disastrosa Civiltà.

I filosofi, invece di considerare la questione da questo punto di vista, hanno cercato di eludere il problema posto dall’umana nequizia, problema che portava a mettere sotto accusa la Civiltà o a mettere sotto accusa Dio. Essi hanno aderito a un’opinione bastarda, quella dell’ateismo che, presupponendo l’assenza di un Dio, esonera gli studiosi dallo scrutarne i disegni e li autorizza a porre le loro teorie arbitrarie e discordi come regola del bene e del male. L’ateismo è un’opinione estremamente comoda per l’ignoranza politica e morale, e coloro che sono stati detti spiriti audaci per avere professato l’ateismo, si sono rivelati con ciò d’animo ben debole. Temendo di fallire nella ricerca dei disegni di Dio attinenti all’ordine sociale, essi hanno preferito negare l’esistenza di Dio e vantare come perfetta questa società civile che nell’intimo aborriscono, e la cui vista li disorienta al punto di farli dubitare della Provvidenza.

Su questo punto i filosofi non sono gli unici in errore; se è assurdo non credere in Dio, non è meno assurdo credervi a metà; pensare che la sua provvidenza sia solo parziale; che egli non si sia curato di soddisfare i nostri bisogni più urgenti, come quello di un ordine sociale che faccia la nostra felicità. Quando si vedono i prodigi della nostra tecnica, come un vascello d’alto bordo e tante altre meraviglie che sono premature rispetto al basso grado del nostro sviluppo politico, com’è possibile pensare che questo Dio, che ci ha prodigato tante conoscenze sublimi, voglia rifiutarci quella della scienza sociale, senza la quale tutte le altre sono nulla? Dio non sarebbe criticabile e incoerente per averci iniziato a tante nobili scienze, se esse non dovessero servire che a produrre una società che traspira vizio sino alla nausea come la Civiltà?

Pregiudizi diffusi tra gli uomini civili

Nel momento in cui annuncio la scoperta che libererà il genere umano dal caos civile, barbaro e selvaggio, che gli assicurerà una felicità maggiore di quanto non abbia osato sperare e gli aprirà l’intero regno dei misteri della natura, dal quale si credeva per sempre escluso, la massa non mancherà di accusarmi di ciarlataneria e gli uomini saggi riterranno d’essere indulgenti dandomi soltanto del visionario.

Senza indugiare su questi piccoli attacchi che deve aspettarsi chiunque effettui una scoperta, tenterò di predisporre il lettore all’imparzialità.

Come mai gli scopritori più celebri, come Galileo, Colombo e tanti altri, furono perseguitati o come minimo coperti di ridicolo prima di essere creduti? Due sono le cause principali di ciò: l’infelicità generale e l’orgoglio scientifico.

1) L’infelicità generale. Dinanzi ad una scoperta che si annunci dispensatrice di felicità, si ha il timore di abbandonarsi alla speranza di un bene che appare incerto; si respinge una prospettiva che viene a ridestare desideri male sopiti, ad acuire con promesse più che splendide la coscienza delle privazioni presenti. Così il povero che entri in possesso inopinatamente di una fortuna, di un’eredità, si rifiuterà di credervi al primo annuncio, respingerà il latore di questa buona nuova e l’accuserà di insultare la sua miseria.

Questo è il primo ostacolo che mi troverò di fronte nell’annunciare al genere umano che esso, nella sua totalità, sta per passare a una felicità immensa, di cui aveva del tutto perso la speranza in cinquemila anni di calamità sociali che credeva senza rimedio. Sarei meglio accolto se annunciassi un benessere mediocre; ed è questo che mi induce a smorzare la descrizione della prossima felicità. Quando si saprà quanto grande essa sarà, ci si meraviglierà che io abbia avuto la pazienza di indugiare e di differire la pubblicazione; che abbia potuto usare tanto riserbo e assumere un tono così glaciale nell’annunciare un evento che susciterà tanto entusiasmo.

2) L’orgoglio scientifico sarà il secondo ostacolo contro il quale dovrò lottare. Ogni scoperta troppo brillante è invidiata da coloro che avrebbero potuto effettuarla: ci si indigna contro lo sconosciuto che con un colpo di fortuna si innalza ai fastigi della fama; non si perdona a un contemporaneo di penetrare misteri che ciascuno avrebbe potuto svelare prima di lui; non gli si perdona di offuscare d’un colpo i lumi acquisiti e di distanziare di parecchio gli studiosi più illustri. Un tale successo finisce per costituire un affronto per i contemporanei: si dimenticano i vantaggi che apporterà la scoperta per non pensare che all’umiliazione che essa getta sul secolo al quale è sfuggita; e ciascuno, prima di ragionare, vuole vendicare l’amor proprio offeso. Ecco perché si copre di ridicolo e si perseguita l’autore di una brillante scoperta prima di esaminarlo e di giudicarlo.

Un Newton non sarà granché invidiato, perché i suoi calcoli sono così straordinari che la plebaglia scientifica non avrebbe avuto alcuna pretesa ad essi; ma si attacca, si distrugge un Cristoforo Colombo, perché la sua idea di cercare un nuovo continente era così semplice che ciascuno avrebbe potuto concepirla al pari di lui. Perciò si è tutti d’accordo nell’osteggiare l’autore della scoperta, nell’impedire che le sue idee vengano messe alla prova.

Mi servo di un esempio per rendere più evidente questa generale malevolenza degli uomini civili nei confronti degli inventori.

Quando un Papa ignorante scagliava contro Colombo le folgori della Chiesa e della pubblica opinione, questo Papa non era forse la persona più interessata alla riuscita del piano di Colombo? Senza dubbio, poiché l’America era stata appena scoperta, e già il Pontefice distribuiva imperi in quel nuovo mondo, e trovava molto comodo approfittare di una scoperta la cui sola idea aveva scatenato tutta la sua collera. Il capo della Chiesa, nella sua incoerenza, era il ritratto di tutti gli uomini: i suoi pregiudizi e il suo amor proprio gli impedivano di discernere i suoi interessi. Se egli avesse ragionato, avrebbe riconosciuto che la Santa Sede, avendo a quell’epoca il potere di distribuire il dominio temporale delle terre sconosciute e di sottometterle alla propria autorità religiosa, aveva interesse sotto tutti i riguardi a incoraggiare la ricerca di un nuovo continente. Ma il Papa e i suoi consiglieri non ragionarono affatto, per eccesso d’amor proprio. È una piccineria comune a tutte le epoche e a tutti gli individui; è un inconveniente che affligge ogni inventore; quest’ultimo deve attendersi d’essere perseguitato in proporzione alla grandiosità della propria scoperta; soprattutto se si tratta di un uomo affatto ignoto che non abbia la strada spianata da una qualche produzione anteriore alle conoscenze di cui il caso gli offre la chiave.

Se l’uomo che ho portato ad esempio, Cristoforo Colombo, fu coperto di ridicolo e d’infamia, scomunicato per sette anni, per aver annunciato nuovi orizzonti geografici, non devo io attendermi le medesime sventure, nell’annunciare nuovi orizzonti sociali? Non si urtano tutte le opinioni impunemente; e la filosofia che regna sovrana sul diciannovesimo secolo scatenerà contro di me più pregiudizi di quanti non ne abbia scatenato contro Colombo la superstizione nel quattordicesimo secolo. Eppure, se egli trovò in Ferdinando ed Isabella dei sovrani meno prevenuti e più sensati di tutte le belle menti del loro secolo, non posso anch’io, come lui, fare assegnamento sull’appoggio di qualche sovrano più lungimirante dei suoi contemporanei? E mentre i sofisti del diciannovesimo secolo ripeteranno con quelli del quindicesimo che non c’è niente di nuovo da scoprire, non potrebbe succedere che un principe voglia tentare la prova che fecero i monarchi di Castiglia? Essi azzardavano poca cosa, mettendo in gioco un vascello per il rischio di scoprire un nuovo mondo e di acquistarne il dominio. Allo stesso modo un sovrano del diciannovesimo secolo potrà dire: “Tentiamo l’esperimento dell’Associazione agricola sull’area di una lega quadrata. È un rischio minimo rispetto alla possibilità di trarre il genere umano dal caos sociale, di ascendere al trono dell’Unità universale, e di trasmettere in perpetuo lo scettro del mondo ai nostri discendenti”.

Ho indicato i pregiudizi che la generale infelicità e l’orgoglio scientifico scateneranno contro di me: con ciò ho voluto mettere in guardia il lettore contro i sarcasmi di quella massa che trincia giudizi su ciò che ignora, e che ai ragionamenti replica con giochi di parole, la cui mania si è propagata persino tra il popolino, diffondendo ovunque l’abitudine al motteggio. Quando verranno fornite le prove della mia scoperta e si vedrà imminente il momento di raccoglierne i frutti, quando si vedrà l’Unità universale prossima ad innalzarsi sulle rovine della Barbarie e della Civiltà, i detrattori passeranno improvvisamente dal disprezzo all’esaltazione; vorranno ergere l’inventore al livello di un semidio, e si screditeranno per l’eccessiva adulazione, come stanno per screditarsi ora con le loro beffe sconsiderate.

Quanto agli uomini imparziali, che sono la minoranza, mi fa piacere la loro diffidenza e la incoraggio, invitandoli a sospendere il giudizio fino a quando non avrò trattato del meccanismo delle Serie progressive. Le prime due memorie non toccheranno quest’argomento; non avranno altro scopo che di aprire la strada e di preparare l’animo umano alla sconfinata felicità che ci attende.

Piano

In queste due memorie disserterò sui seguenti temi: Cosa sono i destini? Di quali branche si compone il loro sistema generale? Quali indizi e quali mezzi aveva l’intelletto umano per giungere alla scoperta del sistema generale dei destini?

Non separerò questi argomenti; mi sarebbe difficile trattarli disgiuntamente. In questo scritto si troveranno parecchie ripetizioni, e forse sarebbe stato necessario moltiplicarle ulteriormente, per tenere desta l’attenzione su un argomento così nuovo e così in contrasto con i pregiudizi filosofici di cui tutti sono impregnati.

Dividerò questo Prospetto in tre parti: l’Esposizione, le Descrizioni e la Conferma.

1) L’Esposizione tratterà di alcune branche dei destini generali: un argomento così elevato e così vasto non interesserà la maggioranza dei lettori, ma esso sarà disseminato di particolari abbastanza curiosi per compensare alcune aridità. Questa prima parte è dunque rivolta ai curiosi, agli uomini di studio che non avranno timore di vincere qualche ostacolo per penetrare misteri profondi; essi saranno piacevolmente sorpresi da diverse considerazioni che presenta questa prima parte sull’origine delle società, sul loro futuro succedersi e sulle rivoluzioni naturali o sociali del nostro globo e degli altri mondi.

2) Le Descrizioni faranno conoscere alcuni aspetti particolari dei destini privati o domestici nell’ordine combinato; esse daranno qualche idea dei suoi godimenti, e sotto questo profilo si rivolgono segnatamente ai voluttuosi o sibariti: avendo un saggio delle delizie dell’ordine combinato, essi capiranno fino a qual punto il genere umano venga gabbato dai filosofi che ci hanno nascosto così a lungo le vie di una tale felicità con la loro ostinazione nel criticare l’Attrazione passionata, nel volerla reprimere, nel volerla soffocare, invece di farne uno studio sistematico.

3) La Conferma: sarà costituita da prove desunte dalla fallacia delle conoscenze attuali. Trarrò gli argomenti dai sistematici errori dei Civili e, tra gli altri, dal più recente, quello su cui, in modo esclusivo, si basa la loro politica, vale a dire lo spirito commerciale. Nei progressi di questo mostrerò il segno della crescente ciarlataneria delle scienze incerte e dell’incalzare vieppiù pressante delle rivoluzioni sotto i loro auspici. Questa terza parte si rivolge ai critici: questi riconosceranno che il corpo sociale è più che mai influenzato e mistificato dai filosofi, per quanto essi sembrino annientati; che i sistemi mercantili, ultimo ritrovato di questi sofisti, sono la più assurda concezione che sia mai apparsa e colmano degnamente la misura delle assurdità civili.

Con questa suddivisione credo di aver adattato il Prospetto ai gusti delle diverse categorie di lettori, potendosi collocare ciascuno di essi in una delle tre categorie dei curiosi, dei voluttuosi o dei critici.

Invito gli uni e gli altri a rammentare che in un Prospetto non posso diffondermi in dimostrazioni e che, annunciando tanti eventi meravigliosi, tanti risultati incomprensibili, non pretendo d’essere creduto; tento soltanto di destare curiosità per le memorie successive che conterranno la dimostrazione teorica di tante conoscenze. Esse sono tanto più mirabili in quanto ciascuno potrà facilmente esservi iniziato derivando esse da un calcolo molto semplice sull’Associazione agricola, organizzata in Serie progressive. Questo è stato il modesto germe della più brillante delle scoperte; così il fiume più grande spesso non è alla sorgente che un’umile polla, e la valanga che travolge villaggi non è, al suo nascere, che una lieve falda di neve.

PARTE PRIMA

Esposizione di alcune branche dei destini generali
Argomento

Prevedendo l’accusa di aridità che verrà mossa a questa prima parte, ho avvertito che essa è di competenza degli uomini di studio e niente affatto delle persone frivole. Coloro che hanno sentito parlare dei godimenti dell’ordine combinato si aspettavano di trovarne qui la descrizione, di vedervi in azione le Serie progressive, di non leggervi altro che particolari allettanti sulla loro vita domestica, sull’eccitante assortimento dei convitati dei loro banchetti, sulla varietà dei loro amori, delle loro feste, dei loro spettacoli, delle loro avventure, dei loro viaggi, ecc., e sui piaceri squisitamente raffinati di cui in questo nuovo ordine sono ricchi persino i lavori meno attraenti.

Alcune persone che hanno avuto fremiti d’impazienza alla descrizione di questi piaceri così sconosciuti nella Civiltà, sarebbero ansiose di averne un quadro completo; ma la sistematicità esige che prima di scendere a questi minuti dettagli, io faccia conoscere i destini generali del pianeta.

Di conseguenza, tratterò di un periodo di ottantamila anni che coprirà il ciclo vitale del globo. Parlerò delle diverse creazioni che succederanno a quella di cui vediamo i frutti, la più vicina delle quali inizierà di qui a quattro secoli. Farò conoscere le modificazioni fisiche che subirà questo globo negli ottantamila anni di vita, per settantamila dei quali il Polo boreale sarà completamente messo a coltura, grazie agli effetti di un anello luminoso o corona boreale che sorgerà dopo due secoli di ordine combinato.

Sarà, come ho detto, esordire offrendo dei rovi; ma presterei troppo il fianco alle critiche se, per soddisfare i curiosi, procedessi senza alcun metodo. E per quanto questi non siano che dei cenni senza teoria, è se non altro opportuno che questi cenni vertano sui problemi generali del globo prima di scendere a ciò che concerne il destino degli individui.

Nel corso dell’opera e delle note annesse si troveranno diversi schemi la cui nomenclatura potrà sembrare impropria e mal scelta, poiché io ho una padronanza assai scarsa della lingua francese. Bisognerà dunque badare ai concetti più che alle parole, sulla scelta delle quali confesso la mia poca competenza. A questo riguardo, adotterò nomenclature più corrette quando mi verranno comunicate.

Dell’eccezione

Sono costretto a iniziare con questo argomento, per risparmiare al lettore un’infinità di obiezioni, che egli non mancherebbe di sollevare.

I calcoli sull’Attrazione e sul movimento sociale sono tutti soggetti all’eccezione di un ottavo o di un nono: essa sarà sempre sottintesa, anche quando non ne farò menzione. Per esempio, se affermo in linea generale: “gli uomini civili sono molto sventurati”, ciò significa che i sette ottavi o gli otto noni di essi languono in uno stato di miseria e di sventura; che solo un ottavo sfugge all’infelicità generale e gode di una sorte degna di invidia.

Se aggiungo che la felicità di cui gode la minoranza degli uomini civili è tanto più penosa per la massa in quanto i favoriti della fortuna sono spesso i meno degni dei suoi doni, di nuovo si vedrà che quest’asserzione comporta l’eccezione di un ottavo o di un nono e si vedrà che in un caso su otto la fortuna favorisce colui che ne è degno. Questo briciolo di equità non serve che a confermare l’ingiustizia sistematica della fortuna nell’ordine civile.

Concludendo, l’eccezione di un ottavo o di un nono cui potranno soggiacere tutte le mie affermazioni, non servirà che a confermarle: sarà dunque superfluo che io, per ogni enunciato, faccia presente l’eccezione, e superfluo per il lettore sollevare questa obiezione che tornerebbe a conferma di ciò che dirò. Sarà mia cura ripetere più di una volta questa precisazione, che potrebbe facilmente essere dimenticata.

L’eccezione non è invariabilmente di un ottavo o di un nono; essa varia in più o in meno; ma quelle di un ottavo e di un nono sono le più frequenti e sono quelle che si possono ammettere in sede di calcolo generale.

[Non è forse necessario che Dio innalzi alcuni a quel benessere che nega ai più, e che ci mostri qualche barlume della felicità di cui generalmente siamo privi? Senza questo accorgimento i Civili non avrebbero coscienza della loro infelice sorte. Lo spettacolo dell’opulenza altrui è l’unico incentivo che possa stimolare gli studiosi, generalmente poveri, e spronarli alla ricerca di un nuovo ordine sociale capace di procurare agli uomini civili il benessere che loro manca].

Nozioni generali sui destini

[I primi cinque capitoli seguenti devono essere letti almeno due volte, e meglio tre volte che due, se si vogliono comprendere bene i capitoli successivi, che non presenteranno difficoltà alcuna quando si sarà afferrato il significato dei primi cinque].

Definizione e suddivisione

I destini sono i risultati presenti, passati e futuri delle leggi matematiche di Dio relative al movimento universale.

Il movimento universale si divide in quattro branche principali: il movimento sociale, quello animale, quello organico e quello materiale.

1) Il movimento sociale: la sua teoria spiegherà le leggi secondo cui Dio regolò l’ordinamento e la successione dei diversi meccanismi sociali su tutti i globi abitati.

2) Il movimento animale: la sua teoria spiegherà le leggi secondo cui Dio distribuisce le passioni e gli istinti a tutti gli esseri che sono stati o che saranno creati nei diversi globi.

3) Il movimento organico: la sua teoria spiegherà le leggi secondo cui Dio distribuisce proprietà, forme, colori, sapori, ecc., a tutte le sostanze create o da creare nei diversi globi.

4) Il movimento materiale: la sua teoria già determinata dai geometri moderni, ha fatto conoscere le leggi secondo cui Dio regolò la gravitazione della materia per i diversi globi.

Non c’è nessun effetto dinamico che non rientri in una di queste quattro suddivisioni: il loro insieme costituisce il movimento universale di cui conosciamo solo la quarta branca, quella del movimento materiale, che pure è stata spiegata solo parzialmente, poiché i geometri, indicando le leggi dell’ordine esistente tra gli astri, ignorano quali trasformazioni hanno potuto subire i sistemi stellari centomila anni fa, e a quali trasformazioni andranno incontro di qui a centomila anni. Infine, essi non sono in grado di determinare le rivoluzioni passate e future dell’universo. Questo calcolo, che sarà messo alla portata di tutti, fa parte della teoria del movimento materiale: dal che si vede che essa non era stata del tutto scoperta.

Gerarchia dei quattro movimenti

Dovrei dedicare un capitolo a questo argomento; ma poiché non sarebbe alla portata della maggioranza dei lettori, mi limito a dirne qualcosa tra parentesi. Si potrà fare a meno di soffermarvisi, dato che la lettura di questa nota non è necessaria per la comprensione di quanto segue e potrà interessare solo un esiguo numero di persone.

[I quattro movimenti sono soggetti a due tipi di subordinazione: Prima. Le leggi dei quattro movimenti sono coordinate alla matematica; senza questa subordinazione non ci sarebbe armonia nella natura e Dio sarebbe ingiusto. Infatti:

La natura è composta di tre princìpi eterni, increati e indistruttibili:

1) Dio o lo Spirito, principio attivo e motore.

2) La Materia, principio passivo e mosso.

3) La Giustizia o la Matematica, principio regolatore del movimento.

Per l’armonia dei tre princìpi, è necessario che Dio, muovendo e trasformando la materia, si conformi alla matematica; senza di ciò egli sarebbe arbitrario dinanzi a se stesso e dinanzi a noi, in quanto non concorderebbe con una giustizia certa e indipendente da lui. Ma se Dio si sottopone alle regole matematiche che non gli è dato cambiare, in questo accordo egli trova la sua gloria e il suo interesse: la sua gloria, in quanto può dimostrare agli uomini che regge l’universo con equità e non arbitrariamente, che muove la materia secondo leggi immutabili; il suo interesse, in quanto il rispetto della matematica gli permette di ottenere, in ogni movimento, effetti massimi con forze minime.

Si sa già che i due movimenti, materiale e organico, sono in accordo con la geometria; che tutti i corpi animati o inanimati sono formati, mossi e modificati secondo le sue leggi. Ecco dunque due dei quattro movimenti coordinati alla giustizia naturale e indipendente da Dio.

Non si sapeva ancora che gli altri due movimenti, quello animale e quello sociale, che sono giochi di passioni, seguono la stessa regola; e che tutte le passioni, anche le più odiose, non producono nell’uomo e nell’animale che effetti regolati da Dio in maniera geometrica. Per esempio:

Le proprietà dell’amicizia ricalcano le proprietà del cerchio.

Le proprietà dell’amore ricalcano quelle dell’ellisse.

Le proprietà della paternità ricalcano quelle della parabola.

Le proprietà dell’ambizione ricalcano quelle dell’iperbole.

E le proprietà generali di queste quattro passioni ricalcano quelle della cicloide.

Di modo che ogni teorema geometrico è servito da modello a qualche passione degli uomini o degli animali; e questa passione conserva invariabilmente i suoi rapporti con il teorema che ne ha regolato la creazione. Si è già visto nella Nota A che le Serie passionate o Serie di gruppi hanno come modello la struttura e le proprietà delle serie geometriche.

Seconda subordinazione. Il movimento sociale è l’archetipo degli altri tre; i movimenti animale, organico e materiale, sono coordinati a quello sociale, che è il primo nell’ordine: ciò significa che le proprietà di un animale, di un vegetale, di un minerale, e anche di un ammasso stellare, rappresentano alcuni effetti prodotti dalle passioni umane nell’ordine sociale; e che tutto, dagli atomi fino agli astri, rispecchia le proprietà delle passioni umane. Per esempio:

Le galassie rappresentano le proprietà dell’amicizia.

I gruppi di pianeti solari rappresentano le proprietà dell’amore.

I gruppi di satelliti planetari rappresentano le proprietà della paternità.

I gruppi di soli o stelle fisse rappresentano le proprietà dell’ambizione.

Di modo che le nostre passioni, tanto disprezzate dai filosofi, occupano, dopo Dio, il primo posto nel movimento dell’universo; esse sono ciò che v’è di più nobile dopo di lui, poiché egli ha voluto che tutto l’universo fosse regolato ad immagine degli effetti che esse producono nel movimento sociale.

Ne consegue che, se un globo perviene alla conoscenza delle leggi del movimento sociale, scopre al contempo le leggi degli altri movimenti poiché essi sono in tutto e per tutto geroglifici del primo. Orbene, se noi non conoscessimo ancora le leggi del movimento materiale determinate dai geometri moderni, le scopriremmo oggi per analogia con quelle del movimento sociale, che io ho penetrato, e che danno la chiave di tutto il sistema degli altri tre. È un peccato per il genere umano che gli studiosi abbiano iniziato le loro indagini da dove avrebbero dovuto terminarle, dalle leggi del movimento materiale che sono le più difficili da determinare, e che non aprono in alcun modo la strada per innalzarsi alla conoscenza delle tre altre classi di leggi.

[Si troverà che questa nota non è affatto esauriente; essa è soltanto un abbozzo che non sarebbe opportuno qui arricchire di ulteriori particolari].

Movimento sociale

Si è visto in precedenza che la teoria del movimento sociale determinerà l’ordinamento e la successione dei diversi meccanismi sociali che possono instaurarsi su tutti i globi, e che essa abbraccerà il presente, il passato e il futuro.

Ecco per i faceti un bell’argomento per fare dell’ironia. “Voi ci farete conoscere”, essi diranno, “ciò che accade negli altri mondi, sul Sole, sulla Luna, su Giove, su Sirio, sulle stelle della Galassia e su tutti gli astri!”. “Sì, certamente, e voi apprenderete inoltre ciò che vi è avvenuto e ciò che vi accadrà nel corso dei secoli; poiché non è possibile leggere nei destini in maniera parziale; non è possibile determinare quelli di un mondo, senza possedere il calcolo che svela i destini di tutti gli altri”.

Questa conoscenza della sorte degli altri globi non è del tutto priva di interesse per voi, come potreste credere; le leggi del movimento sociale vi dimostreranno che le vostre anime percorreranno questi globi durante l’eterno corso dei tempi, e che il bene eterno che vi fanno sperare le religioni dipenderà dalla felicità degli altri globi, nei quali le vostre anime si ricongiungeranno ancora alla materia dopo avere passato ottantamila anni su quello che noi ora abitiamo.

Voi conoscerete dunque i meccanismi sociali che regnano nei diversi astri; le rivoluzioni fauste o funeste alle quali i loro abitanti sono soggetti. Voi apprenderete che il nostro piccolo globo giace da cinque o seimila anni nella condizione più sventurata in cui un mondo possa trovarsi. Ma il calcolo che vi rivelerà la felicità di cui si gode su altri astri, vi indicherà al contempo il modo di introdurre sul vostro globo un benessere molto simile a quello dei mondi più fortunati.

Descriverò ora le rivoluzioni sociali attraverso cui il nostro deve passare.

Fasi e periodi dell’ordine sociale nel terzo pianeta denominato Terra

Si apprenderà ora una verità della massima importanza: e cioè che le epoche di felicità dureranno sette volte di più delle epoche di sventura, come quella in cui noi viviamo da parecchie migliaia di anni.

Ciò potrà sembrare di scarso interesse ove si pensi che abbiamo vissuto in tempi calamitosi; ma la teoria del movimento sociale vi dimostrerà che le vostre anime, nelle età future, condivideranno in una qualche maniera la sorte dei viventi: voi dunque parteciperete per sessanta e settantamila anni alla felicità che si prepara per il globo; ed è sotto questo aspetto che dovete interessarvi al quadro delle rivoluzioni future cui soggiacerà il movimento sociale sul vostro pianeta.

L’esistenza del genere umano raggiungerà gli ottantamila anni, all’incirca. Questa cifra è valutata con l’eccezione di un ottavo, come tutte le valutazioni che riguardano il movimento sociale.

L’evoluzione sociale, che ha una durata valutata in circa ottantamila anni, si divide in quattro fasi e si suddivide in trentadue periodi. Ne do ora gli schemi riassuntivi: è necessario studiarli per farsi una visione d’insieme e conservarne il ricordo.

Fasi

Ci sono: Due fasi di vibrazione ascendente o ascesa.

Due fasi di vibrazione discendente o discesa.

Vibrazione ascendente.

Prima fase.

L’infanzia o incoerenza ascendente. 1/16. 5.000 anni.

Seconda fase.

L’adolescenza o combinazione ascendente. 7/16 35.000 anni.

Vibrazione discendente.

Terza fase.

Il declino o combinazione discendente. 7/16 35.000 anni.

Quarta fase.

La senescenza o incoerenza discendente. 1/16 5.000 anni.

Totale 80.000 anni.

Le due fasi di incoerenza o disunione sociale comprendono i tempi di infelicità.

Le due fasi di combinazione o unione sociale comprendono i periodi di benessere, la cui durata sarà sette volte maggiore di quella dei periodi di sventura.

Da questo schema si vede che nell’evoluzione del genere umano, come in quella degli individui, i periodi di sofferenza si trovano ai due estremi.

Noi ci troviamo nella prima fase, nell’epoca di incoerenza ascendente che precede l’avvento ai destini. Così noi siamo estremamente infelici da cinque o seimila anni, periodo di cui le cronache ci hanno tramandato la storia. Sono appena trascorsi settemila anni dalla creazione dell’uomo, e da allora non abbiamo proceduto che di tormento in tormento.

Non potremo renderci conto dell’immensità delle nostre sofferenze se non quando conosceremo l’enorme felicità che ci è riservata, e alla quale, grazie alla scoperta delle leggi del movimento, passeremo senza indugio. Noi stiamo per entrare nella seconda fase, nella combinazione ascendente.

Le due fasi di incoerenza, benché molto brevi, comprendono ciascuna sette periodi sociali: in totale 14 periodi di incoerenza.

Le due fasi di combinazione, benché molto lunghe, non comprendono che nove periodi sociali ciascuna: in totale 18 periodi di combinazione.

In totale 32 periodi o società.

In totale, trentadue periodi o società possibili, senza contare quelle miste.

Ecco un quadro di questi trentadue periodi: potrà sembrare arduo imprimerli nella memoria; ma è mai possibile acquisire qualche conoscenza senza uno studio preliminare? E perché mai il calcolo dei destini non dovrebbe avere le sue spine come ogni altro?

È importante rileggere questo schema, per non essere costretti a farvi ricorso ogni volta che parlerò delle diverse fasi e dei diversi periodi.

Coloro che non volessero dedicare neppure un quarto d’ora allo studio delle tavole, alla considerazione comparativa delle quattro fasi e delle trentadue metamorfosi sociali, alle epoche delle diciotto creazioni e della corona boreale, chiudano pure il libro piuttosto che continuare una lettura che presenterebbe loro ad ogni istante dei punti oscuri, ma che sarà pienamente intelligibile a coloro che avranno studiato queste tavole del movimento sociale.

Osservando le tavole, si è colpiti innanzitutto dall’angustia mentale dei filosofi, che ci vogliono far credere che la Civiltà è il termine ultimo dei destini sociali, mentre è soltanto la quinta delle trentadue società possibili, e uno dei più infelici dei dieci periodi di sventura, che sono i periodi:

secondo, terzo, quarto, quinto, sesto, nella fase d’infanzia;

trentunesimo, trentesimo, ventinovesimo, ventottesimo, ventisettesimo, nella fase di senescenza.

Io li chiamo periodi di sventura poiché non c’è felicità che in quelli il cui meccanismo è organizzato in Serie di gruppi e non in nuclei familiari isolati.

I periodi primo e trentaduesimo, settimo e ventiseiesimo, sono organizzati in Serie, ma di una specie bastarda. Il settimo e il ventiseiesimo hanno Serie di gruppi embrionali, che si costituirebbero nel caso in cui il genere umano fallisse il calcolo dell’Associazione e non ne scoprisse che dei germi.

Queste Serie bastarde sono già molto felici; ne darò qualche cenno nella seconda parte, che tratterà dell’Associazione domestica progressiva.

Il genere umano sta per elevarsi all’ottavo periodo sociale (Serie combinate semplici), che si instaurerà in tutto il globo e che durerà almeno quattrocento anni prima che si possa passare al nono. Questo potrà istituirsi solo con l’aiuto delle nuove creazioni e della corona boreale di cui parlerò più oltre.

Nel corso della sua prima fase il movimento sociale è simile a un uomo che indietreggi davanti a un fossato per prendere meglio la rincorsa e saltare: è quello che ho voluto dire nello schema con le parole indietreggiamento, rincorsa e salto. È un regredire, passare dal primo periodo, che è felice, al quarto che è il più disgraziato; ma vi si acquista una forza nuova, la grande industria agricola e manifatturiera, la quale, progredendo nei periodi di rincorsa, quinto, sesto, settimo, fornisce infine al genere umano i mezzi per compiere il salto dal caos all’armonia.

Non bisogna considerare le trentadue società come se fossero sedici, per quanto esse si ripresentino in ordine inverso nelle due ultime fasi; perché, rinascendo, esse subiscono grandi cambiamenti: per esempio, la Civiltà, quando tornerà a nascere, sul finire del mondo, sarà tanto pacifica quanto turbolenta la vediamo oggi che il genere umano possiede tutta la foga della giovinezza. La seconda Civiltà sarà racquietata dalla consapevolezza di una felicità perduta e dall’amarezza di non potere ricostituire le Serie progressive: il loro meccanismo sarà intralciato, disorganizzato e distrutto dalla diciottesima e ultima creazione, che sarà malefica come quella che abbiamo sotto gli occhi.

La prima fase, o infanzia, è l’unica la cui durata non sia rigorosamente determinata e il cui corso sia irregolare: essa avrebbe dovuto essere limitata a cinquemila anni; ma Dio, concedendoci il libero arbitrio, non può impedire che alcuni globi si lascino fuorviare dalle scienze incerte e dai pregiudizi che esse propagano contro la natura e contro l’Attrazione. Questi globi, incrostati di filosofia, possono perseverare a lungo nel loro accecamento e credersi maestri nella scienza sociale, quando non sono capaci di produrre che rivoluzioni, miseria, frodi e carneficine. Fino a quando ci si ostinerà in questa presunzione, fino a quando la ragione non si leverà contro i falsi scienziati, non c’è da stupirsi se si perpetuerà il disordine. E si può forse vedere un disordine più spaventoso di quello che regna su questo globo? Metà della terra è infestata dalle bestie feroci o selvagge, il che è lo stesso; quanto all’altra metà, che è coltivata, i tre quarti sono occupati dai cannibali o Barbari, che tengono schiavi i lavoratori e le donne, e il cui comportamento è un continuo insulto alla ragione. Resta dunque un ottavo del globo in mano ai lestofanti o uomini civili, che si vantano d’avere attinto la perfezione, avendo portato ai più alti livelli la miseria e la corruzione. Si potrebbe trovare uno sfacelo più abominevole in qualche altro globo? E quando si vedono i popoli accogliere quella filosofia che ha prodotto un tale caos politico, c’è da stupirsi se il genere umano è indietro di più di mille anni nella sua evoluzione sociale; se ha trascorso settemila anni nell’infanzia che doveva durarne appena cinquemila; e se non è arrivato che al quinto dei sette periodi d’infanzia sociale, senza giungere neanche al sesto, in cui avrebbe già trovato qualche barlume di benessere?

Il movimento sociale avrà un andamento regolare nelle due fasi di combinazione ascendente e discendente che stanno per cominciare e che abbracceranno circa settantamila anni. Nel corso di questa lunga èra felice, le sedici metamorfosi sociali o mutamenti di periodo, saranno determinate dalle nuove creazioni che si succederanno con regolarità; e che, dando nuovi prodotti nei tre regni, provocheranno modificazioni corrispondenti nei rapporti sociali. Ma questi mutamenti non comporteranno che un variare della felicità e mai rivolgimenti disastrosi; eccettuato il passaggio dal ventiquattresimo al venticinquesimo periodo, che produrrà un rapido declino e sarà il preannunzio della senescenza del globo.

Del resto, come il bimbo di sei o sette anni non deve darsi cura dei malanni che lo colpiranno verso gli ottant’anni, così noi non dobbiamo pensare che alla felicità che si approssima e di cui il globo non ha mai avuto sì urgente bisogno.

Dissertazione sulla prima creazione sovversiva, destinata alla prima fase e all’ottavo periodo, che apre la seconda fase.

Questa creazione, di cui abbiamo sotto gli occhi i prodotti, è la prima delle diciotto che devono succedersi nel corso dell’evoluzione sociale del genere umano.

Qui parlerò soltanto della creazione delle sostanze dei tre regni, e non della creazione del globo medesimo.

La Terra ha impiegato circa quattrocentocinquant’anni a produrre gli esemplari dei tre regni sull’antico continente. In America la creazione non ebbe luogo che in un secondo momento e fu informata a un disegno diverso; nell’uno e nell’altro continente essa causò grandi sconvolgimenti.

Per Dio è un piacere creare, ed è suo interesse prolungare tale piacere. Se per concepire, formare e generare un uomo sono necessari nove mesi, Dio deve aver impiegato un periodo di tempo proporzionale per creare i tre regni: la teoria fa ammontare questo tempo alla centonovantaduesima parte dell’evoluzione sociale; il che dà una durata approssimativa di quattrocentocinquant’anni per la prima creazione.

Ogni creazione si realizza attraverso l’unione del fluido boreale, che è di sesso maschile, con il fluido australe, che è di sesso femminile. Un pianeta è un essere che ha due anime e due sessi e che, come l’animale o il vegetale, procrea attraverso l’unione di due sostanze generatrici. Il processo è il medesimo in tutta la natura, con qualche piccola variante, poiché i pianeti, come i vegetali, riuniscono i due sessi nello stesso individuo.

Credere che la Terra non effettuerà nuove creazioni e si limiterà a quelle note, sarebbe come credere che una donna che ha potuto generare un figlio non potrà darne alla luce un secondo, un terzo, un decimo. La Terra, del pari, effettuerà una serie di creazioni; ma le sedici creazioni armoniche si attueranno con tanta facilità per quante fatiche sono costate e costeranno le due sovversive, la prima e la diciottesima.

Su ogni globo la prima e l’ultima creazione rispondono a un disegno opposto a quello delle creazioni intermedie e profondono una quantità enorme di prodotti nocivi insieme a un numero minimo di prodotti utili. Il contrario è per tutte le creazioni intermedie o armoniche: esse danno un’infinità di prodotti magnifici e utili, una piccolissima quantità – un ottavo – di inutili e niente di nocivi.

Così la prima creazione, di cui noi abbiamo sotto gli occhi i frutti, ha diffuso sulla Terra un’immensa quantità di bestie dannose, e ancora più nei mari. Coloro che credono nei demoni non devono forse pensare che è l’inferno che ha presieduto a questa creazione quando, sotto le sembianze della tigre e della scimmia, vedono lo spirito di Moloch e di Belial? Eh! che cosa le furie infernali avrebbero potuto inventare di peggio del serpente a sonagli, della cimice, delle legioni di insetti e di rettili, dei mostri marini, dei veleni, della peste, della rabbia, della lebbra, della sifilide, della gotta e dei tanti tossici morbiferi escogitati per tormentare l’uomo e fare di questo globo un inferno anticipato?

Ho indicato in una nota precedente (al capitolo Gerarchia dei quattro movimenti) le cause di questo malefico disegno che ha presieduto alla prima creazione: ho detto “che gli effetti dei tre movimenti, animale, organico e materiale, devono rappresentare il gioco delle passioni umane nell’ordine sociale”. Orbene, dovendo la prima creazione simboleggiare i sette periodi d’infanzia del genere umano, cui essa è destinata, Dio in questa creazione ha dovuto raffigurare con esemplari orribili gli spaventosi risultati che le nostre passioni dovevano produrre in questi sette periodi; e poiché nel corso del primo e del settimo periodo doveva pur esserci qualche virtù, Dio ha dovuto simboleggiarla con alcuni prodotti utili e gradevoli, che sono presenti in piccolissima quantità nei tre regni di questa creazione veramente demoniaca. Si vedrà in seguito quali specie di prodotti offriranno le creazioni future sulla terra e nei mari; per il momento noi non sappiamo neppure utilizzare le poche cose buone forniteci dalla prima creazione, e, per darne la prova, farò il caso di quattro quadrupedi, la vigogna, la renna, la zebra e il castoro. Siamo privi dei primi due per la nostra inettitudine, la nostra malvagità e la nostra disonestà: ostacoli, questi, che impediscono l’allevamento di branchi di renne e di vigogne in tutte le catene d’alta montagna dove questi animali potrebbero acclimatarsi. Altre forme di malcostume ci privano del castoro, non meno prezioso della vigogna per la sua lana, e della zebra, non meno preziosa del cavallo per la velocità, il vigore e la bellezza. Nelle nostre stalle e nei nostri costumi sociali regna una rozzezza, una discordia che non consentono di intraprendere le iniziative necessarie per addomesticare questi animali. A partire dall’ottavo periodo, e probabilmente anche a partire dal settimo, si vedranno zebre e quagga vivere allo stato domestico, come oggigiorno i cavalli e gli asini; si vedranno i castori costruire i loro ricoveri e dare vita alla loro comunità in mezzo alle contrade più popolate; si vedranno branchi di vigogne diffusi nelle montagne così come le mandrie di montoni; e quanti altri animali, come lo struzzo, il daino, il dipo, ecc., si accosteranno all’uomo quando troveranno presso di lui le attrattive che li indurranno a prendere dimora fissa, attrattive che l’ordine civile non permette in alcun modo di procurare loro! Così questa creazione, già estremamente ingrata e malefica, è doppiamente povera per noi che, per mancanza di armonia sociale, ci priviamo della maggior parte dei beni che i tre regni potrebbero offrirci.

Le nuove creazioni non possono cominciare prima che il genere umano abbia organizzato l’ottavo periodo sociale; fino ad allora, finché permarranno le prime sette società, non sarà mai possibile vedere l’inizio della seconda creazione.

Intanto la Terra è violentemente agitata dal bisogno di creare; lo si avverte dalla frequenza delle aurore boreali, che sono un sintomo della fregola del pianeta, un’inutile effusione di liquido generatore. Esso non può congiungersi con il fluido australe finché il genere umano non avrà compiuto i lavori preparatori; lavori che possono essere attuati soltanto dall’ottava società la quale sta per nascere. Bisognerà innanzitutto portare il genere umano alla quota minima di due miliardi; cosa che richiederà almeno un secolo, poiché le donne sono molto meno feconde nell’ordine combinato che nella Civiltà, dove la vita coniugale fa loro procreare caterve di figli: la miseria ne divora un terzo, un altro terzo è falciato dalle molteplici malattie che l’ordine incoerente provoca nei bambini. Sarebbe molto meglio metterne al mondo meno e tenerli in vita; cosa impossibile per gli uomini civili: ragion per cui essi non riescono a mettere a coltura l’intero globo; e malgrado il loro spaventoso moltiplicarsi, sono appena sufficienti a curare la terra che occupano.

Quando i due miliardi di abitanti avranno messo a coltura il globo fino al sessantacinquesimo parallelo, vedremo nascere la corona boreale di cui parlerò più avanti, la quale darà calore e luce alle regioni glaciali artiche. Queste nuove terre guadagnate all’attività produttiva permetteranno di portare il genere umano a un totale di tre miliardi. Allora i due continenti saranno messi a coltura e non ci saranno più ostacoli alle creazioni armoniche, la prima delle quali avrà inizio circa quattro secoli dopo l’instaurazione dell’ordine combinato.

Corona boreale

[Questo è un capitolo più curioso che necessario; lo si può saltare e passare ai successivi, dove tratto dei periodi secondo, terzo, quarto e quinto, che presentano argomenti più accessibili].

Quando il genere umano avrà messo a coltura il globo oltre il limite dei sessanta gradi di latitudine Nord, la temperatura del pianeta sarà considerevolmente mitigata e stabilizzata; l’impulso generativo diverrà più intenso; l’aurora boreale, divenendo molto frequente, permarrà costantemente sul Polo e si svaserà in forma di anello o corona. Il fluido, che ora è soltanto luminoso, acquisterà una nuova proprietà, quella di diffondere con la luce il calore.

La corona sarà di dimensioni tali da potere essere sempre in contatto in qualche punto con il Sole, i cui raggi saranno necessari per rendere incandescente la circonferenza dell’anello; essa dovrà sempre volgergliene un arco, anche quando l’asse terrestre è inclinato al massimo.

L’influenza della corona boreale si farà sentire sensibilmente per un tratto pari a un terzo del suo emisfero; essa sarà visibile a Pietroburgo, a Okhotsk e in tutte le regioni del sessantesimo parallelo.

A partire dal sessantesimo parallelo sino al Polo, il calore andrà aumentando, in modo che il punto polare avrà pressappoco la stessa temperatura dell’Andalusia e della Sicilia.

A quell’epoca, l’intero globo sarà coltivato, fatto che determinerà un innalzamento della temperatura dai cinque ai dieci gradi, e anche dodici, nelle aree ancora incolte, come la Siberia e l’Alto Canada.

In prossimità del sessantesimo parallelo i climi si addolciranno per un duplice motivo: per effetto della generale messa a coltura della terra e per l’influenza della corona, grazie alla quale spireranno dal Polo soltanto venti temperati, come quelli che arrivano su Genova e su Marsiglia dalla Barberia. Il concorso di queste due cause farà sì che al sessantesimo grado di latitudine ci sia la temperatura di cui godono oggi le regioni del quarantacinquesimo completamente coltivate, come Bordeaux, Lione, Torino, Venezia: così le città di Stoccolma, Pietroburgo, Tobolsk e Yakutsk, che verranno a trovarsi sul parallelo più freddo della Terra, beneficeranno di un tepore pari a quello della Guascogna o della Lombardia, a parte le variazioni causate dalla vicinanza delle montagne e dei mari. Le coste marittime della Siberia, oggi impraticabili, godranno della dolce temperatura della Provenza e di Napoli.

Un vantaggio ancora più importante dovuto alla corona boreale sarà quello di prevenire tutti gli eccessi atmosferici: eccesso di caldo o di freddo, eccesso di umidità o di siccità, eccesso di tempeste o di bonacce. Grazie all’influsso della corona e all’universale messa a coltura della terra, ci sarà sul globo una temperatura senza sbalzi che non può aversi oggi in nessun posto. Quelle che saranno le regioni più fredde del globo, come la zona che va da Pietroburgo a Okhotsk, godranno a quell’epoca di una temperatura più gradevole di quella che si può trovare oggi nei luoghi più rinomati, come Firenze, Nizza, Montpellier, Lisbona, che si avvantaggiano di un clima tra i più dolci e i più sereni. Ritengo che queste contrade non abbiano più di quattro mesi di bella stagione temperata; ma dopo la nascita della corona boreale il sessantesimo parallelo, cioè la zona che va da Pietroburgo a Okhotsk, avrà almeno otto mesi di bella stagione e un doppio raccolto assicurato. Per maggiori chiarimenti consultate la nota successiva, dove indico la causa dei lunghi inverni e delle altre perturbazioni del clima cui è soggetto il globo durante la prima fase del movimento sociale.

[Oltre alla causa naturale degli inverni, vale a dire l’inclinazione dell’asse, ci sono tre cause accidentali, il cui concorso quadruplica la normale durata dell’inverno; cause che scompariranno nell’ordine combinato. Esse sono:

La carenza di colture sul globo, e soprattutto nelle zone vicine al Polo.

La crosta ghiacciata del Polo, che raddoppia i rigori del freddo quando non c’è il sole.

Le correnti d’aria polare gelida, che contrastano l’influsso del sole, al suo ritorno dopo il solstizio d’inverno.

Quando nascerà la corona queste tre cause di gelo verranno neutralizzate. Ho detto che le zone intorno a Pietroburgo potranno contare su un doppio raccolto più di quanto non lo possano oggi quelle della Toscana; e che il sessantesimo parallelo godrà di un periodo di bel tempo più duraturo di quello che si possa avere oggi in un qualsiasi sito della terra; cosa che ora spiegherò.

Una volta che le regioni del Polo boreale saranno illuminate, riscaldate dalla corona e messe a coltura, nulla potrà contrastare l’influsso del sole all’approssimarsi della primavera, epoca in cui oggi nasce un secondo inverno per effetto dei venti glaciali che a quel tempo spirano dal Polo su tutto l’emisfero: da ciò dipende che gli inverni, in Francia, si protraggono sino a maggio e assorbono la parte migliore della primavera, quella dei giorni di media lunghezza.

Dopo la nascita della corona, gli aquiloni o venti polari saranno temperati, anche in inverno, e addolciranno il clima del sessantesimo parallelo verso cui si dirigeranno; non ci saranno altri venti freddi tranne quelli che avranno origine in prossimità del sessantesimo parallelo, il quale, anche d’inverno, riceverà calore per una doppia via: ne riceverà da Nord come da Mezzogiorno. La fogliazione comincerà dunque a Pietroburgo a partire dal mese di marzo, e ancora prima al settantesimo parallelo; essa sarà in pieno rigoglio a Parigi e allo Spitzberg durante il mese di febbraio.

Questo sarebbe il corso della natura se non le facessero ostacolo i venti e le correnti polari che arrestano la germinazione al ritorno del sole, e ci danno un secondo inverno, un inverno fittizio, dopo quello vero. Questa calamità non fu mai così impressionante come nell’anno 1807. Nello scorso inverno, in Francia, la cattiva stagione sembrava finita il 15 febbraio; il sole era già caldo, e pareva di entrare nella primavera quando i venti del Nord e di Nord-Ovest diedero inizio a un nuovo inverno che si protrasse per due mesi e mezzo, e si fece sentire sino ai primi giorni di maggio. Quest’inconveniente, pressoché abituale, rende insopportabile il clima della Francia. Non si ha una vera bella stagione, perché la temperatura è sempre troppo alta, e le transizioni sono repentine, eccettuata quella dall’autunno all’inverno: così in Francia sono tollerabili solo i tre mesi di maggio, settembre e ottobre.

La caratteristica di una bella stagione è la varietà ben graduata delle temperature; una piccola gelata prodotta dal rasserenarsi del tempo, ci pare, in gennaio, altrettanto piacevole di una giornata di primavera, purché questa gelata non duri a lungo, purché ad essa si arrivi gradualmente e in un periodo di tempo opportuno, e purché non sia accompagnata da nevischio, tempo nuvoloso e venti gelidi. Così saranno gli inverni nel nuovo mondo. Allora la vite allignerà al sessantesimo parallelo, mentre l’arancio sarà coltivato al cinquantatreesimo e al settantesimo. Varsavia avrà degli aranceti come ne ha oggi Lisbona, e la vite correrà meno pericoli a Pietroburgo di quanti non ne corra oggi a Magonza, dato che la trasformazione dei venti polari in zefiri la metterà al riparo dalle sorprese che sono oggi, ovunque, una delle principali cause di isterilimento.

L’influsso glaciale del Polo rende i nostri inverni eccessivamente rigidi nel mese di gennaio, che è la loro epoca naturale, e fa sì che ricomincino alla fine di gennaio, epoca in cui dovrebbero cessare. Bastano queste due circostanze per fare del nostro emisfero una dimora veramente detestabile, fino al quarantesimo parallelo in Europa, e al trentesimo in Asia e in America, dove i rigori del freddo si fanno maggiormente sentire: infatti Filadelfia e Pechino che sono sul parallelo di Napoli e di Lisbona, hanno inverni più ingrati e più aspri di quelli di Francoforte e di Dresda, città più spostate verso il Nord di dieci o dodici gradi.

Penserete ora che, se gli inverni saranno ridotti a poca cosa nella zona temperata boreale, il caldo diverrà insopportabile avvicinandosi all’Equatore. Niente di tutto ciò: altre cause contribuiranno a temperare il clima equatoriale, e renderanno le estati del Senegal meno sfibranti di quelle della Francia. Una temperatura dolce e senza sbalzi succederà agli uragani e alle tempeste che dall’Equatore si riversano sulle zone temperate e, al centro come agli estremi lembi del globo, i climi saranno rigenerati. Non parlerò qui delle cause che modificheranno la temperatura equatoriale: esse non dipendono dalla nascita della corona boreale. Riassumendo, quando queste diverse cause di mitigamento agiranno sull’atmosfera del globo, i luoghi dal clima peggiore, come Okhotsk e Yakutsk, potranno fare assegnamento su otto o nove mesi di buona stagione, e su un cielo sgombro di brume e di uragani, che saranno pressoché sconosciuti all’interno dei continenti, e molto rari in prossimità dei mari.

È chiaro che questi miglioramenti saranno soggetti a variazioni vicino alle alte montagne e in prossimità dei mari, soprattutto alle tre estremità del continente vicino al Polo australe, che non avrà corona, e resterà eternamente sepolto nei ghiacci. Ciò non impedirà che le terre vicine a questo Polo risentano in vario modo dell’influsso della corona che, tra gli altri benefici effetti, cambierà il sapore dei mari e decomporrà o farà precipitare le particelle di bitume effondendo un acido citrico boreale. Questo fluido, combinato con il sale, darà all’acqua di mare il gusto di una specie di limonata che noi chiamiamo aigresel. Allora quest’acqua potrà essere facilmente depurata delle sue particelle saline e citriche, e riconvertita allo stato di acqua dolce; cosa che dispenserà dall’approvvigionare le navi di barili di acqua. Questa decomposizione dell’acqua di mare prodotta dal fluido boreale è uno dei preliminari necessari per le nuove creazioni marine: queste forniranno un gran numero di anfibi che serviranno al traino dei vascelli e al fissaggio delle peschiere, e che si sostituiranno alle orribili legioni di mostri marini, che saranno distrutte con l’immissione del fluido boreale e la decomposizione che esso opererà nei mari. Una morte repentina purgherà l’Oceano di queste infami creature, simbolo della furia delle nostre passioni, raffigurate nelle guerre accanite di tanti mostri. Li vedremo stroncati dalla morte tutti insieme, come vedremo le detestabili abitudini dei Civili, dei Barbari e dei Selvaggi, sparire d’un tratto per far posto alle virtù che trionferanno e saranno onorate nell’ordine combinato, poiché in esso saranno la via per giungere alle ricchezze e ai piaceri.

N. B. Il mar Caspio e gli altri bacini salati dell’interno, come il grande lago d’Aral, i laghi di Zar, di Telton, di Mexico, e persino il mar Nero, che è pressoché separato dagli altri mari, non risentiranno che pochissimo e solo dopo parecchio tempo dell’influsso del fluido boreale. Essi non saranno affatto toccati dalle correnti sottomarine che, partendo dal Polo si diffonderanno negli oceani e nei mari mediterranei. Questi bacini aspireranno soltanto gli aromi più volatili che, sprigionandosi dalla corona medesima, si propagheranno nell’atmosfera. Questo spiega come mai i pesci contenuti in questi serbatoi di bitume non saranno distrutti dal fluido boreale che emanerà dalla corona; la piccola quantità di esso, la sua penetrazione lenta e impercettibile permetterà loro di assuefarvisi in meno di due o tre generazioni e di diventarvi più vigorosi di quanto non lo siano nelle acque bituminose, come un frutto diventa più bello e più saporito sul selvatico arboscello dove è innestato.

Di conseguenza, non appena il genere umano vedrà approssimarsi la nascita della corona, farà con gli esemplari marini quello che fece con gli esemplari terrestri Noè, che riunì nell’arca parecchie coppie di quelli che voleva conservare. Trasporteremo dunque nei bacini salati dell’interno, come il Caspio e gli altri, una quantità sufficiente di pesci, conchiglie, piante e altri esemplari marini che si vorranno perpetuare e immettere di nuovo nell’Oceano dopo la sua rigenerazione. Si attenderà che l’Oceano sia purificato e sottoposto alle grandi purghe, grazie alle ondate di fluido boreale che, muovendo dal Polo, faranno precipitare i bitumi così energicamente che tutti i pesci saranno colti alla sprovvista, soffocati per questo brusco cambiamento di stato. Non rimarranno che le specie utili, come il merlano, l’aringa, lo sgombro, la sogliola, il tonno, la tartaruga, infine tutte quelle non ostili a chi si immerge, che saranno state tenute in disparte per rimetterle nelle acque dopo la loro purificazione, e salvaguardarle dall’improvviso assalto del fluido boreale, al quale si saranno lentamente e progressivamente assuefatte nei bacini interni. Queste specie, che non sono affatto dannose, potranno bene coesistere con i pesci di nuova creazione che, per sette ottavi, saranno al servizio dell’uomo, così come lo saranno gli animali delle creazioni future indicate nello schema].

Nell’attesa che questo futuro evento si manifesti, osserviamo diversi indizi che lo preannunciano: prima di tutto l’opposta configurazione delle terre vicine al Polo australe e di quelle vicine al Polo boreale. I tre continenti meridionali terminano con una punta, in modo da allontanare ogni vita sociale dalle latitudini polari. Una configurazione del tutto opposta si riscontra nei continenti settentrionali: essi tendono ad allargarsi in prossimità del Polo, sono raggruppati attorno ad esso, per ricevere i raggi dell’anello che lo sovrasterà un giorno; i loro grandi fiumi sfociano in questa direzione, quasi per attirare la vita sociale verso il mare glaciale. Ora, se Dio non avesse divisato di dare la corona fecondatrice al Polo boreale, ne seguirebbe che la disposizione dei continenti che circondano questo Polo non avrebbe alcun senso; e Dio sarebbe tanto più assurdo in quest’opera, in quanto ha agito con estrema saggezza al punto opposto, nei continenti meridionali; poiché ha dato loro delle dimensioni che vanno benissimo per un Polo che non avrà mai corona fecondatrice.

Si potrebbe solo criticare il fatto che Dio abbia situato troppo lontano il capo di Magellano, il che provoca temporaneamente un intralcio; ma suo intendimento è che questa rotta venga abbandonata e che, dove ci sono gli istmi di Suez e di Panama, si facciano dei canali navigabili per le grandi navi. Queste imprese, e tante altre la cui idea spaventa gli uomini civili, non saranno che un giochetto per le armate del lavoro della Gerarchia sferica.

Un altro indizio della corona è la posizione anomala dell’asse terrestre. Se la corona non dovesse mai nascere, l’asse, per il bene dei due continenti, dovrebbe essere inclinato di un ventiquattresimo, vale a dire di sette gradi e mezzo sul meridiano di Sandwich e di Costantinopoli, di modo che questa capitale venisse a trovarsi sul trentaduesimo parallelo Nord boreale: ne risulterebbe che il meridiano dell’isola di Fer, e conseguentemente il distretto del Nord e le due estremità dell’Asia e dell’America si protenderebbero di pari misura nei ghiacci del Polo boreale; ciò significherebbe sacrificare la parte più inutile del globo per valorizzare tutte le altre. Giudichiamo di ciò in base ad alcuni particolari relativi alle regioni polari e a quelle temperate.

Quanto alle regioni polari, osserviamo che, essendo il canale del Nord completamente inutile a causa della sporgenza del capo Szalinski, poco importerebbe che questo stretto si spingesse più a Nord nei ghiacci, poiché già ora esso non serve alla navigazione. Ma il suo avvicinamento al Polo dislocherebbe di altrettanto verso Sud la regione più interessante della zona glaciale; vale a dire il golfo di Arcangelo, o Mar Bianco, che diverrebbe completamente praticabile, poiché il capo Nord della Lapponia verrebbe a trovarsi solo al sessantaquattresimo parallelo, al livello di Jakobstadt, città estrema della Finlandia. Le comunicazioni marittime si estenderebbero facilmente sino alle foci dell’Obi e dello Jenissei, che si avvantaggerebbero di un aumento della temperatura di sei gradi a motivo di questo raddrizzamento dell’asse, e di altri sei gradi per effetto delle coltivazioni che potrebbero attuarsi nella Siberia orientale. Allora si stabilirebbe una comunicazione per via d’acqua tra i punti estremi del grande continente; i prodotti cinesi, trasportati dall’ansa del Fiume Giallo fino al lago Baikal, verrebbero lì imbarcati con poca spesa per l’Europa, discendendo l’Angara e lo Jenissei.

Nella nostra zona temperata canali importanti come il Sund e la Manica, si avvantaggerebbero del pari, ravvicinandosi all’Equatore di cinque o sei gradi. I golfi di San Lorenzo e della Corea non subirebbero alcun sensibile spostamento; l’intero Baltico guadagnerebbe appieno sette gradi e Pietroburgo si troverebbe all’altezza di Berlino.

Non parlo delle regioni equatoriali, poiché uno spostamento di sette gradi e mezzo diviene irrilevante a quelle latitudini.

Verso il 45° di latitudine Sud, l’estremità meridionale dell’America si avvicinerebbe un poco all’Equatore, e per essa ciò costituirebbe un vantaggio. L’estremità dell’Australia guadagnerebbe ancora di più nello stesso senso. Quanto all’estremità dell’Africa, essa verrebbe abbassata dal 35° al 42° di latitudine Sud e non sarebbe per questo meno praticabile ai naviganti che, comunque, l’abbandoneranno prima o poi per il canale di Suez.

Si provino a tracciare su un planisfero dei paralleli, conformandosi a quest’ipotesi dello spostamento dell’asse, e si vedrà che ciò tornerebbe a vantaggio della terra intera, salvo alcune contrade di scarso interesse, come la Kamčatka. Orbene, Dio avrebbe dato all’asse la posizione da me indicata se noi non avessimo dovuto avere la corona boreale, per effetto della quale il nostro asse, che è oggi in una posizione assurda, verrà a trovarsi nella posizione più favorevole al bene generale: segno inconfutabile della necessità della corona e della sua prossima nascita.

Quest’osservazione sull’anomalia dell’asse non è stata effettuata perché i filosofi, con la loro mentalità, ci stornano da qualsiasi ragionamento critico nei confronti dell’operato di Dio, e ci fanno cadere nei due estremi opposti: ci fanno dubitare della Provvidenza, o ce la fanno ammirare con ottusa cecità, come alcuni dotti che ammirano sin il ragno, sin il rospo, ed altre creature repellenti nelle quali non si può vedere che un titolo d’infamia per il Creatore, finché ci sfuggano le ragioni di questa malvagità. La stessa cosa succede per l’asse terrestre, la cui posizione anomala avrebbe dovuto indurci a criticare Dio e a prevedere la nascita della corona che giustificherà quest’apparente errore del Creatore. Ma i nostri estremismi filosofici, il nostro fanatico ateismo o la nostra cieca devozione avendoci impedito un qualsiasi giudizio sereno sulle opere di Dio, noi non abbiamo saputo né trovare i necessari emendamenti al suo operato, né prevedere i rivolgimenti fisici e politici per mezzo dei quali egli effettuerà tali correzioni.

Mi sono addentrato in questi particolari per dimostrare che la distribuzione geografica delle terre e dei continenti non è per nulla casuale; ne darò una seconda prova in questa stessa memoria (trattando del monopolio commerciale degli arcipelaghi). Il caso perderà presto quell’alto potere che la filosofia gli attribuisce a spese della provvidenza: si vedrà che Dio lo ha limitato al minimo; e quanto alla conformazione dei continenti di cui stiamo qui parlando, lungi dall’essere effetto del caso, Dio ne ha valutato la convenienza al punto di preparare la sede adatta ad una capitale dell’Unità universale. Già ora tutti sono colpiti dalle straordinarie e meravigliose misure che egli ha preso per l’utilità e l’amenità di Costantinopoli. Ognuno vi intuisce il divisamento di Dio e ognuno dice: “È qui che dev’esserci la capitale del mondo”. Essa vi sarà ubicata necessariamente, ed è ai suoi antipodi che sarà fissato il primo meridiano dell’unità universale.

Aggiungerò, a proposito della corona boreale, che la predizione di questo fenomeno atmosferico non sembrerà affatto straordinaria, ove si considerino gli anelli di Saturno. Perché Dio non dovrebbe concederci quello che concede agli altri globi? L’esistenza dell’anello polare è forse più incomprensibile di quella delle fasce equatoriali da cui è circondato Saturno?

La presenza di questi due anelli luminosi avrebbe dovuto dissipare con maggiore celerità i nostri pregiudizi nei confronti del Sole, così assurdamente considerato come un mondo incandescente. Herschel è il solo che l’abbia definito bene: “Un grande e magnifico mondo immerso in un oceano di luce”. La cosa era evidente dal momento in cui furono scoperti i due anelli di Saturno. Se Dio può dare a un globo degli involucri circolari può anche dargliene di sferici; può dargli anche degli anelli polari e persino delle calotte polari. Restano da scoprire le teorie che regolano questa distribuzione e che consentiranno al nostro globo di fruire anch’esso di un beneficio di cui sinora ha goduto solo Saturno. Anche altri pianeti potranno ottenerlo: ci sono dei sistemi stellari dove i pianeti hanno tutti qualche ornamento luminoso per riscaldare uno o due poli; se il nostro ne è privo, in linea generale, ciò dipende dal fatto che esso è uno dei più poveri del firmamento; e io dimostrerò che i nostri ventotto pianeti e una ventina d’altri che devono ancora essere scoperti, non sono che un residuo di ammasso stellare, che una piccola coorte male organizzata, come i superstiti di un reggimento sconfitto in battaglia. Altri sistemi hanno da quattro a cinquecento pianeti ordinati in Serie di gruppi; il che significa che vi si vedono satelliti di satelliti, e tutti muniti di cinture, corone, calotte polari ed altri ornamenti. Se al nostro globo è riservato questo beneficio, ciò non è che una giusta ricompensa per i contrattempi che, nella sua prima fase, lo condannavano ad essere il più sventurato di tutti i pianeti del sistema.

Diversi accidenti possono turbare la successione prefissata per i trentadue periodi sociali: per esempio l’entrata di un nuovo pianeta nel sistema stellare; e quest’immissione pare probabile a causa dell’estrema distanza che c’è tra il Sole e i grossi pianeti. Questi astri, poco numerosi, che descrivono delle orbite troppo distanziate, formano una barriera poco serrata, che si trova nella condizione di poter essere forzata da qualche cometa. L’evento può prodursi in diverse maniere; ne cito una nella nota seguente.

[Suppongo che una cometa della grandezza di Giove, si trovi nella sua fase feconda, nella condizione opportuna per divenire pianeta: essa cercherebbe di mettersi sulla direttrice di un sistema solare e di inserirsi in esso. Se arrivasse sul nostro Sole parallelamente al piano delle orbite planetarie, essa potrebbe, al ritorno, situarsi tra il Sole e Giove: invece di proseguire la sua traiettoria parabolica, descriverebbe una spirale per sondare il terreno e cercare un punto di equilibrio tra Giove e il Sole. Percorrendo la sua spirale, avvicinerebbe successivamente tutti i piccoli pianeti isolati e li trascinerebbe con sé come Lune. La Terra e Venere, che sono i più grossi, sono tuttavia eccessivamente deboli per opporre una qualche resistenza a un grosso mondo attraente che si avvicinasse loro. Orbene, la cometa sarebbe attraente una volta entrata nell’orbita del nostro Sole.

Allora il nostro piccolo globo verrebbe captato e diverrebbe una Luna di quest’intruso, che diventerebbe ben presto il pianeta più ricco e più fecondo di tutto il sistema stellare a causa della sua vicinanza al Sole e del gran numero delle sue Lune. L’intruso capterebbe nella sua orbita Venere, Marte, la Terra e tutti i piccoli globi che si trovano tra il Sole e Giove: se ne farebbe un magnifico seguito di sette o otto satelliti, e genererebbe, come Saturno, il doppio anello equatoriale o la doppia corona sui due poli, questi doppi ornamenti essendo destinati a tutti i pianeti settilunari, una volta che i loro abitanti abbiano istituito l’ordine combinato (Saturno non ha sempre avuto i suoi due anelli; e li perderà alla fine del suo ciclo vitale, quando il suo meccanismo sociale ripiomberà nell’ordine delle Serie incoerenti).

Quest’intrusione di una cometa, che è abbastanza probabile, rappresenterebbe per il nostro globo una rivoluzione infinitamente felice, perché darebbe origine senza indugio a una nuova creazione molto fruttuosa, che accelererebbe la nascita delle Serie progressive e il crollo dello stato di Civiltà e di Barbarie.

La metamorfosi del nostro globo in mondo lunare non causerebbe alcun male al genere umano; il mutamento nell’ordine dei giorni e delle stagioni potrebbe distruggere alcune specie animali e vegetali, ma non le più utili, come il cavallo, il montone ecc., che resterebbero ad accrescere le ricchezze che istantaneamente ci darebbe la nuova creazione.

Il nuovo pianeta diventerebbe per noi un vice-sole che ci darebbe una luce immensa; avremmo inoltre la luce intermittente dei suoi satelliti che, gravitando in orbite vicine, potrebbero darci fino a sei Lune per volta, quando si trovassero riuniti nel semicerchio della nostra orbita. Da ciò si può concludere che queste grosse comete, che terrorizzano il genere umano, sono un motivo di speranza e non di terrore, poiché il loro inserimento nel sistema diverrebbe la garanzia della nostra felicità.

Questa rivoluzione sarebbe una delle più piccole che si possano prevedere. Può succedere che invece di una cometa ne sopraggiunga una massa di tre o quattrocento, le quali entrerebbero improvvisamente nell’orbita del nostro Sole per suo e per nostro vantaggio. L’evento è tanto più probabile in quanto il nostro sistema non è, lo ripeto, che un residuo astronomico che deve essere ricostituito. La dimensione media dei sistemi stellari è di quattrocento pianeti intorno ad un Sole; e il nostro, che non ne ha che una trentina, non somiglia forse a quelle legioni di cui non resta che l’ombra, che un misero drappello destinato a fungere da nucleo e da centro di raccolta per una massa di nuove leve che saranno loro mandate?

Tra le rivoluzioni celesti che possono interessare il nostro sistema planetario, una delle più interessanti sarebbe la dislocazione della Via Lattea e la convergenza di una delle sue colonne sul nostro sistema. In simile evenienza noi avremmo il piacere di vedere sfilare per alcune migliaia di anni delle legioni risplendenti, composte di iperlune, o stelle di luce media, come la Luna. Il loro passaggio riscalderebbe i poli di tutti i nostri pianeti e li renderebbe coltivabili, fatto che darebbe luogo a una nuova creazione, magnifica oltre ogni dire e di inestimabile valore per noi].

È dimostrato dalla contiguità e dalle interazioni di Cerere, Pallade e Giunone, che le orbite potrebbero essere molto più ravvicinate, senza che per questo i pianeti abbiano a congiungersi. Per evitare ciò, ritengo che sarebbe sufficiente, tra Giove e Saturno, una distanza di trenta milioni di leghe, e lo stesso tra Saturno e Urano. L’enorme distanza di centotrenta e duecentosessanta milioni di leghe che c’è tra loro, dipende dalla scarsità dei pianeti i quali, a causa del loro esiguo numero, sono costretti ad occupare non il medesimo spazio, ma addirittura uno spazio molto più esteso di quello che occuperebbe un sistema completo di quattro o cinquecento pianeti.

Primo periodo di sovversione ascendente. Le Serie confuse. Reminiscenze che esso ha lasciato nella leggenda del Paradiso terrestre

Dio creò sedici specie d’uomini, e precisamente: nove sull’antico continente e sette in America. I particolari sulle loro differenze sono di scarsa importanza. Consultate la nota seguente.

[Tra le sedici razze primitive bisogna distinguere innanzitutto quattro razze eterogenee:

1) I Nani boreali, come i Lapponi e i Samoiedi.

2) I Giganti australi, come gli abitanti della Patagonia, ecc.

3) Gli Albini di nascita, come i Beda di Ceylon e gli abitanti del Darien in America.

4) I Negri di nascita, quelli della Guinea, dal viso schiacciato. Sono esistiti degli Albini e dei Negri, così generati dal creatore, sebbene la specie umana abbia la facoltà di generarne essa stessa. Tra queste quattro razze eterogenee, gli Albini furono l’unica comune ai due continenti.

Queste quattro razze sono molto differenti dalla maggior parte delle altre; le altre dodici si avvicinano, a un di presso, a un tipo comune: si possono dire razze omogenee.

La determinazione sistematica delle loro differenze originarie è un calcolo del movimento organico di cui non tratterò in questa sede; voglio soltanto deprecare lo scarso ardimento con cui si è affrontato questo problema. Si vedono ancora degli studiosi discutere su come l’America abbia potuto popolarsi: pare che Dio non abbia avuto il potere di creare la vita in America come in Europa; e poiché si riscontrano delle disparità, come quella tra gli Eschimesi che hanno folta barba e altri indigeni che sono imberbi, se ne conclude che gli Eschimesi sono migrati dall’antico continente al quale sono vicini. È un errore: gli Eschimesi sono autoctoni come molti altri; e non c’è nulla di casuale in queste differenze tra popolazioni.

Le dodici razze omogenee furono ripartite in due gruppi, sette sull’antico continente, e cinque in America. E se gli appartenenti ad alcune di queste sono privi di barba mentre i loro vicini ce l’hanno, non v’è in ciò nulla da stupirsi; era necessario che ci fossero delle differenze tra le sedici razze, differenze che la teoria del movimento indicherà, e che si rinvengono ancora evidentissime su tutta la terra.

Malgrado le invasioni, malgrado i ratti di donne e di schiavi, e le mescolanze che ne sono derivate, i tratti somatici si sono conservati, e nulla ha potuto distruggere i tipi originari; la moda stessa non influisce quasi per nulla su questi cambiamenti, e le nostre fisionomie sono ancora simili a quelle delle stirpi da cui discendiamo, le cui fattezze ci vengono trasmesse da tremila anni a questa parte. Non bisogna dunque attribuire al caso o alle rivoluzioni queste differenze tra razze; e bisogna vedere in esse, come in tutte le varietà del creato, l’effetto di una teoria distributiva della quale ci sfugge la comprensione. La troveremo nelle leggi del movimento organico.

Chiedo scusa di ciò ai favolisti che fanno discendere il genere umano da un unico ceppo: bisogna essere proprio nemici dell’evidenza, per credere che i visi convessi del Senegal e quelli concavi della Cina, che i Calmucchi, gli Europei, i Patagoni e i Lapponi, siano germogli di uno stesso albero. Dio stabilisce in tutte le specie delle sue creazioni delle differenze graduate in serie ascendente e in serie discendente; e perché mai, creando la specie umana, si sarebbe dovuto allontanare da un ordine che egli segue in tutto il creato, dagli astri sino agli insetti?].

Le tre specie a viso diritto, convesso, e concavo, erano state poste sotto la zona temperata boreale, tra i trenta e i trentacinque gradi di latitudine (non parlo che dell’antico continente). Fu a queste latitudini che si poté organizzare la prima società, le Serie confuse. Quest’ordine sociale non poté durare che tre secoli, all’incirca; ho avvertito il lettore che lo ragguaglierò al proposito solo quando parlerò dell’ottavo periodo, nel quale viene organizzato un tipo di Serie molto più interessante di quelle primitive di cui stiamo qui trattando.

Questi primi uomini uscirono felici dalle mani di Dio, poiché furono in grado di organizzare una società ordinata in Serie; e tutte le società di questo tipo sono più o meno felici, giacché consentono il dispiegarsi delle passioni.

La maggior parte delle bestie feroci e dei rettili erano stati creati vicino all’Equatore; altre, come i lupi, alle latitudini fredde; e prima che si propagassero nelle zone tra il 30° e il 35° parallelo, questi animali non molestavano affatto le razze umane che vi erano insediate, le razze a viso diritto, convesso e concavo. I migliori animali e i migliori vegetali del creato si offrivano loro in abbondanza; essi ne avevano anche alcuni che ci sono sconosciuti, come il mammut, di cui si ritrova lo scheletro, e che, privo di qualunque mezzo di difesa, scomparve necessariamente con la prima società, alla quale rendeva i più grandi servigi.

Queste tre razze, all’origine, non avevano alcuna organizzazione sociale; e non fu solo l’istinto a suggerir loro di organizzarsi in Serie: esse vi furono spinte da cinque circostanze che non sussistono più tra noi:

1) L’assenza di pregiudizi e, di conseguenza, la libertà amorosa che è inammissibile nelle società a struttura incoerente, in cui ci si organizza in famiglie o in nuclei domestici isolati.

2) L’esiguo numero di abitanti. Di conseguenza si avevano armenti, frutti, pesci, selvaggina ecc., in sovrabbondanza. Dio aveva posto i primi aggregati umani a grande distanza gli uni dagli altri; sarebbe dovuto passare un bel po’ di tempo prima che essi si moltiplicassero al punto di dividere le loro terre.

3) L’assenza di segni rappresentativi della ricchezza. Non si aveva perizia alcuna nelle arti meccaniche, e non c’erano oggetti preziosi che avessero un valore invariabile, come le armi e gli ornamenti dei Selvaggi; c’erano invece, in grande abbondanza, generi di sussistenza e ricchezze deperibili, e la difficoltà di accumularli suggeriva l’idea di compensazioni anticipate, che favorivano il costituirsi delle Serie.

4) L’assenza di bestie feroci. La loro lontananza contribuiva a mantenere nei costumi la più grande mitezza, a prevenire le invenzioni d’armi omicide e lo spirito guerresco, a preservare gli animali in via d’estinzione, come il mammut.

5) La bellezza degli esseri alla loro origine. È un grande errore pensare che gli animali e le piante, al momento della creazione, siano stati così come li vediamo allo stato selvaggio. L’uro e il muflone non sono affatto i capostipiti, bensì la degenerazione del bue e del montone. Gli armenti usciti dalle mani di Dio erano più belli dei più bei buoi di Svizzera, dei più bei montoni di Spagna; lo stesso era per i fiori e i frutti. “Tutto era bene non appena uscito dalle mani del Creatore”, dice J.-J. Rousseau. È una verità che egli ha gettato a caso, senza dimostrarla, e che svigorisce sin dalla riga successiva quando aggiunge: “Tutto degenerò nelle mani dell’uomo”. Non fu l’uomo che fece degenerare gli animali e i vegetali al livello in cui si trovano allo stato selvaggio e domestico; fu l’incoerenza che, sconvolgendo l’ordine delle Serie, degradò le creature e persino l’uomo, la cui statura originaria era di 74 pollici e 2/3, oppure 6 piedi, 2 pollici, 2/3 di Parigi, per la razza a viso diritto. Allora questa razza raggiungeva facilmente l’età di centoventotto anni (otto volte sedici). Tutte le creature godevano di pari vigore, e le rose della creazione erano più belle di quelle delle nostre aiuole. Questa perfezione universale si conservò per tutta la durata del primo periodo sociale, che si instaurò grazie al concorso delle cinque circostanze or ora menzionate.

La pace vi regnò, non a causa del generale benessere, ma a causa di una proprietà inerente alle Serie: quella di sviluppare e ingranare in modo sistematico le passioni che, al di fuori delle Serie progressive, cozzano l’una contro l’altra e generano guerra e discordie d’ogni sorta.

Bisogna guardarsi dal credere che abbia regnato una qualche uguaglianza, una qualche comunanza di beni in questo primo ordinamento. Ho detto che tutte queste chimere filosofiche sono incompatibili con le Serie progressive che, al contrario, esigono una graduazione di disuguaglianze. Questa graduazione poté stabilirsi all’origine, malgrado non ci fosse l’uso della scrittura per verificare e discernere gli interessi di ogni societario. Spiegherò con quale metodo si riuscì a classificare e a soddisfare le diverse pretese.

Le passioni erano allora più violente di quanto non lo siano oggi. Gli uomini non avevano nulla di quella semplicità pastorale che non è mai esistita se non negli scritti dei poeti. Essi erano fieri, sensuali, schiavi della loro immaginazione; e tali erano pure le donne e i bambini. Questi pretesi vizi erano le guarentigie della concordia, e torneranno ad essere la garanzia dell’armonia sociale, non appena le Serie verranno ricostituite.

Eventi contrari alle cinque circostanze sopra indicate che ne favorirono la nascita, dovettero provocarne la disorganizzazione. Ben presto l’eccessiva proliferazione delle tribù produsse la povertà; allo stesso tempo l’avanzata delle bestie feroci provenienti dall’Equatore, offrì incentivo all’invenzione d’armi omicide; e il gusto del saccheggio si diffuse tanto più facilmente, in quanto l’embrionale stadio di sviluppo dell’agricoltura, con le connesse difficoltà, non consentiva che permanesse la sovrabbondanza di viveri necessaria al meccanismo delle Serie. Così nacquero il matrimonio e la divisione in nuclei familiari incoerenti; quindi il passaggio alle società selvaggia, patriarcale e barbara.

Finché ci furono le Serie primitive, il genere umano godette di una sorte così felice, paragonata a quella delle tribù selvagge e patriarcali, che i popoli dovettero piombare nella disperazione quando videro le Serie disorganizzarsi. I fanciulli furono l’ultimo baluardo di quest’ordine; essi coprivano la ritirata politica e si mantennero ancora a lungo in armonia, mentre i padri erano già preda della discordia e pronti ad adottare l’organizzazione domestica frazionata nonché l’unione monogamica, la cui idea era stata suggerita dalla crescente povertà. Più la miseria aumentava, e più i capi delle tribù erano interessati a istituire il matrimonio, che dovette alla fine avere il sopravvento.

Prima di giungere a questo estremo rimedio, si dovettero tentare, per sostenere il primitivo ordine, diversi espedienti che furono più o meno vani. E quando alfine ci si avvide che era definitivamente impossibile ricostituire quel bell’ordine sociale, i capi delle tribù, accorgendosi che il rimpianto della passata felicità gettava i popoli nell’apatia e li rendeva riluttanti al lavoro, cercarono di smorzare il ricordo di quel bene che non poteva più rinascere, e le cui rievocazioni non facevano che turbare l’ordine sociale succeduto a quello primigenio.

Di conseguenza, tutti i capi si misero d’accordo per alterare la tradizione: non si riuscì ad estinguerla finché ci furono dei testimoni oculari, ma fu molto facile ingannare le generazioni successive che non avevano visto l’ordine delle Serie progressive. Vennero diffuse ad arte delle versioni contrastanti per ingenerare il dubbio: è così che nacquero i racconti più o meno assurdi, che hanno trovato credito in tutto l’Oriente, di un paradiso terrestre da cui l’uomo venne scacciato.

È così che sono sorte tante altre leggende inventate per falsare la tradizione autentica che i capi delle tribù avevano interesse a distorcere. Tutte queste leggende, che sono il nucleo delle antiche religioni, contengono, ridotte all’osso, una grande verità: e cioè che è esistito prima delle società attuali un ordine di cose più fortunato e il cui ricordo si è confusamente tramandato presso i popoli orientali che ne avevano goduto.

Tra le ciarlatanerie che snaturarono questa verità, bisogna segnalare l’abitudine alle confabulazioni misteriose, alle iniziazioni in uso presso gli antichi preti d’Oriente. È pressoché certo che i loro misteri, in origine, non furono che le tradizioni relative all’ordine primitivo. Ma siccome le crescenti avversità esigevano precauzioni doppie per celare alle genti questo amaro segreto, si dovette circoscriverlo a un numero ristrettissimo di iniziati e inventare falsi misteri per infinocchiare i curiosi subalterni che entravano nei ranghi del sacerdozio. A forza di limitare la conoscenza di questa tradizione, essa dovette restringersi a un numero così esiguo di adepti, che non fu impossibile che i veri detentori del segreto venissero eliminati tutti da una guerra o da un altro accidente. Non per questo la massa dei sacerdoti cessò le sue iniziazioni esoteriche, le quali non avevano più di che alimentarsi e non erano che una ciurmeria per sostenere il prestigio che quelli si erano procurati.

È presumibile che i sacerdoti di Iside e di Brahma fossero già ridotti a questo stato di ignoranza e non avessero più conoscenza alcuna dell’ordine primitivo; in ogni caso, queste conoscenze dovettero essere snaturate molto rapidamente nei tempi bui in cui la scrittura non era stata inventata e in cui ogni narratore non mancava di aggiungere del suo ai racconti che gli erano stati tramandati. Gli Orientali non sono meno parabolanti degli abitanti delle rive della Garonna; e ritengo che in capo a tre secoli la tradizione di cui stiamo parlando dovette essere talmente alterata da leggende accessorie, da divenire irriconoscibile anche per i veri iniziati. Non ne rimase che la verità di fondo, quella di una felicità passata e irrimediabilmente perduta. A ciò si rifecero i sacerdoti per avallare l’idea di una presunta collera di Dio, di una messa al bando dalla felice dimora, ed altre storie atte a intimidire e ad influenzare le masse, secondo le mire del corpo sacerdotale.

Credo di aver determinato con sufficiente precisione le cause per cui noi siamo rimasti in una completa ignoranza circa le consuetudini della società primigenia. Questa ignoranza sta per cessare: la teoria del movimento sociale farà luce su ogni punto oscuro relativo a tale argomento: essa indicherà con la massima precisione quale fosse il meccanismo di questa prima società, alla quale succedettero la Società selvaggia, il Patriarcato e la Barbarie.

Dei cinque periodi organizzati in famiglie incoerenti: secondo, terzo, quarto, quinto e sesto

Tratterò di questi cinque periodi sociali nello stesso capitolo. Sarebbe troppo lungo fornire su ciascuno particolari specifici: ciò significherebbe uscire dai limiti di questo sommario, che non è neppure un compendio sistematico.

Non soffermiamoci sul secondo, o Società selvaggia, che riveste poco interesse per noi; passiamo al Patriarcato o terzo periodo. È una società quasi sconosciuta: quest’ordine, che è stato ritenuto primitivo, non regnò presso alcun popolo nelle età primordiali. Gli uomini, appena creati, di qualsiasi razza essi fossero, erano scevri da pregiudizi e non pensavano neppure lontanamente a reputare crimine la libertà amorosa: il loro vigore e la loro longevità li portavano a idee opposte, alle orge, agli incesti e ai costumi più lascivi. Quando i popoli avevano una vita media di centoventotto anni, e di conseguenza avevano cento anni pieni da dedicare all’amore, come sarebbe stato possibile convincerli, al pari dei flaccidi uomini civili, che avrebbero dovuto trascorrere i cento anni della loro vita amorosa con la medesima donna, senza darsi ad altre?

Ci sarebbe voluto parecchio tempo perché nascessero le circostanze che obbligarono a porre delle restrizioni alla libertà amorosa: era necessario che la razza perdesse gran parte del suo primitivo vigore per consentire a norme così contrarie all’interesse delle persone di gagliarda tempra. Ma poiché, non appena le Serie si disorganizzano, il vigore decresce a vista d’occhio, il loro declino diede adito alla disciplina coercitiva dell’amore e alle società selvaggia, patriarcale, ecc.

Nei riguardi del Patriarcato regna la stessa ignoranza che nei confronti della società primitiva. Abramo e Giacobbe, così come ci vengono rappresentati, non erano affatto uomini patriarcali; erano dei Barbari intrisi sino al midollo di malvagità e d’ingiustizia, che possedevano serragli e schiave, secondo gli usi barbari. Erano dei pascià o tiranni da quattro soldi, che si abbandonavano ad ogni dissolutezza: chi più vizioso e iniquo di un Abramo che manda Agar e suo figlio Ismaele a morire di fame nel deserto, senz’altro motivo, se non che ha goduto abbastanza di tale donna e non ne vuole più sapere? Ecco per quale ragione egli manda alla morte la donna e il bimbo. Ecco le virtù patriarcali in tutto il loro splendore; e in tutto il comportamento dei patriarchi voi non troverete che azioni egualmente odiose.

Eppure la filosofia vuole ricondurci ai costumi patriarcali. Il filosofo [Guillaume] Raynal, nella sua [Histoire philosophique et politique des établissements et du commerce des Européens dans les deux Indes, Amsterdam, 1770, 6 volumi], esordisce con un pomposo elogio dei Cinesi e li rappresenta come la più perfetta delle nazioni, per il fatto che hanno conservato i costumi patriarcali. Esaminiamo la loro perfezione: la Cina, di cui si vantano le belle colture, è così povera che si vedono i suoi abitanti divorare a manciate i parassiti di cui hanno piene le vesti. La Cina è il solo paese in cui la frode sia protetta dalla legge e onorata: lì ogni mercante gode del diritto di vendere a peso falso e di compiere altre furfanterie che persino i Barbari puniscono. Il Cinese si gloria di questa corruzione; e quando ha raggirato qualcuno, chiama a raccolta i suoi vicini per riceverne gli elogi e ridere con loro alle spalle di colui che ha imbrogliato. Questa nazione è la più litigiosa che ci sia al mondo: in nessun posto si questiona con tanto accanimento come in Cina. L’abiezione è così grande, le idee d’onore così sconosciute, che il boia è uno degli intimi, uno dei grandi dignitari del sovrano, il quale fa sferzare i suoi cortigiani al suo cospetto. Il cinese è il solo popolo che vilipenda pubblicamente i suoi dèi e che trascini nel fango i suoi idoli quando non ottiene da essi quanto desidera. È la nazione che ha portato l’infanticidio agli estremi limiti: è risaputo che i Cinesi poveri espongono i loro piccoli sulle concimaie, dove vengono divorati ancora vivi dai porci; oppure li fanno galleggiare in mezzo alla corrente, legati a una zucca vuota. I Cinesi sono la nazione più gelosa, la più accanita contro le donne, alle quali vengono avvolti in strette fasce i piedi sin dall’infanzia per impedir loro di camminare. Quanto ai figli, il padre ha il diritto di giocarli ai dadi e di venderli come schiavi. Infine i Cinesi sono il popolo più vile che ci sia sulla terra; e per non spaventarli, c’è l’usanza di volgere verso l’alto i fucili delle postazioni, anche quando sono scarichi. Con simili costumi, di cui non do che uno schizzo molto sommario, il Cinese si fa beffe dei Civili, perché sono meno truffaldini. Egli suole dire che gli Europei non capiscono un’acca di commercio, che soltanto gli Olandesi se ne intendono un po’, ma che i Cinesi sono dei maestri (la distinzione è lusinghiera per gli Olandesi).

Ecco gli uomini che esalta la filosofia, e che Raynal ci propone come modelli. E certo Raynal sapeva meglio di chiunque altro che la Cina è un ricettacolo di tutti i vizi sociali, che essa è la fogna morale e politica del globo; ma egli ne ha decantato i costumi perché ben si attagliano alla mentalità dei filosofi, ai loro sofismi sulla vita domestica e sul frazionamento economico che essi vogliono diffondere.

Questa è la vera ragione per cui essi vantano la vita patriarcale, malgrado gli odiosi risultati che se ne vedono: poiché i Cinesi e gli Ebrei, che sono le nazioni più ligie ai costumi patriarcali, sono anche le più truffaldine e le più viziose del mondo.

Per mettere in ombra quanto attesta l’esperienza, i filosofi rappresenteranno la Cina a tinte rosee, senza parlare della sua corruzione né dell’orribile miseria del suo popolo. Quanto agli Ebrei, ne imputeranno i vizi sociali alla persecuzione che essi hanno subito. La persecuzione è al contrario un motivo di elevazione morale per chi ne è vittima: mai i cristiani furono più degni di stima di quando furono fatti segno di persecuzione, senza che avessero nessun capo e nessun centro di raccolta. Da cosa dipende dunque il fatto che la persecuzione religiosa ha prodotto risultati così diversi nell’uno e nell’altro popolo? Dal fatto che i cristiani, nel momento dell’avversità, adottarono lo spirito di corpo che, nei proscritti, diventa il germe di nobili passioni. Gli Ebrei conservarono lo spirito patriarcale, che ingenera passioni vili, e che li aveva resi spregevoli anche ai tempi del loro fulgore. Eh! ci fu mai nazione degna di maggior disprezzo, nella sua totalità, degli Ebrei, che non compirono alcun progresso nelle scienze e nelle arti e che si distinsero solo per una pratica abituale di crimini e di brutalità, la cui narrazione indigna, ad ogni pagina dei loro fasti disgustosi?

Questa digressione porterebbe ad una analisi dello spirito patriarcale, dei vizi che esso suscita nell’animo umano e dei mezzi per dissimularli. Orbene, poiché questa breve memoria non può comportare simili discussioni, rientro in argomento e mi limito a denunciare l’ignoranza dei Civili a proposito del Patriarcato federale, che è stato il terzo periodo di incoerenza ascendente.

Il Patriarcato federale è costituito da famiglie viciniori, libere e coalizzate in congressi, secondo il metodo dei Tartari. In tale situazione, le famiglie patriarcali hanno interesse a migliorare la sorte delle mogli legittime, ad aumentare gradualmente i loro privilegi e i loro diritti civili, sino a conceder loro la semilibertà che esse hanno da noi. Questo provvedimento rappresenta per le genti patriarcali una via d’uscita dal terzo periodo, e una via d’accesso al quinto, alla Civiltà. La Civiltà non può derivare né dalla società selvaggia né da quella barbara; mai si vedono i Selvaggi o i Barbari adottare spontaneamente i nostri costumi sociali. [C’è stato soltanto il caso del piccolo re delle isole Sandwich e di alcune orde dell’Ohio che hanno iniziato, avviato appena questo mutamento. Un’eccezione di così piccola entità conferma la regola]. E gli Americani, malgrado tutti i tentativi di adescamento effettuati, malgrado tutti gli intrighi che hanno ordito, non hanno portato ancora nessun’orda a una Civiltà piena; questa, secondo la naturale tendenza del movimento, deve nascere dal Patriarcato federale, oppure da una Barbarie molto alterata come quella degli antichi Orientali, che sotto parecchi aspetti era simile al Patriarcato federale.

Quanto al Patriarcato incoerente, come quello di Abramo e di Giacobbe, si tratta di un ordine che porta solo alla Barbarie; di un ordine nel quale ogni padre diventa un satrapo che erige a virtù ogni suo capriccio, e che esercita sulla propria famiglia la tirannia più rivoltante, secondo l’esempio di Abramo e di Giacobbe, uomini così viziosi, così ingiusti come mai se ne sono visti sui troni di Algeri e di Tunisi.

La Società selvaggia, la Barbarie, la Civiltà non sono molto più conosciute del Patriarcato. Quando avrò occasione di trattare delle fasi e dei caratteri di ciascun periodo, dimostrerò che i nostri lumi filosofici sono altrettanto fallaci per ciò che concerne la Civiltà quanto per ciò che riguarda i modi di uscirne e di passare al sesto periodo.

Questo sesto periodo, il Garantismo, è quello la cui scoperta avrebbe potuto toccare ai filosofi, poiché si discosta poco dalle usanze civili e mantiene ancora la vita familiare, il matrimonio, la frode e le principali caratteristiche del sistema dei filosofi; ma esso fa già diminuire sensibilmente le rivoluzioni e l’indigenza. D’altra parte, per quanto facile potesse essere scoprire questo sesto periodo, come i filosofi potrebbero riuscire ad elevare il genere umano al di sopra della Civiltà, quando non riescono neppure ad innalzarlo sino alla Civiltà, ossia a far passare i Selvaggi e i Barbari all’ordine civile? Essi non sono stati neppure capaci di aiutare la Civiltà nel suo cammino, e quando suddividerò l’evoluzione della società civile in quattro fasi, dimostrerò che essa è giunta alla terza per dei casi fortuiti e senza che i filosofi abbiano mai influito minimamente sui progressi della loro amata Civiltà. Essi ne hanno ritardato il corso invece di accelerarlo: simili a quelle madri malaccorte che nel loro affetto sviscerato assillano il bambino, gli istillano idee pericolose, germi di malattie, e lo fanno deperire credendo di agire per il suo bene. È così che hanno agito i filosofi nella loro esaltazione per la Civiltà: credendo di perfezionarla non hanno mai fatto che peggiorarla; hanno alimentato i miti dominanti e propagato errori, invece di cercare le strade della verità. Ancor oggi li vediamo gettarsi a capofitto nello spirito mercantile, che essi dovrebbero combattere, non foss’altro che per ritegno, dato che per duemila anni hanno gettato il ridicolo sul commercio. Infine, se fosse stato solo per i filosofi, la Civiltà sarebbe ancora alla sua prima fase e conserverebbe costumi barbari, come la schiavitù, esaltata dai dotti della Grecia e di Roma. [L’abolizione della schiavitù fu il frutto della crisi del regime feudale. L’introduzione di tale regime fu effetto del caso e non delle speculazioni dei filosofi, sempre ostinati a magnificare i pregiudizi, o a distruggerli sconsideratamente e senza misure preparatorie, il che è un male ancora peggiore del sostenerli].

Porterò una prova dell’ignoranza generale circa il meccanismo civile: la traggo dalle calamità impreviste che ci colpiscono ad ogni generazione. La più recente è stata quella dei club o covi di settatori giacobini, di cui non si aveva la più pallida idea nel 1789, nonostante le dotte analisi che erano state fatte sulla Civiltà. Ci sono altre calamità che potrebbero capitare in futuro e che i filosofi non sanno in alcun modo prevedere; per esempio il feudalesimo commerciale, che non sarebbe stato meno odioso del regno dei club. Esso sarebbe stato il risultato dell’influenza vieppiù crescente che lo spirito commerciale esercita sul sistema sociale; il dilagare di questo avrebbe prodotto un mutamento veramente tremendo, che i Civili sono lontani dal prevedere. Non spaventiamoci a questa previsione: lungi dal suscitare terrore non deve destare che gioia, poiché, grazie alla teoria del movimento sociale, acquisiremo gli strumenti per prevedere e per scongiurare tutte le tempeste politiche.

Contrasti sistematici tra le società ordinate in Serie progressive e quelle ordinate in famiglie incoerenti

La prima e la settima società, che sono organizzate in Serie, presentano sotto tutti i riguardi un contrasto sistematico con la seconda, la terza, la quarta, la quinta, la sesta, che sono organizzate in famiglie.

Nelle ultime cinque il bene della maggioranza si trova in contrasto con le passioni del singolo: di modo che il governo, operando per il bene della collettività, è obbligato a ricorrere alla costrizione. Ciò non accade nelle società ordinate in Serie, nelle quali il bene generale coincide con le passioni individuali al punto che l’amministrazione si limita a informare i cittadini dei provvedimenti adottati, come le imposte o le corvées. Tutto viene pagato, eseguito dalle Serie a una scadenza prefissata, dietro una semplice raccomandazione. Ma nelle cinque società incoerenti, è necessaria la costrizione anche per i provvedimenti di manifesta utilità, la cui adozione non causa alcuna fatica, alcun danno: per esempio l’unificazione dei pesi e delle misure. Se noi fossimo nel settimo periodo, il governo si sarebbe limitato ad informare i popoli dell’avvio dei lavori relativi e dell’imminente invio dei campioni; al loro arrivo, in ogni provincia, in ogni cantone, essi sarebbero stati messi in uso senza alcun ordine, e all’istante.

Quest’opposizione della seconda, della terza, della quarta, della quinta, della sesta società ai provvedimenti di utilità generale, si manifesta nelle corporazioni come negli individui; per esempio, in Turchia, gli organi dello Stato osteggiano, al pari del popolo, l’introduzione della disciplina militare di cui pure avvertono la necessità.

Le società, seconda, terza, quarta, quinta, sesta, che sono soggette all’indigenza, alle rivoluzioni, al matrimonio, alla frode, ecc., hanno la proprietà di suscitare ripugnanza, vale a dire di conoscersi e di intrattenere rapporti senza che alcuna di esse voglia imitare le altre. Noi conosciamo la società barbara senza volerne adottare le usanze; questa conosce le nostre senza volerle imitare; la medesima cosa avviene per le cinque società organizzate in famiglie incoerenti: come le belve, esse hanno la proprietà di essere incompatibili; e se tutte e cinque si trovassero faccia a faccia, nessuna vorrebbe assimilarsi ad una delle altre quattro. Ci sono delle eccezioni parziali a questa regola: la sesta società potrebbe esercitare una lieve attrazione sulla quinta.

La prima e la settima società, come tutte le altre società ordinate in Serie progressive, hanno la proprietà generale di attirare: l’unica eccezione è quella della prima società, che potrebbe suscitare una lieve attrazione sulle classi abbienti della quarta, della quinta e della sesta.

La settima società eserciterebbe una forte attrazione su tutte le classi abbienti o medie, benché essa non sia che un preludio della vera felicità, di cui si comincia a godere nell’ottava. Eppure la settima è già così felice, paragonata all’ordine civile, che se fosse possibile vederla d’un tratto costituita, molte persone deboli e sensibili verrebbero prostrate dall’emozione e dal rammarico, alla vista repentina di tanta felicità di cui non hanno goduto e della quale avrebbero potuto godere.

Quanto all’ottavo periodo che sta per nascere, al fine di dare un’idea della seduzione che esso eserciterà, mi servirò delle parole di un autore, il quale dice che se gli uomini potessero vedere Dio in tutta la sua gloria, la soverchia meraviglia causerebbe forse loro la morte: eh! cos’è mai questa gloria di Dio? Non è altro che il regno dell’ordine combinato che sta per instaurarsi e che è la più bella delle concezioni divine. Se potessimo vedere subitaneamente quest’ordine combinato, quest’opera di Dio, così come sarà nel pieno del suo funzionamento (come lo descriverò nei dialoghi dell’anno 2200), non v’è dubbio che molti uomini civili sarebbero colti dalla morte per la violenza della loro estasi. La semplice descrizione potrà suscitare in parecchi di loro, e soprattutto nelle donne, un entusiasmo che rasenterà la follia; e potrà renderli indifferenti agli svaghi, inetti ai lavori della triste Civiltà. È per attenuare la loro sorpresa che io lo annuncio molto in anticipo e che differirò sino alla terza memoria le descrizioni dell’ordine combinato e il raffronto tra le sue delizie e le sofferenze fisiche e morali che patiscono i Civili. Questo paragone, se non attuato con accorgimenti tali da smorzarne gli effetti, non potrebbe non esaltare e non gettare nella disperazione i più sventurati di loro: è a tale scopo che circonfonderò ad arte di un’aura di freddezza le prime memorie, e che le dedicherò ad aridi ragguagli sulle rivoluzioni generali del movimento e sulle insulsaggini degli uomini civili. Proseguo su questo argomento.

Poiché le società organizzate in famiglie incoerenti – la seconda, la terza, la quarta, la quinta, la sesta – hanno la proprietà di ispirare ripugnanza per il lavoro agricolo e manifatturiero, nonché per le scienze e le arti, in questi cinque ordinamenti sociali il fanciullo rilutta al lavoro e allo studio e diventa un vandalo non appena riesce a formare dei gruppi o bande, liberi e passionati. È una proprietà che molto stupisce nella specie umana questa generale tendenza dei fanciulli a distruggere quando li si lasci liberi. Il fanciullo acquista qualità opposte nelle società ordinate in Serie: egli lavora senza tregua e rende servigi incalcolabili, accaparrandosi spontaneamente tutte le piccole mansioni che dan lavoro da noi a gente di trent’anni. Infine, egli trova nelle Serie progressive l’educazione naturale: si istruisce senza che nessuno lo sproni o lo sorvegli. Non appena è in grado di camminare, lo si lascia arbitro di se stesso, senz’altra raccomandazione che di divertirsi finché ne avrà voglia con i gruppi dei suoi coetanei. Bastano l’emulazione, l’incentivo dato dalle Serie, perché questo fanciullo, giunto all’età di sedici anni, abbia già acquisito delle nozioni in tutte le branche delle scienze e delle arti e delle conoscenze pratiche in tutte le attività agricole e industriali del cantone. Queste svariate conoscenze non gli saranno costate nulla; anzi egli possiederà un piccolo tesoro, frutto dei numerosi lavori eseguiti durante l’infanzia, per emulazione, per Attrazione, e credendo di divertirsi, con le Serie di fanciulli che sono le più appassionate al lavoro (si veda qui di seguito la nota sulla gerarchia dell’Attrazione passionata). [Essa si sviluppa grazie al concorso di tre forze rivali e indipendenti: i fanciulli, le donne e gli uomini. Metto gli uomini al terzo posto perché l’Attrazione procede dal debole al forte: il che significa che l’assetto che susciterà Attrazione per il lavoro, solleciterà i fanciulli più intensamente dei padri e delle madri, e le donne più intensamente degli uomini; di modo che, nell’ordine combinato, saranno i fanciulli a dare il principale impulso al lavoro; e, dopo di loro, saranno le donne a indurre ad esso gli uomini. Non mi addentro in alcun particolare su affermazioni così incomprensibili; esse servono a fare intuire che il meccanismo dell’Attrazione sarà in ogni senso in contrasto con le opinioni degli uomini civili. Eh! non potrebbe essere altrimenti, poiché nulla è più opposto alla natura della Civiltà!].

Al di fuori delle Serie progressive, non può aversi educazione naturale. Quella che ogni fanciullo riceve nelle società a struttura incoerente, varia secondo il capriccio degli istitutori o dei padri e non ha niente a che vedere con i disegni della natura, la quale vuole indurre il fanciullo ad ogni genere di lavoro, facendolo variare quasi d’ora in ora. È in questo modo che egli lo pratica nell’ordine combinato, dove acquista un vigore e una destrezza prodigiosi, poiché è in movimento continuo e variato senza eccesso alcuno.

Al di fuori di esso i fanciulli divengono tristi, maldestri, deboli e rozzi: ecco per quale motivo la razza umana degenerò in meno di cinquant’anni, dopo la disgregazione delle prime Serie. Ma non appena l’ordine societario sarà ricostituito, la statura si innalzerà, non dico negli uomini fatti, ma nei fanciulli allevati in quest’ordine: la statura umana si eleverà di due-tre pollici ogni generazione, finché non avrà raggiunto la misura media di 84 pollici o 7 piedi per gli uomini. Essa raggiungerà questa misura in capo a nove generazioni. Il vigore e la longevità avranno un aumento di diversa entità fino alla sedicesima generazione. Allora la durata normale della vita sarà di 144 anni e le forze saranno in proporzione. [Non è ad arbitrio che indico come misura naturale il piede di re di Parigi: esso ha questa proprietà perché equivale alla trentaduesima parte dell’altezza dell’acqua nelle pompe aspiranti. Il pollice e la ligne di Parigi sono ulteriori suddivisioni della misura naturale; poiché secondo un naturale principio di economia, bisogna scegliere come basi di numerazione i numeri che contengono la maggior quantità di divisori comuni nella più piccola somma di unità. Dunque, si sarebbe dovuto scegliere il numero dodici e le sue potenze. Gli studiosi sono d’accordo su ciò, nonostante la consuetudine abbia fatto prevalere il numero dieci, che non è affatto adatto alla numerazione; poiché dieci e quattordici sono, tra tutti i numeri pari, i meno acconci alle suddivisioni. Questo numero dieci può andar bene per gli uomini civili, che seguono più l’abitudine che la ragione e che vedono ostacoli insormontabili nelle innovazioni più sagge. Ma quando si procederà ad organizzare in un sistema unitario tutte le relazioni del globo, come la lingua, i sistemi di misura, la numerazione, ecc., i numeri dieci e nove, usati in Europa e in Asia verranno sicuramente abbandonati].

Le facoltà intellettuali si svilupperanno più rapidamente: ritengo che dodici anni basteranno per trasformare in uomini quegli automi viventi cui si dà il nome di contadini, che nella loro estrema rozzezza sono più vicini alle bestie che alla specie umana.

Nell’ordine combinato, gli uomini più poveri, i semplici contadini nati da una Falange agricola, saranno iniziati ad ogni sorta di conoscenze; e questa generale perfezione non avrà niente di stupefacente, poiché l’ordine combinato indurrà per passione allo studio delle scienze e delle arti, le quali diverranno la via di una immensa ricchezza, così come si può vedere nella seconda parte di questa memoria.

La prima, la seconda, la terza società non comportano la grande industria agricola e manifatturiera: essa comincia a nascere soltanto nella quarta, nella Barbarie. Se già nella prima società fosse possibile la nascita della grande industria, al genere umano sarebbe risparmiata la calamità di passare attraverso i cinque periodi sventurati, i periodi secondo, terzo, quarto, quinto, sesto; ed esso balzerebbe immediatamente dal primo al settimo, vale a dire dalle Serie confuse semplici alle Serie incoerenti semplici. È, questo, un vantaggio di cui godono gli abitanti dei soli e quelli dei pianeti muniti di anelli, come Saturno; essi non sono soggetti alla sventura di divenire Selvaggi, Barbari e Civili: essi conservano l’organizzazione in Serie per tutto il corso della loro evoluzione sociale, e devono tale fortuna alla dovizia di prodotti che profonde da loro la prima creazione.

Questa prima creazione, che molto influisce sul destino dei globi, fu così avara sul nostro, che non poté fornire a lungo alle Serie progressive tutte le risorse necessarie alle loro attività. Queste Serie abbisognano di occupazioni molto numerose e molto varie; così esse non poterono costituirsi verso l’Equatore, dove Dio aveva creato alcune razze che furono subito ostacolate dal gran numero di bestie feroci, di rettili e di insetti che paralizzavano l’esercizio delle attività lavorative. Analogamente, era impossibile organizzare delle Serie progressive nelle due Americhe, dove mancavano i principali strumenti di lavoro, dato che non c’erano né cavalli, né buoi, né montoni, né suini, né pollame; identica penuria vi era nel regno vegetale e in quello minerale, poiché gli Americani mancavano di ferro e di rame.

In tempi posteriori, le Serie non hanno potuto formarsi nell’isola di Tahiti, dove pur c’era il germe dell’ordine societario, dato che vi era ammessa una certa libertà amorosa. Se quest’isola avesse avuto gli animali, i vegetali e i minerali più importanti dell’antico continente, al momento della sua scoperta vi si sarebbero trovate le Serie confuse pienamente costituite; e la sua popolazione avrebbe avuto una statura media di 74 pollici di Parigi e 2/3, statura originaria del genere umano, alla quale si tornerebbe in capo a qualche generazione in un paese in cui venisse riorganizzato il primo o il settimo periodo. Ho detto che gli uomini raggiungeranno gli 84 pollici nell’ottavo periodo, che è ancora più propizio ai progressi fisici e mentali della specie umana e degli animali domestici addetti al suo servizio.

È nella quarta società, nella Barbarie, che l’uomo comincia a creare la grande industria. Nella quinta, o Civiltà, vengono inventate le scienze e le arti, e da questo momento si dispone di tutto ciò che è necessario per riorganizzare le Serie progressive ed innalzarle a una grande prosperità. Il sesto periodo non è che un momento di transizione verso le Serie produttive, che si costituiscono parzialmente nel settimo.

La seconda società, quella selvaggia, e la quarta, quella barbara, sono società statiche e non tendono affatto a progredire verso un ordine superiore: i Selvaggi non hanno alcun desiderio di elevarsi all’ordine barbaro, che è superiore al loro sotto il profilo dell’economia; i Barbari rifiutano ostinatamente di elevarsi all’ordine civile. Queste due società, la selvaggia e la barbara, rimangono inesorabilmente ancorate ai loro costumi, buoni o cattivi che siano.

La terza, la quinta, la sesta società tendono, quale più, quale meno, a fare dei progressi; prova ne sia la Civiltà che si affanna in tutti i modi per conseguire dei miglioramenti: ogni giorno i sovrani sperimentano innovazioni amministrative; ogni giorno i filosofi propongono nuovi sistemi politici e morali. Così la Civiltà si arrabatta, sul piano teorico e su quello pratico, per giungere alla sesta società, senza riuscire a pervenirvi; poiché tale mutamento, lo ripeto, dipende da operazioni domestiche ed economiche e non dall’organizzazione amministrativa, di cui la filosofia esclusivamente si occupa, senza aver mai voluto meditare su nessuna innovazione di carattere domestico e societario.

Metto in luce un altro divario relativo alla pratica della verità: essa regna nelle società ordinate in Serie progressive, mentre in quelle organizzate in famiglie incoerenti regna la falsità.

Nelle prime, la pratica della verità assicura a ciascuno vantaggi maggiori della pratica della menzogna. Pertanto ogni individuo, virtuoso o scellerato che sia, ama e pratica la verità in quanto apre la strada della ricchezza. Da ciò deriva il fatto che nel corso di queste ventidue società, tutti i rapporti economici sono improntati alla più fulgida schiettezza.

Il contrario avviene nelle dieci società ordinate in famiglie incoerenti: in esse non si fa fortuna se non a furia di truffe e di raggiri; è logico perciò che la disonestà trionfi per tutta la durata di questi dieci periodi; si vede così che nella Civiltà, che è una delle società strutturate in famiglie, il successo arride solo alla frode, tranne alcune eccezioni così rare che valgono soltanto a confermare la regola.

La seconda società, quella selvaggia, e la sesta, il Garantismo, sono meno propizie alla menzogna dell’ordine civile; eppure sono ancora dei ricettacoli di impostura quando si faccia il confronto con la sfolgorante verità che regna nelle diciotto società ordinate in Serie progressive.

Da ciò deriva una conclusione che potrà parere una facezia, e che tuttavia verrà rigorosamente dimostrata: cioè che nelle diciotto società ad ordinamento combinato, il requisito più essenziale per il trionfo della verità, è l’amore delle ricchezze. Colui che nella Civiltà si abbandona a tutte le frodi possibili e immaginabili sarà nell’ordine combinato l’uomo più veritiero; poiché quest’uomo non truffa per il piacere di imbrogliare, ma solo per far fortuna: mostrategli, in un affare, un guadagno di mille scudi per un’impostura e uno di tremila per un comportamento leale, ed egli, per disonesto che sia, sceglierà la lealtà. È per questa ragione che gli uomini più subdoli diverranno subito i più zelanti amici della verità, in un ordine in cui essa condurrà a profitti celeri, mentre la pratica della menzogna non porterà che a una rovina certa.

Non c’è dunque nulla di più facile che far trionfare la verità su tutta la terra: basta, a tal fine, uscire dalle società seconda, terza, quarta, quinta e sesta, ed entrare nelle società organizzate in Serie progressive. È un mutamento che non può provocare il minimo disordine, poiché non attiene che a provvedimenti di carattere economico e domestico, che non hanno rapporto alcuno con l’amministrazione.

L’ordine combinato sarà strutturato in modo tale da produrre, sotto ogni profilo, dei contrasti sistematici con le nostre usanze, e sì da obbligarci a tutelare tutto ciò che noi chiamiamo vizio, come la golosità e la vita galante; i cantoni dove questi pretesi vizi saranno più sviluppati saranno quelli che porteranno a più alta perfezione la produzione e le cui azioni negoziabili saranno le più ricercate negli investimenti di capitali.

Per quanto stravaganti possano sembrare queste affermazioni, mi compiaccio di riportarle per imprimere negli intelletti una grande verità: e cioè che Dio ha dovuto conformare i nostri caratteri sì che si attaglino all’ordine combinato, che durerà 70.000 anni, e non perché si addicano all’ordine incoerente, destinato a durare solo 10.000 anni. Orbene, facendo una valutazione delle necessità dell’ordine combinato, voi vedrete che non vi è niente di vizioso nelle vostre passioni. Prendiamo come esempio un carattere qualunque, quello della casalinga.

Nell’ordine civile sarebbe da augurarsi che tutte le donne avessero propensione per le faccende domestiche, poiché sono tutte destinate a essere spose e ad occuparsi di un nucleo familiare incoerente. Tuttavia, se esaminate le tendenze delle fanciulle, dovrete riconoscere che di buone massaie ce n’è appena un quarto, e che i tre quarti non hanno inclinazione alcuna per tale genere di lavoro, mentre ne hanno molta per l’abbigliamento, la vita galante e licenziosa; voi ne concludete che i tre quarti delle fanciulle sono piene di vizi, mentre è il vostro meccanismo sociale che è viziato. Infatti, se come voi desiderate, tutte le pulzelle fossero appassionate alle cure domestiche, accadrebbe che i tre quarti del sesso femminile non potrebbero essere adatti all’ordine combinato che durerà 70.000 anni; poiché in tale ordine l’Associazione semplifica a tal punto i lavori domestici che essi non impegnano neppure un quarto delle donne che oggi bisogna adibirvi: sarà dunque più che sufficiente che tra le donne ci sia un quarto o un sesto di massaie. Dio ha dovuto rispettare questo rapporto, creare massaie in numero adeguato ai 70.000 anni di felicità e non ai 5.000 anni di sventura in cui ci troviamo. Come potrebbero andare d’accordo le donne nell’ordine combinato se si presentassero in quattrocento per un lavoro che non ne richiederà che cento? Ciò comporterebbe l’abbandono delle altre funzioni che saranno loro devolute, e ciascuno asserirebbe che Dio ha mostrato ben scarso senno nell’aver dato a tutte le donne quell’indole di casalinga che avrebbe dovuto limitare a un quarto di esse.

Concludiamo che le donne vanno bene così come sono, che i tre quarti di esse hanno ragione di trascurare le cure domestiche, e che non vi è di vizioso che la Civiltà e la filosofia, le quali sono incompatibili con la natura delle passioni e con i disegni di Dio, come spiegherò più diffusamente nel capitolo dedicato all’analisi dell’Attrazione.

Il ragionamento sarebbe il medesimo per ciascuna di quelle passioni che voi chiamate vizi. La teoria dell’ordine combinato vi mostrerà che tutti i nostri caratteri sono buoni e sapientemente distribuiti; che bisognerà assecondare e non correggere la natura. Un bambino vi sembra tutto vizi, perché è goloso, litigioso, lunatico, indisciplinato, insolente, curioso e indomabile; questo bambino è il migliore di tutti; quello che avrà maggiore zelo per il lavoro nell’ordine combinato: giunto all’età di dieci anni sarà innalzato di grado nelle più insigni Serie di fanciulli del cantone; e l’onore di presiederle alla parata e nel lavoro trasformerà per lui in un gioco le fatiche più ingrate.

Quanto al presente, ammetterò che questo bambino è ben insopportabile, e altrettanto dico di tutti i fanciulli; ma non ammetterò che ce ne sia qualcuno perverso. I loro pretesi vizi sono opera della natura; quelle inclinazioni alla gola, all’insubordinazione, che voi comprimete in tutti i fanciulli, sono loro instillate da Dio il quale ha ben saputo calcolare il suo piano di distribuzione dei caratteri. E ripeto che ciò che vi è di vizioso è la Civiltà che non consente né lo sviluppo né l’utilizzazione dei caratteri dati da Dio; che ciò che vi è di vizioso è la filosofia che non vuole ammettere che l’ordine civile è agli antipodi dei disegni della natura, poiché costringe a soffocare le più comuni tendenze dei fanciulli: come la gola e la monelleria nei ragazzi; il piacere dell’adornarsi e la vanità nelle ragazze; e anche quelle delle altre età, le cui inclinazioni o attrazioni sono tutte tali quali Dio le ha reputate necessarie per convenire all’ordine combinato, che è una sintesi, un dispiegarsi dell’Attrazione. È tempo di procedere un poco alla sua analisi, della quale nessuno ha mai pensato di occuparsi.

Sullo studio della natura attraverso l’Attrazione passionata

Se si paragona l’immensità dei nostri desideri con la scarsità dei mezzi che abbiamo per soddisfarli, sembra che Dio abbia agito sconsideratamente istillandoci sì prepotenti passioni di piacere; passioni che sembrano create per tormentarci suscitando mille desideri che non possiamo soddisfare neppure per la decima parte finché dura l’ordine civile.

È in base a queste considerazioni che i moralisti pretendono di correggere l’opera di Dio: moderare, reprimere le passioni che essi non sanno appagare e che neppure conoscono: poiché su dodici passioni che costituiscono gli impulsi principali dell’anima, essi non ne conoscono che nove; e per di più hanno delle conoscenze molto imperfette sulle quattro principali.

Queste nove passioni già note sono i cinque appetiti dei sensi, che esercitano un’influenza maggiore o minore su ciascun individuo, e i quattro appetiti semplici dell’anima, vale a dire:

6) Il gruppo d’amicizia.

7) Il gruppo d’amore.

8) Il gruppo di paternità o famiglia.

9) Il gruppo d’ambizione o corporazione.

I moralisti vogliono imprimere a queste nove passioni un corso contrario alle leggi della natura. Quanto non hanno declamato per duemila anni con l’intento di moderare e modificare i cinque appetiti dei sensi, con l’intento di convincerci che il diamante è una pietra vile, l’oro un vile metallo, che lo zucchero e gli aromi sono spregevoli, volgari prodotti; che le capanne, che la semplice e rozza natura sono preferibili ai palazzi dei re! È così che i moralisti volevano spegnere le passioni dei sensi; e non risparmiavano neppure quelle dell’anima. Quanto hanno blaterato contro l’ambizione! A sentir loro non bisogna desiderare che posti mediocri e poco remunerativi; se un impiego dà un reddito di centomila franchi, non bisogna accettarne che diecimila, in omaggio alla morale. Essi sono molto più ridicoli nelle loro opinioni sull’amore: vogliono che vi regni la costanza e la fedeltà, così incompatibili con le leggi della natura e così uggiose per i due sessi che nessun essere vi si sottomette quando gode di una piena libertà.

Tutte queste fisime filosofiche dette doveri, non hanno niente a che vedere con la natura: il dovere proviene dagli uomini, l’Attrazione proviene da Dio. Orbene, se si vogliono conoscere i disegni di Dio, bisogna studiare l’Attrazione, la natura sola, senza alcuna considerazione del dovere, che varia in ogni tempo e in ogni luogo; mentre la natura delle passioni è stata e resterà immutabile presso tutti i popoli.

Diamo un esempio di questo studio: lo trarrò dai rapporti che esistono tra l’amore paterno e quello filiale.

I moralisti vogliono sancire la parità d’affetto tra padri e figli: essi invocano a questo proposito sacri doveri su cui la natura non è affatto d’accordo. Per scoprire i suoi voleri, dimentichiamo ciò che deve essere, ciò che viene imposto come dovere, e analizziamo ciò che è. Troveremo che l’affetto del padre verso il figlio è circa il triplo, oppure che quello dei figli verso i padri è la terza parte. La sproporzione pare enorme e ingiusta dalla parte dei figli; ma che essa sia ingiusta e riprovevole non importa in uno studio in cui bisogna analizzare ciò che è e non ciò che deve essere.

Se invece di voler correggere le passioni, si vuole indagare per quali motivi la natura imprima loro un corso così differente dal dovere, ci si accorgerà ben presto che questi sacri doveri non hanno rapporto alcuno con la giustizia; prova ne sia la questione di cui stiamo trattando: la sproporzione tra i due amori, quello filiale e quello paterno. Vedremo che la loro disparità è fondata su motivi del tutto plausibili, e che i figli non devono rendere in cambio che un terzo dell’amore che portano loro i genitori. Eccone tre ragioni.

1) Sino all’epoca della pubertà il figlio ignora in che consista la qualità di padre e di genitore: nella tenera età in cui si sviluppa il suo affetto filiale egli non può apprezzare tale attributo. Gli si cela con cura la natura dell’atto attraverso cui si realizza la paternità. Egli dunque, a quell’epoca, non può essere capace che di amore simpatico e non di amore filiale. Non bisogna esigere il suo attaccamento a titolo di gratitudine per le cure prestate alla sua educazione: questa riconoscenza riflessa è al di sotto delle facoltà morali di un fanciullo. Pretendere un amore ragionato da un essere incapace di riflessione significa essere più infantili di lui; d’altra parte tale gratitudine è amicizia e non amor filiale, amore che il fanciullo in tenera età non può né conoscere né provare.

2) Il fanciullo nell’età di mezzo, dai sette ai quattordici anni, è ossessionato dalle rampogne dei genitori, che, nei ceti popolari, sono condite con percosse brutali; e poiché il fanciullo non ha raziocinio sufficiente per apprezzare la necessità di una costrizione che gli viene imposta, è logico che la misura del suo affetto sia in rapporto alle premure che riceve. Così, di frequente, si vede che un avo, un vicino, un domestico, gli sono più cari di chi gli ha dato la vita; e i padri non hanno alcun diritto di lagnarsene: se essi hanno un po’ di sagacia dovrebbero sapere che il fanciullo (per i motivi sopra addotti) non è capace che di amore simpatico, e che tale amore si instaura in ragione della dolcezza e del discernimento che i padri sanno mettere nell’esercizio delle loro funzioni paterne.

3) Il fanciullo, quando all’epoca della pubertà viene a sapere in che consiste la qualità di padre e di madre, scopre i motivi interessati dell’amore che nutrono per lui: tali motivi sono il ricordo rimasto loro delle gioie della procreazione, le speranze aperte dalla sua nascita alla loro ambizione o alla loro debolezza, e le distrazioni che egli ha loro procurato nell’infanzia, quando era la delizia delle loro ore di riposo. Sulla base di quanto il fanciullo viene a sapere all’età della ragione, egli non può pensare di dover molto ai suoi genitori per aver loro procacciato tanti piaceri di cui non è stato partecipe. La consapevolezza di ciò vale a intiepidire piuttosto che ad accrescere il suo affetto. Egli si rende conto d’essere stato generato per amore del piacere e non per amore verso di lui; che i suoi genitori l’hanno messo al mondo magari controvoglia, sia che essi abbiano per inavvedutezza aumentato una prole già troppo numerosa, sia che abbiano desiderato un figlio di sesso diverso. Per farla breve, all’epoca dell’adolescenza, quando nel figlio può cominciare a nascere l’amor filiale, mille considerazioni vengono a sminuire il prestigio, e persino a svilire ai suoi occhi l’importanza che si attribuisce alla paternità. Allora, se i genitori non hanno saputo accattivarsi la sua stima e la sua amicizia, non vedranno nascere in lui amor filiale, neppure quel contraccambio di un terzo che la natura ha determinato quale debito dei figli verso i genitori; contraccambio che apparirà sufficiente quando si apprenderà che l’educazione non procura ai padri la più piccola angustia nell’ordine combinato, al quale il globo sta per passare, e per il quale sono state preordinate le nostre passioni.

Per il momento, se le cure dell’educazione sembrano conferire ai padri diritti illimitati all’amore dei figli, ciò accade perché non si è mai tenuto conto delle tre attenuanti che ho appena fatto rilevare:

1) Ignoranza da parte dei figli in tenera età delle caratteristiche della paternità.

2) Avversione che essi provano nell’età di mezzo per l’abuso o l’esercizio malinteso dell’autorità paterna.

3) Contrasto che essi rilevano nell’adolescenza tra le alte pretese dei padri e i fittizi meriti su cui si fondano.

Se si tiene conto di altre considerazioni accessorie, come le preferenze paterne da cui il figlio è giustamente ferito, si comprenderà perché il discendente non provi di solito che un terzo dell’affetto che verso di lui nutre l’ascendente; se ne prova di più, è effetto di simpatia e non conseguenza della consanguineità. Così si vede spesso che il figlio ha per uno dei genitori un attaccamento due o tre volte superiore a quello che ha per l’altro, i cui diritti sono ai suoi occhi gli stessi, ma il cui carattere non gli si confà.

Queste sono verità che gli uomini civili non vogliono né riconoscere né prendere come base delle loro speculazioni sociali. Aridi di gioie, vogliono fiumi d’illusioni; così si arrogano un diritto di proprietà sull’affetto del più debole. Sono sposi? essi pretendono che una moglie li ami senza riserve; e si sa fino a qual punto siano fondate le loro pretese. Sono padri? vogliono essere degli dèi, dei modelli agli occhi dei loro figli e gridano all’ingratitudine se non ottengono da essi che la dose d’amore che hanno meritato. In mancanza di un attaccamento verace, si pascono di rappresentazioni menzognere; amano che vengano loro sciorinate nei romanzi e nelle commedie effusioni d’amor filiale e di fedeltà coniugale di cui non si trova neppure l’ombra nelle famiglie. I Civili, pascendosi di tali chimere morali, diventano incapaci di studiare le leggi generali della natura; non le vedono che nelle loro fantasie e nelle loro dispotiche pretese, e accusano d’ingiustizia la natura, senza voler ricercare il fine cui tendono le sue disposizioni.

Per scoprire questo fine sarebbe stato necessario, senza fermarsi alle idee di dovere, procedere all’analisi di quell’Attrazione passionata che ci pare volta al male perché ne ignoriamo gli scopi, ma che, cattiva o no, non è mai stata oggetto di un’analisi sistematica.

Perché il lettore badi a distinguere l’Attrazione dal dovere e studi l’Attrazione indipendentemente da ogni pregiudizio sul dovere, darò, nella terza parte di questa memoria, un altro capitolo su questo argomento, quello dei contro-movimenti composti, nel quale si vedrà ancora che, essendo l’Attrazione irreprimibile nonostante contrasti con il dovere, bisogna alfine arrendersi a questa sirena e studiare le sue leggi invece di imporle le nostre, di cui essa si è presa e si prenderà gioco in eterno per il trionfo di Dio e la mortificazione dei nostri mutevoli sistemi.

Attrazione Passionata

Ci sono tre centri o fuochi d’Attrazione verso cui tendono le umane passioni, in tutti i luoghi, in tutti i ceti, in tutte le età.

Questi centri d’Attrazione sono:

1) Il lusso dei cinque sensi.

2) Le Serie progressive.

3) L’unità universale.

L’anima è spinta senza posa verso queste tre mete da dodici impulsi o passioni radicali, dal cui ceppo derivano tutte le altre. Ci sono:

5 passioni materiali, o appetiti dei sensi, che tendono al lusso.

4 passioni spirituali, o appetiti semplici dell’anima, che tendono ai legami affettivi, ai quattro gruppi di cui ho parlato e alle Serie di gruppi.

3 passioni sublimanti, o appetiti composti dell’anima, che tendono all’unità sociale e universale.

Queste tre ultime che chiamo sublimanti (e che sarebbe meglio designare col nome di meccanizzanti), sono a malapena conosciute dagli uomini civili. Non ne trapelano che dei barlumi, che destano l’ira furente dei moralisti, nemici accaniti dei piaceri. L’influenza di queste tre passioni è sì tenue e il loro apparire sì raro che non sono state neppure classificate distintamente: ho dovuto dar loro la denominazione di ingranante, variante e graduante, ma preferisco indicarle coi numeri 10, 11, 12; e indugio a darne la definizione, che non si potrebbe mai credere che Dio, malgrado la sua infinita potenza, potesse mai inventare un ordine sociale capace di appagare tre passioni sì avide di voluttà.

Le sette passioni, le spirituali e le sublimanti, dipendono dallo spirito più che dalla materia: esse hanno il rango di primarie. La loro azione combinata genera una passione composta, cioè risultante dalla riunione delle altre sette, così come il bianco è formato dalla combinazione dei sette colori dell’iride. Designerò questa tredicesima passione col nome di armonismo: essa è ancora più sconosciuta della decima, dell’undecima e della dodicesima, di cui non ho affatto parlato; ma, pur senza conoscerle, è possibile fare delle considerazioni sulla loro generale influenza; cosa che mi accingo a compiere.

Benché queste quattro passioni, la decima, la undecima, la dodicesima e la tredicesima, siano completamente represse dalle nostre costumanze civili, pure il loro germe è presente nelle nostre anime: esso ci assilla, ci sollecita a seconda che abbia maggiore o minor vigore nel singolo individuo. È per questo che molti uomini civili vivono la loro vita insoddisfatti, anche quando possiedono tutto ciò che desiderano: testimone ne sia Cesare, il quale, assurto al dominio del mondo, si stupì di non trovare in sì alto rango che vuoto e tedio. Questa insoddisfazione di Cesare non era da imputarsi ad altro che all’azione delle quattro passioni represse, e soprattutto a quella della tredicesima, che esercitava sul suo animo una pressione molto intensa; tanto meno, di conseguenza, egli godeva della sua fortuna, in quanto l’avvento alla suprema carica non gli lasciava nulla da bramare che potesse distrarlo e che fungesse da diversivo al tormento di quella tredicesima passione che in lui dominava.

La stessa iattura colpisce abbastanza comunemente i grandi uomini della Civiltà: essendo il loro animo fortemente agitato dalle quattro passioni che non trovano sfogo, non bisogna stupirsi se spesso si vede l’uomo del volgo pago di una mediocre felicità più di quanto non lo siano i grandi dei loro splendidi piaceri. Quelle alte mete tanto decantate, il trono, il potere ecc., sono senza dubbio un bene reale, checché ne dicano i filosofi; ma hanno la prerogativa di eccitare ulteriormente e non di soddisfare le quattro passioni compresse; ne deriva che la classe media può godere di più con mezzi minori, perché le sue abitudini borghesi non sollecitano che le prime nove passioni, a cui l’ordine civile consente un qualche sviluppo, mentre non lascia alcuna possibilità di estrinsecarsi alle tre sublimanti e all’armonismo.

In generale, all’influenza delle tre sublimanti si devono i caratteri che vengono tacciati di corruzione e che son detti libertini, depravati ecc.; all’influenza della tredicesima o armonismo si devono quelli che vengono definiti originali, persone per le quali il vivere in questo mondo è arduo, e che non riescono ad adattarsi alla vita civile.

I Barbari non sono per nulla toccati da queste quattro passioni che il loro tipo di società non suscita affatto: così essi sono più soddisfatti di noi con le loro brutali abitudini derivanti dalle passioni materiali e spirituali, le sole dalle quali essi siano mossi.

Ricapitolando, se solo nell’ordine delle Serie di gruppi o ordine combinato vi è perfetta felicità per il genere umano, ciò dipende dal fatto che esso assicura un pieno sviluppo alle dodici passioni radicali e, di conseguenza, alla tredicesima, che è una combinazione delle sette principali. Ne consegue che, in questo nuovo ordine sociale, il meno fortunato degli individui, uomo o donna, sarà molto più felice di quanto non lo sia oggigiorno il più grande dei re; poiché la vera felicità non consiste che nell’appagamento di tutte le proprie passioni.

Le dodici passioni radicali si suddividono in molteplici varietà che dominano, quale più, quale meno, in ogni individuo: ne risultano dei caratteri infinitamente differenziati, ma che si possono ricondurre a ottocento principali. La natura li distribuisce a caso tra i bambini dei due sessi; di modo che, tra ottocento fanciulli riuniti senza selezione alcuna, è possibile trovare il germe di tutte le perfezioni cui possa innalzarsi l’ingegno umano; il che significa che ciascuno di essi sarà naturalmente dotato dell’attitudine necessaria per eguagliare uno degli esseri più eccezionali comparsi sulla terra, come un Omero, un Cesare, un Newton, ecc. Di conseguenza, se dividiamo per ottocento la cifra di trentasei milioni alla quale ammonta la popolazione della Francia, troveremo che in questo impero ci sono quarantacinquemila individui che sarebbero in grado di eguagliare Omero, quarantacinquemila che sarebbero in grado di eguagliare Demostene, ecc., se fossero stati presi all’età di tre anni ed avessero ricevuto l’educazione naturale che sviluppa tutti i germi di talento elargiti dalla natura. Ma questo tipo di educazione può essere attuato soltanto nelle Serie progressive o ordine combinato: è agevole comprendere quale schiera di menti insigni vi sarà in questo nuovo ordine, in tutti i campi, visto che la sola popolazione della Francia ne potrebbe fornire quarantacinquemila per ogni singola attività. Di conseguenza, quando il globo sarà organizzato e portato al totale di tre miliardi, ci saranno normalmente sul globo trentasette milioni di poeti pari ad Omero, trentasette milioni di geometri pari a Newton, trentasette milioni di uomini di teatro pari a Molière e così via per tutti gli ingegni immaginabili (queste sono valutazioni approssimative).

È dunque un grave errore credere che la natura sia avara di talenti; essa ne è prodiga molto al di là dei nostri desideri e delle nostre necessità; ma dovete ancora imparare a scoprirne e a svilupparne i germi; cosa in cui voi siete tanto ignoranti quanto un Selvaggio può esserlo in ciò che concerne la scoperta e lo sfruttamento delle miniere. Non avete nessun sistema, nessuno strumento di verifica per discernere a che cosa la natura destini gli individui, quali germi essa abbia infuso nelle loro anime: questi germi sono conculcati, soffocati dall’educazione civile, e a malapena se ne salva uno su un milione; l’arte di scoprirli sarà una delle mille meraviglie che vi insegnerà la teoria delle Serie progressive, in seno alle quali ciascuno sviluppa e perfeziona al massimo grado i differenti germi di talento che la natura gli ha dispensato.

Se gli ottocento caratteri sono distribuiti a caso tra i vari fanciulli, non bisogna stupirsi del contrasto che frequentemente si riscontra tra padri e figli; contrasto da cui è nato il proverbio: “A padre avaro, figlio prodigo”. Da ciò dipendono i continui rovesci delle fortune familiari: un padre impianta con grandi spese e dure fatiche un’azienda che sarà trascurata, lasciata andare in rovina e venduta dal figlio che avrà interessi assolutamente diversi. Ciò è per i padri motivo di incessanti invettive contro la natura; il nuovo ordine sociale darà una giustificazione a tutte queste apparenti ingiustizie della natura, anche a quelle che maggiormente indignano, come l’abbandono del povero che è tanto meno protetto quanto più ha bisogno di soccorso e di lavoro, mentre il ricco che non ha bisogno alcuno, si vede sempre più ricolmo dei favori della fortuna e di offerte di lavoro. Questo influsso di un genio malefico balza evidente in ogni aspetto della Civiltà: essa mostra in tutti i modi la natura accanita contro il povero, il giusto e il debole; ovunque si riconosce l’assenza di una provvidenza divina e l’incessante dominio dello spirito del demonio, il quale lascia che talvolta baleni qualche barlume di equità perché si apprenda che la giustizia è bandita dalla società civile e da quella barbara:

Non so quale sia l’ingiusta potenza
che sempre lascia in pace il colpevole e perseguita l’innocente.
Da qualsiasi parte io mi consideri
non vedo che disgrazie che fanno torto agli Dèi.
Racine, Andromaca.

Queste disfunzioni temporanee vi sembreranno disposizioni della più alta sapienza quando, grazie alla teoria dell’Attrazione, avrete constatato che l’ordine civile ha la proprietà di fare sviluppare le dodici passioni radicali invertendone il corso generale, e di produrre costantemente tante iniquità e tanti orrori quanto, in giustizia e benefici, queste passioni avrebbero prodotto nel loro corso diretto e nel loro sviluppo combinato. Voi ammirerete la concatenazione regolare delle calamità con cui Dio vi opprime e continuerebbe ad opprimervi finché vi ostinaste a vivere nell’incoerenza produttiva; riconoscerete che queste pretese bizzarrie del gioco delle passioni attengono a profondi calcoli coi quali Dio vi appresta un’immensa felicità nell’ordine combinato; apprenderete infine che quell’Attrazione passionata che i vostri filosofi tacciano come vizio e immoralità è la più sapiente e la più mirabile delle opere di Dio; poiché essa sola, senz’altro freno e senz’altro ausilio che la lusinga del piacere, essa sola istituirà sul globo l’unità universale e farà scomparire le guerre, le rivoluzioni, l’indigenza e l’ingiustizia per tutto il corso dei settantamila anni di armonia sociale in cui stiamo per entrare. Passo ora a parlare delle società incoerenti in cui viviamo.

Caratteri, connessioni e fasi dei periodi sociali

Ciascun periodo sociale ha un numero fisso di caratteri o proprietà costitutive: per esempio, la tolleranza religiosa è carattere del sesto periodo e non del quinto; l’ereditarietà del trono è carattere del quinto e non del quarto, ecc.

Dire che i caratteri derivano dal gioco delle sette passioni primarie, che sono in numero diverso a seconda dei periodi, significherebbe far nascere il desiderio di una definizione delle sette passioni primarie o radicali, delle quali non voglio trattare in questa prima memoria.

Per parlare soltanto della Civiltà o quinto periodo, dirò che essa ha sedici caratteri, di cui quattordici connessi al gioco diretto e inverso delle sette passioni primarie, e due dovuti allo sviluppo inverso della passione armonismo.

Ogni società mischia ai propri, in misura maggiore o minore, dei caratteri mutuati dai periodi superiori o da quelli inferiori; per esempio, i Francesi hanno recentemente unificato i rapporti economici e amministrativi. Questa unitarietà, che è uno dei caratteri del sesto periodo, si è introdotta con la generale adozione del sistema metrico e con il Codice civile napoleonico, la cui istituzione contrasta con l’ordinamento civile che ha, tra i suoi caratteri, la frammentarietà dei rapporti economici e amministrativi. Su questo punto, dunque, noi ci siamo allontanati dalla Civiltà e ci siamo innestati nel sesto periodo. Vi ci siamo innestati anche per altri motivi, e segnatamente per la tolleranza religiosa. Gli Inglesi, che praticano un’intolleranza degna del dodicesimo secolo, sono, sotto questo profilo, più Civili di noi. Del pari i Tedeschi sono più Civili di noi per quanto concerne la frammentarietà delle leggi, dei costumi e dei rapporti economici: si incontrano ad ogni passo, in Germania, unità di misura, monete, leggi e usi differenti, grazie ai quali uno straniero viene derubato e imbrogliato molto più facilmente che se ci fosse un’unica misura, un’unica moneta, un unico codice, ecc. Questa babele di rapporti va a meraviglia per il meccanismo civile, il cui fine è di elevare la frode al massimo grado: punto cui si perverrebbe se avessero pieno sviluppo i sedici caratteri propri della Civiltà.

Eppure i filosofi sostengono che si è perfezionata la Civiltà, adottando la tolleranza religiosa, l’unità economica e amministrativa. Questo significa esprimersi molto male: bisognava dire che si è perfezionato l’ordine sociale e si è fatta decadere la Civiltà. Infatti se si adottassero uno dopo l’altro i sedici caratteri del sesto periodo, ne risulterebbe l’annientamento totale della Civiltà: la si sarebbe distrutta credendo di perfezionarla. La società sarebbe meglio organizzata, ma ci troveremmo nel sesto, e non nel quinto periodo. Queste distinzioni di caratteri portano a una bella conclusione; e cioè che il poco bene che si trova nella società civile non è dovuto che a disposizioni contrarie alla Civiltà.

E se si vuole peggiorare ulteriormente la Civiltà, bisognerà introdurvi caratteri propri del Patriarcato, che le si confanno alla perfezione: per esempio, l’emancipazione commerciale, o facoltà di vendere con pesi falsi, con false misure, di propinare merci contraffatte, come balle di cotone con dentro delle pietre. Tutte queste mariolerie in Cina sono consentite dalla legge: là ogni mercante vende impunemente con pesi falsi, impunemente vende derrate adulterate. Voi acquisterete a Canton un prosciutto di bell’aspetto e, aprendolo, non vi troverete che un mucchio di terra dolosamente ricoperto di fette di carne. Ogni mercante ha tre bilance: una che segna di più per imbrogliare gli acquirenti; una che segna di meno per imbrogliare i fornitori; e una esatta per suo uso personale. Se cascate in tutte queste truffe, il magistrato e il pubblico rideranno alle vostre spalle; vi informeranno che in Cina c’è l’emancipazione commerciale, e che, con questo preteso vizio, il vasto impero cinese si mantiene in vita da 4000 anni meglio di qualunque Stato d’Europa. Dal che si può concludere che il Patriarcato e la Civiltà non hanno niente a che vedere con la giustizia e con la verità, e possono sostenersi benissimo senza dare accesso alla giustizia e alla verità, la cui pratica è incompatibile con i caratteri di queste due società.

Senza definire i caratteri dei diversi periodi, ho fatto intuire che alcuni di essi spesso assumono quelli dei periodi superiori o inferiori. È senza dubbio un male introdurre caratteri dei periodi inferiori, come l’ammissione legale del peso falso, che è mutuata dal terzo periodo, l’affiliazione ai club, che è un “giannizzariato” civile, e un innesto nel quarto periodo o Barbarie.

Non è sempre un bene introdurre un carattere di un periodo superiore: in alcuni casi esso può snaturarsi a causa di tale trapianto politico e sortire effetti negativi; prova ne sia il libero divorzio che è un carattere del sesto periodo e che ha provocato un tale scompiglio nella Civiltà che si è stati costretti a fissargli limiti ristrettissimi. Eppure il libero divorzio è un costume molto salutare nel sesto periodo, dove contribuisce egregiamente all’armonia domestica. Il fatto è che lì esso si combina con altri caratteri che non esistono nella Civiltà. Da ciò si vede che ci sono delle precauzioni da rispettare quando si immette il carattere proprio di un periodo in un altro, come quando si trasferisce una pianta in un ambiente che non è il suo. Ci si è ingannati credendo che la tolleranza religiosa potesse addirsi agli uomini civili senza restrizione di sorta: a lungo andare, negli Stati agricoli, essa produrrebbe più male che bene, se si estendesse anche alle religioni che hanno qualcosa dei costumi del quarto, del terzo e del secondo periodo, come il maomettismo, il giudaismo e l’idolatria. Attualmente la loro ammissione è assolutamente indifferente, dato che la Civiltà è prossima alla sua fine.

Ciascuna delle società incoerenti avverte, in maggiore o minor grado, il bisogno dei caratteri del periodo superiore. Non ve n’è alcuna che senta questo bisogno più imperiosamente della Civiltà; i suoi caratteri, per esempio l’ipocrisia che regna nei rapporti amorosi, costituiscono per essa motivo di aperta autocritica. I teatri, i romanzi, i circoli, non risuonano che di frizzi su quest’argomento; e queste facezie, per quanto insipide a furia d’esser dette e ridette, si ripetono ogni giorno come se fossero nuove. Loro bersaglio sono soprattutto le donne; e mal a proposito, che i due sessi fanno a gara nell’ingannarsi nei loro amori. Se gli uomini sembrano meno ipocriti, è perché la legge lascia loro maggior libertà d’azione e dichiara marachella per il sesso forte ciò che è crimine per quello debole. A ciò si obietta che le conseguenze dell’infedeltà sono ben diverse nell’uno e nell’altro sesso; ma esse sono identiche quando una donna è sterile, o quand’ella tenga con sé la propria creatura, senza attribuirla a un uomo che la rinnega.

Se la legge avesse consentito alle donne il libero amore in questi due casi, avremmo visto diminuire quell’ipocrisia amorosa cui vanno i nostri ingiusti sarcasmi; e avremmo potuto, senza inconveniente alcuno, adottare il libero divorzio. Così gli uomini civili, in conseguenza della loro mentalità tirannica nei riguardi delle donne, non sono riusciti a passare al sesto periodo, al quale li avrebbe condotti la legge di cui ho parlato.

C’era un modo molto più semplice perché sia le donne che gli uomini giungessero a improntare i loro rapporti sentimentali a un’estrema franchezza e perché il corpo sociale pervenisse alla libertà amorosa, con un’operazione indiretta e puramente economica: si tratta dell’Associazione domestica progressiva o Tribù a nove gruppi, che è l’ordinamento domestico del settimo periodo sociale, di cui parlerò nella seconda parte.

Vi è, in ogni periodo, un carattere che ne costituisce il perno meccanico, e la cui presenza o assenza determina il passaggio a un altro periodo. Questo carattere attiene sempre all’amore: nel quarto periodo è la soggezione assoluta della donna; nel quinto è l’unione monogamica e le libertà civili della sposa; nel sesto è la corporazione amorosa che assicura alle donne il privilegio di cui ho parlato sopra. Se i Barbari adottassero la monogamia passerebbero in breve alla Civiltà, in virtù di questa sola innovazione; se noi ammettessimo la reclusione e la tratta delle donne diventeremmo in breve tempo Barbari per effetto di questa sola misura; e se introducessimo le garanzie amorose, quali vigono nel sesto periodo, troveremmo in quest’unica istituzione una via d’uscita dalla Civiltà e una via d’accesso al sesto periodo.

In linea generale, il carattere che funge da perno, carattere che concerne sempre i costumi amorosi, dà origine a tutti gli altri, mentre i caratteri derivati non fanno nascere quello cardinale e non portano che molto lentamente al cambiamento di periodo: dei Barbari potrebbero adottare sino a dodici dei sedici caratteri civili e restare ancora Barbari, se non introducessero il carattere cardinale, la libertà civile delle donne vincolate da un’unione monogamica.

Se Dio ha attribuito ai costumi amorosi una così grande influenza sul meccanismo sociale e sulle metamorfosi che esso può subire, ciò è dipeso dal suo orrore per l’oppressione e la violenza: egli volle che la felicità o l’infelicità delle società umane fossero proporzionate alla repressione o alla libertà che esse avrebbero ammesso. Orbene, per Dio non è libertà se non quella che si estende ai due sessi e non si limita a uno solo; così egli volle che tutti gli elementi originati dagli orrori sociali, quali la società selvaggia, quella barbara e quella civile, non si imperniassero che sull’asservimento delle donne; e che tutti i germi del bene sociale, quali il sesto, il settimo e l’ottavo periodo, non avessero altro cardine, altro punto di riferimento, che il progressivo affrancamento del sesso debole.

Queste verità non saranno gradite ai Civili: essi giudicano le donne dai loro costumi attuali, dagli infingimenti cui le costringono le nostre usanze, negando loro ogni libertà; essi credono che tale doppiezza sia l’attributo naturale e invariabile del sesso femminile. Eppure, se si nota già tanta differenza tra le dame delle nostre capitali e le odalische di un serraglio, che si credono degli automi destinati al sollazzo degli uomini, quanto maggiore ancora sarebbe la differenza tra le nostre donne e quelle di una società evoluta, dove il sesso debole fosse elevato a una completa libertà! E quale carattere la libertà svilupperebbe in tali donne? Ecco dei quesiti che i filosofi si guarderebbero bene dal sollevare: animati da uno spirito vessatorio, da una segreta avversione nei confronti delle donne, essi le abituano con complimenti insulsi ad obliare, inebetendosi, il loro servaggio; e scacciano sin l’idea di ricercare come si comporterebbero le donne in un ordine sociale che alleviasse le loro catene.

Ci sono sempre quattro fasi in ciascuno dei trentadue periodi del movimento sociale. Di conseguenza, ogni periodo sociale, come la Barbarie, la Civiltà o altri, può dividersi in quattro età: infanzia, adolescenza, declino e senescenza. Nella terza parte di questa memoria descriverò le quattro fasi della Civiltà: essa è attualmente nella terza fase, in declino. Mi spiego meglio sul significato di tale espressione.

Una società può declinare per effetto dei suoi progressi sociali: i Selvaggi delle isole Sandwich e dell’Ohio, che adottano alcune forme di industria agricola e manifatturiera, migliorano senza dubbio il loro assetto sociale, ma per tale motivo si allontanano dall’ordine selvaggio, che, tra i suoi caratteri, annovera la ripugnanza per l’agricoltura. Queste tribù delle isole Sandwich e dell’Ohio ci offrono dunque il quadro di una Società selvaggia che declina per effetto dei progressi sociali.

Analogamente possiamo dire che gli Ottomani sono dei Barbari in declino, poiché essi accolgono diversi caratteri della Civiltà, come l’ereditarietà del trono e altre usanze che, essendo vicine alle consuetudini civili, comportano il decadere della Barbarie. Prima della deposizione di Selim III essi avevano adottato la tattica militare che è un carattere della Civiltà; essi hanno perfezionato la loro Barbarie, sopprimendo l’esercito regolare, la cui importazione era un provvedimento antibarbaro e un innesto nella Civiltà.

Questi esempi dovrebbero bastare a chiarire quanto ho detto sopra, e cioè: che una società può declinare per effetto dei progressi sociali.

La prima, la seconda, la terza società ci perdono decadendo, perché il loro declino le avvicina alla quarta, alla Barbarie, che è la peggiore di tutte. Ma la quarta, la quinta, la sesta, la settima, ci guadagnano, perché il loro declino le avvicina all’ottava, che è via d’accesso all’ordine combinato.

Le quattro fasi di infanzia, adolescenza, declino e senescenza, hanno ciascuna degli attributi specifici. Per esempio, la prima fase della Civiltà ha come attributi l’unione monogamica nonché la schiavitù dei lavoratori della terra: tale era la struttura sociale dei Greci e dei Romani, i quali si trovavano soltanto nella prima fase della Civiltà. La seconda e la terza fase hanno pure i loro attributi. Quando indicherò gli attributi delle quattro fasi della Civiltà, si vedrà che i filosofi hanno fatto di tutto per ritardarne il corso, per mantenerla nella fase d’infanzia; che è il caso che ci ha portato dalla prima alla seconda fase, dalla seconda alla terza; e che, dopo tale progresso, i filosofi hanno avuto l’abilità di arrogarsi il vanto di miglioramenti cui essi non avevano mai pensato prima che li arrecasse la sorte.

Ne ho già dato la prova, rilevando che presso i Greci e i Romani non c’è stato nessun filosofo che abbia proposto delle misure per l’emancipazione degli schiavi: mai essi si occuparono della sorte di quegli sventurati, che Vedio Pollione faceva divorare vivi dalle lamprede per la più piccola infrazione che avessero commesso e che gli Spartani sgozzavano a migliaia, per diminuirne il numero, quando si moltiplicavano eccessivamente. Mai i filantropi di Atene e di Roma si degnarono di interessarsi alla loro sorte né di insorgere contro tali atrocità. Allora essi pensavano che la Civiltà non potesse esistere senza schiavi; essi credono sempre che la scienza sociale sia giunta all’apice, e che ciò che si conosce come il meglio sia il meglio possibile: così, vedendo che l’ordine civile era un po’ meno peggio di quello barbaro e di quello selvaggio, ne hanno dedotto che la Civiltà era la migliore società possibile e che non se ne sarebbero scoperte altre.

Tra i diversi periodi sociali ci sono delle società miste o bastarde, che racchiudono in parti uguali caratteri di più periodi. La società russa è un misto del quarto e del quinto periodo, di Barbarie e di Civiltà. La società cinese è la più singolare che ci sia sul globo, sotto il profilo delle commistioni; poiché essa presenta, in quantità pressoché uguali, caratteri del Patriarcato, della Barbarie e della Civiltà. Così i Cinesi non sono né Patriarcali né Barbari né Civili.

Le società miste, come quella russa e quella cinese, hanno le proprietà degli animali bastardi, come il mulo: cioè di avere più tare, e ciò nonostante maggior vigore, delle società originarie da cui hanno tratto i caratteri.

È estremamente raro e pressoché impossibile trovare una società pura, esente da alterazioni, e che non abbia qualche carattere mutuato dal periodo inferiore o superiore. Ho fatto osservare che i Barbari dell’Asia hanno quasi tutti adottato la monarchia ereditaria, che è un carattere della Civiltà e una deroga all’ordine barbaro: quest’ordine è più puro ad Algeri, dove il trono appartiene legalmente al primo occupante. Ho già rilevato che vigono da noi parecchie istituzioni ultracivili. Concludo su quest’argomento che richiederebbe un’esposizione sistematica dei caratteri di ciascun periodo, e soprattutto dei sedici della Civiltà e degli attributi specifici di ciascuna delle quattro fasi di tale periodo.

Della felicità e della sventura dei globi durante le fasi di incoerenza sociale

La felicità, su cui tanto si è ragionato o piuttosto tanto si è sragionato, consiste nell’avere passioni numerose e mezzi molteplici per appagarle. Noi abbiamo poche passioni e mezzi appena sufficienti per soddisfarne la quarta parte; è per questo motivo che il nostro globo è per il momento tra i più infelici che vi siano nell’universo. Se altri pianeti possono patire eguali pene, non possono tuttavia soffrirne di più; e la teoria del movimento dimostrerà che Dio, malgrado tutta la sua potenza, non può escogitare tormenti sociali più raffinati di quelli che noi sopportiamo su questo sciagurato globo.

Senza entrare al proposito in alcun particolare, mi limiterò ad osservare che il pianeta più disgraziato di un sistema stellare non è necessariamente il più povero: Venere è più misero di noi; Marte e i tre nuovi pianeti lo sono ancora di più; la loro sorte è tuttavia meno ingrata della nostra; ecco la ragione.

L’astro più sfortunato è quello i cui abitanti hanno passioni sproporzionate ai mezzi per soddisfarle: di tal natura è il malanno che affligge attualmente il nostro globo; esso rende la condizione umana così penosa che il malcontento angustia sin i sovrani. Godendo di una sorte invidiata da tutti, essi pur si lamentano di non essere felici, nonostante siano liberi di cambiare il loro stato con quello di uno qualsiasi dei loro sudditi.

Ho spiegato in precedenza la causa di questo temporaneo malessere: il fatto è che Dio ha dato alle nostre passioni l’intensità adeguata alle due fasi di ordine combinato che comprenderanno all’incirca settantamila anni, e nel cui corso ogni giornata ci offrirà delle gioie così vive, così varie, che i nostri animi a stento riusciranno a non esserne sopraffatti, e che saremo costretti ad affinare metodicamente le passioni dei fanciulli per consentir loro di gustare gli innumerevoli piaceri che offrirà il nuovo ordine sociale.

Se i nostri destini non avessero altro orizzonte che la triste Civiltà, Dio ci avrebbe dato passioni tiepide e fiacche, quali le predica la filosofia; passioni adatte alla grama esistenza che trasciniamo da cinquemila anni. La loro vivacità, di cui ci lamentiamo, è la garanzia della nostra felicità futura. Dio ha dovuto plasmare le nostre anime per le epoche di felicità, che dureranno sette volte di più delle epoche di sventura. La prospettiva di cinque o seimila anni di sventure preliminari non era un motivo sufficiente per indurre Dio a darci fievoli passioni conformi ai dettami della filosofia, le quali sarebbero state adatte alle pene civili e barbare, ma non sarebbero state in alcun modo confacenti ai settantamila anni di ordine combinato in cui stiamo per entrare. Da questo momento dobbiamo dunque rendere grazie a Dio di questa esuberanza delle passioni che aveva suscitato le nostre ridicole critiche, quando non conoscevamo ancora l’ordine sociale capace di svilupparle e di soddisfarle.

Per ovviare a tale ignoranza, Dio doveva forse concederci la facoltà di intravedere i nostri splendidi destini? No, senza dubbio; tale conoscenza avrebbe rappresentato per i nostri progenitori motivo di continua desolazione, perché l’arretratezza economica li avrebbe trattenuti a forza nell’ordine incoerente. Pur antivedendo la felicità futura, essi sarebbero pur sempre caduti nella Società selvaggia, poiché l’ordine combinato non poteva essere instaurato prima che le risorse economiche e tecniche fossero giunte a un grado molto elevato, dal quale si era parecchio lontani nel primo periodo. Ci sarebbero voluti diversi secoli per creare il fasto necessario all’ordine combinato; e i nostri avi si sarebbero rifiutati di incrementare l’economia, per il bene di generazioni che sarebbero nate di lì a parecchie migliaia di anni. Un’apatia generale avrebbe colpito i popoli; nessuno avrebbe voluto lavorare per preparare un benessere così lontano che né i viventi né i loro pronipoti avrebbero potuto sperare di godere. Persino oggi che ci vantiamo d’essere illuminati dalla ragione, non vogliamo intraprendere alcune opere, come l’impianto dei boschi, perché lo sfruttamento ne è differito di una generazione. Come dunque i nostri antenati, i cui lumi erano ancor più scarsi dei nostri, avrebbero potuto accingersi con entusiasmo ad opere il cui godimento sarebbe stato ritardato di oltre mille anni? Dato che sarebbe stato necessario un periodo di almeno venti secoli per elevare l’economia, le scienze e le arti al grado di perfezione necessario per istituire l’ordine combinato.

Che sarebbe dunque accaduto se i primi uomini avessero intravisto quella futura armonia sociale che sarebbe potuta nascere solo dopo tanti secoli di progresso economico? È probabile che lungi dal lavorare per il ventesimo secolo a venire, essi avrebbero provato gusto a nuocergli e che avrebbero detto di comune accordo: “Perché dovremmo noi faticare oggi per gente che nascerà tra duemila anni? Abbandoniamo, soffochiamo sul nascere quest’attività produttiva i cui frutti andrebbero soltanto a loro. Poiché oggi noi siamo privi della felicità riservata all’ordine combinato, che ne siano privi, come noi, i nostri successori tra duemila e tra ventimila anni; che essi vivano come abbiamo vissuto noi!”. Non è questo forse il carattere umano? Prova ne siano i padri che rinfacciano incessantemente ai figli i nuovi agi che nella loro giovinezza essi non hanno avuto. Se ci volessero soltanto vent’anni per istituire le Serie progressive, qual è l’uomo d’età che troverebbe piacere ad interessarsene? Ognuno, nel timore di non raggiungere tale scadenza, si rifiuterebbe di lavorare per degli eredi, senza la certezza di un godimento personale. Se con tanta sicurezza io annuncio che l’armonia universale è davvero imminente, ciò dipende dal fatto che l’organizzazione dello stato societario non richiede più di due anni, a partire dal giorno in cui un cantone appresta gli edifici e le piantagioni; e vedremmo anzi sorgere all’istante questo bell’ordine sociale, se potessimo trovare pronte da qualche parte queste opere preliminari, se ci fossero degli edifici e delle piantagioni da poter destinare a una Falange di Serie progressive. Orbene, poiché l’allestimento del primo cantone richiede appena due anni, e il più attempato degli uomini può sempre sperare in due anni di vita, egli si interesserà ancora all’idea di organizzare le Serie progressive, di vederle prima di morire, e di intonare alla loro vista il cantico di Simeone: “Signore, muoio in pace, poiché ho assistito alla nascita dell’ordine sociale che avevate divisato per la salvezza di tutti i popoli”.

Adesso sì che l’uomo potrà dar l’addio alla vita senza rimpianti, perché avrà la certezza dell’immortalità dell’anima, di cui solo la scoperta delle leggi del movimento sociale poteva renderci sicuri. Sulla vita futura sinora noi avevamo avuto soltanto nozioni così vaghe, descrizioni così raccapriccianti, che l’immortalità era un motivo di terrore invece che di consolazione. Così la fede in essa era molto debole, e non c’era da augurarsi che divenisse più ferma. Dio non permette che i globi acquisiscano, durante l’ordine incoerente, nozioni precise sull’eventuale vita futura delle anime: se ne fossimo convinti, i più poveri tra gli uomini civili si suiciderebbero non appena raggiunta la certezza di un’altra vita che, per loro, non potrebbe essere peggiore di quanto lo sia l’attuale. Rimarrebbero solo i ricchi che non sarebbero idonei né disposti a sostituire i poveri nelle loro ingrate mansioni. Di conseguenza l’attività produttiva civile cadrebbe in rovina con la morte di coloro che ne sopportano il peso; e un globo rimarrebbe costantemente allo stato selvaggio in virtù della semplice fede nell’immortalità.

Ma poiché Dio ha bisogno di tenere in vita per qualche tempo le società civili e barbare, affinché preparino l’avvento di altre migliori, egli ha dovuto lasciarci in uno stato di profonda ignoranza circa l’immortalità per tutto il periodo in cui dura la Civiltà; egli ha dovuto far sì che quegli stessi calcoli che danno la certezza di un’altra vita indicassero anche il modo per elevarsi a una società migliore di quella civile e di quella barbara, durante il cui permanere i salariati, nella loro maggioranza, si darebbero la morte se potessero fare assegnamento con sicurezza su una vita futura, nella quale non vedrebbero che un’occasione per sfuggire alla loro spaventosa miseria.

Questa questione delle gioie riservate alle anime in un’altra vita, mette a nudo l’assoluta ignoranza degli uomini civili sui fini della natura. Che idee errate ve ne fate, quando ponete la felicità futura nella dissociazione dei due princìpi, quello materiale e quello spirituale! E quando sostenete che le anime, dopo il trapasso dai corpi, si disgiungeranno dalla materia senza il cui concorso non ci sarebbe per Dio medesimo godimento alcuno! Il solo lume che conviene darvi riguardo a questa vita futura è di disingannarvi sulla mancanza di connessioni che voi supponete ci sia tra la sorte dei defunti e quella dei viventi. Smettetela di credere che le anime dei defunti non abbiano nulla a che vedere con questo mondo: ci sono dei legami, dei rapporti tra l’una e l’altra vita; vi verrà dimostrato che le anime degli estinti vegetano in uno stato di languore e di inquietudine che colpirà anche le nostre dopo questa vita, fino a quando l’attuale ordinamento del globo non verrà migliorato. Finché la Terra rimarrà in un caos sociale così contrario ai disegni di Dio, le anime dei suoi abitanti ne patiranno nell’altra vita come in questa; e la felicità dei defunti non comincerà se non quando avrà inizio quella dei viventi, se non quando cesseranno gli orrori delle società civile, barbara e selvaggia.

Questa rivelazione sarebbe fonte di dolore e sin di disperazione, se fosse difficile organizzare l’ordine combinato, la cui istituzione segnerà l’inizio della felicità per i morti come per i vivi; ma l’estrema facilità con cui si può realizzare questo nuovo ordine ci rende preziose le teorie che dissipano le nostre illusioni sulla vita futura, alla quale non saremmo passati che per condividervi le pene e l’angoscia da cui sono afflitte le anime dei nostri avi, nell’attesa dell’organizzazione societaria del globo.

La teoria del movimento sociale, facendovi conoscere la sorte riservata alle vostre anime nei diversi mondi che esse percorreranno nell’eterno corso dei tempi, vi insegnerà che le anime dopo questa vita si ricongiungono ancora alla materia, senza mai privarsi dei piaceri dei sensi. Non è questo il luogo per addentrarsi in tale discussione, non più che in quella sulle cause che tolgono temporaneamente alle nostre anime la memoria della loro esistenza passata, della loro sorte prima di questa vita. Dov’erano prima d’essere albergate nei nostri corpi? Poiché Dio non crea nulla dal nulla, egli non ha potuto formare dal nulla le nostre anime; e se credete che prima dei corpi esse non esistessero, non dovete esser molto lontani dal credere che esse torneranno al nulla da cui i vostri pregiudizi le fanno uscire. I Civili si sono mostrati ben inconseguenti nel sostenere che l’anima può vivere in eterno dopo la vita, senza aver eternamente vissuto prima di essa. I Barbari e i Selvaggi, nelle loro rozze credenze nella metempsicosi, sono meno lontani dalla verità. Tale teoria si avvicina ad essa confusamente in due punti: 1) in quanto non fa derivare dal nulla le nostre anime; 2) in quanto non le disgiunge dalla materia, né prima né dopo questa vita. Ecco almeno due barlumi di verità in fantasie popolari almanaccate dai Barbari; e non è la prima volta che dei popoli bruti si saranno rivelati più vicini al buon senso dei presuntuosi Civili, che con la loro iattanza sul perfezionamento della perfettibilità non raggiungono altro risultato che di sprofondare sempre più nelle tenebre della metafisica, della politica e della morale, e che stavano per correre il rischio di perdere ancora mille anni a marcire nella Civiltà.

P. S. In questa esposizione ho evitato di parlare di ciò che concerne i due movimenti animale e organico, di cui comincerò a parlare solo nelle memorie seguenti, perché, prima di trattarne, è necessario esporre preliminarmente la teoria del movimento sociale, al quale essi sono connessi.

Poiché è stato espresso il desiderio di una nota esplicativa sui due movimenti animale e organico e di alcuni esempi a sostegno della definizione, esaudisco tale richiesta con un capitolo annesso alla terza parte. Esso tratterà del rapporto geroglifico di questi due movimenti con le passioni umane e il meccanismo sociale.

Epilogo

Sull’imminenza della metamorfosi sociale

Riflettendo su questo rapido prospetto delle rivoluzioni future e passate, quali perplessità insorgeranno negli animi! Dapprima essi esiteranno tra la curiosità e la diffidenza: sedotti dall’idea di penetrare i misteri della natura, avranno il timore d’essere ingannati da un ben architettato castello in aria. La ragione consiglierà loro di dubitare; la passione li spingerà a credere. Stupiti di vedere un mortale dispiegare dinanzi ai loro occhi la carta dei decreti divini e librarsi sull’eternità futura e passata, essi cederanno alla curiosità e trasecoleranno perché infine l’uomo è riuscito a “carpire al fato i suoi augusti segreti” e prima che l’esperienza si sia pronunziata, prima sinanche che la mia teoria sia pubblicata, forse avrò più proseliti da moderare che scettici da convincere.

Le nozioni che ho appena dato sui destini generali sono troppo superficiali per non provocare innumerevoli obiezioni; intravedo tutte quelle che verranno avanzate: esse mi sono state mosse varie volte, in conferenze in cui ho dato diversi chiarimenti che non possono trovar posto in questa prima memoria. Sarebbe dunque inutile che mi curassi di dissipare qualsiasi dubbio prima d’aver illustrato il meccanismo delle Serie progressive, che dirimerà tutti i punti oscuri e fugherà tutte le possibili obiezioni.

Nel frattempo mi limito a ricordare che le due prime memorie non concerneranno affatto la teoria del movimento sociale. Esse non avranno altro scopo che di calmare l’impazienza, di dare (così come ho fatto nell’Esposizione) alcuni cenni che mi vengono richiesti; di indicare i risultati prossimi dell’ordine combinato e di soddisfare gli appassionati che vogliono qualche ragguaglio prima che venga pubblicato il Trattato, che vogliono acquistare, attraverso diversi indizi, la certezza che la teoria dei destini è davvero scoperta.

È facile credere a ciò che si desidera, e molti lettori non attenderanno più ampie spiegazioni per accordare una piena fiducia alla scoperta. Volendo confortare la loro speranza e rinsaldarla in coloro che esitassero, insisto in particolar modo sulla facilità con cui il genere umano potrà passare all’ordine combinato. Così grande è tale facilità che sin dal corrente anno 1808 potremmo vedere prender l’avvio l’organizzazione del globo: se un principe vorrà impiegare nel cantone pilota una delle armate che la pace continentale lascia inattive, se egli destinerà ventimila uomini ai lavori preparatori del cantone di prova, sarà possibile, trapiantando gli alberi con il loro humus originario (così come si usa fare a Parigi), e limitandosi a costruzioni in mattone, accelerare talmente l’impresa che alla fine della primavera del 1808 la prima Falange di Serie progressive entrerà in funzione; e il caos civile, barbaro e selvaggio si dissolverà immediatamente in tutta la terra, portando via con sé le unanimi maledizioni di tutto il genere umano.

Da ciò si vede quanto sia giusto scuotersi dal letargo, dall’apatica rassegnazione alla sventura e dallo scoramento diffuso dai dogmi filosofici, che affermano la non interferenza della Provvidenza in ciò che concerne il meccanismo sociale e l’incompetenza dell’intelletto umano a determinare il nostro futuro destino.

Eh! se il calcolo degli accadimenti futuri non è nelle umane possibilità, donde viene questa febbre comune a tutti i popoli di volere scandagliare i destini, al cui nome l’uomo più impassibile prova un fremito d’ansia! Tanto impossibile è sradicare dal cuore umano la passione di conoscere l’avvenire! Eh! perché mai Dio, che non fa nulla invano, ci avrebbe inculcato tale ardente desiderio, se non avesse predisposto i mezzi per soddisfarlo un giorno? Finalmente questo giorno è giunto, e i mortali divideranno con Dio la prescienza degli eventi futuri: ne ho dato questi rapidi cenni per portarvi a concludere che, se tale conoscenza così meravigliosa e tanto agognata dipende dalla teoria dell’Associazione agricola e dell’Attrazione passionata, nulla è più degno di stimolare la vostra curiosità di questa teoria dell’Associazione e dell’Attrazione che vi verrà resa nota nelle memorie seguenti e che vi aprirà il grande libro dei decreti eterni.

“La natura”, affermano i filosofi, “è coperta da un ferreo velo, che gli incessanti sforzi dei tempi non riescono a sollevare” (Anacarsi). Ecco un sofisma ben comodo per l’ignoranza e l’amor proprio; si ama far credere che non sarà possibile ad altri ciò in cui noi non siamo riusciti. Se la natura è velata, non lo è di ferro, ma tutt’al più di garza. Che Newton abbia scoperto la quarta branca dei suoi misteri, è un indizio del fatto che essa non voleva negarci la conoscenza delle altre tre. Quando una bella accorda qualche favore, l’amante sarebbe ben sciocco se credesse che ella non gliene concederà altri. Perché dunque i filosofi hanno battuto in ritirata, alle soglie di questa natura che li provocava lasciando che sollevassero un lembo del suo velo?

Essi si vantano di diffondere torrenti di lumi. Eh! a quale fonte li hanno attinti? Non dalla natura, poiché essa è, per loro stessa ammissione, “impenetrabile e coperta da un ferreo velo”. È con questi brillanti paradossi che i filosofi comunicano lo sconforto di cui sono vittime, e fan credere al genere umano che nulla si scoprirà là dove la loro scienza nulla ha saputo scoprire.

Eppure l’ordine sociale, malgrado l’imperizia di simili guide, fa ancora qualche progresso, come con l’abolizione della schiavitù; ma quale lentezza nel concepire e nel fare il bene! Son dovuti trascorrere venti secoli di sapere prima che venisse proposto il più piccolo miglioramento della sorte degli schiavi; ci vogliono dunque migliaia di anni per aprire i nostri occhi a una verità, per suggerirci un atto di giustizia! Le nostre scienze, che millantano amore per il popolo, sono del tutto all’oscuro circa i mezzi per tutelarlo; così i tentativi dei moderni per l’affrancamento dei negri non sono approdati che a spargere fiotti di sangue, che ad aggravare il male di coloro che si volevano soccorrere; e si ignorano ancora i sistemi di affrancamento, nonostante i costumi moderni dimostrino possibile la cosa.

Lo ripeto; è al caso, e non alle scienze politiche e morali, che dobbiamo i nostri lievi progressi nella coscienza sociale; ma il caso ci fa pagare ogni scoperta con secoli di tentativi burrascosi. Il cammino delle nostre società è paragonabile a quello dell’ai, i cui passi sono ciascuno segnati da un gemito: come lui, la Civiltà procede con un’inconcepibile lentezza tra le tormente politiche; ad ogni generazione essa sperimenta nuovi sistemi, i quali non servono, al pari dei rovi, che a tingere di sangue i popoli che vi si avvicinano.

Nazioni sventurate, voi siete prossime alla grande metamorfosi che sembrava annunciarsi con uno sconvolgimento universale. È davvero oggi che il presente è gravido dell’avvenire e che l’eccesso delle sofferenze apporterà la crisi rigeneratrice. Allo spettacolo dell’ininterrotta sequela e della gravità dei rivolgimenti politici, si direbbe che la natura si sforzi di scuotersi di dosso un fardello che l’opprime. Le guerre, le rivoluzioni incessantemente arroventano tutti i punti del globo; le procelle, appena scongiurate, rinascono dalle loro ceneri, come le teste dell’idra si moltiplicavano sotto i colpi di Ercole. La pace non è più che un miraggio, un’illusione di qualche istante; l’attività produttiva è divenuta il supplizio dei popoli da quando un’isola di pirati intralcia le comunicazioni, scoraggia l’agricoltura sui due continenti e trasforma i loro opifici in formicai di mendicanti. L’ambizione coloniale ha destato un nuovo vulcano: l’implacabile furia dei negri trasformerebbe ben presto l’America in un immane cimitero e vendicherebbe con il supplizio dei conquistatori le razze indigene che essi hanno annientato. Lo spirito mercantile ha aperto nuove strade al crimine; ad ogni guerra esso estende le stragi sui due emisferi e porta fin nel cuore delle regioni selvagge le vergogne della cupidigia civile; i nostri vascelli non solcano l’intero globo che per associare i Barbari e i Selvaggi ai nostri vizi e ai nostri furori. Sì, la Civiltà diviene più odiosa man mano che si approssima la sua caduta; la terra non mostra più che un orribile caos politico e invoca il braccio di un altro Ercole per purgarla dalle mostruosità sociali che la infamano.

Già il novello Ercole è apparso: le sue immani imprese fanno risuonare il suo nome da un Polo all’altro, e l’umanità, da lui assuefatta allo spettacolo di gesta prodigiose, attende da lui qualche miracolo che muti le sorti del mondo. Popoli, i vostri presentimenti stanno per realizzarsi; la più splendida missione è riservata al più grande degli eroi: è lui che deve innalzare l’armonia universale sopra le rovine della Barbarie e della Civiltà. Tirate un respiro di sollievo e dimenticate i vostri antichi mali; esultate, poiché una scoperta fausta vi apporta alfine la bussola sociale, che voi avreste scoperto mille volte, se non foste tutti impastati d’empietà, tutti rei di sfiducia nei confronti della Provvidenza: sappiate (e non ve lo ripeterei mai troppo) che essa ha dovuto prima di tutto regolare l’ordinamento del meccanismo sociale, poiché esso è la branca più nobile del movimento universale, la cui direzione spetta esclusivamente a Dio. [La bussola sociale. È un nome che si addice alla perfezione alle Serie progressive, poiché questa istituzione, così semplice e così facile, risolve tutti i problemi possibili e immaginabili relativi al bene sociale, e basta da sola a guidare la politica umana nel labirinto delle passioni, come l’ago calamitato basta da solo a governare l’imbarcazione nell’oscurità delle tempeste e nell’immensità dei mari].

Invece di riconoscere questa verità, invece di dedicarvi a ricercare quali possano essere i disegni di Dio sull’ordinamento sociale e per quale via egli possa rivelarceli, voi avete scartato ogni ragionamento che ammettesse l’intervento di Dio nelle relazioni umane; voi avete avvilito, diffamato l’Attrazione passionata, eterna interprete dei suoi decreti; vi siete affidati alla guida dei filosofi che vogliono abbassare la divinità al di sotto di essi, arrogandosi la sua più alta funzione, ponendosi come reggitori del movimento sociale. Per coprirli d’onta, Dio ha permesso che l’umanità, sotto i loro auspici, grondasse sangue nel corso di ventitré secoli di scienza e che toccasse il fondo delle sventure, delle follie e dei crimini. Infine, perché totale fosse l’ignominia di questi moderni titani, Dio ha voluto che essi fossero umiliati da un autore estraneo alle scienze e che la teoria del movimento universale toccasse in sorte a un uomo pressoché illetterato: è un garzone di bottega che confonderà quest’infinità di opere politiche e morali, frutto vergognoso delle ciarlatanerie antiche e moderne. Eh! non è la prima volta che Dio si serve dell’umile per avvilire il superbo e che sceglie l’uomo più oscuro per apportare al mondo il più importante messaggio.

PARTE SECONDA

Descrizioni di diverse branche dei destini privati o domestici
Argomento

L’orizzonte sta per rischiararsi: passiamo a dissertazioni che non avranno niente di scientifico e saranno alla portata di tutti.

Nella prima parte ho offerto alle persone desiderose d’apprendere un prospetto dei grandi eventi futuri. Ecco per gli amanti dei piaceri un prospetto dei diversi godimenti che l’ordine combinato potrà far loro gustare sin dalla presente generazione, non appena esso verrà istituito. Insisto sul fatto che la buona sorte è a portata di mano, perché, in fatto di piacere, non si amano gli indugi, soprattutto in un periodo in cui le eccessive sventure suscitano in tutti sì forte brama di godimenti.

Dando delle rappresentazioni anticipate della prossima felicità, mio intento, come ho già detto, è di interessare il lettore alla teoria dell’Associazione e dell’Attrazione, che promette tante delizie; di fargli auspicare che tale teoria possa esser messa in pratica. Man mano che si formuleranno voti per la veridicità e l’esattezza del calcolo, ci si abituerà insensibilmente ad analizzare e a studiare quest’Attrazione su cui si fonderanno sì grandi speranze.

Sulla base di tali considerazioni, non voglio dispensare che poco a poco la mia teoria, disseminarla impercettibilmente in ciascuna memoria, per poi riunirla in un sistema dottrinario organico. In breve, voglio centellinare la teoria proporzionalmente al grado d’interesse che sarò riuscito a destare. Reputo necessarie tali cautele, perché non sfugga all’attenzione un trattato che, al pari di ogni scienza metafisica, verrebbe disdegnato se io lo pubblicassi di repente e senza aver preparato il terreno.

Abbozzando qualche descrizione dell’ordine combinato, il difficile per me non starà nell’abbellire, bensì nel render meno vivido il quadro, e nel sollevare soltanto un lembo del sipario. Ho già detto che tali descrizioni, se presentate senza le opportune cautele, susciterebbero un entusiasmo soverchio, soprattutto nelle donne; orbene, io desidero far ragionare i lettori e non infervorarli, come potrei, se lasciassi subito intravedere l’ordine combinato in tutto il suo splendore.

Di conseguenza, nelle descrizioni che seguiranno, sorvolerò su ciò che riguarda i godimenti e non ne parlerò che per quel tanto che sarà necessario per provocare la critica dei tormenti e delle assurdità della Civiltà.

Il prospetto sarà costituito da due dissertazioni a carattere descrittivo. La prima, relativa al settimo periodo, tratterà dei piaceri della vita domestica in tale società e delle croci di tale vita nella Civiltà.

La seconda, relativa all’ottavo periodo, tratterà dello splendore dell’ordine combinato.

Per attenuare la sorpresa e procedere per gradi, inizierò con un affresco della vita del settimo periodo, dove i piaceri, già immensi se paragonati ai nostri, sono ancora poca cosa rispetto a quelli dell’ordine combinato, di cui parlerò soltanto nella seconda dissertazione. Questa prima non avrà nulla di sconvolgente, e non darà adito, come la seconda, all’accusa di assurdo, favoloso e impossibile.

Prima dissertazione

Sull’Associazione domestica progressiva del settimo periodo e sulle croci dei due sessi nelle famiglie incoerenti

L’Associazione domestica progressiva di cui parlerò ora è un ordine domestico peculiare del settimo e del ventiseiesimo periodo; è una via di mezzo tra i nuclei familiari incoerenti dei Civili e dei Barbari e l’organizzazione domestica combinata che vige nei diciotto periodi di armonia universale.

Nell’Associazione domestica progressiva, gli uomini godono di un’esistenza così piacevole e confortevole che sarebbe impossibile indurre uno qualsiasi di loro al matrimonio indissolubile richiesto dalle nostre famiglie isolate.

Prima di parlare dei costumi che nascerebbero venendo meno il matrimonio, esaminerò donde possa provenire la cieca propensione dei Civili per il matrimonio indissolubile.

Bisognerà ricordare che io ammetto la necessità di tale vincolo nella Civiltà, e che lo critico facendo il confronto con il nuovo ordine sociale, dove congiunture differenti permetteranno di trarre partito dalla libertà degli amori, inammissibile da noi.

Occorrerà inoltre rammentare che, per quanto concerne il matrimonio, la vita domestica o altre questioni, bisognerà sempre dare per scontata l’eccezione di un ottavo alle mie affermazioni di carattere generale.

Elenco degli elementi di cui tratta la prima dissertazione

Croci degli uomini nelle famiglie incoerenti.

Associazione domestica progressiva o Tribù a nove gruppi.

Metodo d’unione dei sessi nel settimo periodo.

Avvilente stato delle donne nella Civiltà.

Innovazioni che avrebbero portato al sesto periodo, quali la maggiore età amorosa, le corporazioni amorose, ecc. Inconvenienti del sistema di repressione degli amori.

Nota. Dato che la dissertazione è diventata più lunga di quanto non prevedesse il piano originario, ho fatto questa divisione soltanto alla fine. Pertanto gli argomenti non saranno ripartiti ordinatamente sotto i rispettivi titoli.

Croci degli uomini nelle famiglie incoerenti

Se poniamo mente agli innumerevoli inconvenienti connessi alla vita familiare e al matrimonio indissolubile, ci si stupirà della dabbenaggine del sesso maschile, che non ha mai pensato al modo per affrancarsi da un tal genere di vita. Lasciando da parte i ricchi, mi pare che la nostra vita domestica sia tutto tranne che divertente per i coniugi, e tra le altre calamità di cui son vittima i mariti, ne citerò otto che li affliggono più o meno tutti, e che scomparirebbero nell’Associazione domestica progressiva.

1) Il rischio dell’infelicità. V’è forse un gioco d’azzardo più terribile di quello di un legame indissolubile, la cui posta è la felicità o l’infelicità della propria vita, a causa del rischio di incompatibilità dei caratteri?

2) Il dispendio. Esso è enorme nell’attuale ordinamento, e ve ne convincerete facendo un confronto con le immense economie che comporta l’Associazione domestica progressiva.

3) La vigilanza. L’obbligo di controllare le voci di un bilancio domestico per la cui direzione non è prudente rimettersi ciecamente alla padrona di casa.

4) La monotonia. Deve essere grande nei nostri nuclei familiari incoerenti, se i mariti, malgrado le distrazioni offerte dal lavoro, si riversano a frotte nei locali pubblici, caffè, circoli, spettacoli ecc., per interrompere quella sazietà che si prova – dice il proverbio – nel mangiare sempre la stessa minestra. La monotonia è ancora maggiore per le donne.

5) La sterilità. Essa minaccia di mandare a monte tutti i progetti di felicità; viene a turbare i coniugi e i loro parenti; li obbliga a lasciare il loro patrimonio in mano ai collaterali, la cui avidità e la cui ingratitudine costernano i legatari, ispirano loro avversione per una compagna sterile e per quel vincolo coniugale che ha deluso tutte le loro speranze.

6) La vedovanza. Essa riduce il coniuge al rango di un forzato, stato ancora peggiore del celibato con i suoi lievi inconvenienti; e se voi precedete vostra moglie nella tomba, la preoccupazione per dei figli abbandonati in mani mercenarie, la prospettiva delle sciagure che si abbatteranno sulla vostra giovane famiglia, avveleneranno i vostri ultimi istanti.

7) La parentela acquisita: l’inconveniente di legarsi con famiglie le quali, con la loro condotta successiva, raramente realizzano quelle speranze di vantaggi o di godimenti che si riponevano sulla parentela con esse.

8) Infine le corna, che sono senza dubbio un increscioso incidente, visto che si fa di tutto per evitarle malgrado la certezza che ha il coniuge, prima del matrimonio, di andare incontro a quella stessa sorte che egli ha fatto subire a tanti altri.

Vedendo queste numerose croci inerenti allo stato coniugale e familiare, com’è che gli uomini non si sono curati di cercare il modo di scrollarsi di dosso un sì greve giogo, e di promuovere innovazioni domestiche che non avrebbero potuto produrre nulla di più funesto della vita familiare attuale?

Si dice, in politica, che il più forte ha fatto la legge; le cose stanno diversamente per quanto concerne i rapporti domestici. Il sesso maschile, pur essendo il più forte, non ha fatto la legge a suo vantaggio istituendo l’organizzazione domestica frazionata e il matrimonio indissolubile, che ne è una conseguenza. Si direbbe che un simile ordinamento sia opera di un terzo sesso che ha voluto condannare gli altri due alle tribolazioni: avrebbe potuto escogitare qualcosa di meglio della famiglia e del matrimonio indissolubile per introdurre l’indifferenza, la venalità, la slealtà nei rapporti sentimentali e nelle tresche amorose?

Il matrimonio sembra inventato per ricompensare i depravati: più un uomo è subdolo e seduttore, più gli è facile giungere attraverso il matrimonio all’opulenza e alla pubblica stima. Lo stesso accade per le donne. Ricorrete agli espedienti più indegni per accalappiare un ricco partito; una volta saliti all’altare, diventate un san Luigi, un tenero sposo, un modello di virtù. Acquistare in un sol colpo un’immensa fortuna per il disturbo di godere di una fanciulla, è un così bel successo che l’opinione pubblica perdona tutto a un buontempone che sa fare questo colpo da maestro. Tutti unanimemente lo proclamano buon marito, buon figlio, buon padre, buon fratello, buon genero, buon parente, buon amico, buon vicino, buon cittadino, buon repubblicano. Questo è oggigiorno lo stile degli apologeti: essi non saprebbero lodare un tizio senza dichiararlo buono dalla testa ai piedi, nel complesso e nei particolari; così si esprime l’opinione pubblica nei confronti di un cavaliere d’industria che riesce a sposare una somma di danaro. Un ricco matrimonio è paragonabile al battesimo per la rapidità con cui lava ogni sozzura precedente. I padri e le madri non hanno dunque niente di meglio da fare, nella Civiltà, che incitare i loro figli a tentare, per impalmare un ricco partito, tutte le vie, buone o cattive che siano, dato che il matrimonio, vero battesimo civile, cancella ogni peccato agli occhi dell’opinione pubblica. Essa non ha la stessa indulgenza per gli altri parvenus: rinfaccia loro per lungo tempo le malefatte che li hanno portati alla ricchezza.

Ma per uno che giunga alla felicità grazie a un ricco matrimonio, quanti altri che non trovano in tale legame che la croce della loro vita! Costoro possono riconoscere che l’asservimento delle donne non va affatto a vantaggio degli uomini. Che turlupinatura per il sesso maschile essersi imposto una catena che è per esso motivo di sgomento; e come è punito l’uomo dai disagi di tale legame, per aver ridotto la donna in servitù!

Se la vita matrimoniale può preservare da alcuni inconvenienti inerenti al celibato, essa non garantisce mai alcuna felicità positiva, neppure nel caso di un perfetto accordo tra i coniugi; perché, se i loro caratteri sono assortiti alla perfezione, niente impedirebbe loro di vivere insieme in un ordine in cui l’amore fosse libero e l’unione domestica diversamente organizzata. Attraverso la descrizione di un nuovo ordinamento domestico si riconoscerà che il matrimonio non offre una sola occasione di felicità che i due coniugi non possano trovare in un regime di piena libertà. [Eccettuo il caso in cui si acquisiscano grandi ricchezze con il matrimonio: ma in regime di libertà e nell’Associazione domestica progressiva, vi sono pure dei modi per far fortuna attraverso delle unioni amorose. Quanto alle altre gioie, il matrimonio non può offrirne alcuna che non si consegua molto più facilmente nell’ordine societario, dove le persone più attempate hanno ampie possibilità di dare sfogo a tutte le loro inclinazioni affettive, senza esporsi alle cattiverie e al ridicolo che perseguitano gli uomini civili sul declino degli anni, e che gettano alla fin fine i vecchi nella più assoluta solitudine].

Per confonderci le idee sulla patente incompatibilità tra matrimonio e passioni, la filosofia ci predica il fatalismo; essa va blaterando che in questa vita noi siamo destinati alle tribolazioni, che bisogna sapere rassegnarsi, ecc. Niente affatto; basta solo inventare un nuovo tipo di unione domestica conforme ai dettami delle passioni, ed è quanto non avete mai né cercato né proposto. Io voglio, tra poco, mettervi sulla strada e farvi intravedere questa nuova vita privata la cui scoperta era così facile.

Continuiamo sugli inconvenienti della famiglia e del matrimonio indissolubile. Quest’ordinamento ha la proprietà di allontanarci in ogni senso dalla felicità positiva, dai piaceri reali, come la libertà amorosa, la buona tavola, la spensieratezza e altre gioie che i Civili non pensano neppure di desiderare, perché la filosofia li abitua a considerare vizio il desiderio dei veri beni.

Malgrado l’impegno che essa mette nel prepararci e nell’adescarci al matrimonio, così come si vezzeggia un bimbo prima di somministrargli una medicina, malgrado tutte queste dolci e mielate insinuazioni sulla felicità della vita familiare, si vedono tuttavia gli uomini sgomenti all’idea del matrimonio, soprattutto quando sono in età di riflettere. Questo vincolo deve essere ben temibile, se gli uomini tremano parecchi anni prima quando si tratta di stringerlo. Non parlo delle unioni tra ricchi: son tutte rose e fiori per una coppia che inizi con delle buone rendite; e ciò nonostante, lo sposo mostra poca voglia di rinunciare al suo serraglio per diventar schiavo di una padrona di casa nei confronti della quale dovrà adempiere assiduamente all’obbligo coniugale, pena il lasciare facile accesso a dei sostituti e l’esser gratificato di figli di dubbia origine, che si è costretti ad accettare sulla base della legge: Is pater est quem justae nuptiae demonstrant [Paolo], il che significa che “vero padre è colui designato come tale dal matrimonio”. [Questa parola serraglio, vale solo per le grandi città dove qualunque giovane di un certo tono e di una certa agiatezza riesce a mettersi insieme un harem meglio assortito di quello del gran Sultano. Vi sono tre specie di odalische: le donne oneste, le piccole borghesi e le meretrici. Ecco perché i giovani della grandi città hanno sì forte riluttanza al vincolo matrimoniale che essi poco temono nelle città morigerate e uggiose come quelle della Svizzera]. Questa legge, spauracchio di tutti gli uomini, autorizza una donna bianca a generare un figlio mulatto, nonostante il marito sia bianco. E questo non è che uno dei pericoli ai quali il matrimonio espone gli uomini; così essi lo considerano come un tranello loro teso, come un salto nel buio. Prima di compiere questo passo essi pensano a mille stratagemmi e fanno mille calcoli. Niente di più buffo dei consigli che si scambiano sul modo di assuefare al giogo la sposa e di suggestionarla con la morale. Niente di così singolare come quei conciliaboli di scapoli in cui si passano in rassegna le ragazze da marito, e delle trappole tese dai padri che cercano di disfarsi delle loro figlie. [Per dirla franca, i padri si comportano in modo indegno nella Civiltà, quando hanno una figlia da maritare. Capisco che l’amore paterno impedisca loro di vedere la bassezza delle azioni e delle lusinghe a cui ricorrono per accalappiare i possibili mariti; ma che almeno non siano ciechi sulle preoccupazioni e le croci inerenti ad un simile ruolo. Quanto devono desiderare coloro che hanno una caterva di figlie che venga ideato un nuovo ordinamento domestico, in cui il matrimonio non esista più e in cui si sia liberi dalla preoccupazione di trovare loro un marito; e quanti ringraziamenti devono a colui che apporta loro tale scoperta]. Dopo tutte queste discussioni, li si sente concludere che bisogna badare ai quattrini; che, se si deve essere cornificati dalla moglie, bisogna almeno non esser traditi dalla dote; e che, prendendo moglie, bisogna garantirsi un’indennità che compensi degli inconvenienti del matrimonio. Così ragionano tra loro gli uomini non ancora sposati; questi sono i sentimenti che essi nutrono verso quei sacri vincoli, quelle filosofiche dolcezze del matrimonio.

Certo, tanto ci corre da questi calcoli all’amore, quanto ci corre dal vitto familiare alla buona tavola. Indubbiamente si vive bene nelle famiglie doviziose che costituiscono un’infima minoranza, appena una su otto; ma le altre sette languono e sono punte dall’invidia alla vista del benessere di cui gode l’ottava. Tutti infine, ricchi o poveri, sono talmente stufi di se stessi e del loro monotono tenore di vita, che li vediamo darsi con gran dispendio ai godimenti extrafamiliari, frequentando locali pubblici, spettacoli, balli, caffè ecc.; imbandendo tavola se sono facoltosi, dando a turno dei banchetti se da soli non possono permettersi le spese di una distrazione che è loro necessaria.

Questi svaghi, che si pagano a così caro prezzo nell’ordine attuale, verrebbero offerti a tutti senza spesa alcuna nel settimo periodo, di cui illustrerò alcune istituzioni. Questa società garantirebbe a ciascuno conviti e compagnie continuamente variati, e una libertà di cui non c’è neppure l’ombra nei vostri convivi familiari, dove regna un’atmosfera affettata, un opprimente conformismo così diverso dalla disinvoltura che già si riscontra nei picnic e nei convegni galanti.

Per quanto riguarda quei pranzi in famiglia che l’inopportuna mescolanza delle età e dei convitati nonché la briga dei preparativi rendono noiosi, osserviamo che tale modesto svago è possibile soltanto ai ricchi. Ma qual è la sorte di quelle tante coppie che, per mancanza di quattrini sono prive di quelli che voi chiamate piaceri, e sono ridotte a quella guerriglia intestina che il proverbio ha così ben definito dicendo: “gli asini si azzuffano quando non c’è fieno nella mangiatoia”? Eh! quante famiglie, malgrado le loro ricchezze, cadono tuttavia in questa discordia che funesta pressoché totalmente la massa, sempre esasperata dalla miseria!

Vi sono delle eccezioni da tener presenti: si trovano non solo degli individui, ma delle intere nazioni che si piegano facilmente al giogo del matrimonio; ne sono un esempio i Tedeschi, la cui indole paziente e flemmatica si confà alla servitù coniugale molto meglio del carattere volubile e irrequieto del francese. Ci si appiglia a queste eccezioni per fare l’apologia del matrimonio; non si citano che i casi che vanno a suo favore: senza dubbio un tal vincolo conviene a un uomo di una certa età, che voglia isolarsi dalla corruzione generale. Voglio credere che una sposa sia capace di trovare delle attrattive nell’unione con un uomo del genere e sia capace di trascurare per lui il turbine del gran mondo; ma perché il sesso maschile entra in questo saggio ordine d’idee solo dopo quindici o venti anni dissipati nella vita galante? Perché, ritirandosi dalla vita mondana, gli uomini non scelgono delle donne rese mature, come loro, dall’esperienza, e pretendono di trovare in una giovincella delle virtù più precoci delle loro che sono state così tardive? È singolare che gli uomini civili, che si vantano di superare le donne in saggezza, esigano da esse, a sedici anni, quel senno che loro non acquistano che a trenta e a quaranta, dopo aver sgavazzato nella loro bella gioventù. Se loro non sono giunti alla saggezza che per il sentiero dei piaceri, devono stupirsi che una donna prenda la stessa via per arrivarci?

La loro politica familiare, fondata sulla fedeltà di una tenera pulzella, non rientra in alcun modo nei piani di Dio: se egli ha inculcato nelle donne giovani il gusto del divertimento e dei piaceri, questo significa che egli non le destina né al matrimonio né alla famiglia, che richiederebbero l’amore della vita appartata. È dunque logico che gli uomini siano infelici nel matrimonio, dato che vogliono sposare delle giovincelle a cui la natura non ha fornito le inclinazioni adatte a tal genere di vita.

Qui intervengono i filosofi che promettono di cambiare le passioni delle donne, di reprimere la natura. Pretese assurde! si sa quale successo abbiano. Nel matrimonio, come in ogni altro contratto, la sfortuna colpisce l’uomo più degno di una buona sorte. Colui che merita di tener avvinta una donna, incontra la più libertina e la più falsa: la lealtà di un simile marito diventa la causa del suo tradimento; meglio di chiunque altro egli sarà abbindolato da quei falsi pudori, da quelle arie di innocenza che l’educazione filosofica conferisce a tutte le fanciulle per camuffarne la natura. Malgrado tutte le teorie dei moralisti, la felicità non esiste nelle nostre famiglie; un grido universale si leva contro le tribolazioni inerenti a questo genere di vita, e sono gli uomini che se ne lagnano, loro che hanno fatto la legge e che hanno dovuto farla a loro vantaggio! Che cosa dovrebbero dire le donne, se avessero il diritto di lamentarsi? E cosa si deve pensare di un’istituzione intollerabile per il sesso forte che l’ha stabilita, e ancora più intollerabile per il sesso debole al quale non si permette di fiatare?

Ci viene decantata l’apparente concordia di quelle famiglie in cui una giovane vittima sopporta con eroica abnegazione le angherie di un geloso che si è ritirato dal mondo. Eh! non è questo uno stato di guerra peggiore ancora di quello degli sposi di certi villaggi tedeschi, dove il marito pone presso il focolare un bastone che viene chiamato la pace della famiglia, e che conclude in ultima istanza ogni controversia coniugale? L’oppressione, se è meno evidente negli alti ceti, non è per questo meno reale. Eh! come mai i due sessi non insorgono contro un ordinamento domestico che li assoggetta a tante contrarietà? Quando si vede questa lotta domestica presso tutti i ceti sociali, come si fa a non rendersi conto del fatto che lo stato matrimoniale non è il destino dell’uomo? E lungi dal ricercare dei palliativi a tale intima disunione coniugale, bisognava cercare un modo per liberarsi da questa vita familiare che cova e fomenta tutti i fermenti di discordia e di tormento, senza produrre alcun bene che non sia possibile trovare nello stato di piena libertà.

Associazione domestica progressiva o Tribù a nove gruppi

Parliamo del sistema che possiamo sostituire alla nostra organizzazione domestica: si tratta di un istituto proprio del settimo periodo sociale; lo denominerò associazione domestica progressiva o tribù a nove gruppi. Essa può essere costituita da otto o dieci gruppi, ma il numero di nove è il più opportuno per il ben calibrato equilibrio delle passioni.

Per istituire tale Tribù, si appresterà un edificio atto a ospitare un centinaio di persone di diversa condizione economica, e cioè: ottanta signori dello stesso sesso e quindi una ventina di domestici dei due sessi. Saranno necessari degli alloggi di diverso prezzo, in modo che ciascuno possa scegliere secondo le proprie disponibilità; saranno anche necessari vari locali comuni.

La Tribù, nelle sue relazioni interne, dovrà strutturarsi, nei limiti del possibile, in nove gruppi di nove persone (bisogna ricordare che tali numeri non sono tassativi e che io indico tutto approssimativamente). Per esempio, per i pasti vi saranno nove tavole, disposte tre a tre, in tre sale di prima, seconda e terza classe; e in ciascuna sala il servizio alle tre tavole si svolgerà in ore consecutive, come all’una, alle due, alle tre, per evitare in tutto e per tutto l’uniformità; poiché l’uniformità, la mancanza di entusiasmo e la mediocrità sono i tre nemici naturali delle passioni e dell’armonia, dato che l’equilibrio delle passioni non può realizzarsi che attraverso un’opposizione sistematica dei contrari.

La Tribù si dedicherà a tre attività reciprocamente compatibili; per esempio, una Tribù di artigiani potrà esercitare i tre mestieri di carpentiere, falegname ed ebanista. Quest’associazione deve avere un nome, un’insegna, per esempio, la Tribù della Quercia. Più in là è la Tribù del Lillà, formata da donne che esercitano il mestiere di biancherista, sarta e modista.

Ciascun socio versa un contributo fissato in tre somme progressive, come 4.000, 8.000, 12.000, oppure 1.000 e 2.000; o, se si tratta di persone ricche che vogliono fondare una magnifica Tribù, le loro quote potranno salire sino a 100.000, 200.000 e 300.000, facendo sempre in modo che la prima classe versi il triplo della terza. Questo capitale serve come garanzia per gli anticipi in viveri, affitto, tasse, ecc., che la Tribù nel suo complesso fa a ciascuno dei suoi membri.

Le suddette associazioni non ammettono alcuno statuto coercitivo, alcuna rigida imposizione; per esempio, i gruppi o individui della terza classe possono talvolta farsi servire alla mensa di seconda o di prima classe: la Reggenza della Tribù concede questi crediti a chiunque non ne abusi.

I palazzi o manieri delle Tribù vicine devono comunicare tra loro per mezzo di gallerie coperte e riparate dalle ingiurie atmosferiche di modo che nei rapporti di piacere o d’affari si sia salvaguardati dall’inclemenza del tempo, di cui si è vittima ogni momento nella Civiltà. Giorno e notte deve essere possibile circolare da un palazzo all’altro attraverso passaggi riscaldati o ventilati; e non si deve rischiare ad ogni piè sospinto, come nell’ordine attuale, di bagnarsi, inzaccherarsi e beccarsi dei raffreddori e delle flussioni quando si passa repentinamente dal chiuso di una stanza alla strada aperta. Bisogna che uscendo da un ballo o da un banchetto, gli uomini e le donne che avranno deciso di passare la notte fuori della loro Tribù possano incamminarsi al coperto, senza indossare stivali e pellicce, senza il fastidio di salire in carrozza; e che invece di attraversare tre o quattro strade, come nella Civiltà, non ci siano da attraversare che le gallerie pubbliche di tre o quattro palazzi contigui, senza avvertire né il caldo né il freddo, né il vento né la pioggia. Questo sistema di comunicazioni coperte è una delle mille comodità riservate all’ordine combinato, di cui la Tribù a nove gruppi offre già un saggio.

Per mettere le Tribù in rivalità bilanciata, bisognerebbe costituirne diciotto in scala, e cioè: nove maschili e nove femminili. E ciò verrebbe a costare più che fondare una Falange dell’ordine combinato. Si potrebbe dunque limitare l’esperimento a sei Tribù, di cui tre maschili e tre femminili. Grazie a questa piccola rivalità, vedremmo già le sei Tribù estirpare radicalmente i tre vizi filosofici, vale a dire la monotonia, la mancanza d’entusiasmo e la mediocrità. Per esempio, se la Tribù del Giunco è la più povera delle sei, essa ce la metterà tutta per elevare al massimo la pulizia, la destrezza, le buone maniere e altre qualità compatibili con le sue scarse risorse; rinuncerà quindi ad ogni velleità nei campi in cui non potrebbe raggiungere che risultati mediocri.

Le associazioni di questo tipo non ammetteranno, come avviene nell’ordine combinato, contrasti esasperati al massimo, come quello tra il povero e il milionario: queste disparità, che nell’ottavo periodo si armonizzano, non si addicono al settimo, di cui stiamo trattando. L’Associazione è contrastata nell’ottavo periodo, e diversificata nel settimo; così un’Associazione domestica progressiva o Tribù a nove gruppi, pur componendosi di membri di diversa indole, deve mantenere dei punti di contatto tra loro, mentre una Falange dell’ottavo periodo deve riunire i contrasti più spiccati.

Nelle nostre grandi città si può vedere un germe impercettibile di Associazione domestica progressiva: si tratta dei Circoli o Ritrovi per uomini e donne; essi già fanno disertare le scialbe serate in famiglia. Lì, con modica spesa, ci si procura balli e concerti, una svariata quantità di giochi, giornali e altri svaghi che costerebbero dieci volte di più in una casa privata. Lì ogni divertimento consente risparmio di danaro e di fatica, poiché all’allestimento provvedono soci zelanti, come nell’Associazione domestica progressiva. Ma i Circoli o Ritrovi sono caratterizzati dall’eguaglianza che ostacola lo sviluppo dell’ambizione, mentre l’Associazione domestica progressiva, essendo suddivisa in nove gruppi rivali e ineguali, offre vasto campo ai tre intrighi d’ambizione di protettore, protetto e indipendente.

Non parlo delle disposizioni relative ai fanciulli e alla loro educazione in una simile struttura domestica: per illustrarne tutti i particolari bisognerebbe delineare un quadro sintetico del settimo periodo. Limitiamoci a ragionare sulla misura preparatoria proposta, sull’ipotesi della costituzione di sei Associazioni domestiche progressive, di cui due di gente ricca, due di borghesi e due di gente povera. E immaginiamo queste sei Tribù immesse improvvisamente nella Civiltà, in una città come Parigi o Londra: quali effetti produrrà tale innovazione domestica così lontana dalle nostre vecchie abitudini incoerenti?

Tenete presente innanzitutto che per fondare queste sei Tribù non sarà necessario sconvolgere e insanguinare gli Stati, come accade ogni volta che si vogliono sperimentare le utopie dei filosofi. In questo caso l’opera sarà delle più pacifiche, e invece di devastare la terra in omaggio ai diritti dell’uomo, incruentemente si istituiranno i diritti della donna, riservandole tre delle sei associazioni proposte, le quali comprenderanno, considerando entrambi i sessi, nove gradi di ricchezza.

Quanto ai risultati che produrrebbe tale introduzione, questi sono misteri che lascio da svelare ai curiosi, cercando di metterli sulla buona strada. Nel campo dell’economia politica, quale vantaggio troverebbe il sovrano a trattare con una Tribù che pagasse il suo tributo a una scadenza fissa e in seguito alla semplice promulgazione di un bando, piuttosto che a trattare con venti famiglie incoerenti, di cui la metà elude l’imposta, e l’altra metà non la paga se non dopo essere stata assediata dagli agenti fiscali? Con una Tribù si procederebbe in modo completamente diverso: in caso di contravvenzione alle leggi, non le verrebbero inflitte che pene infamanti, come la rimozione della sua insegna dal portale d’ingresso. Quanto aumenterebbero le entrate, e quanto facile sarebbe l’amministrazione per un sovrano, se tutto il suo regno si organizzasse in Tribù di questo tipo? Non si ritroverebbe forse più ricco del doppio, pur diminuendo di un terzo le imposte, sia per l’economicità della riscossione, sia per l’aumento dell’imponibile che deriverebbe da questa associazione economica?

Nell’ambito dell’economia domestica, di quanto verrebbero ridotte le spese individuali? Non si potrebbe forse, nelle Associazioni domestiche progressive, vivere con un reddito di 1.000 franchi, molto meglio di quanto non si viva con uno di 3.000 nei nuclei familiari incoerenti, evitando per di più i fastidi dell’approvvigionamento, della gestione e delle altre attività che verrebbero dirette dal gruppo dei maggiordomi di ciascuna Tribù? Ogni uomo o donna che non avesse tendenza per tale ruolo di maggiordomo o per le mansioni domestiche non dovrebbe occuparsene affatto, e, ultimato il suo lavoro, non dovrebbe pensare che a divertirsi, frequentando ogni giorno le diverse tavole e le diverse compagnie dell’uno e dell’altro sesso della sua Tribù e delle Tribù vicine; le quali, in cambio, cederebbero i loro commensali. Così gli inviti, sì dispendiosi da noi, non comporterebbero nessuna spesa extra per i reciproci ospiti: infatti una Tribù non guadagnerebbe né sui suoi membri, che essa rimborsa per ogni pasto non consumato, né sui loro invitati, cui pratica le stesse tariffe dei suoi membri. Di modo che, tutto considerato, ciascuno potrebbe passare il proprio tempo in banchetti offerti o ricambiati, senza spendere un soldo di più che se fosse rimasto da solo a casa sua. Quanto al vitto, ho fatto notare che, grazie al lavoro combinato, esso non richiederebbe che un terzo delle fatiche e delle spese che comporta nelle famiglie incoerenti.

(Per farsi un’idea della varietà e dell’interesse che presenterebbero tali incroci di convitati di diverse Tribù, sarebbe necessario conoscere i rapporti d’amore e di lavoro del settimo periodo, di cui sarebbe troppo lungo parlare).

Quanto ai costumi, si può intuire che in ogni Tribù, per quanto povera essa sia, regna uno spirito di corpo, una sollecitudine per l’onore della Tribù, e che la prima delle tre classi diventa una pietra di paragone per le altre due che fan di tutto per imitarla. Tale spirito di corpo basta a fare scomparire i difetti più fastidiosi della marmaglia civile: la sua grossolanità, la sua scarsa pulizia, la sua volgarità e altre pecche dalle quali una Tribù si sentirebbe diminuita, sicché allontanerebbe immediatamente colui o colei che se ne fosse macchiato.

Questi risultati sarebbero il frutto dell’antagonismo tra i due sessi. Le Tribù femminili farebbero sempre di tutto per distinguersi per cortesia e per compensare la carenza di risorse economiche con la massima urbanità. Siffatto spirito non può trovarsi nelle rozze corporazioni dei Civili; esse mancano dei tre elementi che tendono a raffinare la specie umana, che sono:

1) La rivalità delle corporazioni femminili nei confronti di quelle maschili.

2) L’emulazione fra le tre classi di una medesima Tribù e fra i diversi gruppi di ciascuna classe.

3) L’agiatezza di cui gode il popolo nel settimo periodo, nel quale le funzioni subalterne sono tre volte più redditizie che nell’ordine incoerente.

Poiché le attuali organizzazioni di mestiere sono sprovviste di questi tre elementi, non c’è da stupirsi se esse generalmente tendono alla grossolanità, qualunque attività dei medi e bassi ceti esse abbraccino. Eppure se ne vedono di poverissime, come quelle dei militari, i cui membri già propendono in forte misura verso nobili inclinazioni, e sono pronti a sacrificare la vita per l’onore del corpo, che non conferisce loro alcun beneficio. Questo entusiasmo comune tra i soldati rivela quale vantaggio si potrebbe trarre dallo spirito di corpo se esso mettesse in antagonismo in progressione composta i due sessi, come accade nel settimo periodo, periodo nel quale hanno già termine tutte le calamità domestiche e sociali proprie della Civiltà.

Tra le calamità domestiche bisogna porre quella del servizio personale che scompare sin dal settimo periodo. Qui i domestici, in generale, non sono alle dipendenze del singolo bensì della Tribù; ciascuno di essi si lega d’affetto ai diversi associati i cui caratteri si accordano con il suo, e questa facoltà di scelta rende il servizio gradevole per i superiori come per gli inferiori: è l’amicizia più che l’interesse che li avvicina, ed è questo un piacere sconosciuto nelle società organizzate in famiglie, dove i domestici sono generalmente nemici, nel loro intimo, dei padroni. Ciò dipende da tre cause principali:

1) La modestia dei guadagni, che sono molto esigui nell’ordine incoerente: il servizio, essendo ivi molto complicato, richiede un numero di addetti tre volte superiore a quello delle Tribù; e il loro salario deve ridursi a un terzo di quello che potrebbe essere nelle Tribù.

2) L’incompatibilità dei caratteri, che rende tirannico il superiore e istituisce nei rapporti reciproci un’estrema freddezza, ulteriormente accentuata dai timori di piccoli furti e da altri sospetti che non possono verificarsi nelle Tribù.

3) La molteplicità delle mansioni. Essa già scompare nelle Tribù, dove ogni dipendente si dedica soltanto alle mansioni che gli aggradano e può abbracciare anche parzialmente il mestiere di domestico. Ma nell’ordine attuale, il servitore, obbligato ad attendere a venti compiti che per metà non gli garbano, se la prende con i padroni per gli ingrati aspetti del suo lavoro, e spesso li odia ancor prima di conoscerli.

In breve, il servizio domestico presenta nelle Tribù molteplici attrattive sia per i servitori che per i signori; ed è sotto ogni aspetto che quest’ordine ha la proprietà di mutare in piaceri quelle occupazioni che nell’ordine civile diventano una fonte di tormento.

Le persone anziane, in particolare, dovrebbero compiacersi di questo nuovo ordine. Non c’è nulla di più penoso della sorte dei vecchi e dei bambini nella società civile: essa non prevede delle mansioni adatte alle due età estreme, di modo che vecchi e fanciulli sono di peso al corpo sociale. I piccoli tuttavia vengono vezzeggiati in vista delle loro future prestazioni, mentre i vecchi, da cui non si attende altro servigio che la loro eredità, sono disprezzati, considerati importuni, derisi alle spalle, e spinti alla fossa. Ancora si hanno per loro dei riguardi nelle famiglie facoltose; ma presso il popolo e i contadini nulla è più desolante della sorte dei vecchi. Essi vengono mortificati, respinti con durezza, e lo scherno generale rinfaccia loro ad ogni istante la loro inutile esistenza.

Queste infamie spariscono nell’Associazione domestica progressiva, dove i vecchi svolgono mansioni non meno utili di quelle degli uomini nel pieno vigore dell’età, e, se in buona salute, essi godono di un’esistenza altrettanto piacevole di quella dei loro begli anni.

Se ci si vuole rendere conto di come mirabilmente l’Associazione domestica progressiva si confaccia alle passioni umane, bisogna tener presente che la natura ha distribuito tra noi le diverse tendenze in proporzione e varietà adatte a questo nuovo ordine, e in misura costantemente inadeguata alle necessità dell’ordine civile.

Ecco una prova a cui ho già fatto ricorso e che è bene produrre nuovamente. Ho detto che la maggioranza delle donne non ha né propensione né attitudine per le faccende domestiche. La maggior parte è disorientata e sfibrata dalle cure di una piccola famiglia; alcune, al contrario, considerano un gioco questi lavori domestici e vi eccellono a tal punto che le si reputa capaci di dirigere una casa di cento persone. Eppure la Civiltà pretenderebbe da tutte le donne un’eguale inclinazione per i lavori domestici, che tutte devono svolgere. Perché dunque la natura nega tale attitudine ai tre quarti di esse? Per mantenere la proporzione adatta all’ordine societario, che ne adibirà appena un quarto a tali mansioni.

Aggiungiamo qualche particolare che sia di competenza degli uomini e che possa far loro comprendere l’inadeguatezza dell’organizzazione domestica frazionata. Parlerò della cura delle cantine, da cui la natura ha escluso le donne. Di conseguenza, nella società attuale sarebbe necessario che ogni padrone di casa venisse iniziato all’enologia, che è una scienza difficile da apprendere. In mancanza di ciò, i tre quarti delle case ricche sono molto mal servite quanto a bevande, e pur non lesinando danaro al riguardo, hanno solo vini sofisticati e mal invecchiati, poiché sono costrette ad affidarsi a vinai impareggiabili nella truffa e a cantinieri mercenari, abili soltanto nell’arte di frodare. È per questo che spesso il pranzo di un borghese che sappia come si tengono i vini è preferibile a quello di un principe che non badi a spese per servire ai suoi convitati un assortimento di veleni liquidi, intrugliati dai vinai, e anche dai produttori, i quali, con il progredire dello spirito mercantile, sono diventati adulteratori e imbroglioni al pari dei commercianti.

Non ci sono da temere simili frodi in una Tribù societaria: essa ha sempre tra i suoi membri una commissione di cantinieri provetti, che non potrebbero essere imbrogliati e che non ci si proverebbe neppure a ingannare. Perciò i vettovagliamenti di ogni Tribù, i commestibili, le bevande e altre derrate, sono scelti con intelligenza e tenuti nel miglior ordine, senza che la maggioranza degli associati abbia a preoccuparsi di prendersene cura; poiché, per il controllo di ogni merce, è sufficiente il comitato di funzionari addetti, che in tali occupazioni trovano piacere, guadagno e considerazione.

Se proseguiamo nell’analisi degli inconvenienti inerenti al nostro genere di vita, alla nostra organizzazione domestica frazionata, riconoscerete che tutte le nostre difficoltà domestiche derivano da un’unica causa, dall’incoerenza sociale, che pretenderebbe da qualsiasi uomo e da qualsiasi donna tutte quelle conoscenze e tutte quelle inclinazioni che la natura ha riservato soltanto ad una minima parte di noi, perché esse non siano in eccedenza rispetto alle necessità dell’ordine societario, che è nostro destino, e che si avvarrà normalmente di dieci persone là dove noi ne impieghiamo cento. Era dunque inutile che la natura profondesse a iosa quelle attitudini o caratteri che ci sembrano lodevoli, come quello di casalinga, e che diverrebbero superflui e scomodi nello stato societario, se fossero tanti quanti ne richiede l’ordine civile. Terminerò questa dissertazione ribadendo una conclusione varie volte enunciata: e cioè che non vi è nulla di vizioso nelle nostre tendenze e nei nostri caratteri; essi sono distribuiti con la varietà e la proporzione adatte ai nostri destini futuri, e nulla vi è di vizioso sulla terra se non l’ordine civile e incoerente, che non può in nessun modo piegarsi al sistema delle nostre passioni, tutte conformi ai bisogni dell’ordine societario, che si trova già in embrione nell’Associazione domestica progressiva.

Metodo d’unione dei sessi nel settimo periodo

In questo periodo, così facile da organizzare, la libertà amorosa comincia a nascere e trasforma in virtù la maggior parte dei nostri vizi, come converte in vizi la maggior parte dei nostri costumi galanti. Nelle unioni amorose vengono distinti diversi gradi; i tre principali sono:

I Favoriti e le Favorite ufficiali.

I Genitori e le Genitrici.

Gli Sposi e le Spose.

Gli ultimi devono avere almeno due figli l’uno dall’altro; i secondi ne hanno soltanto uno; i primi non ne hanno. Questi titoli conferiscono agli amanti dei diritti progressivi su una porzione della rispettiva eredità.

Una donna può avere contemporaneamente: 1) uno Sposo da cui ha due figli; 2) un Genitore da cui ne ha soltanto uno; 3) un Favorito che ha vissuto con lei e mantiene la qualifica; e poi dei semplici amanti che non sono nulla davanti alla legge. Questa graduazione di qualifiche instaura una grande cortesia ed una grande fedeltà nei legami. Una donna può rifiutare il titolo di Genitore a un Favorito di cui sia incinta; e analogamente può, se insoddisfatta, rifiutare a diversi uomini il titolo superiore cui essi aspirano. Gli uomini si comportano allo stesso modo con le loro varie donne. Con questo sistema si previene radicalmente l’ipocrisia di cui è fonte il matrimonio. Nella Civiltà, una volta stretto il fatale vincolo, si acquisiscono per sempre tutti i diritti e si sorbiscono appieno le conseguenze dell’ipocrisia di tale legame: da ciò dipende il fatto che la maggior parte degli sposi e delle spose si lamentano, in capo ad alcuni giorni, di essere stati presi in trappola, ed essi restano intrappolati per tutta la vita. Queste trappole non esistono nel settimo periodo; le coppie avanzano nella gerarchia amorosa solo col passar del tempo; all’inizio non hanno altro titolo che quello di Favoriti e Favorite, titolo i diritti inerenti al quale sono limitati e possono essere revocati per incompatibilità dei contraenti. L’uomo che desidera avere un figlio non rischia di restarne privo per la sterilità di una sposa esclusiva. La donna non corre alcun pericolo d’essere eternamente infelice per l’ipocrisia di uno sposo che, il giorno dopo le nozze, si rivela giocatore, o brutale, o geloso. Infine, i diritti coniugali non si acquistano che sulla base di prove sufficienti; e non essendo esclusivi, non son altro per i due che lusinghe amorose e non mezzi di persecuzione, quali li rendono l’unione monogamica e l’uniformità cui essa riduce tutti i rapporti amorosi.

Questa breve digressione sulle Associazioni domestiche progressive non sarà affatto sufficiente a dare un’idea del settimo periodo: bisognerebbe aggiungervi, tra gli altri particolari, una nota informativa sulle leggi amorose di tale società e sui metodi pedagogici. Non mi addentrerò in questi dettagli: il poco che ho detto sulle Associazioni domestiche progressive basta a dimostrare quanto sia facile uscire dal labirinto civile, senza rivolgimenti politici, senza sforzi scientifici, ma con un’operazione meramente domestica.

L’immensità dei benefici che possiamo intravedere in questa facile innovazione, mi consente di insistere su due fenomeni inconcepibili, già denunciati: sulla superficialità dei filosofi che non hanno mai saputo apportare innovazione alcuna nei rapporti domestici, e sulla generale dabbenaggine del sesso maschile che lascia che si perpetui il servaggio coniugale di cui esso stesso è vittima, e di cui si consola solo in virtù del maligno piacere di vedere la donna ancor più asservita e infelice.

Il carattere vile delle donne selvagge e barbare avrebbe dovuto dimostrare ai Civili che la felicità dell’uomo, in amore, è in rapporto alla libertà di cui godono le donne. Tale libertà, aprendo la strada ai piaceri, l’apre del pari ai costumi onorati che ne costituiscono l’attrattiva. Che ipocrisia nei vostri intrighi galanti! Dei giovani che si introducono mellifluamente nelle famiglie, avvilendosi con salamelecchi che vanno dal marito al cagnolino. E perché? per avere una donna che esce dalle braccia del marito, e introdurre nelle famiglie dei rampolli di un’altra schiatta. Voglio ammettere che l’amore conferisca del fascino a tante turpitudini; ma che parte odiosa quando la si esamini a sangue freddo! E c’è da meravigliarsi se gli amori civili finiscono di solito in un’indifferenza glaciale, quando la stanchezza fa sì che gli amanti aprano gli occhi su queste tristi verità? E ho fatto menzione soltanto del destino più brillante dei vostri amori, le corna, che, a ben considerare, sono forse altrettanto ridicole in chi le mette che in chi le porta.

Chiariamo quest’affermazione: io sostengo che la gente e lo stesso cornuto possono divertirsi alle spalle del seduttore, e che le corna gettano sovente più ridicolo sull’amante che sul marito.

Per dimostrarlo, stabiliamo innanzitutto la gerarchia dei cornuti e portiamo in questa profonda disquisizione il lume dei metodi analitici che, secondo i filosofi, sono la via dell’augusta verità.

Si possono distinguere nel mondo dei cornuti nove gradi di cornificazione, sia tra gli uomini che tra le donne, dato che le donne vengono cornificate molto più degli uomini, e se le corna del marito sono alte come quelle del cervo, si può dire che quelle della moglie raggiungano l’altezza dei rami d’albero.

Mi limiterò a citare le tre categorie più importanti, e cioè: il cornuto, il cornuto contento e il cornuto furioso. [Il quadro completo ne comprende sessantaquattro specie progressivamente ordinate per classi, ordini e generi, dal cornuto in erba al cornuto postumo. Qui mi sono limitato a descriverne tre specie, volendo, per questo argomento come per tanti altri, sondare quale ampiezza bisognerebbe dare nel Trattato].

1) Il cornuto propriamente detto è un geloso degno di stima, che ignora la sua disgrazia e si crede unico possessore della sua donna. Finché la gente, con una discrezione encomiabile, lo lascia nella sua illusione, non ha senso farsi beffe di lui: si può forse egli irritare per un’offesa di cui non è a conoscenza? Il ridicolo è tutto del seduttore il quale lo ossequia e si prostra dinanzi a colui col quale consapevolmente divide la bella.

2) Il cornuto contento è un marito sazio degli amori coniugali che, volendo spassarsela fuori, chiude gli occhi sulla condotta della moglie e l’abbandona apertamente agli amanti, con la riserva di non accettarne alcun figlio. Un tale sposo non offre il fianco allo scherno; al contrario egli ha il diritto di fare commenti sulle corna altrui così baldanzosamente come se lui stesso non ne portasse.

3) Il cornuto furioso è un geloso ridicolo, sgradito alla sposa e ben al corrente della di lei infedeltà; è un forsennato che vuole lottare contro il decreto del destino, ma che, opponendo una goffa resistenza, diviene oggetto di scherno per le sue inutili precauzioni, la sua collera e le sue scenate. In fatto di cornuti furiosi, il George Dandin di Molière è un modello perfetto.

Parliamo del cornuto puro e semplice, quello della prima categoria.

Se in amore il punto d’onore sta nel possesso esclusivo, è evidente che il cornuto salva l’onore, mentre il suo sostituto si lascia ferire consapevolmente nell’onore. Egli si abbassa sino al punto di ascoltare senza proferir verbo minacce che lo riguardano direttamente, poiché il marito manifesta dinanzi a lui il proposito di dar la caccia a chiunque tenti di sedurre sua moglie. Degradato dalla remissività che dimostra nei confronti del marito, egli lo è inoltre perché si lascia abbindolare dalla dama, che non trascura mai di raccontargli di non aver rapporti con il marito. Lui finge di credervi per salvare il suo amor proprio; ma può ignorare che la donna, in simili circostanze, raddoppia la sollecitudine nei confronti del coniuge, per nascondergli la tresca e mettersi al riparo dai sospetti in caso di gravidanza? Questa sola considerazione induce la dama a ricercare i favori del marito, proprio quando vuole cedere allo spasimante, di cui paventa le imprudenze; e, per cautela, ella non si concede all’amante che dopo essersi assicurata i favori dello sposo: precauzione lusinghiera per il corteggiatore! Situazione brillante per lui! Queste verità incontestabili fanno storcere il naso a qualunque bellimbusto cui le si esponga. Lo vediamo allora ben bene mortificato delle sue pretese vittorie sui mariti e convinto che l’onore non sta dalla sua parte in una simile vicenda.

E anche quando il marito è un brav’uomo che si può turlupinare, non sa l’amante che questo Argo può tornare alla carica ed esigere i favori della dama quando gli pare e piaccia? Eh! che trionfo possedere una donna che vive con un consorte che può godere di lei a volontà e può avere rapporti con lei, sotto l’egida della legge e della religione! Poiché, secondo [Tomás] Sanchez ed altri casistici, ciascuno dei coniugi commette peccato mortale se rifiuta il debito a colui o a colei che lo richieda (con questa decisione la Chiesa garantisce almeno alle donne la parità dei diritti, poiché condanna indifferentemente il marito o la moglie che si rifiuti al dovere coniugale. È un atto di giustizia che non ha l’eguale presso i filosofi, i quali poco si curano se la donna viene trascurata, e non le conferiscono alcun diritto al pane quotidiano che è uno dei doveri del matrimonio).

Se passiamo in rassegna queste prodezze dei seduttori non vi scopriamo che situazioni avvilenti per i cicisbei che se ne fanno vanto, mentre nella maggioranza dei casi esse non sono che un motivo di vergogna, e che hanno il solo merito di ingannare dei mariti che non stanno in guardia: merito che sembrerà ben meschino quando si conosceranno degli amori più liberi e più decorosi di quelli della Civiltà.

Ne ho dette abbastanza per provare che i Civili considerano ogni cosa dal punto di vista sbagliato, come dimostrano queste tresche di cui ci si gloria e che tutto possono essere meno che lusinghiere per un uomo sensibile. Da ciò si può arguire quanto i Civili siano soggetti ad errare nelle questioni importanti, dato che si ingannano a tal punto nelle più semplici, come in fatto di corna. Se le nostre opinioni al proposito son sì poco conformi alla ragione, è perché cerchiamo di chiudere gli occhi sulla meschinità e sulla volgarità dei piaceri che ci offre la Civiltà. Che triste idea vi fareste dei vostri amori se soltanto vi dessi un quadro del mondo amoroso del settimo periodo, in quelle Tribù o Associazioni domestiche progressive che, essendo un embrione dell’ordine combinato, al pari di esso hanno già la proprietà di debellare ovunque quelle malattie accidentali che tanto intralciano gli amori degli uomini civili, anche dei più liberi!

L’interesse, il piacere e il senso della giustizia favorivano e facilitavano la scoperta delle Associazioni domestiche progressive. Se delle istituzioni così semplici sono rimaste a lungo ignorate, ciò è conseguenza della funesta abitudine contratta dal genere umano di rimettersi per qualsiasi progresso sociale ai filosofi, che si sforzano solo di provocare torbidi nelle faccende di governo al fine di intromettervisi, e che si occupano dell’ordinamento domestico solo per serrare ancor più strettamente il giogo al sesso debole. La maggior parte è nell’età in cui non si gode più il favore delle donne: loro unico scopo è tenere a freno e infinocchiare una servile massaia; tutti dediti a plasmare questa pulzellina con bigotte insinuazioni, essi subordinano a tale scopo tutti i loro scritti, predicano l’oppressione delle donne, decantano loro il piacere di murarsi vive per illeggiadrire il riposo di un libertino che ha lasciato la società. Essi si coalizzano per privare i giovani di una libertà di cui loro hanno fatto sì largo uso; sono quella categoria di invidiosi menzionata da Orazio, quella vecchiaia che

Inetta ai piaceri di cui la gioventù abusa,
censura in essa una felicità che l’età a lei ricusa.
Boileau, Art poétique

Testimone ne sia quel J.-J. Rousseau il quale va predicando di relegare in casa le donne, nonostante confessi d’essere stato un ardente amante delle cortigiane e delle bellezze generose e scenda ai particolari più indiscreti sulle fattezze di quelle che gli hanno accordato i loro favori. Come avrebbe potuto procurarsi queste distrazioni se tutte le dame avessero seguito i suoi precetti e fossero vissute solo per un marito? Ecco i filosofi; essi tuonano contro le ricchezze, gli onori, i piaceri, e vi si gettano a capo fitto con il pretesto di riformare e di moralizzare il mondo. Impregnati sino al midollo di tale egoismo, possono mai accettare alcuna idea, o concepire alcun progetto in favore delle donne? Potevano essi conformarsi in qualche modo ai disegni di Dio, che tendono alla giustizia, vale a dire al bene del sesso debole come a quello del sesso forte?

Avvilente stato delle donne nella Civiltà

Si può forse vedere un briciolo di giustizia nella sorte loro riservata? La fanciulla non è forse una merce esposta in vendita per chi voglia contrattarne l’acquisto e la proprietà esclusiva? L’assenso che ella dà al legame coniugale non è forse irrisorio, coartato dai tirannici pregiudizi che la ossessionano fin dall’infanzia? La si vuole persuadere che porta catene coperte di fiori; ma può ella ingannarsi sulla propria degradazione, anche nei paesi infarciti di filosofia, come l’Inghilterra, dove gli uomini godono del diritto di condurre, la cavezza al collo, la loro donna al mercato, e di cederla come una bestia da soma a chi voglia pagarne il prezzo? A tale riguardo, la nostra mentalità è più avanzata che in quei tempi bui quando un certo concilio di Mâcon, vera accolta di Vandali, mise ai voti se le donne avessero un’anima; e la risposta affermativa passò con una maggioranza di soli tre voti. La legislazione inglese, tanto vantata dai moralisti, concede agli uomini diversi diritti non meno infamanti per il sesso debole: per esempio il diritto che ha il coniuge di farsi assegnare un indennizzo pecuniario dall’amante ufficiale della sposa. Le forme sono meno grossolane in Francia, ma la schiavitù è, nella sostanza, la stessa. Vi si vedono, come dappertutto, delle fanciulle languire, deperire e morire per la mancanza di un’unione che la natura imperiosamente comanda e che il pregiudizio proibisce loro, pena l’ignominia, prima di essere state legalmente vendute. Questi episodi, per quanto rari, sono ancora abbastanza frequenti per dimostrare la soggezione del sesso debole, il dispregio dei voleri della natura e l’assenza di qualsiasi giustizia nei confronti delle donne.

Tra gli indizi che promettevano buoni frutti dall’estensione dei diritti femminili, bisogna citare l’esperienza di tutti i paesi. Si è visto che le nazioni migliori furono sempre quelle che accordarono alle donne maggiore libertà: lo si è visto presso i Barbari e i Selvaggi come presso gli uomini civili. I Giapponesi, che sono quelli che più hanno sviluppato l’attività produttiva, i più prodi e i più degni di stima tra i Barbari, sono anche i meno gelosi e i più tolleranti con le donne; al punto che quelle scimmie di Cinesi fanno il viaggio in Giappone per darsi a quell’amore che i loro ipocriti costumi proibiscono.

Per la stessa ragione i Tahitiani sono stati i migliori fra tutti i selvaggi: nessuna orda aveva fatto tanto progredire l’economia, tenuto conto delle scarse risorse offerte dal loro paese. I Francesi, che meno degli altri vessano le donne, sono anche i migliori tra i Civili, in quanto sono la nazione più docile, quella da cui un abile sovrano può trarre in breve tempo i migliori frutti, in qualunque campo; e malgrado alcuni difetti come la frivolezza, la presunzione individuale e la scarsa pulizia, essi sono purtuttavia la prima delle nazioni civili, per il solo fatto della docilità, che è il carattere che più contrasta con quello dei Barbari.

[L’accusa di presunzione non può essere mossa alla nazione francese, ma soltanto ai singoli individui; la nazione, collettivamente presa, cade nel difetto opposto, manca di fiducia in se stessa: essa reputa impossibile qualsiasi impresa affidata alle sue sole forze; l’espressione è impossibile risuona in Francia su tutte le bocche e i Francesi possono essere soprannominati: la nazione degli impossibili. Essi non ammirano e non stimano che gli stranieri; ogni studioso o artista è apprezzato il doppio in Francia se è forestiero. Nessuna nazione ci prende tanto gusto a bistrattare i suoi grandi uomini finché sono in vita; la Francia è l’inferno degli scienziati. Non accade la stessa cosa in altre contrade che portano alle stelle tutti i loro prodotti. In Germania ogni scrittore passa, in vita, per un grand’uomo; al minimo successo, gli si dà la qualifica di celebre. Quanto alla nazione francese, lungi dall’essere boriosa, essa si abbassa ad applaudire e ad imitare i difetti altrui: così, nel 1787 abbiamo visto che la vecchia Corte ha tentato di introdurre nella disciplina militare la nobile usanza delle bastonate, per imitare i Prussiani di cui si era infatuata. Eh! quante mode ridicole non sono state copiate dagli Inglesi, dei quali la Corte s’era del pari infanatichita! Insomma i Francesi sono modesti, anche in guerra, dove i loro numerosi successi potrebbero ispirare loro dell’albagia. Se ne è avuta la conferma nell’ultima campagna, nel corso della quale i Prussiani si abbandonarono alle fanfaronate più indecorose; sembrava, a sentire le diatribe pubblicate a Berlino, che le legioni prussiane, con un’apparizione, con un soffio, avrebbero annientato l’esercito francese, il quale avanzava senza iattanza alcuna, e senza che i giornali francesi facessero intendere la più piccola smargiassata. Questi esempi particolari provano a sufficienza che la nazione francese non è affetta da presunzione, bensì dal carattere opposto, che è la mancanza di fiducia in se stessa e l’infatuazione per i forestieri. Così nessun popolo è più ospitale e più cavalleresco verso i nemici vinti. Eppure i singoli individui sono presuntuosi e ostentano tale difetto, con le loro maniere affettate e il loro tono di sufficienza con la loro abitudine allo scherno e ai giochi di parole. Da che cosa dipende allora questo contrasto tra il carattere borioso degli individui e quello modesto, docile della nazione? Potrei indicarne la causa e il rimedio, ma non tutte le verità si possono dire].

Si può del pari osservare che le nazioni più corrotte sono sempre state quelle che maggiormente asservivano le donne: prova ne siano i Cinesi, che sono la feccia del globo, il più lestofante, il più codardo, il più affamato di tutti i popoli dediti all’attività produttiva; e che sono anche i più gelosi e i più intolleranti in amore. Tra i Civili moderni i meno indulgenti nei confronti del sesso debole sono stati gli Spagnoli: perciò sono rimasti indietro rispetto agli altri popoli europei e non si sono fatti nessun onore nelle scienze e nelle arti. Quanto alle orde selvagge, se le esaminassimo vedremmo che le più corrotte sono di nuovo quelle che hanno meno riguardi per il sesso debole e presso le quali la condizione della donna è più miseranda.

In linea di massima: I progressi sociali e i mutamenti di periodo si determinano in ragione del progredire delle donne verso la libertà; e il declino di un ordine sociale si determina in ragione del diminuire della libertà delle donne.

Altri eventi influiscono su tali vicissitudini politiche; ma non vi è nessuna causa che provochi altrettanto rapidamente il progresso o il declino della società, come il mutamento della condizione delle donne. Ho già detto che se semplicemente adottassimo la reclusione nei serragli diventeremmo in breve tempo Barbari, e che se i Barbari semplicemente aprissero i serragli passerebbero alla Civiltà. Ricapitolando, l’estensione dei diritti delle donne è la causa generale di ogni progresso sociale.

Innovazioni che avrebbero portato al sesto periodo. Maggiore età amorosa, corporazioni amorose: loro risultati

È una grande sfortuna per il nostro globo che tra i sovrani civili non se ne sia trovato uno bendisposto verso le donne, vale a dire un principe giusto nei loro confronti. Alcuni sono stati galanti, ma molto ci corre dalla galanteria all’equità a cui sono ispirati i due provvedimenti che indicherò ora. Essi potranno sembrare fomite di disordine finché non se ne conosceranno gli effetti.

La prima misura di giustizia nei confronti delle donne sarebbe stato di fissare loro una maggiore età amorosa; di affrancarle a una certa età dall’umiliazione di essere messe in vendita e costrette a non avere un uomo finché uno sconosciuto non venga a mercanteggiarle e a sposarle. Penso che si sarebbero dovute dichiarare le donne emancipate o affrancate all’età di diciotto anni, salvo poi disciplinare opportunamente l’esercizio dei loro amori.

All’età di diciotto anni, una donna è ormai da quattro anni in piena pubertà: è, mi pare, un intervallo di tempo sufficiente perché gli uomini della città o del cantone abbiano avuto il tempo di riflettere e di decidere se prenderla o lasciarla.

Perché gli uomini, secondo la legge del più forte, vogliono proibire il piacere a ogni ragazza nubile per riservare la sua verginità al primo zoticone che verrà a contrattarne il prezzo, non dobbiamo dare una sistemazione a quelle che non trovano acquirente in via definitiva? Non si dovrebbe, dopo una prova di parecchi anni, metterle in circolazione, autorizzarle a provvedersi come loro aggrada e a prendersi, pronuba la legge, degli amanti, che esse si prendono lo stesso senza tale autorizzazione? Colei che non ha trovato un marito dopo essere stata in mostra quattro anni ai balli e a passeggio, alle messe solenni e ai sermoni, rischia proprio di non trovarne mai: quei motivi che hanno allontanato i mariti ci saranno dopo come prima, durante i quattro anni di prova. D’altra parte, se il matrimonio è utile nella Civiltà, conviene indurvi gli uomini facendo loro temere di perdere le primizie delle donne che essi lasciassero libere dopo i diciotto anni.

Sarebbe molto più saggio prendere una decisione nei riguardi delle ragazze lasciate da parte, che sono di solito le più belle, le più adatte a dare alla luce dei bei bambini. Ci sono un’infinità di belle donne sole, perché la loro bellezza è uno spauracchio per gli uomini che temono le corna e fanno del matrimonio un’operazione di calcolo, di gelosia e d’interesse. Questo machiavellismo coniugale fa rimanere nubili le donzelle più distinte, quelle più capaci di tenere le redini di una casa. Non c’è nulla che più indigni del vedere queste infelici fanciulle trascurate perché non hanno montagne d’oro. Eh! come mai i loro genitori che le hanno sullo stomaco, non hanno pensato a proporre di riformare dei costumi così sfavorevoli per le famiglie di poche sostanze, che sono le più numerose e le più degne di tutela?

Stando a queste considerazioni, bisognerebbe, nella Civiltà, dividere le donne in due categorie: le Giovinette, al di sotto dei diciotto anni, e le Emancipate, al di sopra dei diciotto anni. A partire da tale età esse acquisterebbero il diritto di prendersi degli amanti, salvo fare delle leggi sulla sorte dei figli che nascessero da simili unioni (indicherò queste leggi in un trattato sul sesto periodo, poiché questa è una misura del sesto periodo).

L’opinione pubblica e il senso di giustizia reclamavano entrambi tale misura. Si sa che le ragazze che toccano i vent’anni senza aver trovato marito, sono oggetto di dileggio da parte degli uomini. Ci si prende gioco del fatto che sono trascurate; vengono coperte di sarcasmi e di frizzi, e sono costrette dall’opinione pubblica a contravvenire alla legge e a farsi segretamente degli amanti. Gli uomini sono così maldicenti, così ingiusti nei riguardi delle donne che le sbeffeggiano in tutti i casi, sia che abbiano conservato, sia che abbiano perduto la loro verginità, passata l’età in cui tale fardello diviene troppo greve da portare.

Che rischio si correva concedendo alle donne la libertà amorosa dopo i diciotto anni, e quali vantaggi si sono ricavati dai metodi vessatori dei filosofi? Con il loro sistema di educazione bigotta, che conferisce alle signorine un’affettata indifferenza per l’amore, essi sono riusciti soltanto ad organizzare l’infedeltà universale. Per cui qualunque altro sistema più conforme alle leggi della natura non produrrebbe più cornuti di quanti se ne vedano oggigiorno. Eh! corna per corna, non sarebbe stato meglio sperimentare un ordinamento meno oppressivo, meno avvilente per le donne? Senza dubbio, perché la libertà amorosa sviluppa preziose qualità nelle categorie che più ne beneficiano: e cioè nelle Dame d’alto rango, nelle Cortigiane d’alto bordo e nelle Borghesucce non maritate.

È in queste tre categorie di donne che si scorgono i risultati più lusinghieri; riunendo le loro qualità si arriverebbe alla perfezione. Infatti:

Le Nobildonne. Mi riferisco a quelle che sono galanti, hanno delle maniere schiette, disinvolte, un piglio espansivo che ispira amicizia. Esse seducono immediatamente chi le vede per la prima volta; costui crede d’essersi imbattuto in creature soprannaturali, tanto sono diverse dalle borghesi, che sono macchine contafrottole, anime anguste, nelle quali l’amore regna in modo esclusivo e non lascia adito a nessun’altra passione; esseri insensibili all’amicizia, al gusto delle arti e ad altri nobili sentimenti. Senza dubbio le nobildonne hanno anch’esse i loro punti deboli; ma esse danno all’intrigo sfumature varie di naturalezza e di magnanimità. Eh! possiamo forse biasimarle perché sanno ingentilire il vizio, visto che esso solo deve regnare nella Civiltà?

Le Cortigiane d’alto bordo. A parte una certa tendenza all’intrigo imposta dal loro tipo di vita, sono piene di nobili qualità: compiacenti, indulgenti, cordiali, il loro carattere sarebbe sublime se avessero delle buone rendite, prova ne sia Ninon [Anne de Lenclos]. La consuetudine del piacere fa loro perdere quella mentalità prudente, quei sottintesi tutti carnali che si notano nelle borghesi infarcite di morale, in quelle donne tutte casa che nelle loro espansioni sentimentali lasciano trapelare ad ogni istante una sensualità che si ostinano a negare, sensualità che non guasta il fascino di una donna quando sia temperata dagli affetti dell’anima, come avviene nelle donne di liberi costumi.

Le Borghesucce, bottegaie, operaie ecc., sono una categoria di donne completamente libere prima del matrimonio, soprattutto nelle grandi città. Esse hanno notoriamente degli amanti in barba a padre e madre; ne hanno di ricambio in ogni occasione; insomma esse hanno a iosa quei godimenti negati alle fanciulle di rango superiore. Passano la loro giovinezza svolazzando da un uomo all’altro e, per questo, sono più sveglie nel lavoro e più abili nel trovare qualche sprovveduto che le sposi quando cominciano a invecchiare. Certo bisogna biasimare la loro mania di fingere in continuazione, mania che è da imputare alla cattiva educazione degli uomini della classe media che le circondano. D’altra parte, esse hanno ottime disposizioni: sono soprattutto delle eccellenti padrone di casa di gran lunga preferibili alle Agnesi d’alto rango. [È una deprecabile e strana persecuzione quella di cui sono vittime le ragazze cosiddette perbene: esse vedono nella loro città, nella loro casa, sotto i loro veroni, le piccole borghesi svagarsi, cullarsi negli amori che a loro vengono proibiti. Perché questa babele di costumi nella Civiltà? e quali ragioni addurranno i filosofi per dimostrare che non si sarebbe dovuto provare a generalizzare quella libertà amorosa che produce solo buoni effetti tra le categorie di donne che ne fruiscono?].

Ricapitolando, si potrebbe elevare alla perfezione il carattere femminile se riuscissimo a riunire le qualità delle tre categorie di donne che ho menzionato, e questo sarebbe il risultato che produrrebbe un ordine sociale in cui il sesso femminile godesse di una completa libertà amorosa. Mirando soltanto a un unico scopo, quello di fare delle casalinghe, voi fate un fiasco completo per avere desiderato troppo poco: le vostre fanciulle infarcite di pregiudizi e di filosofia sono degli esseri degenerati che, incessantemente tormentate dal desiderio, lavorano senza voglia alcuna, sono sempre svagate, s’interessano appena alle cose che vengono loro insegnate, dimenticano subito dopo il matrimonio tutto ciò che hanno imparato e diventano presto delle cattive massaie, se appena lo sposo non ha l’abilità di guidarle passo passo. Il mondo le abbaglia, le travolge tanto più vertiginosamente in quanto esse non hanno nessuna esperienza, mentre una donna già esperta prima del matrimonio meno facilmente si lascerà sedurre dal piacere e, conoscendo la malizia degli spasimanti, si attaccherà tanto più alla famiglia e al marito, nel quale vedrà un protettore contro gli assalti maschili. Se si prende degli amanti, sarà più per svago che per passione: nei suoi amori non perderà di vista gli interessi della famiglia e cercherà di mitigare, per quanto è possibile, l’inevitabile iattura delle corna. Simili donne sono particolarmente adatte agli uomini di manica larga, ai mariti di pasta tenera, per cui ci vuole una sposa autoritaria, una virago che sappia reggere il timone della casa e portare i pantaloni. Una simile moglie fa la felicità di un uomo debole; egli ottiene da lei il vero amore coniugale che non è altro che una comunione d’interessi tra coniugi, una coalizione contro le frodi della società. Quante altre categorie di uomini ci sono che non riuscirebbero ad accontentarsi di quelle donne tutto miele a furia di pregiudizi, di quegli automi plasmati dalla filosofia, il cui carattere è un enigma impenetrabile, e che, con la loro simulata ingenuità, suscitano la diffidenza degli stessi filosofi! Essi sanno meglio di chiunque altro quanto poco ci si debba fidare di quell’aria candida che l’educazione conferisce alle fanciulle! Ogni donna dai liberi trascorsi avrà avuto un’aria innocente come le altre, prima del matrimonio: quella vernice di castità è una maschera che non inganna alcun uomo, non accelera affatto i matrimoni e non approda ad altro risultato che a rendere le donne abili nella dissimulazione. Si sa che un alito d’amore susciterà in loro delle passioni e svilupperà in loro un carattere ancora sconosciuto, la cui bontà o malvagità è un enigma impenetrabile anche per gli uomini esperti. Per farla breve, questo pasticcio di educazione filosofica non è che un circolo vizioso, come tutte le usanze civili, e non ha altro esito che di gettare tutti i mariti nella disgrazia che essi vogliono evitare. Ciò che disorienta i filosofi è la constatazione che, in qualsiasi maniera, non si perviene ad altro risultato che a quelle corna che tanto si paventano. Così questi dotti propugnano ogni giorno un nuovo sistema in fatto di educazione, senz’altro esito che di camuffare e non di mutare gli istinti delle fanciulle:

Naturam expelles furca, tamen usque recurret [Orazio].

Essi si allarmano se le donne vengono elevate alla cultura delle scienze e delle arti; desidererebbero che le giovani non avessero altra tendenza se non quella a fare la calza: queste sono le loro testuali parole, che fanno risuonare persino sulle scene. Non c’è compito cui si consacrino con maggior zelo che a contrastare l’amore del piacere: vedono solo corna nell’avvenire; sono intolleranti e petulanti nei confronti dell’indole femminile, ombrosi come gli eunuchi attorno alle odalische.

Eh! quand’anche si giungesse a mettere ordine nei loro sistemi educativi, che cambiano da un giorno all’altro (dato che ogni giorno compaiono nuovi trattati di morale che non sono mai in accordo coi precedenti), che vantaggio ne ricaverebbero le fanciulle? Accade forse che prendano marito quelle che sono imbottite di precetti? No, esse restano sole con le loro virtù. Ci sono soltanto due leve che decidono i matrimoni nella Civiltà: e cioè la ricchezza e l’intrigo. I padri lo sanno bene, e così si preoccupano più di dare una dote alle loro figlie che di educarle. Quanto all’intrigo, i padri non eccellono in questo campo e, malgrado le smancerie che fanno ai possibili mariti, sono messi in scacco da qualsiasi ragazza un po’ esperta che sappia condurre da sé l’affare e mettere in gioco ben altre batterie che non la virtù. Queste ragazze navigate possiedono l’arte di soffiare i buoni partiti alle pudibonde e di fare buoni matrimoni senza l’intromissione di nessuno, mentre il matrimonio delle Agnesi richiede la mediazione scandalosa di comari, parenti, notari e filosofi che si mettono alle calcagna di un giovane per catechizzarlo e spingerlo nella trappola, così come i macellai e i loro cani accerchiano il bue e lo spingono al macello, dove rilutta ad entrare.

Così si ordiscono i matrimoni: gli uomini vi cascano solo perché circuiti con tranelli, assillati da sollecitatori e da moralisti. Non si sarebbe così restii al matrimonio se fosse veramente il pegno della felicità, come lo è per coloro che sposano una donna molto ricca.

Com’è che un secolo così incline agli esperimenti d’ogni genere, un secolo che ha avuto l’audacia di rovesciare troni e altari ha ceduto così servilmente dinanzi ai pregiudizi in campo amoroso, i soli la cui soppressione avrebbe potuto produrre qualche beneficio? E com’è che non si è pensato a sperimentare in questo campo i sistemi liberali di cui tanto si è abusato? Tutto invitava a saggiarne gli effetti in amore, poiché la felicità degli uomini è in rapporto alla libertà di cui godono le donne. Infatti, supponiamo di riuscire ad escogitare un modo per obbligare tutte le donne, senza eccezione, a quella castità che da loro si pretende, in modo che nessuna di esse possa cedere all’amore prima del matrimonio né possedere, dopo, altro uomo che il proprio marito: ne deriverebbe che ciascun uomo potrebbe avere in tutto il corso della sua vita solo la moglie tutta casa da lui sposata. Ora, che ne direbbero gli uomini di questa prospettiva d’essere ridotti per tutta la vita a godere soltanto di una sposa che potrebbe loro non andare all’indomani delle nozze? Certo, ogni uomo, individualmente preso, sarebbe del parere di sopprimere l’autore di una simile trovata, che minaccerebbe di far scomparire l’intrigo amoroso; e i nemici più accaniti di un tale ordinamento sarebbero i filosofi, i quali molto volentieri si danno alla seduzione e all’adulterio: dal che si deduce che tutti gli uomini sono personalmente avversi ai loro precetti di castità, e che tanto maggiore è la felicità del sesso maschile quanto più le donne trasgrediscono i precetti di fedeltà coniugale. La rigorosa osservanza di essi provocherebbe la disperazione di tutti gli uomini, individualmente presi, senza eccezione per i filosofi, i quali, essendo più donnaioli degli altri, sarebbero i più sconcertati dal trionfo dei loro princìpi amorosi, come lo furono, nel 1789, dall’esperimento dei loro sistemi politici.

Un’altra conclusione che possiamo trarre dalla questione di cui stiamo trattando, è che gli uomini civili versano in un’ignoranza assoluta circa l’impiego delle passioni in campo morale: perché, adottando l’innovazione proposta nei riguardi delle donne, la distinzione tra minore età e maggiore età amorosa, si otterrebbero parecchi risultati estremamente utili per la moralità civile. Tra gli altri disordini che verrebbero estirpati, citerò la confusione amorosa, che è uno dei sedici caratteri della Civiltà. La metterò a confronto con le corporazioni amorose, che sono proprie del sesto periodo, la cui descrizione verrebbe apprezzata da chiunque, perché tale periodo è il più vicino al nostro e il più facile da comprendere per gli uomini civili, poiché conserva ancora diverse delle loro istituzioni domestiche, come i nuclei familiari incoerenti.

Corporazioni amorose

Con l’espressione confusione amorosa, intendo l’abitudine che noi abbiamo di non ammettere alcuna gradazione di vizio o di virtù in amore; si faccia per esempio il caso dell’adulterio: ogni infedeltà coniugale è ugualmente colpevole agli occhi dei filosofi, ed essi invocano su una donna le folgori del cielo e della terra per il fallo più lieve. Eppure vi sono diversi gradi di colpa nell’adulterio, come in tutto: i rapporti con una donna sterile o con una donna già incinta, insomma ogni accoppiamento da cui non derivi una gravidanza, non sono forse dei peccatucci, soprattutto quando l’adulterio è soggetto a condizioni, tacitamente tollerato dal marito? È dunque necessario distinguere queste diverse sfumature di colpa dall’adulterio veramente grave, come quello che provoca la disgregazione delle famiglie o che vi introduce dei rampolli d’altro ceppo. Rifiutando di accettare queste distinzioni, volendo fare di ogni erba un fascio e condannare in blocco tutti i tipi di adulterio, li si è resi tutti scusabili, a tutti si è accordata l’indulgenza dovuta ad alcuni. L’opinione pubblica, indignata, ha combattuto i rigoristi ricorrendo al ridicolo; e sotto la denominazione di corna, si è giunti a scusare e a favorire dei tradimenti odiosi, che il diritto mette sullo stesso piano dei reati più irrilevanti.

Si è dunque fallito lo scopo per eccesso d’ingiustizia e di spirito vessatorio: si è riusciti soltanto a far sì che in amore trionfassero la falsità e la depravazione. Se, come dicono i filosofi, qualunque piacere fuori del matrimonio è un crimine, diventa una necessità negare tutto e ingannare di continuo: è per questo che ogni donna e ogni ragazza si spacciano per modelli di fedeltà o di continenza; ma se appena si ammettessero delle gradazioni di virtù e di vizio negli affari di cuore, si vedrebbero nascere costumi leali e propizi alla verità come ai piaceri.

Se si ammette la distinzione tra minore età e maggiore età amorosa, è necessario dividere le donne emancipate al di sopra dell’età di diciotto anni in tre corporazioni principali; e precisamente:

1) Le Spose, che hanno un solo uomo per tutta la vita, secondo l’uso civile.

2) Le Damigelle o demi-Dames, che possono cambiare amante, purché li prendano uno dopo l’altro, uno alla volta, e purché la separazione avvenga secondo le regole.

3) Le Galanti, la cui regola è ancora meno rigida.

Ciascuno di questi tre corpi si suddivide in tre sottogruppi o varietà che è possibile distinguere grazie agli elenchi nominativi di ogni città o cantone. Ogni donna cambia corporazione a suo piacimento.

Quest’ordine di cose, di cui sarebbe troppo lungo indicare le disposizioni accessorie, realizzerebbe la maggior parte delle riforme che si tentano invano oggigiorno in campo amoroso: per esempio, eviterebbe che le fanciulle venissero sedotte e abbandonate. Se ne vediamo così tante languire tutta la vita in attesa di un marito o darsi alla dissolutezza, è perché gli uomini hanno la possibilità di trascinare per le lunghe quelle che corteggiano e perché esse non vedono una fine al loro desolante nubilato. Ma una volta fissato questo termine a diciotto anni, un seduttore non avrebbe pretesti per abbindolare una ragazza: se ella cedesse, sarebbe respinta o fatta oggetto di sospetti infamanti da parte del corpo delle Giovinette. Un altro motivo per resistere sarebbe la certezza di dover attendere solo fino ai diciotto anni. A tale epoca i pretendenti sarebbero obbligati a pronunciarsi, in mancanza della qual cosa, la Giovinetta, per non perdere la sua bella gioventù, entrerebbe nel corpo delle Damigelle, e, acquistando il diritto di prendersi un amante, non sceglierebbe certo colui che l’avesse illusa col miraggio del matrimonio: è un imbroglio che le fanciulle non perdonano.

Allora l’adulterio o cornifìcazione sarebbe ridotto a ben poca cosa: un dongiovanni avrebbe scarso successo con le donne sposate, poiché esse correrebbero il rischio d’essere oggetto di chiacchiere anche senza prove materiali, e d’esser messe nella lista delle sospette, o in quella delle fedifraghe, se la colpa fosse accertata. Le Spose sarebbero sorvegliate dalle due corporazioni delle Damigelle e delle Galanti, per cui una donna non si azzarderebbe a stringere il vincolo coniugale se non avesse una sicura vocazione per la fedeltà. Di conseguenza non ci si sposerebbe che molto tardi, nell’età in cui le passioni sono placate, e il matrimonio verrebbe ricondotto al suo vero fine, che è d’essere il sostegno della vecchiaia: è un rifugio dal mondo, un legame ragionato fatto per le persone anziane e non per la gioventù.

Allora svanirebbe il pregiudizio per cui ci si fa beffe di chi sposa delle ragazze che sono state già d’altri. Le Damigelle non sarebbero affatto sminuite per aver avuto degli amanti, poiché, per prenderne, esse avrebbero aspettato l’età di diciotto anni prescritta dalle leggi. Le si sposerebbe senza maggiori scrupoli di quanti non se ne abbiano a sposare una vedova con dei figli. Se nel matrimonio è un disonore essere secondo nel possesso, perché allora gli uomini non vedono l’ora di impalmare una ricca vedova e di sobbarcarsi all’educazione dei figli altrui, figli che possono provenire da padri differenti, se la vedova è stata donna di liberi costumi? Si passa sopra a tutte queste considerazioni, mentre ci si riterrebbe compromessi a sposare una ragazza che si è limitata a divertirsi un po’, senza aver avuto dei figli. Da ciò si vede che le nostre idee sull’onore e sulla virtù delle donne non sono che pregiudizi che variano a seconda della legislazione. Basterebbe una legge perché l’opinione comune si trovasse in accordo con la natura e venissero annoverati tra i piaceri leciti quegli svaghi amorosi che è assurdo considerare vizio nelle donne quando li si proclama marachella negli uomini. Ne consegue che gli uomini non possono commettere una marachella se non nella misura in cui le donne si compiacciono di abbandonarsi al vizio: buffa contraddizione che, del resto, non è più amena dei nostri costumi e delle nostre opinioni civili. [L’adulterio è considerato un crimine, e tuttavia, nella buona società, un uomo gode di un prestigio proporzionale al numero dei suoi adulteri noti e conclamati. Si ammira, si esalta un Richelieu, un Alcibiade, che hanno sedotto un’infinità di donne sposate; ma che considerazione si ha di un uomo che, volendo obbedire alle leggi e alla religione, conserva la sua castità per portarla come dono di nozze alla sua sposa? Un uomo simile è dileggiato da tutti. In fatto di adulterio come in fatto di duello, la legge viene neutralizzata dalla mentalità corrente, la quale non è favorevole che ai raggiri amorosi e persino al libertinaggio sfrontato. Infatti, si bolla d’infamia una povera ragazza che si fa mettere incinta senza l’autorizzazione della municipalità, la si proclama colpevole anche quando è stata fedele all’amante; ma paragonate la condotta di questa ragazza con quella delle donne onorate! Orbene, che cos’è una donna onorata in Francia? È una donna che ha di solito tre uomini alla volta, vale a dire: il marito, l’amante di turno e qualche vecchio titolare che torna di tanto in tanto a far valere i suoi diritti, a titolo di amico di casa; il tutto senza contare le avventurette. Con questo tenore di vita, essa ottiene di pieno diritto una patente di donna onesta. Sia detto senza offesa per le signore che se la spassano, esse non avranno mai tanti amanti quante sono le amiche che i loro mariti si fanno prima e dopo il matrimonio. L’opinione pubblica, così illogica con le sue ingiustizie, lo è ancora di più per le sue contraddizioni; prova ne sia il caso delle ragazze incinte. Si considera un crimine la loro gravidanza, e un crimine l’aborto volontario; tuttavia, se esse tengono all’onore, devono pensare a come difenderlo cancellando le tracce della loro debolezza. Dunque, non sono da biasimare le ragazze perché abortiscono all’inizio della gravidanza, quando il feto non è vivo, è l’opinione pubblica che è assurda quando stabilisce che l’onore è perduto per l’innocentissima azione di concepire un figlio. I costumi, in Svezia, sono in questo campo, molto più conformi al buon senso che nel resto dell’Europa: non si considera disonorata una ragazza incinta, e inoltre è proibito ai padroni licenziare, a motivo della gravidanza, una domestica a cui non si abbia da rimproverare altra colpa. Consuetudine molto saggia in un paese che ha bisogno di popolarsi. Ma a che pro’ insistere sulle assurdità delle nostre opinioni? Nessuno le ha meglio giudicate dei loro stessi apologeti i quali, non vedendo alcun mezzo per conciliare la Civiltà e la ragione, hanno adottato a tale riguardo la tattica dei ciarlatani, che è quella di magnificare sperticatamente il loro orvietano, la loro Civiltà. Per quanto si sminuiscano le virtù di questo intruglio, gli si attribuisce sempre troppo valore, dato che non ne ha alcuno. Questo calcolo hanno fatto i filosofi, quando hanno pensato di dirci che la società civile era la perfezione del perfezionamento della perfettibilità]. Allora diminuirebbero l’egoismo e la piaggeria che ingenera lo stato coniugale. Esso corrompe in particolar modo il carattere delle donne, che contraggono tutti i difetti del marito senza prenderne le buone qualità: inevitabile conseguenza dell’arrendevolezza che si inculca loro. Unite una giovane Agnese a Robespierre, e il mese dopo essa sarà sanguinaria quanto lui, lo incoraggerà in tutti i suoi delitti. Tale propensione delle spose al servilismo verrebbe corretta dalla rivalità delle Damigelle, il cui tratto dominante sarebbe di non assimilare le abitudini di nessun uomo, dato che potrebbero averne diversi; di non ostentare che un carattere nobile e indipendente, e di sottrarsi in tutto e per tutto ai difetti propri dello stato coniugale, e, tra questi, all’egoismo che il matrimonio esaspera in sommo grado: così le persone sposate sono affette da un’eccezionale diffidenza nei confronti dei loro simili. Niente di più difficile che mettere insieme e far vivere in comune due coppie. L’incompatibilità permane anche quando si tratti dei servitori; e in ogni famiglia si è molto contrari a prendere come domestici una coppia sposata. E ciò perché si sa bene che lo spirito coniugale crea una coalizione dei consorti contro tutto ciò che li circonda, coalizione che soffoca le nobili passioni e le idee liberali. È per questo che la categoria delle persone sposate è sempre la più scaltra, la più insensibile alle sventure pubbliche o private; e si conviene così apertamente sul loro spirito antisociale che si crede di fare un grande elogio di un uomo dicendo: il matrimonio non l’ha affatto cambiato; ha conservato il carattere amabile che aveva da scapolo.

Allora virtù e vizio riacquisterebbero, presso la pubblica opinione, il loro giusto valore. Ho fatto osservare che i nostri costumi non distinguono affatto vari gradi nel vizio: ogni donna è costretta a simulare la virtù, e, tra tante che vi pretendono, il vantaggio è tutto dalla parte delle più licenziose, perché esse diminuiscono il numero degli amanti che hanno avuto. Quante sono le donne oneste che hanno avuto una ventina di uomini e che, nelle loro abili confidenze fanno credere di non averne avuto che una mezza dozzina! Mentre una poverina che non ne avrà avuto che due o tre, viene diffamata più di quelle che hanno sfidato le critiche. Questa confusione verrebbe eliminata dividendo le donne in diverse corporazioni, a seconda dei diversi caratteri. Ripeto che queste tre congregazioni amorose cui ho fatto cenno, sarebbero suddivise in nove sottogruppi, al fine di evitare, per quanto è possibile, qualsiasi confusione: e come vi sarebbero tre liste di Spose fedeli, Sospette e Fedifraghe, del pari vi sarebbero tre liste di Damigelle e tre liste di Galanti. Ci sarebbe conformità tra tale metodo e l’ordinamento delle Serie passionate che ho definito alla Nota A; e poiché bisogna collocare ai margini di ogni Serie due gruppi di transizione, tali gruppi sarebbero quelli delle Giovinette e delle Indipendenti, che non hanno, le une, alcuna pratica dell’amore carnale, mentre le altre non osservano nessuna regola nell’esercizio di tale passione.

Un tale ordinamento assicura alle relazioni amorose il minimo di normale sviluppo che possa darsi loro: qualunque altro sistema che limiti ulteriormente le passioni incorre necessariamente nei mali filosofici dell’eguaglianza e della confusione, i cui detestabili risultati abbiamo oggi sotto gli occhi.

Inconvenienti del sistema di repressione degli amori

È necessario rilevare che, nell’attuale disordine dei costumi amorosi, le donne hanno ottenuto il solo privilegio che dovesse esser loro negato: quello di fare accettare al coniuge un figlio non suo, sulla cui fronte la natura ha impresso il nome del padre vero. Così, nell’unico caso in cui la donna sia colpevole, essa gode dell’alta tutela delle leggi, e nell’unico caso in cui l’uomo venga veramente oltraggiato, l’opinione pubblica e la legge si uniscono nell’aggravarne l’onta. Eh! come mai gli uomini civili, così intolleranti quando si tratta dei piaceri delle loro donne, si adattano tanto docilmente a chinare la fronte sotto il giogo, ad ospitare un frutto di patente adulterio, ad associarlo al loro nome e ai loro beni, quando dovrebbero mandarlo all’orfanotrofio? Ecco dunque esauditi i voti della filosofia: è proprio nel matrimonio che gli uomini formano un’unica grande famiglia, nella quale i beni sono comuni al figlio del vicino come al nostro. La generosità di questi bravi mariti civili sarà per l’avvenire un inesauribile motivo di riso; e ci vorranno pur delle pagine amene come queste, che aiutino a farci sopportare la lettura dei nostri annali, tanto spesso scritti a caratteri di sangue.

Questa tolleranza dei mariti per l’oltraggio più grave si accorda con la generale incongruenza che regna nelle questioni amorose. Essa è arrivata a un punto tale che vediamo predicare pubblicamente dal pulpito costumi opposti a quelli rappresentati sulle scene: accanto a un tempio dove si insegna l’orrore per gli intrighi galanti e la voluttà, si vede un teatro dove non si addestra l’uditorio che alla pratica degli stratagemmi galanti e alla ricerca del piacere carnale. La giovane donna che ha appena ascoltato un sermone sul rispetto dovuto al coniuge e ai superiori, andrà un’ora dopo a teatro a prendervi lezioni sull’arte di ingannare un marito, un tutore o un altro Argo; e Dio sa quale delle due lezioni dia migliori frutti. Tali scandalose contraddizioni si ripresentano in tutto il meccanismo civile; e quando si osservano a sangue freddo tante bizzarrie, non dobbiamo forse pensare che la Civiltà tutta intera è una società di folli, tanto più folli in quanto conoscono il principio del progresso sociale e si rifiutano di metterlo in pratica? Essi sanno che siamo progrediti dalla Barbarie alla Civiltà solo mitigando la schiavitù delle donne: tale nozione fornita dall’esperienza, avrebbe dovuto indurli a dare maggiore estensione ai diritti femminili; ne sarebbe derivato il passaggio al sesto periodo e quindi, con la completa libertà delle donne, al settimo. Dal che si deduce che la via dei progressi sociali era facile e nota, e che la si sarebbe imboccata non appena ci fossimo discostati dai metodi vessatori dei filosofi nei riguardi delle donne. Non sanno forse da soli che la fedeltà eterna in amore è contraria alla natura umana? Che se è possibile indurre a tali costumi qualche allocco dell’uno o dell’altro sesso, non vi si potrà mai ridurre la massa degli uomini o delle donne; e che, di conseguenza, ogni legislazione che esiga delle qualità così incompatibili con le passioni non può produrre che delle idiozie in teoria e dei disordini in pratica, dato che tutto il corpo sociale sarà tacitamente coalizzato per consentire le infrazioni? Non è forse questo il risultato del sistema amoroso che impera da 2500 anni a questa parte? Esso non fa che perpetuare i costumi oppressivi che regnavano negli evi oscuri, costumi che diventa assurdo pretendere in un secolo in cui ci si vanta d’essere illuminati dalla ragione e di seguire i dettami della natura.

Non vi è nulla di stupefacente nel fatto che gli antichi filosofi della Grecia e di Roma abbiano trascurato gli interessi delle donne, poiché questi retori erano tutti partigiani a oltranza della pederastia, che avevano posto in grande onore nella bella antichità. I rapporti con le donne erano per loro oggetto di scherno; tale passione era considerata come degradante. Il codice di Licurgo incitava i giovani alla sodomia, che a Sparta veniva definita il sentiero della virtù. Si favoriva del pari questo genere di amore nelle repubbliche meno austere: i Tebani avevano formato un battaglione di giovani pederasti, e tali costumi riscuotevano l’unanime suffragio dei filosofi che, dal virtuoso Socrate sino al delicato Anacreonte, ostentavano soltanto sodomia e disprezzo per le donne, che venivano relegate al secondo rango, segregate come in un harem, e bandite dal consorzio degli uomini.

Non avendo tali bizzarre inclinazioni incontrato favore presso i moderni, c’è da stupirsi che i nostri filosofi abbiano ereditato l’odio che gli antichi dotti nutrivano per le donne, e che abbiano continuato a tenere in nessun conto il sesso debole, con il pretesto di qualche malizia cui la donna è costretta dalla tirannia che l’opprime, poiché le si fa una colpa di qualunque parola o pensiero conforme ai voleri della natura?

Imbevuti sino al midollo di tale spirito tirannico, i filosofi ci vantano alcune megere dell’antichità che rispondevano rudemente alle parole di cortesia. Essi decantano i costumi dei Germani, che mandavano le loro spose al patibolo per un’infedeltà. Infine, essi avviliscono il sesso debole persino nell’incenso che gli tributano; poiché cosa c’è di più incongruente dell’opinione di Diderot, il quale sostiene che, per scrivere a una donna “bisogna intingere il calamo nell’arcobaleno e cospargere lo scritto di polvere d’ali di farfalla”? Le donne possono replicare ai filosofi: “La vostra Civiltà ci perseguita perché seguiamo la natura; ci costringe ad assumere un carattere fittizio, a obbedire soltanto a impulsi contrari ai nostri istinti. Per farci piacere questo sistema, bisogna ben che voi ricorriate a lusinghe e a parole mendaci, come fate con il soldato che cullate negli allori e nell’immortalità per chiudergli gli occhi sulla sua miseranda condizione”. Se egli fosse veramente felice, potrebbe accontentarsi di parole semplici e veritiere, che ci si guarda bene dall’usare con lui. Lo stesso accade con le donne: se esse fossero libere e felici, sarebbero meno avide di illusioni e di lusinghe, e, per scrivere loro, non sarebbe più necessario fare ricorso all’arcobaleno e alle farfalle. Ma se il soldato e il sesso femminile, e persino il popolo tutto, hanno bisogno d’essere continuamente ingannati, questo è un capo d’accusa contro la filosofia, che in questo mondo non ha saputo organizzare che infelicità e asservimento. E quand’essa ironizza sui difetti delle donne, si autodenuncia: è lei che produce tali difetti con un sistema sociale che, reprimendo le loro tendenze sin dall’infanzia e per tutto il corso della loro vita, le costringe a ricorrere all’ipocrisia per seguire gli impulsi della natura.

Voler giudicare le donne in base al carattere degenerato che esse rivelano nella Civiltà è come voler giudicare la natura dell’uomo dal carattere del contadino russo, che non ha alcuna idea d’onore né di libertà; o come giudicare i castori dalla stupidità che mostrano allo stato domestico, mentre nello stato di libertà e di lavoro combinato diventano i più intelligenti di tutti i quadrupedi. Lo stesso contrasto ci sarà tra le donne asservite della Civiltà e le donne libere dell’ordine combinato: esse supereranno gli uomini nella dedizione al lavoro, in lealtà e in nobiltà d’animo; ma fuori dallo stato libero e combinato, la donna diviene, come il castoro ridotto alla domesticità o il contadino russo, un essere talmente inferiore al suo destino e alle sue possibilità che si è inclini a disprezzarla quando la si giudichi superficialmente e dalle apparenze. Così non c’è da stupirsi se Maometto, il Concilio di Mâcon e i filosofi hanno discettato sull’anima delle donne, e hanno pensato soltanto a ribadire le loro catene anziché a spezzarle.

Pare che esse abbiano bisogno di padroni più che di libertà: così, tra i loro amanti, accordano di solito la preferenza a quelli la cui condotta meno la meriterebbe. Ma come potrebbe la donna essere esente da inclinazioni servili e sleali quando l’educazione l’ha avvezzata sin dall’infanzia a soffocare il suo carattere e a piegarsi a quello del primo venuto, che il caso, l’intrigo o l’interesse le daranno come sposo?

Una cosa sorprendente è che le donne si siano sempre rivelate superiori agli uomini quando, sul trono, hanno potuto sviluppare le loro qualità naturali, di cui, grazie al diadema, possono fare libero uso. Non è risaputo che su otto regine, libere e senza consorte, ce ne sono sette che hanno regnato con gloria, mentre su otto re, si contano di solito sette sovrani inetti? E se alcune donne non si sono rese illustri sul trono, è perché, come Maria Stuarda, hanno esitato e tentennato dinanzi ai pregiudizi amorosi da cui avrebbero dovuto risolutamente svincolarsi. Quando esse hanno assunto tale linea di condotta, quali uomini hanno saputo tener meglio lo scettro? Le Elisabette, le Caterine non facevano la guerra, ma sapevano scegliere i loro generali, e questo basta perché fossero valenti. In ogni altro ramo dell’amministrazione le donne non hanno forse dato dei punti all’uomo? Quale sovrano ha superato in fermezza una Maria Teresa che, in un momento cruciale in cui la fedeltà dei suoi sudditi vacilla, in cui i suoi ministri sono smarriti, si accinge da sola a ritemprare gli animi? Con la sua presenza sa intimidire la Dieta di Ungheria, mal disposta nei suoi confronti; arringa i magnati in lingua latina e riesce a far sì che i suoi stessi nemici giurino sulle loro sciabole di morire per lei. Ecco un indizio dei prodigi che, per emulazione, potrebbero realizzare le donne in un ordine sociale che consentisse un libero sviluppo alle loro qualità.

E voi, sesso oppressore, non avreste forse più difetti di quelli che rimproverate alle donne se un’educazione servile vi abituasse, come loro, a credervi degli automi fatti per obbedire al pregiudizio e per prosternarsi dinanzi a un padrone datovi dalla sorte? Non abbiamo visto le vostre pretese di superiorità mortificate da Caterina, che ha schiacciato il sesso maschile? Istituendo dei Favoriti ufficiali, ella ha sprofondato l’uomo nella melma e dimostrato che egli può, di sua piena volontà, degradarsi al di sotto della donna la cui abiezione è forzata e, di conseguenza, scusabile. Per umiliare il dispotismo degli uomini bisognerebbe che esistesse, per un secolo, un terzo sesso ermafrodito più forte dell’uomo. Questo nuovo sesso proverebbe, a colpi di frusta, che gli uomini sono fatti per il suo piacere, al pari delle donne: allora sentiremmo gli uomini protestare contro la tirannia del sesso ermafrodito e riconoscere che la forza non deve essere l’unico criterio del diritto. Orbene, quei privilegi, quella indipendenza che essi rivendicherebbero nei confronti del terzo sesso, perché rifiutano di concederli alle donne?

Non pretendo di fare qui la critica dell’educazione civile, né di insinuare che si debba ispirare alle donne uno spirito di libertà. Certo, bisogna che ogni periodo sociale educhi i giovani ad inchinarsi alle assurdità dominanti; e se nell’ordine barbaro è necessario abbrutire le donne, convincerle che non hanno un’anima per indurle a lasciarsi vendere al mercato e segregare in un serraglio, del pari, nell’ordine civile è necessario inebetire le donne sin dall’infanzia per conformarle ai dogmi della filosofia, al giogo del matrimonio, e all’avvilimento di cadere sotto il potere di un consorte il cui carattere sarà forse l’opposto del loro. Orbene, come biasimerei un Barbaro che allevasse le figlie secondo i costumi della Civiltà in cui non vivranno mai, ugualmente criticherei un uomo civile che allevasse le sue in uno spirito di libertà e di razionalità proprio del sesto e del settimo periodo, a cui noi non siamo pervenuti.

Se denuncio l’educazione attuale e la mentalità servile che suscita nelle donne, è perché faccio il confronto con altre società dove diverrà inutile snaturare il loro carattere a furia di pregiudizi. Io addito loro il ruolo eminente cui potranno elevarsi seguendo l’esempio di quelle che si sono affrancate dall’influenza dell’educazione e hanno rifiutato il sistema oppressivo che richiede il legame coniugale. Richiamando l’attenzione su quelle donne che hanno saputo sviluppare la propria personalità, dalle virago come Maria Teresa, sino a quelle di più dolce indole come la Ninon e la Sévigné [Marie de Rabutin Chantal], non esito a dire che la donna, una volta affrancata, supererà l’uomo in tutte le funzioni intellettuali o manuali indipendenti dalla forza fisica.

Già l’uomo sembra presentirlo: egli si indigna e si allarma quando le donne sfatano il pregiudizio che le vuole inferiori. La gelosia maschile si è scagliata soprattutto contro le donne scrittrici: la filosofia le ha escluse dagli onori accademici e le ha ignominiosamente relegate alle faccende domestiche.

Alle donne di scienza non spettava forse quest’affronto? Lo schiavo che vuole scimmiottare il padrone non merita da lui che uno sguardo di disprezzo. Cosa dovevano farsene della banale gloria di scrivere un libro, di aggiungere qualche volume ai milioni di tomi inutili? Le donne avrebbero dovuto esprimere non delle scrittrici, bensì delle redentrici, degli Spartaci politici, dei geni che studiassero il modo di trarre il loro sesso dall’abiezione.

È sulle donne che grava la Civiltà; a loro toccava attaccarla. Qual è oggigiorno la loro esistenza? La loro vita è un sacrificio continuo, anche nel campo del lavoro, dove l’uomo ha tutto usurpato, sino ai minuziosi lavori del cucito e della penna, mentre si vedono delle donne sfiancarsi nelle pesanti fatiche della campagna. Non è scandaloso vedere dei colossi di trent’anni accovacciati dietro una scrivania, o che portano con braccia villose una tazza di caffè, come se non ci fossero donne e fanciulli per attendere alle meticolose funzioni dell’ufficio e della casa?

Quali mezzi di sussistenza hanno dunque le donne senza averi? La conocchia oppure le loro grazie, quando ne abbiano. Sì, la prostituzione più o meno velata: ecco la loro unica risorsa, che pure la filosofia contesta loro; ecco l’abietta condizione alla quale le riduce questa Civiltà, questa schiavitù coniugale che esse non si sono neppure sognate di attaccare. E tale negligenza è imperdonabile, dopo che è stata scoperta Tahiti, i cui costumi erano un avvertimento della natura e avrebbero dovuto suggerire l’idea di un ordine sociale che potesse combinare la grande industria con la libertà amorosa. Era l’unico problema nel quale valeva la pena si impegnassero le donne scrittrici; la loro insensibilità a tale riguardo è una delle cause che hanno accresciuto il disprezzo dell’uomo. Niente rende più spregevole uno schiavo della sottomissione cieca, che persuade l’oppressore che la sua vittima è fatta per la schiavitù.

Le donne di scienza, invece di pensare ai mezzi per riscattare il loro sesso, hanno sposato l’egoismo filosofico; hanno chiuso gli occhi sull’asservimento delle compagne di cui avevano saputo evitare la triste sorte, non hanno cercato alcun modo per liberarle: è per questo che le regine che avrebbero potuto servire la causa del loro sesso e che, come Caterina, hanno avuto il buon senso di non curarsi dei pregiudizi, non hanno fatto nulla per affrancare le donne. Nessuno ne aveva suggerito l’idea, nessuno aveva indicato un sistema di libertà amorosa. Ora, se si fossero fatti conoscere dei progetti a tale scopo, essi sarebbero stati accolti e sperimentati non appena sui troni fossero comparsi un sovrano o una regina animati da spirito d’equità.

Lo studio di tali metodi d’affrancamento era un compito che si imponeva alle donne di cultura; trascurandolo, esse hanno offuscato la loro gloria letteraria, e la posterità non vedrà che il loro egoismo, la loro umiliazione; perché, se le donne scrittrici sanno generalmente svincolarsi dai pregiudizi e folleggiare un po’, esse sono pur sempre segnate a dito e diffamate per questo motivo.

Questa tirannia dell’opinione pubblica avrebbe dovuto bastare, mi pare, a indignare delle donne d’onore e ad incitarle a combattere il pregiudizio, non con sterili declamazioni, bensì ricercando qualche innovazione che potesse sottrarre i due sessi alla tremenda e avvilente condizione del matrimonio.

Lungi dal cercare di alleviare le catene delle donne, la prevenzione contro la loro libertà andava crescendo. Tre eventi fortuiti contribuivano a radicare nei moderni questo spirito vessatorio nei confronti del sesso debole:

1) Le malattie veneree, il cui rischio fa travalicare i confini del piacere e gioca a favore della limitazione della libertà sessuale (con l’Associazione domestica progressiva questa malattia viene debellata).

2) L’influsso del cattolicesimo, i cui dogmi di condanna della voluttà fanno sì che essa non abbia alcuna influenza sul sistema sociale e hanno rafforzato coi pregiudizi religiosi l’antica tirannia del legame coniugale.

3) La nascita del maomettismo che, aggravando la triste sorte e l’abiezione delle donne barbare, riverbera una falsa tinta di felicità sulla condizione meno deplorevole delle donne civili.

Questi tre eventi fortuiti costituivano un insieme di fatalità che precludeva qualsiasi progresso che si ispirasse ad un’attenuazione del servaggio femminile, a meno che il caso non avesse fatto comparire qualche sovrano nemico dei pregiudizi e abbastanza lungimirante da sperimentare in una provincia le disposizioni amorose che ho indicato. Questo atto di giustizia era il solo che la natura reclamasse dalla nostra ragione; ed è per esserci ribellati ai suoi voleri che non siamo riusciti a passare al sesto e al settimo periodo, e che siamo rimasti ventitré secoli di troppo nelle tenebre della filosofia e negli orrori della Civiltà.

Seconda dissertazione
Sullo splendore dell’ordine combinato

Per abituarsi alle meraviglie che sto per descrivere, è opportuno rileggere la Nota A sull’ordinamento delle Serie progressive, per convincersi che un assetto così contrario alle nostre usanze deve dare risultati diametralmente opposti e produrre tanta magnificenza quante sono le tribolazioni e la miseria prodotte dal nostro lavoro incoerente.

Elenco degli argomenti di cui tratta la seconda dissertazione

Il lustro delle scienze e delle arti.

Gli spettacoli e la Cavalleria errante.

La gastronomia combinata, considerata: a) dal punto di vista politico, b) dal punto di vista materiale, c) dal punto di vista passionato.

La Politica galante per il reclutamento delle Armate.

Si potrà lamentare una certa confusione perché ho proceduto alla suddivisione soltanto a posteriori, così come ho fatto osservare per la prima dissertazione.

Non bisognerà dimenticare che, per realizzare i prodigi che sto per descrivere, l’ordine combinato si avvarrà di quattro nuove passioni che poco o nulla ci toccano nell’ordine civile, dove tutto ne ostacola lo sviluppo.

Queste quattro passioni che ho denominato:

10) L’ingranante

11) La variante

12) La graduante

13) L’armonismo

possono esplicarsi soltanto nelle Serie progressive; e poiché noi non siamo abituati a passioni così deliziose, esse avranno per noi la freschezza che ha l’amore per i giovani alla loro prima esperienza.

Tale prospettiva non sarà affatto lusinghiera per coloro che hanno già perso i loro begli anni nella triste Civiltà. Ma che si rassicurino: questi nuovi piaceri saranno destinati a tutte le età e la loro attesa sarà motivo di sconforto solo nell’intervallo di tempo che passerà fino alla fondazione dell’ordine combinato.

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Lustro delle scienze e delle arti

Per farsi un’idea dello splendore che attingono le scienze e le arti nell’ordine combinato, bisogna innanzitutto conoscere quali immense ricompense sono assegnate agli uomini di scienza e agli artisti.

Ciascuna Falange redige ogni anno, a maggioranza assoluta dei voti, una lista delle invenzioni o delle opere che sono uscite e che hanno suscitato il suo interesse nel corso dell’anno. Ciascuna di queste produzioni viene giudicata dalla Serie competente: una tragedia, dalle Serie di letteratura e di poesia, e così per tutte le novità.

Se l’opera è giudicata degna di ricompensa, si stabilisce la somma da assegnare all’autore: per esempio, venti soldi a Racine per la sua Fedra.

Ciascuna Falange, dopo aver compilato l’elenco dei premi decretati, lo invia a una commissione che fa lo spoglio dei voti del cantone e redige l’elenco provinciale. Questo è inviato a una commissione regionale, che procede allo stesso modo per lo spoglio degli elenchi provinciali. Così il censimento dei voti si fa per gradi, su su sino ai ministeri di Costantinopoli, dove viene effettuato l’ultimo scrutinio e dove vengono proclamati i nomi degli autori coronati dal suffragio della maggioranza delle Falangi del globo. All’autore viene attribuito il valore medio delle somme votate da questa maggioranza: se ci sono un milione di Falangi che si sono dichiarate favorevoli a un premio di dieci soldi, un milione a uno di venti, un milione a uno di trenta, la ricompensa aggiudicata sarà di venti soldi.

Supponiamo che il censimento abbia dato:

un tornese a Racine per la tragedia Fedra;

tre tornesi a Franklin per l’invenzione del parafulmine.

Il Ministero fa rimettere a Racine delle tratte per l’ammontare di tre milioni di tornesi, e a Franklin per nove milioni di tornesi, a carico del Congresso delle loro regioni: la somma viene ripartita fra i tre milioni di Falangi del globo.

Inoltre Franklin e Racine ricevono l’onorificenza trionfale, vengono proclamati cittadini del globo e, ovunque essi vadano, godono in ogni Falange dei medesimi privilegi dei Magnati del cantone.

Queste remunerazioni, che sono irrilevanti per le singole Falangi, sono immense per gli autori, tanto più che possono essere assegnate di frequente. Può darsi che Racine e Franklin guadagnino ancora una tal somma l’anno successivo, procurandosi lustro con qualche altra opera che riscuota il suffragio della maggioranza del globo.

Le opere minori, purché siano apprezzate dall’opinione pubblica, procacciano anch’esse somme immense agli autori; perché, se il globo attribuisce

ad Haydn, un soldo per la tale sinfonia,

a [P.-A.] Lebrun, due soldi per la tale ode, Haydn riceverà 150.000 franchi e Lebrun 300.000 franchi per un’opera che non avrà richiesto forse loro più di un mese. Essi potranno guadagnare tale somma parecchie volte in un solo anno.

Per quel che riguarda opere, come quelle di uno scultore, che non si possono far vedere all’intero globo, ci sono altri modi perché il mondo intero tributi loro una ricompensa. Ne consegue che chi ha, nell’ordine combinato, un talento superiore, in qualunque campo egli lo esplichi, ha assicurata un’enorme ricchezza; e lo scienziato come l’artista non ha bisogno di protezione o raccomandazione alcuna: al contrario, ogni favoritismo non varrebbe che ad umiliare il protettore e il protetto. Infatti:

Supponiamo che [Nicolas] Pradon, a furia di raccomandazioni, riesca ad interessare alla sua Fedra una ventina di cantoni vicini, dove ha degli amici e dove è riuscito a far rappresentare l’opera; ammettiamo pure che tali cantoni abbiano avuto la debolezza di attribuire un premio a Pradon. Cosa gli servirà il voto di venti Falangi su un totale di tre milioni? E quale onta patiranno queste venti Falangi, quando il Ministero di Costantinopoli renderà pubblici i risultati dello spoglio dei voti? La lista dei voti rivelerà che una Fedra sconosciuta e composta da un certo Pradon, ha trovato degli estimatori in venti cantoni del globo che sono questi e questi altri, tutti amici e vicini del menzionato Pradon. Si comprende come una tale notizia tornerebbe a disdoro, su tutto il globo, e dell’autore e dei venti cantoni che l’avessero agevolato. Ma che cosa succederà, a dispetto di tutti gli intrighi di Pradon? Succederà che i venti cantoni che egli avrà sollecitato, non vorranno esporsi all’onta, né attribuire i loro suffragi a un’opera così mediocre; che lungi dal potere sperare in un milione e mezzo di voti, ossia nella metà dei suffragi del globo, essa non è neppure presa in considerazione a venti leghe di distanza, nei cantoni dove Pradon non ha più amici personali.

È così che nell’ordine combinato qualunque intrigo o favoritismo non servono che a mortificare un cattivo autore, senza aiutarlo; mentre l’uomo di talento si innalza fulmineamente a immensa gloria e a immense ricchezze, senza ricorrere a intrigo o protezione alcuna. V’è un solo modo per aver successo, ed è quello di accattivarsi la maggioranza delle Falangi del globo.

Le eccezioni saranno infinitamente rare. Se a qualche alta personalità, quale potrebbe essere un parente dell’Imperatore d’Unità, venisse in mente di scrivere una brutta commedia o dei brutti versi, l’opera si diffonderebbe per l’importanza dell’autore, e potrebbe darsi che il globo avesse l’indulgenza di premiarla; ma le persone degne di parzialità agli occhi di tutto il globo saranno eccessivamente rare e la modesta agevolazione che eventualmente ottenessero non arrecherà nessun ostacolo al successo dei talenti autentici che, al giorno d’oggi raramente riescono a fare fortuna, poiché non hanno né i mezzi per coltivarsi, né ricompense decorose, né l’arte dell’intrigo senza cui non si riesce a nulla nella Civiltà.

Dopo questa digressione sulle ricompense dell’ordine combinato, vediamo quali effetti esse produrranno in un settore qualunque, per esempio quello degli spettacoli.

Spettacoli e Cavalleria errante

Ho detto che ci saranno dei modi perché il globo tributi una ricompensa a qualunque uomo di scienza o d’arte il cui talento si manifesti localmente e non possa avere l’intero mondo come giudice. Un famoso chirurgo e una famosa cantante non possono mostrare a tutto il globo la loro bravura, come un poeta o un pittore la cui opera si diffonde ovunque; ma essi riceveranno ugualmente le remunerazioni di cui ho parlato, remunerazioni che arrivano ben presto a parecchi milioni quando si possieda un merito eccezionale. Per questo, ogni uomo di poche sostanze cercherà solo di far germinare un qualche talento nel proprio figlio. Dal momento in cui ci si accorgerà che il bambino ha qualche possibilità di successo nelle scienze o nelle arti, il padre esulterà di gioia e verrà da tutti complimentato. Tutti andranno ripetendogli intorno: “Vostro figlio diventerà un insigne letterato, un famoso attore; otterrà l’onorificenza trionfale, guadagnerà milioni”; e si comprende come un tale pronostico solletichi le orecchie di genitori poveri.

Perciò, quali saranno le persone più desiderose d’apprendere? Saranno i poveri e i loro figli. Orbene, poiché l’attività teatrale è un buon avvio allo studio di qualsiasi scienza e di qualsiasi arte (anche alla meccanica che è di grande utilità sulle scene), ai poveri nulla starà più a cuore che di vedere i loro figli addestrarsi e formarsi sul teatro della loro Falange, sotto la direzione dei ricchi, i quali, ovunque, amano sovrintendere a un teatro. Di conseguenza, tutti i fanciulli saranno, sin dalla più tenera età, abituati a prender parte a recite drammatiche o liriche; essi entreranno in qualche Serie di recitazione, di canto, di danza e di musica; ricchi o poveri, tutti calcheranno le scene poiché la Falange, dando spettacoli per sé e per i suoi vicini, diviene una compagnia filodrammatica. Perciò, un cantone abitato da 1000 persone avrà almeno 800 attori o musicisti da far esibire in un giorno di festa, dato che ogni fanciullo sarà stato educato sulle scene e avrà abbracciato spontaneamente una delle attività teatrali. Nell’ordine combinato un bambino di quattro anni non oserebbe presentarsi per l’ammissione al coro dei Neofiti (Nota A) e alla parata, se non sapesse già destreggiarsi nella danza e nei movimenti scenici.

Avete potuto vedere, nel capitolo Studio dell’Attrazione passionata (Parte prima), che la natura distribuisce a caso, su una massa di 800 persone, tutte le attitudini necessarie per eccellere nelle attività sociali. Di conseguenza è giocoforza che un cantone abitato da circa mille persone trovi tra queste dei grandi attori in tutti i generi teatrali, se sono state coltivate e sviluppate sin dall’infanzia le doti di ciascun individuo. È ciò che avviene nell’ordine combinato. Il fanciullo è ivi libero dalla tirannia delle istituzioni e dei pregiudizi; si volge spontaneamente ai compiti che la natura gli destina, e i suoi progressi sono dovuti soltanto all’emulazione. Il solo espediente cui si ricorra per farne degli attori eccellenti, è di condurli in massa nei cantoni vicini, dove essi assistono alle rappresentazioni date dai loro rivali, con i quali li si fa entrare in lizza.

Non c’è bisogno di domandare chi sostenga le spese di un teatro: basta costruirne uno solo perché se ne innalzino tre milioni uno dopo l’altro. Se i cantoni sono in rivalità bilanciata, essi non hanno requie finché non abbiano imitato i loro vicini; e per costruire una sala da spettacolo, non possiedono forse tutti delle Serie di muratori, di carpentieri, di meccanici, di pittori, ecc.; nonché dei prodotti qualsivoglia da barattare con materiali da costruzione?

Se ogni Falange su una popolazione di circa mille persone, ha come minimo sette o ottocento attori, musici e ballerini, essa può allestire da sola tutti gli spettacoli che offre una grande capitale, come Parigi o Londra. Da ciò risulta già che nel più misero cantone delle Alpi e dei Pirenei ci sarà un’Opera simile a quella di Parigi, potrei persino dire superiore, poiché l’educazione civile non può, nello studio delle arti e nell’affinamento del gusto, realizzare i prodigi che si otterranno col metodo di educazione naturale.

Se agli attori di un cantone si aggiungono quelli dei cantoni vicini, quale non sarà la magnificenza degli spettacoli in un giorno di festa, quando si riuniscono i virtuosi di parecchie Falangi vicine e si gode di un concorso di talenti quale potrebbero fornirlo una dozzina di capitali come Parigi! Orbene, poiché il più povero degli uomini potrà assistere a questi spettacoli, egli avrà in tale campo godimenti superiori a quelli dei sovrani civili.

L’occasione è ben altrimenti splendida se si dà il caso che transitino degli amatori, itineranti come se ne vedono sovente nell’ordine combinato, nel quale essi si riuniscono in grandi carovane di Cavalieri erranti, che vanno alla ventura, esibendosi in un qualsivoglia genere artistico. Oggi si vedranno arrivare le Brigate Rosa che vengono dalla Persia, e che sono versate nel dramma e nella lirica; qualche giorno dopo giungono dal Giappone le Brigate Lilla, le quali eccellono nella poesia e nella letteratura; e il passaggio susseguentesi di tali carovane procura nel corso dell’anno feste e godimenti deliziosi a chiunque sia appassionato alle scienze o alle arti. Transitano Brigate di persone versate in tutti i generi artistici; esse non accolgono tra le loro file che personalità capaci di tenere alto l’onore della compagnia, sia dell’uno che dell’altro sesso.

Supponiamo che le Brigate Rosa di Persia giungano nei pressi di Parigi: esse sono formate da trecento cavalieri erranti e da trecento amazzoni erranti, tutti scelti tra i Persiani e le Persiane più celebri nell’arte drammatica e lirica. Le Brigate mostrano di voler sostare presso la Falange di Saint-Cloud: vi arrivano in pompa magna, sfoggiando una enorme quantità di vessilli ottenuti in dono nelle loro scorribande, su cui sono iscritti i fatti e le gesta delle Brigate Rosa di Persia.

Arrivando a Saint-Cloud esse vengono accolte dalla Cavalleria stanziale, che è costituita da persone ricche, appassionate di teatro e di musica, che si uniscono in società per festeggiare e provvedere al sostentamento delle Brigate del genere da loro prediletto.

Poiché nelle Brigate Rosa è confluito il fior fiore della Persia, ogni uomo o donna che ne fa parte era un [François-René] Molé o una [Louise] Contat nella sua Falange. Sono tutti i primi cantori, danzatori e musici della Persia, e danno spettacoli di una perfezione che non può essere descritta. Anche la contrada offre loro un’esibizione di tutti i principali talenti che essa ha riunito.

Nel frattempo arrivano dal Messico le Brigate Ortensia, che vengono a misurarsi con le Brigate Rosa di Persia, e la gara di virtuosismo tra le due compagnie si svolge nei teatri delle Falangi di Saint-Cloud, Neuilly, Marly, ecc. Se vi è una netta preminenza dei talenti della Brigata Rosa, essa riceverà dalla contrada un vessillo che spiegherà tra i suoi trofei e sul quale si leggerà: “Disfatta delle Brigate Ortensia del Messico alla Falange di Saint-Cloud”.

Nel loro peregrinare le Brigate dello stesso genere artistico si incrociano continuamente, per incontrarsi con quelle loro rivali e ingaggiare certami che sono la delizia della contrada testimone di tali tenzoni. Proseguendo per la loro strada, esse si disperdono e non si muovono intruppate come i nostri reggimenti. Se le Brigate Rosa hanno indicato come prossima tappa la Falange del Loiret, nei pressi d’Orléans, avranno trovato a Saint-Cloud dei delegati delle Falangi residenti nei paraggi della strada per Orléans. Tali delegazioni sono composte da uomini e donne tra i più seducenti, i quali hanno il compito di ammaliare e trascinar via con sé le amazzoni e i cavalieri Rosa. Essi verranno attirati nei cantoni lontani dalla strada maestra. Ogni Falange si disputerà l’onore di prestar loro le sue cure per una giornata, e ogni cavaliere o amazzone troverà nella Falange dove sarà stato attratto le stesse sollecitudini riservate a Saint-Cloud all’intera Brigata. Il quartier generale della Banda proseguirà da solo per la strada maestra, e nel giorno stabilito tutti si ricongiungeranno ad esso in Orléans, per fare un ingresso solenne nella Falange del Loiret e lì farsi lustro con nuove prodezze. Così si muoveranno le compagnie di amatori riuniti in carovane di Cavalieri erranti, menando ovunque vita gioiosa a spese dell’intero genere umano, senza esser costrette al più piccolo esborso, poiché al loro sostentamento provvede ovunque la Cavalleria di stanza.

È possibile ora comprendere come, in fatto di spettacoli, l’uomo più misero avrà senza spesa alcuna godimenti cento volte maggiori di quelli che possono procurarsi oggi i più ricchi sovrani: infatti egli vedrà di frequente cimentarsi migliaia di quei famosi attori, cantori, danzatori e musici, uno solo dei quali basta oggi per entusiasmare la corte e le città, mentre tutte le campagne ne sono prive, e persino le città di centomila abitanti, che non possono mantenersi un grande teatro. Quale meschineria, quale miserevole grigiore nei piaceri della Civiltà, paragonati a quelli di cui godrà il più piccolo cantone del globo nell’ordine combinato!

Gastronomia combinata considerata dal punto di vista politico, materiale e passionato

Politica della gastronomia combinata

Ho fatto intravedere, a proposito degli spettacoli, quale prodigiosa differenza vi sarà tra i piaceri dell’ordine combinato e quelli della Civiltà, quanto i divertimenti del più misero cantone saranno superiori a quelli delle nostre sfarzose capitali. Identici risultati otterremo confrontando tutti gli altri tipi di piacere, in maniera particolare i principali, come l’amore e la tavola. Presto le follie amorose di un Richelieu e di una Ninon sembreranno meschine, misere, in confronto alle avventure galanti che l’ordine combinato assicurerà agli uomini e alle donne meno favoriti dalla sorte. Lo stesso avverrà per la tavola dei moderni Apicio: i loro banchetti, paragonati a quelli dell’ordine combinato, non sembreranno che pasti di zotici privi di cognizioni gastronomiche.

Tutto ciò che concerne l’amore e la gola è trattato con scarsa serietà dai Civili, ai quali sfugge l’importanza che Dio annette ai nostri piaceri. La voluttà è la sola arma di cui Dio possa valersi per dominarci e indurci ad eseguire i suoi disegni: egli regge l’universo con l’Attrazione e non con la costrizione; per cui i godimenti delle creature sono l’oggetto più importante dei suoi calcoli.

Per far conoscere con quale sagacia Dio ha preparato i nostri piaceri, parlerò del vitto prelibato che avremo nell’ordine combinato. Voi preferireste forse una digressione sugli amori di questo nuovo ordine, ma la disquisizione potrebbe urtare i pregiudizi, mentre nessuno avrà a che ridire intravedendo l’ampiezza che assumeranno i piaceri della tavola, così sacrificati al giorno d’oggi.

La buona cucina non è che metà del piacere della tavola; essa ha bisogno di essere esaltata da una scelta sapiente dei commensali, ed è qui che la Civiltà è impotente. L’uomo più dovizioso e più raffinato non può mettere insieme, neppure nella sua piccola dimora, una compagnia così bene assortita come quelle che si formeranno nell’ordine combinato, quelle che il più povero degli uomini avrà per ogni suo pasto, e che varieranno durante tutto il corso dell’anno.

Il cattivo assortimento delle compagnie nei nostri banchetti è il motivo per cui le signore civili dimostrano tanta indifferenza ai piaceri della tavola: le donne tengono più degli uomini alla scelta dei convitati; gli uomini sono più esigenti sulla bontà dei cibi. Questi due piaceri, di una cucina prelibata, di un assortimento stimolante e vario dei commensali, sono sempre abbinati nell’ordine combinato. La Civiltà non è neppure in grado di offrirne uno solo; e, per dimostrarlo, parlerò della buona cucina che è la base dell’edificio.

È questo un capitolo audace che può addirsi solo ai lettori fiduciosi. Gli altri, ad ogni riga, leveranno proteste di impossibilità. Essi potranno avere un filo di ragione fino alla Conferma; ma alcuni desiderano provvisoriamente delle descrizioni dell’ordine combinato: vogliono la rappresentazione prima della teoria. Bisogna dar loro qualche soddisfazione in questo Prospetto, nel quale devo tener conto dei gusti delle diverse categorie di lettori.

Per farsi un’idea delle risorse su cui potrà contare il gusto della buona tavola nell’ordine combinato, bisogna sapere che tale ordine non è affatto popoloso come la Civiltà: addentriamoci in qualche particolare al riguardo.

La teoria indica 800 o 810 abitanti per Falange, e dà per i cantoni una superficie media del diametro di 3456 tese. Il rapporto tra tale spazio e la lega quadrata sarà di 87 a 63. L’ordine combinato avrà dunque appena 600 abitanti per una lega quadrata di 2500 tese.

Eppure la Civiltà ammucchia in certe contrade, come il Würtemberg, più di 4000 abitanti per lega quadrata, cioè sette volte di più del numero conveniente; e nelle regioni di media densità si trovano di solito 1200 abitanti per lega, mentre non dovrebbero essercene che 600.

Data la gracilità fisica dei Civili, potremo lasciarne sino a 800 e 900 per lega, ma in via provvisoria, e salvo ridurli successivamente a 600, man mano che il globo verrà messo a coltura e la razza umana acquisterà vigore.

Bisognerà dunque sgombrare le regioni civili, che sono gremite di plebaglia e che hanno generalmente più di 800 abitanti per lega quadrata, considerando anche quelli delle città. Gli smistamenti non avverranno verso le località circonvicine, come dalla Francia alla Spagna, ma verso differenti zone dei vari paesi non coltivati. Si comincerà a tagliarli a scacchiera, con cordoni di Falangi che attraverseranno l’Africa, l’America e l’Australia, per colonizzare il paese e annettere le orde indigene.

Alcune contrade europee, come il Würtemberg, faranno evacuare più di 3000 abitanti per lega quadrata: sarà un grande vantaggio per il loro sovrano, che avrà diritto coloniale, ossia proprietà di un dodicesimo sulle terre incolte dissodate dai suoi emigrati.

Se si dovessero lasciare le folle di plebaglia che gremiscono certe campagne, sarebbe impossibile instaurare l’ordine combinato, che organizza ciascun cantone come una residenza reale, con riserve di caccia, di pesca, foreste d’alberi d’altissimo fusto, campi di manovra, doppie strade ovunque, di cui una per l’estate, ombreggiata e bordata di fiori. Ogni cantone abbisogna soprattutto di immensi pascoli per le numerose mandrie che verranno allevate in tale ordine.

Fortunatamente la terra è vasta rispetto alla sua scarsa popolazione; noi siamo oggi appena un terzo del numero minimo di due miliardi necessari per riempire il globo; potremo dunque allargarci a piacere e vivere comodi. È per procurarci tale benessere che Dio ci aveva ridotto a un numero così esiguo, e stipato come prigionieri su alcuni lembi di terra che ci contendiamo, mentre la parte di gran lunga più ampia del globo rimane incolta, causa il rischio di perdere le colonie.

Nulla impedirà d’ora in poi che le popolazioni si disseminino qua e là, quando la terra intera sarà riunita sotto un governo unitario e immutabile, che potrà assicurare ad ogni sovrano un’indennità coloniale sui paesi che egli avrà popolato con l’eccedenza dei suoi sudditi.

Nonostante l’ordine combinato possa comportare provvisoriamente solo 900, e in seguito solo 600 abitanti per lega quadrata, accadrà che tale piccolo numero di persone, organizzate in Serie progressive, raccoglierà un prodotto così copioso quale potrebbe fornirlo un numero triplo di contadini incoerenti sullo stesso terreno.

Non pretendo di affermare che l’ordine combinato riuscirà a portare a cento chicchi una spiga che oggi non ne dà che trenta. Ci sono dei generi, come le graminacee, per i quali restano poche possibilità di miglioramento; e per il grano io non ne vedo che quattro, e cioè: 1) una più accurata selezione delle sementi e il loro scambio per tutta la terra; 2) la gradazione regolare di temperatura che si stabilirà in tutte le regioni; 3) le irrigazioni che si estenderanno non solo ai campi, ma anche alle foreste; 4) le tende mobili che verranno poste su ciascun appezzamento di terreno, per proteggerlo dal sole o dalla pioggia eccessivi. Malgrado queste migliorie, la produzione delle graminacee aumenterà soltanto nel rapporto di due a tre, ma per altri generi, come la frutta, la legna, gli armenti ecc., l’ordine combinato darà come valore o quantità effettivi il triplo di quello che può dare l’ordine incoerente.

Fatta la media di questi diversi valori, valutiamo soltanto al doppio il prodotto positivo dell’ordine combinato; bisogna aggiungervi il prodotto negativo che sarà rappresentato dagli sprechi evitati. Ora, quando avrò fatto il conto degli sperperi incalcolabili che comporta il meccanismo civile (ne ho detto due parole nel Discorso preliminare, e ne parlerò ancora nella terza parte trattando del meccanismo commerciale), si comprenderà come un prodotto positivamente doppio del nostro risulterà negativamente triplo, grazie al risparmio degli infiniti sciupii che noi commettiamo.

Siccome i raccolti dell’ordine combinato saranno immensamente superiori alle possibilità di consumo locale o esterno, la sovrabbondanza diverrà un flagello periodico, come oggigiorno la carestia; e pur prodigando agli animali le derrate destinate all’uomo, saremo costretti a gettare frequentemente in mare e nelle fogne una massa di prodotti che potrebbero figurare oggi sulle migliori tavole. Li sacrificheremo senza rincrescimento alcuno, perché sapremo che tale sovrabbondanza è necessaria al mantenimento dell’ordine combinato, dovendo tale ordine sociale stabilizzare la propria popolazione intorno a un livello tale da garantire una sopraeccedenza costante e lo scarto di una grande quantità di buoni prodotti. Per esempio: se la Falange di Vaucluse raccoglie 50.000 meloni o cocomeri, ce ne saranno circa 10.000 destinati al consumo, 30.000 all’esportazione, e 10.000 di qualità inferiore che verranno ripartiti tra i cavalli, i gatti e i concimi!

I parsimoniosi obietteranno che questa Falange dovrebbe allevare un numero maggiore di suini, per consumare il superfluo; sarebbe sobbarcarsi a una fatica inutile, poiché sulla massa dei suini ci sarà un’eccedenza come sulla massa dei meloni e dell’altra frutta. Sarà dunque meglio utilizzare come concime la frutta superflua, piuttosto che alimentare con essa un sovrappiù di animali che non verrebbero in alcun modo utilizzati.

I parsimoniosi osserveranno ancora che bisognerebbe accrescere la popolazione per consumare questa sopraeccedenza. Ma nell’ordine combinato non si può portare il numero degli abitanti al di sopra di un dato valore: se lo si superasse, accadrebbe che le Serie verrebbero intralciate nelle loro funzioni, cadrebbero nella discordia, nel disordine, anziché operare in armonia e in attrazione. Bisognerà dunque che la popolazione si limiti approssimativamente ai valori indicati dalla teoria: e di qui deriverà quella costante sopraeccedenza che non potrà neppure essere smaltita dagli animali. In breve, l’ordine combinato ha come proprietà di dare sempre un sovrappiù che bisogna restituire alla terra, come l’ordine incoerente presenta costantemente un deficit che determina l’indigenza.

Materiale della gastronomia combinata

Di che qualità sarà quel superfluo che bisognerà ripartire tra gli animali e i concimi?

La soluzione di tale problema darà dei chiarimenti ben singolari sulla futura sorte dei popoli. Invoco dunque una speciale attenzione per i minuziosi particolari che seguiranno: essi porteranno a conclusioni veramente sorprendenti; ed è qui che ci si farà un’idea dell’immenso benessere che Dio ci riserva.

In una Serie progressiva tutti i gruppi acquistano una destrezza tanto maggiore in quanto le loro funzioni sono molto specializzate e ogni membro non vi svolge che quella in cui si sente di eccellere. I capi della Serie, spinti ad istruirsi dalle rivalità, portano nel lavoro i lumi di un esperto di prim’ordine. I subalterni vi portano una foga che infrange ogni ostacolo e un autentico fanatismo per tener alto l’onore della Serie contro i cantoni rivali. Nell’impeto dell’azione esse compiono ciò che sembra umanamente impossibile, come i granatieri francesi che scalarono le rocce di Mahon e che, il giorno dopo, a sangue freddo, non riuscirono ad arrampicarsi su quella roccia che avevano preso d’assalto sotto il fuoco nemico. Tali sono le Serie progressive nelle loro attività: qualunque ostacolo crolla davanti al violento orgoglio che le possiede; esse fremerebbero alla parola impossibile, e i lavori che più sgomentano, come i riporti di terra, non sono per loro che giochi di poco conto. Se potessimo oggi vedere un cantone organizzato, vedere già alle prime luci del giorno una trentina di gruppi di lavoro che escono in parata dal palazzo della Falange, che si spargono nelle campagne e nelle officine, agitando i loro vessilli con grida di trionfo e di impazienza, crederemmo di vedere delle truppe di forsennati che stanno per mettere a ferro e fuoco i cantoni vicini.

Tali saranno gli atleti che rimpiazzeranno i nostri lavoratori mercenari e sfibrati, e che sapranno far crescere nettare e ambrosia su quel terreno che non dà che rovi e loglio alle gracili mani dei Civili.

Ogni Falange, coltivando in tal guisa un cantone che avrà reso fertile con riporti di terra, irrigazioni e altri sistemi, mette la più gran cura nel soffocare sul nascere qualunque prodotto animale o vegetale che promettesse solo infelici risultati e che non tenesse alto l’onore del cantone e delle sue Serie. Così tutto ciò che tendesse alla mediocrità viene distrutto sul nascere; e pertanto la sopraeccedenza di derrate date in pasto agli animali risulta almeno uguale ai prodotti che noi ammiriamo e che fanno bella mostra di sé sulla tavola dei grandi e dei re. Se fosse possibile conservare e riprodurre nell’ordine combinato un esemplare qualunque, un pollo prelevato oggi dalla tavola del primo buongustaio di Francia, sentireste i degustatori rilevare venti errori commessi nell’allevamento e nella nutrizione di questo pollo e concludere che la Serie delle avicultrici che l’ha prodotto e messo in circolazione, invece di buttarlo nella partita di scarto, merita di essere “oscurata”, vale a dire condannata ad attaccare un nastro nero al gonfalone del gruppo dei pollicoltori.

Se l’entusiasmo e l’intelligenza che caratterizzano le attività dell’ordine combinato portano i prodotti a un grado di eccellenza tale che la partita di scarto o dei mangimi risulta pari come qualità alle nostre derrate scelte che vengono servite alla tavola dei grandi, la partita più scadente o di terza qualità risulterà già superiore ai nostri prodotti più pregiati. Dal che deriva che i commestibili inviati alle cucine popolari saranno più raffinati di quelli oggi riservati ai re. Questo dimostrerà la teoria, per quanta esagerazione si possa sospettare in tali descrizioni, che io vorrei poter attenuare per esser più vicino alla verosimiglianza.

Pari raffinatezza si avrà nella preparazione dei cibi, poiché in ogni Falange la Serie delle cucine, come tutte le altre Serie, porta nell’esercizio delle proprie mansioni l’entusiasmo più vivo. Essa dà loro l’importanza che vi attribuiva quel tale cuoco francese che si fece saltare le cervella al momento del pranzo, ritenendosi disonorato per il fatto che la serie delle portate non era completa a causa del ritardo subito dall’arrivo del pesce di mare. Si troverà lo stesso spirito nella Serie che dirigerà la cucina di ogni Falange. La sua intelligenza sarà aiutata dalla squisita qualità dei condimenti: non si usasse che un chiodo di garofano, tale droga sarà di qualità superiore a tutto ciò che l’Asia possa fornire al giorno d’oggi, dato che la partita d’infima o terza qualità dell’ordine combinato è già superiore a ciò che la Civiltà può offrire di più perfetto.

Ne consegue che gli alimenti di terza categoria, che costituiranno ciò su cui dovrà ripiegare il popolo, supereranno in prelibatezza quelli che fanno attualmente la delizia dei nostri gastronomi. Quanto alla varietà dei cibi che ci sarà alle tavole del popolo, non si può valutarla a meno di trenta o quaranta piatti, rinnovati per un terzo tutti i giorni, con una dozzina di bevande differenti e cambiate ad ogni pasto.

Certo, basterebbe la terza parte di questi piatti per superare tutti i desideri del popolo; ma l’ordine combinato non si concilia in alcun modo con la mediocrità e con la moderazione; e poiché le Serie progressive danno una grande dovizia e una grande varietà di prodotti, bisognerà che il consumo avvenga nella stessa proporzione. Se la Serie che coltiva pere o mele ha fornito trenta qualità, alcune delle quali saranno sovrabbondanti e quasi di nessun valore, bisogna ben che il popolo le consumi; e non si può servirgliene di una sola qualità, poiché la Serie dei frutticoltori che cura la distribuzione invia ogni giorno alle cucine assortimenti d’ogni genere di frutta e non di un solo tipo. È dunque giocoforza servire al popolo un assortimento di frutta che corrisponda al trattamento minimo o di terza categoria, che non è presentabile alle tavole dei ricchi né a quelle del ceto medio.

Nell’ordine attuale, dove c’è una scarsissima varietà di prodotti, questi sono riservati per la maggior parte esclusivamente ai ricchi; e non solo il popolo non può assaggiarne, ma la stessa borghesia è costretta a privarsene. Le cose vanno ben diversamente nell’ordine combinato, dove un solo cantone fornisce almeno ottocento prodotti differenti, i due terzi dei quali sono sufficientemente copiosi per essere in parte destinati ai consumi popolari. Il vitto del popolo oscilla dunque intorno ad una varietà di circa seicento derrate diverse; quello dei ricchi può comprenderne il triplo o il quadruplo grazie ai generi importati dai paesi stranieri; ma al popolo resta pur sempre un ricco assortimento di prodotti d’ogni genere, e ho senza dubbio fatto una valutazione troppo bassa stimando in tre dozzine di piatti e in una dozzina di bevande le portate quotidianamente servite a una tavola di terza categoria, alla quale si rifocillano le diverse compagnie che raggruppano quattro o cinquecento persone nelle sale d’infimo ordine.

Il nostro stupore sarebbe molto maggiore, se mi addentrassi nei minuti dettagli relativi agli ingredienti dei cibi. Ecco a tale riguardo un particolare che non sarà dei meno singolari.

Quando la zona torrida sarà tutta messa a coltura, lo zucchero, le cui qualità più scadenti equivarranno alle migliori di oggigiorno, avrà lo stesso valore della farina di frumento, di modo che i vascelli provenienti dall’Equatore scambieranno a parità di peso un carico di zucchero del più fine con un carico di farina d’Europa. Ma in Europa i buoni latticini e la buona frutta saranno così comuni che non se ne farà alcun conto. Per questo accadrà che una confettura fine, una crema o una composta con metà dose di zucchero e metà dose di frutta o latte costerà molto meno del pane; e per economia si prodigheranno ai bambini poveri marmellate fini, creme, dolci e composte assortite: dico assortite, perché le Serie dedite alla cucina, alla pasticceria e ad altro, non possono lavorare che per assortimento o progressione graduata; ed è necessario che il consumo avvenga nello stesso ordine. Di conseguenza, i fanciulli più poveri vedranno in qualsiasi parte della terra le loro tavole ricolme di quei dolci a base di latte e di quella frutta candita di cui sono così ghiotti, e che ci pare nuocciano alla loro salute perché noi non siamo in grado di fornir loro le bevande acide che neutralizzerebbero l’effetto verminoso di tali sostanze. Ma non appena la zona torrida sarà messa a coltura, la limonata ed altre bevande d’alto prezzo saranno molto più comuni di quanto non lo siano al giorno d’oggi l’umile birra o l’umile sidro. I limoni, nelle regioni torride, e le mele renette in quelle temperate, saranno così abbondanti che sia per l’uno che per l’altro frutto pagheremo solo le spese di trasporto e li scambieremo a parità di peso, con gran soddisfazione delle due zone. Possiamo ora capire perché la natura dia ai fanciulli d’ogni paese una così generale passione per le buone marmellate, le creme dolci, le limonate ecc.: è perché tali sostanze costituiranno l’alimentazione meno dispendiosa dei bambini nell’ordine combinato, e Dio deve inculcarci Attrazione passionata per il genere di vita che ci riserva in quel nuovo ordine, dove il pane sarà uno dei commestibili più cari e più economizzati, e dove l’armonia universale non potrà fondarsi che su passioni sufficientemente raffinate da richiedere il concorso delle tre zone e dei due continenti per il nutrimento di ogni abitante del globo.

So bene che tali affermazioni e quelle che seguiranno sembreranno esagerate, ma ho avvertito che le dimostrazioni possono trovar posto solo in un trattato completo sul meccanismo delle Serie progressive: fino a quando non avrò pubblicato questa teoria, non si possono pretendere delle prove relativamente a descrizioni che io anticipo per soddisfare i più impazienti.

Benché questa digressione sul materiale dei pasti sia già troppo lunga per un generico cenno, devo aggiungervi ancora qualche riga: molti amatori protesterebbero se in questa sfilata gastronomica non facessi parola del dio del vino.

A questo proposito potranno esser sollevate contro di me delle argomentazioni speciose. Gli avversari vorranno gettare il discredito sulle cantine di quest’ordine combinato le cui cucine accumuleranno tanti trofei. Ascoltiamo questi contraddittori: “Ammettiamo pure”, mi obietteranno, “che le vostre Falangi, le vostre Serie, i vostri gruppi siano in grado di fornire i prodotti più squisiti in quantità tale che anche il povero riesca ad averne una qualche parte; ma per accompagnare degnamente questo cibo davvero divino, sareste capaci di creare in tutti i punti della terra dei vigneti come quelli del Médoc, di Ay, dello Chambertin, di Rudolsheim, di Xeres, di Tokai, ecc.?”. “Tali vigneti, circoscritti a un modesto lembo di terra non riusciranno a rifornire le tavole di prima categoria in tre milioni di cantoni: il prelibato vitto del popolo non sarà dunque innaffiato che da vinello, e non sarà che una cacofonia gastronomica poiché non c’è buon pranzo senza buon vino. Orbene, per accompagnare un pranzo le cui portate più scadenti supereranno quelle dei nostri Apicio, ci vorrebbero ovunque vini superiori a quelli dei nostri famosi vigneti i quali coprono solo alcune minuscole fasce di terra, vini che nessuna fatica riuscirà mai ad eguagliare, poiché il loro sapore dipende dal terreno e non dalla lavorazione”.

L’obiezione sembra imbarazzante ed io desidero formularla rigorosamente, per dimostrare che la soluzione dei problemi che più sgomentano diventa uno scherzo per chi possieda la teoria del movimento sociale. Sì, nell’ordine combinato il povero potrà bere normalmente vini pari a quelli più rinomati di Francia, di Spagna e d’Ungheria; e, di conseguenza, per i ricchi ci sarà una rosa di vini proporzionalmente superiori.

C’è di più, e dimostrerò che, in fatto di bevande diverse dal vino, la tavola del povero sarà servita molto meglio di quanto non lo sia oggigiorno quella dei re. Ne cito tre di gusto diverso, amaro, dolce e acidulo: siano il caffè, il latte e la limonata, che saranno di norma più squisiti di ciò che di più prelibato possano procurarsi i re in tal campo. E questa superiorità sarà dovuta a sistemi di produzione, di trasporto e di preparazione che non possono aversi nell’ordine attuale e che un sovrano non potrebbe realizzare a nessun prezzo. Credete che nelle piantagioni di Moka il caffè sia coltivato con tutte le cure necessarie? Non si commettono forse errori grossolani nella raccolta e nel trasporto, e forse nella preparazione quotidiana? Quando conoscerete le cure, il discernimento che mettono le Serie di gruppi in tutti questi particolari, comprenderete che i nostri prodotti più rinomati sono ben lontani dalla perfezione. Aggiungiamo che gli eventi futuri, purificando gli umori della terra, raffineranno gli umori delle piante e degli animali che se ne nutriranno; non ci sarà dunque da stupirsi se le bevande lasciate agli uomini più poveri risulteranno spesso superiori a quelle dei sovrani civili.

Tuttavia questo miglioramento degli umori delle terre potrà avvenire solo gradualmente, dato che non dipenderà da operazioni agricole, ma soltanto dalla regolazione della temperatura, che si determinerà solo in un tempo piuttosto lungo, di generazione in generazione, e che sarà definitiva solo dopo la nascita della corona boreale e la messa a coltura dell’intero Polo. È soprattutto alla corona che si dovranno nuovi umori che miglioreranno i prodotti e daranno ai vini più scadenti del globo il gusto di quelli che sono oggi i più pregiati.

Altre cause influiranno su questo ammendamento degli umori della terra: bisogna ripetere al proposito un’osservazione già fatta, e cioè che l’ordine combinato offre delle possibilità e dei mezzi di attuazione che noi non abbiamo. Le risorse della Civiltà non possono dare la più pallida idea delle risorse dell’ordine combinato; per esempio, se si trattasse oggi di assegnare a tutti gli studiosi milioni e milioni ogni volta che producono un’opera degna di stima, i Civili esclamerebbero che tali prodigalità saranno impossibili sotto qualunque regime, che i re avrebbero bisogno di tesori inesauribili, che bisognerebbe fare di ogni ministro un Mecenate, che bisognerebbe cambiare le passioni, e così via. Orbene, lo avete visto all’inizio della dissertazione; questo problema viene risolto senza bisogno di mutare le passioni o il carattere di re e ministri. La soluzione sta nel fatto che l’ordine combinato crea dei mezzi sconosciuti ai Civili e che, una volta provvisti di questi nuovi mezzi, noi supereremo ostacoli ritenuti insormontabili. Non siamo forse riusciti, con la polvere da sparo e la bussola a fender le rocce, ad affrontare le tenebre nel seno dei mari, e a realizzare tanti prodigi la cui sola idea avrebbe fatto fremere tutta l’antichità? Lo stesso avverrà per tutti i problemi cui ho accennato e che vi faranno gridare all’impossibilità e alla ciarlataneria. Tutte le vostre obiezioni vengono risolte in via generale con il meccanismo delle Serie progressive; e il risultato di tale ordinamento sarà che avrete non quanto desiderate, bensì una felicità infinitamente superiore a tutte le vostre aspirazioni.

Meccanismo passionato della gastronomia combinata

Sono poca cosa i piaceri materiali che vi annuncio: non basterà che il più povero di voi abbia una tavola meglio fornita di cibi e di bevande di quella del più opulento dei re. Tale benessere, per quanto concreto esso sia, non vi garantirebbe tuttavia che metà dei piaceri della tavola. Se la buona cucina ne costituisce la base, vi è una condizione non meno essenziale: si tratta del sapiente assortimento dei commensali, dell’arte di variare e di scegliere opportunamente le compagnie, di renderle ogni giorno più interessanti con incontri imprevisti e affascinanti, e di assicurare anche ai più poveri i piaceri dello spirito così incompatibili con le vostre tetre consuetudini familiari. A questo riguardo la vostra Civiltà è del tutto fuori strada: le vostre riunioni allestite con grandi spese, i vostri banchetti più celebrati, sono di solito così male assortiti, così stranamente formati, che vi si morirebbe di noia se non ci fosse il pranzo sontuoso, che di conseguenza, non è più che un piacere da bifolchi, e fors’anche qualcosa di meno, dato che i bifolchi sono gioviali e buontemponi nelle loro taverne, vi trovano i piaceri dello spirito e nel contempo quelli dei sensi, mentre nei vostri salotti si sbadiglia per un’ora interminabile in attesa di andare a tavola. Eh! questo pranzo non è forse ripagato a ben caro prezzo dalla noia di sostenere discussioni soporifere sulla pioggia e il bel tempo, sulla cara salute di parenti e amici, sui progressi dei figli così degni dei loro virtuosi padri, sul buon carattere delle signorine, e il buon cuore delle zie e i teneri sentimenti della tenera natura? Che mare di insulsaggini e di sciocchezze in queste riunioni civili che tuttavia sono state preparate con grandi spese e ingagliardite da un costoso banchetto! Banchetto tanto tedioso per i convitati quanto per la padrona di casa che ha la briga di dirigerlo e di prepararlo. Eh! come osano i Civili aspirare a una qualche rinomanza in campo gastronomico quando sono letteralmente a zero nell’arte di organizzare riunioni stimolanti e varie, cosa che rappresenta metà del piacere della tavola? Sembra che in ciò i re siano ancora più sprovveduti del popolino. Ridotti a pranzare in famiglia, soli come eremiti e seri come gufi per tutto il pasto, essi ci dimostrano, a tavola come altrove, che i godimenti del più potente dei re sono di gran lunga inferiori a quelli che il più povero dei suoi sudditi troverà nell’ordine combinato. Questo sovrano può reputarsi ancora fortunato se, nell’isolamento e nello squallore che presiedono ai suoi pasti, può tener lontano il sospetto d’essere avvelenato, pericolo da cui è incessantemente minacciato. O vanità delle gioie della Civiltà!

Sarebbe giunto il momento di spiegare come vengono variate le riunioni nell’ordine combinato, come si alternano i pranzi dedicati agli amori passeggeri, alla famiglia, ai compagni di lavoro, agli amici, ai forestieri ecc.

Per preordinare questa serie di pranzi, come per preordinare la serie dei lavori che debbono variare almeno ogni due ore ogni giorno si tiene anche nel più piccolo cantone del globo, la Borsa o assemblea delle contrattazioni. [Non possono esserci cantoni che abbiano meno di seicento persone]. Vi si tratta delle riunioni di lavoro e di piacere per i giorni a venire, degli scambi di coorti tra i diversi cantoni, i quali si accordano per associare il loro lavoro e i loro svaghi. In ogni cantone si contrattano quotidianamente alla Borsa almeno ottocento riunioni conviviali, galanti, di viaggio, di lavoro, ed altre. Poiché ciascuna di tali riunioni richiede trattative fra dieci o venti, e qualche volta cento persone, in un’ora vi sono almeno ventimila affari da concludere alla Borsa. Per portarli a termine vi sono agenti d’ogni sorta e delle regole grazie alle quali ogni individuo può seguire una trentina di negoziazioni per volta; di modo che la Borsa del più piccolo cantone è più animata di quella di Londra o di Amsterdam. Le trattative si svolgono principalmente per mezzo di segnali, mediante i quali ogni sovrintendente può mettersi in contatto dal suo tavolo con tutti, e trattare, per mezzo dei suoi aiutanti, per venti gruppi, venti Serie, venti cantoni alla volta, senza gazzarra né confusione. Le donne, i fanciulli, conducono trattative al pari degli uomini per stabilire le loro riunioni d’ogni genere; e i contrasti che per questo ogni giorno nascono tra le Serie, i gruppi e i singoli individui, rappresentano il gioco più stimolante, l’intrigo più complicato e vivace che possa esistere: così la Borsa è un gran divertimento nell’ordine combinato.

Dai cenni che ho or ora dato sui piaceri della tavola, si può intuire che quelli dell’amore raggiungeranno lo stesso livello e forniranno ogni giorno un gran numero di vicende e di avventure di cui le meno piccanti saranno tuttavia di molto superiori alle nostre prodezze più celebrate. L’amore, come la tavola, offrirà delle possibilità a tutti i tipi. Finiranno così le oziose dispute degli uomini civili sulla fedeltà e l’infedeltà e i diversi generi d’amore: ci sarà bisogno d’ogni specie d’inclinazione nell’ordine combinato, poiché esso offre i mezzi per soddisfarle tutte. Le Baccanti sono lì necessarie quanto le Vestali, e non è possibile dedicarsi all’agricoltura per attrazione se nel cantone non vi sono amori d’ogni sorta. Così, accanto alle Baccanti che praticano la virtù dell’amore fraterno e che si votano ai piaceri di tutto il genere umano, si troveranno Vestali e Giovinette di provata fedeltà; vi si troveranno, cosa ben più rara, uomini fedeli alle donne, cosa che non si trova nella Civiltà, a meno di non cercare nella categoria dei bigotti, che non fa parte del mondo amoroso.

Politica galante per il reclutamento delle armate

Poiché l’annuncio della futura libertà amorosa susciterà grande indignazione tra i borghesi e tra i filosofi, è opportuno, per calmarli, presentare loro tale libertà sotto il profilo dell’interesse, che è il loro unico dio. L’amore, che nella Civiltà è un germe di disordine, di infingardaggine e di dispendio, diviene nell’ordine combinato, una sorgente di benefici e di prodigi dal punto di vista della produzione. Ne darò un esempio, e condurrò la dimostrazione riferendomi ad uno dei compiti amministrativi per noi più improbi: si tratta della leva delle armate che viene attuata per mezzo della politica galante.

L’amore dà vita in ogni Falange a due grandi Serie, quella del semi-carattere e quella del carattere pieno. Quest’ultima si divide in nove gruppi: il primo è quello della Vestalità, di cui parlerò ora.

In ogni Falange, il coro dei Giovinetti e delle Giovinette, che sono vergini, elegge tutti gli anni una quadriglia della Vestalità formata da due coppie di rappresentanza e da due coppie di merito. Per i primi la scelta viene effettuata in base alla bellezza, per i secondi in base al successo nelle scienze o nelle arti e alla dedizione al lavoro.

I Vestali e le Vestali hanno ovunque il rango di Magnati: la fanciulla più povera, quando viene eletta Vestale, circola su un carro trainato da sei cavalli bianchi, coperta delle pietre preziose del tesoro. A questi giovani vengono tributati onori d’ogni genere; essi comandano le colonne dei fanciulli; insomma il sistema posto a tutela della verginità tende a mettere in mostra le fanciulle anziché a nasconderle. Lungi dall’abituarle a far le civette, come le nostre pulzelle ammantate di morale, che dicono di non amare nessuno e di non avere altra volontà che quella di papà e mamma, verranno sviluppate per quanto è possibile le loro inclinazioni, e la Vestale avrà dei corteggiatori ufficiali così come il Vestale avrà delle spasimanti che avrà insignito di tale qualifica.

Questi giovani eletti hanno il privilegio di andare alle armate del lavoro, che sono dei raggruppamenti magnifici: lì i Vestali e le Vestali vivono i loro primi amori. Ogni giorno, alla fine del lavoro, l’armata dà delle feste tanto più splendide in quanto riunisce il fior fiore della gioventù per bellezza e talento. Tali feste offrono ampio spazio all’amor cortese: i pretendenti e le pretendenti seguono la Vestalità che effettua le sue scelte nel corso della campagna. I giovani che vogliono legarsi ad un solo amante o ad una sola amante passano al grado di Paggio e di Damigella, ed entrano nei gruppi della fedeltà, che costituiscono il secondo dei nove temperamenti amorosi. Altri, inclini alla volubilità, entrano a far parte dei sette gruppi restanti. Il principale risultato di questi passatempi è che si formano immense armate di lavoro senza ricorrere a costrizione alcuna, e senz’altra astuzia che d’aver messo in risalto ed onorato pubblicamente quella verginità che i filosofi vogliono tener lontana dal mondo, circondare di guardiani e di pregiudizi.

Per riunire un’armata, basta pubblicare l’elenco delle quadriglie di vergini inviate da ciascuna Falange. Allora coloro che si sono dichiarati pretendenti non potranno esimersi dal seguire alle armate le persone cui vanno le loro aspirazioni, poiché lì si decideranno le scelte che avvengono segretamente, senza la scandalosa pubblicità che da noi si dà alla cerimonia matrimoniale, quando si fa sapere a un’intera città che il tal giorno un libertino, un depravato deflorerà una giovane innocente. Bisogna essere nati nella Civiltà per sopportare lo spettacolo di quelle usanze indecorose dette nozze, alle quali vediamo il magistrato e il sacerdote accanto ai burloni ed agli ubriaconi del quartiere. E per qual motivo? Perché in seguito a bassi intrighi, dopo una ruffianata ordita da notai e comari, verranno incatenati per la vita due individui che forse in capo ad un mese non si potranno sopportare. Qual è dunque il motivo di queste feste nuziali? La speranza di ottenere dei discendenti? Eh! si sa forse se la donna non sarà sterile? La speranza della felicità dei coniugi? Eh! chi sa se l’anno seguente non si detesteranno e se la loro unione non farà l’infelicità di entrambi? In queste feste date sulla base di una vaga speranza, le famiglie sono paragonabili a uno sprovveduto che, facendo una giocata al lotto, offrisse ai suoi vicini un gran pranzo per festeggiare il fatto che spera di fare un terno: la gente parteciperebbe al suo pranzo facendosi beffe di lui e dicendo: “il terno non l’ha ancora vinto”. Non siete forse simili a questo folle quando date delle feste in occasione di un matrimonio, che è come una giocata al lotto, e ancora meno, dato che il matrimonio può riservare molta infelicità invece della felicità che da esso si spera? L’unico caso in cui le feste siano giustificate è quando un uomo sposa una donna molto ricca: allora egli ha motivo di rallegrarsi. Ma di solito le donne, quanto a denaro, ne spendono di più di quanto non ne portino; e se si rinviassero i festeggiamenti nuziali all’anno seguente, all’epoca in cui il marito ha avuto un saggio degli inconvenienti del matrimonio, delle enormi spese e delle corna che prima o poi arrivano, si troverebbero ben pochi uomini sposati disposti a festeggiare la loro disgraziata unione. Eh! quanti di loro piangono la festa sin dal giorno successivo, quando sono già delusi per non aver trovato quello che credevano di trovare!

Nell’ordine combinato, le feste dedicate ai primi amori si danno solo ad unione consumata. Ci si guarda bene dall’imitare i Civili, che chiamano il pubblico a testimone del contratto concluso per la deflorazione. Una Vestale vede i suoi pretendenti riuniti mentre danno prova del loro merito nei giochi pubblici e nei lavori dell’armata; il loro numero diminuisce progressivamente secondo le speranze che ella concede ad essi. Alla fine, quando si è accordata con uno di loro, i promessi si limitano a inviare una dichiarazione sigillata all’ufficio dell’Alta Matrona (è un ministro delle relazioni amorose, colei che tiene il timone degli affari di cuore dell’armata per quello che riguarda la Vestalità), oppure alle Vice-Matrone che presiedono alle varie divisioni. Si fanno i preparativi necessari per ricevere ogni sera le coppie che vogliono unirsi segretamente; esse vengono identificate da una intendente del Matronato; l’unione viene resa pubblica solo all’indomani, quando la Vestale avrà lasciato la sua corona di gigli per una corona di rose e si mostrerà in tenuta da Damigella, con il suo Favorito o il suo Paggio, se colui che ha scelto è un Vestale.

Ogni notte, all’armata, ha luogo un buon numero di queste unioni di Vestali d’ambo i sessi. Esse vengono annunciate all’indomani al mattutino o prima colazione. Ai Baccanti e alle Baccanti spetta il compito di andare ogni mattina a consolare i feriti, vale a dire i pretendenti e le pretendenti che si vedono ripudiati in seguito alle unioni segrete della notte.

Supponiamo che la Vestale Galatea, prossima a fare la sua scelta, sia stata incerta tra Pigmalione, Narciso e Polluce. Alla fine ha preferito Pigmalione e si è unita a lui in segreto. Nella stessa notte, un centinaio di Vestali hanno consumato un’analoga unione con i loro Favoriti nell’edificio adibito a tale cerimonia. L’indomani, prima dell’alba, vengono radunati un migliaio di Baccanti della divisione, uomini e donne; una referendaria del Matronato comunica loro l’elenco delle unioni della notte, poi la lista dei respinti e delle respinte che bisogna andare a consolare. Vi figurano i nomi di Polluce e Narciso. Allora le Baccanti che ritengono d’essere le più amate da Polluce si dirigono verso la sua dimora; altre vanno a trovare Narciso, e del pari i Baccanti si avviano verso le belle respinte che avranno prescelto. [Va da sé che se gli spasimanti sfortunati appartengono al corpo vestale, non saranno i Baccanti e le Baccanti che andranno a consolarli. In tal caso questo compito sarà affidato ad altre squadre, come quella dei Sentimentali e delle Sentimentali, che costituiscono il settimo gruppo della Serie amorosa. Ci sono innumerevoli eccezioni analoghe che non sto a riportare e che si devono immaginare senza che io le indichi].

Polluce verrà dunque svegliato da alcune Baccanti le quali, un ramo di mirto in mano, verranno ad informarlo che non c’è più posto per lui nel cuore di Galatea; esse assistono al primo choc, alle recriminazioni di slealtà e d’ingratitudine; e, per consolare Polluce, prodigano la loro eloquenza e le loro grazie. [Dei Civili obietteranno che a Polluce non interesseranno affatto le consolazioni delle Baccanti; che se egli è veramente innamorato di Galatea, respingerà sdegnato le svergognate che verranno ad offrirglisi. Effettivamente, questo sarebbe il comportamento amoroso nella società civile. Polluce respingerebbe per parecchi giorni qualunque altra donna che non fosse Galatea e, per di più, sfiderebbe a duello Pigmalione. Nella società barbara Polluce agirebbe diversamente: andrebbe a pugnalare Galatea, nell’attesa del momento propizio per dare una stilettata a Pigmalione. E nella società selvaggia o in quella patriarcale Polluce si comporterebbe in modo ancora differente. Non ignoro che, stando ai nostri costumi, Polluce dovrebbe disdegnare le Baccanti e le loro premure; ma se, voi volete, secondo il metro dei costumi civili, biasimare Polluce che si distrarrà con le Baccanti, un Barbaro potrà farsi beffe dell’uomo civile, il quale, vedendosi portar via la bella, non andrà a pugnalarla. Entro in questi particolari per ricordare che le passioni hanno un corso diverso in ciascun periodo sociale e che se gli usi dell’ordine combinato sembrano talvolta bizzarri, occorrerebbe, prima di giudicarli, conoscere le circostanze che permetteranno di introdurre costumi così radicalmente diversi dai nostri]. Ogni mattino vi è un’ampia disfatta di spasimanti d’ambo i sessi, con grande soddisfazione delle legioni di Baccanti che da tale amoroso martirio traggono il loro vantaggio, poiché la cura normale per simili disavventure consiste nello stordirsi per alcuni giorni con le Baccanti, le Avventuriere, ed altre corporazioni dell’armata dedite alla filantropia. Quando si conosceranno i particolari di queste diverse funzioni e il meccanismo delle Serie amorose nelle armate dell’ordine combinato, gli amori della Civiltà sembreranno così monotoni, così meschini, che non si potrà sopportare la lettura dei nostri romanzi e delle nostre opere di teatro. Si comprenderà come l’ammissione alle armate finisca con l’essere un privilegio nell’ordine combinato; come si presentino il doppio dei volontari che si cercano, e come, grazie alla sola leva dell’amore si possano raccogliere centoventi milioni di legionari dei due sessi, che eseguiranno imprese la cui sola idea farebbe agghiacciare dallo spavento i nostri animi mercenari. Per esempio, l’ordine combinato intraprenderà la conquista del grande deserto del Sahara. Esso verrà attaccato in diversi punti da dieci e venti milioni di braccia se necessario; a furia di riportare terra, di piantare e d’imboschire un po’ per volta, si riuscirà a rendere umida la terra, a consolidare le sabbie e a fare del deserto una plaga feconda. Si faranno dei canali navigabili là dove noi non sapremmo neppure fare dei canaletti d’irrigazione, e le grandi navi solcheranno non solo gli istmi, come quelli di Suez e di Panama, ma anche l’interno dei continenti, come dal mar Caspio al mar d’Azof, di Persia e d’Aral; esse andranno da Quebec ai cinque grandi laghi, insomma dal mare a tutti i grandi laghi di lunghezza pari a un quarto della loro distanza dal mare.

In ogni impero le diverse legioni dei due sessi si dividono in parecchie armate, che si fondono con quelle degli imperi vicini. L’ordine combinato non affida mai un’impresa a una sola armata: esso ne riunisce almeno tre per metterle in competizione tra loro. Se bisogna riportare della terra nelle lande della Guascogna, questo lavoro verrà eseguito da tre armate, una francese, una spagnola ed una inglese; e, in cambio, la Francia ne fornirà due, una alla Spagna ed una all’Inghilterra, per contribuire alle loro imprese. Ci sarà così un interscambio tra tutti gli imperi del globo e questo stesso interscambio si avrà tra le armate di provincia e nelle attività dei cantoni.

Supponiamo che la Falange di Tivoli voglia far falciare un prato che richiederebbe il lavoro di trecento uomini per due ore; se essa ha disponibili soltanto sessanta falciatori, prende a prestito quattro coorti da quattro cantoni vicini. Essa fa negoziare tale prestito dai suoi ambasciatori titolari alla Borsa dei suddetti cantoni e, nel giorno stabilito, si vedono arrivare le quattro coorti che si uniscono ai tiburtini sul prato. Alla falciatura segue un pranzo al quale partecipano le belle dei diversi cantoni; e quello di Tivoli restituirà delle coorti di uomini o di donne in cambio di quelle oggi avute in aiuto. Questo scambio di coorti è uno dei mezzi di cui si avvale l’ordine combinato per trasformare in feste i lavori più sgradevoli. Essi diventano interessanti:

per la breve durata, che deriva dal gran numero dei collaboratori;

per l’unione delle coorti alle quali si aggregano dei dilettanti dell’altro sesso;

per le apparecchiature meccaniche e le confortevoli condizioni che permettono tali numerosi assembramenti.

Insisto su quest’ultimo punto. Le nostre officine sono così sporche, così repellenti, che ispirano orrore per il lavoro e per chi l’esercita, soprattutto in Francia, che sembra essere la patria adottiva della sporcizia. Vi è nulla di più ripugnante delle lavanderie di Parigi, dove si riordina la biancheria della gente bene? Al posto di queste cloache, voi vedreste nell’ordine combinato un edificio ornato di vasche di marmo e fornito di rubinetti con acqua di diverse temperature affinché le donne non si sciupino le mani immergendole in acqua gelata o bollente. Inoltre, vedreste innumerevoli accorgimenti per rendere più celere l’esecuzione mediante apparecchiature d’ogni genere e per rendere più gradito il pranzo che seguirà al lavoro di quattro o cinque coorti di lavandaie riunite da diversi cantoni.

Per quanto banali possano essere questi minuti particolari, non disdegno di soffermarmici per dimostrare che sono previsti tutti i problemi inerenti al lavoro: le riunioni di coorti non sono che uno dei numerosi procedimenti grazie ai quali ogni difficoltà verrà appianata e l’ordine combinato fornirà il sistema per realizzare, per Attrazione e per emulazione, i lavori più odiosi.

La galanteria, oggi così inutile, diverrà dunque una delle risorse più brillanti del meccanismo sociale. E mentre l’ordine civile recluta con tanta fatica e tante imposizioni delle armate vandaliche che periodicamente devastano la terra, l’ordine combinato non si avvarrà che dell’Attrazione e della galanteria per costituire delle armate apportatrici di bene, che faranno a gara ad innalzare opere insigni. Invece di aver devastato trenta province in una campagna di guerra, queste armate avranno gettato trenta ponti sopra dei fiumi, rinverdito trenta montagne disboscate, scavato trenta canali irrigui e prosciugato trenta paludi; e pure questi trionfi del lavoro non saranno che una piccola parte dei prodigi che si dovranno alla libertà amorosa e al crollo della filosofia.

In queste disquisizioni apparentemente futili, come quelle sulla buona tavola e l’amore, non bisogna perdere di vista il fine dell’ordine combinato, e cioè di produrre attrazione per il lavoro. Tutte le disposizioni di tale ordine di cui sentirete parlare e che vi sembreranno fatte a caso, soggiacciono sempre a due condizioni: bisogna che producano l’attrazione per il lavoro e l’economia delle forze. Ne darò una dimostrazione rifacendomi alle Brigate di Cavalieri erranti che corrono il mondo, di cui ho già parlato in questa dissertazione.

Queste Brigate, che esercitano una forte attrattiva sulla gioventù, non accettano nessuna persona che non abbia alle spalle almeno tre campagne nelle armate del lavoro, indipendentemente dalla competenza nel genere artistico cui la Brigata si dedica. Ecco dunque un ulteriore strumento per reclutare delle armate. Oltre all’amore che spinge a seguire le Vestali e i Vestali, oltre alla curiosità per i grandi eventi che si verificheranno all’armata, oltre alla brama d’assistere alle sue feste e ai suoi baccanali, di condividere la gloria delle sue alte gesta, vi sono ancora altri incentivi, come l’allettante prospettiva di ottenere, dopo tre campagne, un titolo di Avventuriero o di Avventuriera, e di andare a far prodezze per il mondo con le Brigate di Cavalieri erranti. Per sei campagne ci sono in premio altri privilegi, e dopo nove si è ammessi nel corpo dei Paladini e delle Paladine, che sono in tutta la terra gli ufficiali dell’Imperatore e dell’Imperatrice di Unità. Al ritorno da ciascuna campagna i giovani hanno il diritto di insignirsi di un distintivo quale una croce o una stella, che reca iscritta l’impresa di lavoro compiuta dall’armata; e dal numero delle punte della stella si riconoscono le diverse campagne e i titoli di gloria di ciascuno. Anche le donne portano tale decorazione, perché le armate del lavoro sono sempre composte per metà da donne.

Grazie ai diversi mezzi con cui le armate allettano la gioventù, questa accorre spontaneamente al primo appello, e l’ammissione diviene, come ho detto, un privilegio conquistato attraverso diverse prove. Con questo sistema di reclutamento si raggiungono dunque i due fini indicati, l’Attrazione per il lavoro e l’economia delle forze.

E poiché il miraggio di entrare nelle Brigate di ventura fa parte degli allettamenti che attraggono la gioventù all’armata, concludetene che queste Brigate non sono un divertimento vagamente ideato, e che tutte le altre istituzioni dell’ordine combinato di cui verrete a conoscenza dovranno, come le Compagnie di ventura, contribuire ai due risultati richiesti, all’Attrazione per il lavoro e all’economia delle forze. E i mezzi che conducono a questi due fini sono tutti dei godimenti favolosi e sconfinati, come quelli di cui ho appena dato una pallida idea.

Temendo di farvi intravedere l’immensità di questi piaceri, non ho parlato che di due particolari accessori relativi all’amore e al piacere della tavola. Ho parlato della mensa del povero, senza mostrarvi quale sarà la sontuosità di quella del ricco, quando la bontà del cibo sarà favorita dalla messa a coltura di tutto il globo, dalla regolarità della temperatura che raffinerà gli umori della terra, dalla scomparsa delle frodi commerciali e dalla più completa liberalizzazione degli scambi. Allora i ricchi di ogni Falange potranno tutti i giorni, nel corso dei cinque pasti, assaporare a centinaia le leccornie pervenute da tutti i punti del globo, trasportate e conservate con accorgimenti inattuabili nello stato di imperfezione in cui si trova il commercio terrestre e marittimo dei Civili. [Nell’ordine combinato si fanno cinque pasti: il mattutino alle cinque, la colazione alle otto, il pranzo all’una, la merenda alle sei, e la cena alle nove. Ve ne sono poi due intermedi, o spuntini, verso le dieci e le quattro. Questo gran numero di pasti è necessario per lo straordinario appetito che produrrà il nuovo ordine; ordine nel quale si è in movimento continuo senza eccessi. I fanciulli così allevati si faranno una costituzione di ferro e saranno soggetti a un rinnovarsi dell’appetito ogni due o tre ore, a causa della rapida digestione che sarà dovuta alla delicatezza dei cibi e all’arte di assortirli sapientemente. Tale arte, alla quale li si addestrerà sin dall’infanzia, è contraria a tutte le nostre massime di sobrietà; eppure essa sarà una delle cause del perfezionamento fisico che porterà il genere umano alla statura media di sette piedi e a una vita media di 144 anni. Una volta giunta a tale perfezione, la specie umana, dovrà, in condizioni di buona salute, consumare ogni giorno una quantità di cibo uguale alla dodicesima parte del suo peso. Già oggi si vedono degli appetiti sorprendenti; per esempio c’è in Francia un tizio denominato il carnivoro, che in un solo pasto ingurgita quattordici libbre di carne cruda, senza parlare delle bevande né degli altri pasti. Egli consuma quindi circa venti libbre al giorno, e tuttavia è lontano dal pesare 240 libbre. Poiché il creatore ha dovuto darci in tutti i modi un’idea dell’ordine combinato per mezzo di antitesi, egli, nel verme solitario ha rappresentato l’appetito prodigioso che avranno gli individui allevati in quel nuovo ordine]. Del pari mi sono limitato a parlare delle più modeste gioie dell’amore trattando della Vestalità che ammette solo l’amore cortese o amore spirituale, escludendo il piacere dei sensi. Le funzioni vestali comportano la rinuncia e non la pratica dell’amore, che ha inizio solo nell’istante in cui il Vestale cede a una prima inclinazione.

Non ho parlato di quelle circostanze che consentono il pieno dispiegarsi dell’attività amorosa e che tanto contrastano con i bassi intrighi matrimoniali e gli odiosi calcoli con i quali si avviliscono da noi le prime unioni. Non vi ho dunque fatto sapere nulla degli amori dell’ordine combinato; e tuttavia i particolari cui ho accennato saranno già bastati per far intuire che questo ordine aprirà agli amori una strada così splendida e così rapida che guarderemo con commiserazione alle cronache amorose della Civiltà. Cosa che avrei illustrato in poche righe se avessi trattato delle Serie amorose e delle relazioni dei loro vari gruppi destinati ai diversi temperamenti amorosi. Ma poiché desidero spingere al ragionamento più che all’entusiasmo, tralascio queste descrizioni che produrrebbero un’impressione molto più viva di quanto io non voglia.

Ho soddisfatto i desideri delle varie persone che mi chiedevano una breve dissertazione sull’ordine combinato, almeno un foglio di descrizioni particolari, per quanto incomplete potessero essere. Se vi sentiste inclini a sospettare dell’esagerazione in questi rapidi prospetti dei godimenti futuri, dovrete tener presente che qui io parlo dell’ottavo periodo sociale, che è straordinariamente distante dal quinto nel quale ci troviamo noi. Avrei potuto adeguarmi alle fiacche passioni dei Civili limitandomi a descrivere loro, come nella prima dissertazione, i piaceri più borghesi del sesto e del settimo periodo, periodi che noi supereremo entrambi d’un balzo per innalzarci d’un colpo all’ordine combinato. Nel rassicurare le persone imparziali contro il sospetto di esagerazione, non pretendo di metter freno alle dicerie della folla, che coprirà di sarcasmi questa seconda dissertazione. Confesso io stesso che l’annuncio sembrerà incredibile fino a quando non sarà stato sperimentato; e quand’anche esso fosse corredato delle prove matematiche e d’altro genere che lo conforteranno, si avrebbe ancora motivo di dubitare fino alla prova sperimentale, poiché, come dice Boileau:

Talvolta il vero può non essere verosimile.

L’art poétique

Cosa di più rispondente al vero del convincimento di Cristoforo Colombo, al quale amo paragonarmi? Egli annunciava un nuovo mondo geografico, ed io un nuovo mondo sociale. Al pari di lui io rivelo quel vero che non è verosimile agli occhi del pregiudizio. Come a lui mi si darà del visionario, perché si vorranno giudicare i risultati annunciati con il metro attuale: si vorrà credere il meccanismo sociale limitato alle scarse risorse che presenta la Civiltà; si dimenticherà infine di continuo che tutti questi prodigi sociali verranno realizzati da Serie progressive e non da famiglie incoerenti che hanno proprietà contrarie.

Ma poiché l’ironia è per gli uomini civili il piacere sovrano, che si affrettino a dare stura alla loro malignità: poiché in meno di sei mesi è possibile sperimentare l’Associazione agricola, coloro che gridano all’impossibilità non avranno che poco tempo per criticare; e più fluirà la loro facondia, più saranno degni di commiserazione quando verranno a cantare la palinodia. Allora ci ricorderemo dei loro sarcasmi per sbarazzarci dei loro insipidi elogi e ridurli al silenzio. È il più gran supplizio per questi botoli che ringhiano contro ogni scoperta, gente che La Fontaine ha definito così bene:

… Spiriti gretti, che, buoni a nulla, a mordere si danno.
Le serpent et la lime

Tuttavia la loro mania può apparire giustificabile ove si considerino gli inganni che il corpo sociale ha patito da parte delle scienze incerte. Non bisogna stupirsi se i moderni, tante volte sbeffeggiati dai sofisti, sono sempre più inclini alla diffidenza, né se il gusto dell’ironia regna oggigiorno tra i Civili, stanchi di vedersi quotidianamente illudere da teorie filosofiche incompatibili con l’esperienza e con la natura. Queste ridicole scienze erano prossime alla fine; ormai la politica e la morale si sono vicendevolmente distrutte nelle rivoluzioni del diciottesimo secolo; una scienza mercantile è sopravvissuta ad esse, e cioè l’economia politica, la quale non avrebbe tardato a finire in modo ancora più ignominioso dei moralisti che ha annientato.

Epilogo

Sulla decadenza della filosofia morale

Popoli civili, voi state per fare un passo da gigante nel mondo sociale. Passando immediatamente all’armonia universale, voi scampate a venti rivoluzioni che avrebbero potuto insanguinare il globo per venti secoli ancora, fino a quando non fosse stata scoperta la teoria dei destini. Farete un balzo di duemila anni nell’evoluzione sociale; sappiate farne uno simile nel campo dei pregiudizi. Respingete gli ideali di mediocrità, i desideri meschini che vi ispira l’impotente filosofia. Nel momento in cui state per godere della grazia delle leggi divine, abbandonatevi alla speranza di una felicità immensa quanto la sapienza del Dio che ne ha predisposto il piano. Osservando questo universo che egli ha così magnificamente ordinato, questi milioni di mondi che fa ruotare in armonia, riconoscete che un essere così grandioso non potrebbe conciliarsi con la mediocrità e con la filosofia, e che gli si farebbe torto se ci aspettassimo dei piaceri modesti in un ordine sociale di cui egli sarà artefice.

Cosa vi ripromettete, o moralisti, quando ci decantate una fortuna mediocre? Coloro che si trovano al di sopra di un simile stato non vogliono mai abbassarvisi. Nessuna argomentazione indurrà l’uomo che ha centomila franchi di rendita a distribuirne ottantamila per ridursi al modesto introito di ventimila franchi, che rappresenta l’aurea mediocritas. D’altra parte coloro che vivono nella mediocrità non se ne accontentano affatto, e hanno ragione di credere che essa non è il vero bene finché i ricchi rifiutano di abbassarvisi, malgrado ciò sia facile per loro. Ecco dunque che la mediocrità non alletta per nulla le due classi che possono goderne, ed è ridicolo consigliarla loro, dato che la conoscono per esperienza e sono tutti d’accordo nel preferire l’opulenza. Quanto a coloro che sono al di sotto della mediocrità, tesserne loro gli elogi è del tutto fuor di luogo, perché la raggiungeranno molto difficilmente. La gente poco agiata corre il rischio di languire e di cadere ancora più in basso piuttosto che di migliorare il proprio stato. Già la politica è esposta alle più aspre critiche per non aver saputo procurare loro il necessario: vedete quanto sia poco sensato suggerire loro l’amore della mediocrità, quando non si è neanche in grado di garantire loro una condizione più modesta.

La teologia vanta la povertà presentandola come la via per il bene eterno. La politica vanta le ricchezze di questo mondo nell’attesa di quelle ultraterrene: entrambe si addicono al cuore umano che non è fatto per la mediocrità. Se voi l’avete esaltata, è stato per la smania di dire qualcosa di nuovo e di non calcare le orme della politica e della religione: battendosi l’una per le ricchezze e predicando l’altra la povertà, non vi hanno lasciato, o moralisti, altro partito da prendere che la mediocrità.

Ecco il pericolo che si corre quando si assume la parte che gli altri hanno disdegnato. Si può, sulla base del solo elogio della mediocrità, accusare la vostra scienza di stupidità o di ciarlataneria. Essa è inetta se l’elogio è sincero. Se in buona fede voi credete che la mediocrità possa appagare il cuore dell’uomo, acquietare la sua perpetua ansia, voi non conoscete l’uomo; tocca a voi andare a scuola invece di impartirci delle lezioni. E se l’elogio è soltanto un espediente oratorio, siete ben incoerenti ad esaltare quella mediocrità che non piace a coloro che possono goderne e che non siete in grado di procacciare a coloro che ne sono privi. Scegliete tra questi due ruoli che portano entrambi i vostri sacri princìpi molto al di sotto della mediocrità.

Sperate forse di salvarvi adducendo le vostre buone intenzioni? Di far valere i vostri sforzi per procurare all’uomo qualche conforto? Se vi riprometteste veramente di soccorrere i meno fortunati cerchereste mezzi diversi dai vostri dogmi, riconosciuti inefficaci per vostra stessa ammissione. Testimone ne sia un moralista moderno che, rivolgendosi ai luminari della materia, ai Seneca, ai Marco Aurelio, afferma: “Per sorreggermi nella sventura, mi date come sostegno il bastone della filosofia, e mi dite: Procedete sicuro, correte il mondo mendicando un tozzo di pane: eccovi felice come lo siamo noi nei nostri castelli, con le nostre mogli e la considerazione dei nostri vicini. Ma la prima cosa che mi manca è quella ragione alla quale volete che io mi appoggi. Tutte le vostre belle argomentazioni svaniscono proprio quando ne avrei bisogno; esse non sono che un ramoscello nelle mani di un malato, ecc.”. (Bernardin de Saint-Pierre, [Études de la nature, Paris 1784]).

Ecco la filosofia morale screditata per bocca dei suoi stessi autori. E senza attendere la loro palinodia, non avrebbe dovuto bastarci il loro comportamento per aprirci gli occhi? Domandate al virtuoso Seneca perché, mentre ci vanta le dolcezze della povertà, accumula per i suoi piaceri una fortuna di ottanta milioni di lire tornesi (valore attuale). Senza dubbio egli reputa la povertà e la mediocrità più belle in prospettiva che da presso, come quelle statue mal tornite che fanno un effetto migliore da lontano piuttosto che da vicino. Noi condividiamo il parere di Seneca; noi che come lui possiamo relegare la povertà e la mediocrità nella polvere delle biblioteche!

Quando voi dimostrate con la vostra condotta e con le vostre ammissioni l’impotenza dell’ausilio che promette la vostra scienza, quale intenzione vi si deve attribuire se insistete nel prodigarci questi vani soccorsi? Non è ironia da parte vostra voler assuefarci alle privazioni, quando vi chiediamo ricchezze e gioie reali? Voi stessi, o filosofi, che, per avere spirito e sensi più affinati di quelli dell’uomo del volgo, maggiormente amate le dolcezze della vita agiata, non vi estasiate nell’apprendere che il crollo dei vostri sistemi vi innalzerà a quella ricchezza che idolatrate, pur fingendo di disprezzarla?

Non siate restii a confessare in pieno i vostri errori: la loro onta ricade sugli studiosi in massa, e non su una qualche categoria in particolare. Credete forse che i fisici e i letterati possano sottrarsi alla parte che loro tocca nell’ignominia generale? Non avevano essi come voi il raziocinio e il buon senso per rilevare e denunciare l’assurdità generale? Sì, l’assurdità è generale finché non sarete in grado di porre rimedio alla più scandalosa delle piaghe sociali; alla povertà. Finché essa sussiste, le vostre profonde scienze sono per voi solo delle patenti di demenza e di inutilità; con tutta la vostra saggezza voi non siete che delle legioni di folli.

Vi presentate come interpreti della ragione. Mantenete allora il silenzio finché durerà l’ordine civile, poiché esso è incompatibile con la ragione, se questa raccomanda la temperanza e la verità. In quali luoghi la Civiltà ha compiuto dei progressi? È stato ad Atene, a Parigi, a Londra, ecc., dove gli uomini non hanno affatto amato né la moderazione né la verità, ma si sono lasciati completamente dominare dalle loro passioni e si sono dati agli intrighi e al lusso. In quali luoghi la Civiltà ha ristagnato ed è rimasta ad un basso livello? È stato a Sparta e nella Roma primitiva, dove le passioni voluttuose e il lusso non avevano che un tenue sviluppo. Sulla base di questa esperienza, potete dubitare che l’ordine civile sia incompatibile con quella ragione che consiste, secondo voi, nel contenere le proprie passioni? Potete dubitare che sia necessario bandire una tale ragione, se si vuole tenere in vita e fare progredire l’ordine civile?

La vostra scienza riscosse qualche favore nell’antichità, ma perché allora assecondava le passioni. Infatti la fantasia e la curiosità avevano scarso alimento in quei tempi in cui le scienze esatte e la letteratura erano agli albori: è logico che ci si sia aggrappati avidamente a princìpi che aprivano prospettive immense alle dispute e agli intrighi. La filosofia incerta era allora rafforzata dal suo connubio con le scienze esatte e con la religione: Pitagora, decano della morale, era al tempo stesso un abile geometra e un riverito prelato. Egli aveva fondato un monastero dove compiva dei miracoli, come risuscitare i morti e simili amenità; i suoi neofiti erano sottoposti alle più dure prove, come oggigiorno i nostri trappisti. Insomma, se questi moralisti ottennero il favore del popolo, è perché nell’ambito della religione pagana erano degli ausiliari del corpo sacerdotale, come i monaci nell’ambito di quella cattolica.

Mentre i rigoristi dell’antica filosofia seducevano il popolo con la pratica delle penitenze e lo studio delle scienze utili, altre sette più accomodanti si ingraziavano la buona società e davano vita a consorterie cabalistiche per le quali parteggiavano gli oziosi di Grecia, così come oggi i perdigiorno di Parigi si appassionano per alcune opere teatrali o per qualche attore. Dal che si vede che la popolarità della morale presso i Greci non si fondava che sulla superstizione degli umili e sull’infingardaggine dei potenti: insomma su circostanze propizie alle passioni e niente affatto sull’influenza della ragione.

Altri tempi, altri costumi. Presso i Romani le cricche di moralisti non godevano già più del pubblico favore; e Catone, in occasione di un complotto nel quale erano implicati alcuni sofisti greci, voleva che venissero scacciati da Roma tutti i filosofi: prova del fatto che essi non erano più in odor di santità. Quanto ai moderni, la filosofia morale non è tornata alla ribalta presso di essi che per morirvi di morte naturale. Dapprima essa ha ricalcato pedissequamente le orme degli antichi; invano ha ripetuto le loro diatribe contro le passioni e contro le ricchezze: ciò che era divertente ad Atene, non lo è più né a Parigi né a Londra. Avviene delle scienze incerte ciò che accade delle mode: non durano che un soffio. La consorteria dei moralisti è pressoché estinta; separata dalla religione e dalle scienze esatte, a malapena osa tornare sulla scena ammantandosi di qualche espressione in voga, come quella di metodi analitici a cui essa ancora si appiglia per tentare alcuni sproloqui sulle passioni e scagliare contro di esse, da lontano, qualche debole strale: simile a quei vecchi che, rintanati presso il focolare, dicono ancora la loro contro l’epoca attuale che non si cura più di essi.

Se la filosofia morale accusa il nostro secolo di perfidia perché è insensibile alle sue grazie, è agevole dimostrarle che l’averla trascurata è il solo atto ragionevole di cui il nostro secolo possa vantarsi. Una singolarità relativa alla dottrina dei suoi scrittori è che i luoghi in cui essa è stata più predicata sono quelli in cui è stata meno seguita. Si citano Sparta e Roma come culle della morale: ma non c’erano quasi moralisti a Sparta dove non fu tollerato neppure Diogene, il grande apostolo della povertà; c’erano ancora meno moralisti a Roma, al tempo in cui Cincinnato cuoceva le sue rape. Gli uomini non valevano di più per il fatto d’essere poveri; la loro ostentazione di austerità non era che una manovra di circostanza. A Roma, come altrove, l’accrescersi delle ricchezze diede all’ambizione forme più raffinate. Man mano che la Civiltà si sviluppa vediamo che l’austerità e la morigeratezza vengono tenute in minor considerazione; gli sforzi della filosofia per riesumare queste calcolate affettazioni di virtù non sono che una prova della loro inadeguatezza. Più un popolo accumula teorie morali, meno è incline a seguire i loro precetti. La consorteria dei moralisti è figlia del lusso; tuonando contro di esso rinnega il proprio padre; i suoi volumi, i suoi sistemi aumentano in proporzione ai progressi del lusso; e se questo declina, le teorie morali crollano con esso senza che la nazione decaduta divenga migliore: infatti i Greci di oggi, che non contano nessun filosofo, non hanno costumi migliori di quelli di un tempo. Il sofisma morale non ha dunque altra sorgente, altro sostegno, che il lusso. Sotto il suo regno, essa può aver credito come stravaganza da romanzo, atta a distrarre gli oziosi, purché si adatti alle circostanze. Lungi dal riuscire a moderare le passioni, essa è ridotta a blandire i vizi dominanti a pena d’essere disdegnata: così si è molto raddolcita per cercare di andare a genio ai moderni, presso i quali le rape non sono più in auge.

La morale s’inganna grossolanamente se crede di avere una qualche esistenza autonoma. Essa è evidentemente superflua e impotente nel meccanismo sociale; perché in tutte le questioni che assoggetta alla propria competenza, come il furto, l’adulterio, ecc., bastano la politica e la religione per stabilire ciò che si conviene all’ordine costituito. Quanto alle riforme da intraprendere nel campo dei costumi, se la politica e la religione non vi riescono, la morale farà un fiasco ancora più grosso. Cos’è essa in mezzo alle altre scienze se non la quinta ruota del carro, l’impotenza messa in atto? In tutti i casi in cui essa si batterà da sola contro un vizio, si potrà esser certi della sua disfatta. La si può paragonare a un reggimento imbelle che si lasci sgominare in tutti i fatti d’arme, e che si sia costretti a destituire ignominiosamente. È così che le scienze in blocco dovrebbero trattare la morale per i servigi che ha loro resi.

Se talvolta la politica e la teologia vi hanno accordato, o moralisti, una finta considerazione, se vi ammettono in terz’ordine nella lotta contro il vizio, è per far ricadere su di voi l’onta delle sconfitte riservandosi il vantaggio degli abusi; per esse voi non siete

… che uno strumento vile
messo da parte con disprezzo quando non serve
e distrutto senza pietà se diventa pericoloso.

Guardate in che conto vi hanno tenuto nelle circostanze decisive, come la notte di San Bartolomeo e la Rivoluzione francese. Se avete dei dubbi sul disprezzo che esse nutrono per i vostri dogmi, provate a contraddire ai loro, e avrete la misura della vostra importanza.

Un evento sopravvenuto nel corso del diciassettesimo secolo vi ha infine fatto luce su tali spiacevoli verità. Si è prodotta una scissione nel corpo filosofico; ne è nata una nuova scienza, l’economia politica e commerciale. I suoi rapidi progressi avrebbero dovuto far prevedere il trionfo di princìpi propizi al lusso e la rovina dei moralisti.

Essi si accorsero troppo tardi che l’economia politica invadeva completamente il campo della ciarlataneria. A partire dalla metà del diciottesimo secolo, tutti gli intelletti cominciarono a dare i loro consensi a questa nuova scienza che si annuncia come dispensatrice della ricchezza e che promette alle nazioni grandi fortune di cui ciascuno s’illude di ottenere una qualche porzione. Già l’usurpazione da parte degli economisti era consumata, e i moralisti si arrabattavano ancora a vantare il fascino della povertà. Infine, avendo la Rivoluzione francese fatto crollare in pieno tutte le loro fantasticherie sulle virtù repubblicane, essi avrebbero voluto addivenire a un compromesso: a tal fine hanno addotto dei princìpi ambigui, come quello di disistimare le ricchezze, senza amarle né odiarle; princìpi davvero ameni, ma che non hanno potuto salvare la consorteria morale, perché gli economisti divenuti troppo forti per aver bisogno di alleati, hanno disdegnato ogni possibilità di ravvicinamento e hanno sostenuto con più lena che mai, che ci volevano grandi e grandissime ricchezze, con un commercio immenso e un immenso commercio. Da allora i moralisti sono precipitati nel nulla e sono stati inclusi senza pietà nella categoria dei romanzieri. La loro setta si è estinta con il diciottesimo secolo; essa è morta politicamente non godendo più alcun credito nel mondo scientifico, soprattutto in Francia, dove non figura più nelle accademie.

La consorteria morale ha fatto una bella morte, una morte edificante: se ne è andata come quegli atei che si decidono a credere in Dio all’ultimo momento. Quando si è vista irrimediabilmente perduta, essa ha ammesso ciò che negava da 2300 anni: ha riconosciuto che la saggezza può andare molto bene d’accordo con centomila scudi di rendita, come si vede nel poema dell’uomo dei campi, il quale mette in pratica la saggezza in un bel castello, con mute di cani, equipaggi, giochi di carte e cene, dove si sturano le bottiglie per il bene della virtù. Ecco incontestabilmente il tipo di saggezza che può far proseliti, come spiegherò nella terza parte parlando della Massoneria.

Del resto gli scrittori sono intervenuti troppo tardi per dare alla morale una patina di ragionevolezza: è come portar soccorso a una cittadella che abbia capitolato. D’altra parte questa scienza, riconoscendo alla sua ultima ora che si può essere più saggi in un castello che sotto dei cenci, non fa che dimostrarci quanto poco essa possa fare per portarci alla felicità e alla saggezza. Noi non possiamo pervenirvi che sotto gli auspici della politica e della teologia, essendo queste due scienze le uniche che procaccino dei castelli ai loro protetti, mentre non c’è la più piccola posizione da conquistare per chi si arruoli sotto i vessilli della morale.

Come si vedono i superstiti di un’armata debellata formare delle bande sparse che infestano il paese ancora per qualche tempo, così vediamo i superstiti della consorteria morale dar vita ad alcune sette che procedono senz’ordine, senza sistema, senza meta. Sperduti come naufraghi, essi si aggrappano a tutto, alla metafisica, al bene del commercio, a qualsiasi novità. Sono dei pirati letterari che infestano la strada maestra delle scienze e vogliono intromettersi in ogni questione in cui non si sa che farsene del loro ministero. Essi si danno un gran daffare per trovare un qualche riparo per la scienza esiliata; li si ascolta con commiserazione borbottare di morale così come si ride dei tuoni lontani che si odono dopo un temporale. In essi ormai non si vede altro che la mosca cocchiera: mai regno fu liquidato meglio del loro.

Non c’è genere di bassezze che essi non tentino per riconciliarsi con le passioni che hanno vituperato per tanti secoli. A tale riguardo ricorro alle parole altrui perché non mi si accusi di infierire su una scienza caduta in disgrazia: “Essa si è molto umanizzata: dolce, indulgente, non vi insegna più a combattere ma a cedere. L’arte di appagare e di coltivare le passioni, di riaccenderle quando languiscono, di sostituire loro nuove inclinazioni quando sono completamente estinte, ecco l’oggetto principale delle sue lezioni”. (“Gazette de France”, 17 gennaio 1808).

Ecco dunque che la disgrazia li ha riportati al buon senso; essi fanno come quei prìncipi detronizzati, che troppo tardi riconoscono di non aver saputo regnare. Ma nell’ipotesi che la Civiltà possa prolungarsi, credete forse che gli economisti che hanno soppiantato le sette morali siano ben saldi sul trono dell’opinione pubblica? No, queste scienze effimere si distruggono a vicenda come i partiti rivoluzionari. Mostrerò nella terza parte che già l’economia politica correva alla propria rovina e che il crollo dei moralisti preparava quello dei loro rivali. A queste cricche di letterati si può applicare la frase di Danton il quale, sul patibolo, già legato con una cinghia, disse al boia: “Tienine un’altra per Robespierre; egli mi seguirà di qui a non molto”. Allo stesso modo i moralisti possono dire al loro boia, all’opinione pubblica che li sacrifica: “Conserva l’altra per gli economisti: essi ci seguiranno da vicino”.

Se mai la Civiltà dovette arrossire dei propri errori in campo scientifico e della propria credulità nei confronti dei ciarlatani, è proprio oggi che calpesta i dogmi che ha riverito per parecchie migliaia di anni, oggi che si vedono le scienze filosofiche strisciare davanti all’Attrazione passionata che esse hanno voluto reprimere, correggere, moderare. Una delle due scienze, l’economia politica, induce ad amare le ricchezze; l’altra, la morale, permette di non odiarle; agonizzante essa emette un ultimo fiato per fare onorevole ammenda dinanzi alle passioni. L’intelletto umano può dunque pascersi per parecchie migliaia di anni di sofismi di cui finisce col vergognarsi. Eh! che sapete voi, popoli civili, se i vostri moderni miti, se le vostre chimere economiche non sono ancora più ridicole, e se non attireranno sul diciannovesimo secolo più disprezzo delle fantasie morali delle quali oggi arrossite? Credete forse di avvicinarvi alla verità e alla natura divinizzando il commercio, che è una pratica incessante della menzogna e dell’astuzia? Pensate che Dio non abbia immaginato nessun metodo più leale e più equo per lo scambio, che è l’anima del meccanismo sociale? È ciò su cui vi intratterrò nella terza parte di questo Prospetto.

Nel frattempo vi rammento che non era sufficiente riconoscere la signoria della natura, di cui finalmente riconoscete la sovrana influenza. È poco sconfessare la filosofia morale che pretende di mutare le passioni; per riconciliarsi con la natura sarebbe stato necessario scrutare i suoi decreti nell’Attrazione passionata che ne è l’interprete. Voi fate sfoggio delle vostre teorie metafisiche. Che ve ne fate, se trascurate di studiare l’Attrazione che governa le vostre anime e le vostre passioni? I vostri metafisici si perdono nelle quisquilie dell’ideologia. Eh! che importano tali bazzecole scientifiche? Io, che ignoro i meccanismi delle idee, io che non ho mai letto Locke né Condillac, non ho forse avuto idee a sufficienza per scoprire l’intero sistema del movimento universale di cui voi avevate penetrato solo la quarta branca dopo 2500 anni di sforzi scientifici?

Non voglio dire che le mie scoperte sono immense perché toccano confini non attinti dalle vostre: io ho fatto ciò che mille altri avrebbero potuto fare prima di me, ma ho proceduto diritto alla meta, da solo, senza metodi precostituiti e senza strade tracciate. Io solo avrò umiliato venti secoli d’imbecillità politica, ed è a me soltanto che le generazioni presenti e future dovranno l’inizio della loro immensa felicità. Prima di me l’umanità ha perduto parecchie migliaia di anni in una folle lotta contro la natura; io, per primo, mi sono inchinato dinanzi ad essa studiando l’Attrazione, organo dei suoi decreti: essa si è degnata di sorridere al primo mortale che l’abbia incensata, essa mi ha consegnato tutti i suoi tesori. Possessore del libro dei destini, vengo a dissipare le tenebre politiche e morali, e sulle rovine delle scienze incerte elevo la teoria dell’armonia universale.

Monumentum aere perennius [Orazio].

PARTE TERZA

Preambolo
Sulla superficialità eretta a metodo

Aristotele [Socrate], uno dei nostri saggi più celebrati, considerava con commiserazione il proprio sapere; il suo motto era: “Che cosa so?”. Senza dubbio si tratta di ciò che egli abbia detto di meglio. I moderni sono poco inclini a una simile modestia, e tuttavia ne sanno forse di più di Aristotele in fatto di politica sociale? No, perché ai nostri occhi non si presentano, come nell’antichità, che indigenza, frodi e rivoluzioni; e, viste le tempeste che i nostri moderni lumi hanno scatenato sulla presente generazione, ci fu mai un secolo in cui agli studiosi si addicesse meglio la massima: “Che cosa so?”?

Essi sono tutti incorsi in un singolare errore: in ogni scienza hanno perso di vista il problema fondamentale; quello che costituisce il cardine dell’intera scienza; per esempio:

Se trattano di economia della produzione, trascurano di occuparsi dell’Associazione, che è la base di ogni economia.

Se trattano di politica, non si curano di stabilire norme sul massimo di popolazione, il cui conveniente ammontare è il fondamento del benessere del popolo.

Se si occupano di amministrazione, dimenticano di studiare i modi per realizzare l’unità amministrativa del globo, senza la quale non possono esserci né ordine stabile, né garanzie per la sorte degli Stati.

Se trattano di economia, tralasciano di ricercare misure repressive dell’accaparramento e dell’aggiotaggio, che sono una frode ai danni del proprietario e un ostacolo diretto alla circolazione.

Se si occupano di morale, non pensano a riconoscere e a reclamare i diritti del sesso debole, la cui oppressione mina alla base la giustizia.

Se trattano dei diritti dell’uomo, dimenticano di riconoscere il diritto al lavoro che, per dire il vero, non è ammissibile nella Civiltà, ma senza il quale tutti gli altri sono inutili.

Se si occupano di metafisica, tralasciano di studiare il sistema dei rapporti tra Dio e l’uomo, di ricercare i mezzi di rivelazione di cui Dio si serve nei nostri confronti.

I filosofi hanno dunque la curiosa prerogativa di perdere di vista i problemi fondamentali di ogni scienza: si tratta di una superficialità eretta a metodo, dato che essa cade sempre sulle questioni basilari. Potrei indicare la causa di tale scarsa destrezza; ma che provino loro a indovinarla, se sono così abili come pretendono nell’uso dei metodi analitici.

Argomento

Fino a quando non pubblicherò le leggi del movimento sociale, non posso corredare tale annuncio che di prove negative, come quelle dell’incapacità dei nostri studiosi riguardo ai problemi del meccanismo civile. La terza parte sarà dunque esclusivamente critica.

Per illustrare quest’imperizia dei moderni, fornirò tre dimostrazioni, citando i loro errori più recenti e di cui la nostra generazione ha maggiormente risentito.

Queste tre dimostrazioni saranno tratte:

1) Dalla massoneria;

2) Dal monopolio insulare;

3) Dalla sfrenata libertà commerciale.

Il primo tema, la massoneria, sarà svolto sotto il profilo dei mezzi di salvezza che poteva fornire ai sofisti. Si vedrà che tale associazione offriva loro una base di lancio per rifarsi della sconfitta subita nel 1793 e guadagnare stima e ricchezze. Essi non hanno saputo approfittarne, e se non sono stati capaci di scorgere le strade che si aprivano alla loro ambizione, saranno più chiaroveggenti nel servire il genere umano?

Lungi da ciò, essi hanno volto a detrimento dell’umanità le circostanze favorevoli che avrebbero potuto portare a dei miglioramenti sociali, e in particolare il monopolio insulare e lo spirito commerciale.

Dimostrando questo asserto, avrò modo di confutare tutti i sistemi ammessi dalla politica moderna, e soprattutto i pregiudizi sulla libertà commerciale, la quale non può che essere perniciosa dato che è esaltata dai filosofi. È qui che riconoscerete la loro cecità e vi convincerete che il genere umano correva verso nuove sciagure, affidandosi alla guida di studiosi così ribelli alle verità più lampanti.

Prima dimostrazione

Della massoneria e delle sue proprietà ancora sconosciute

Dio non ama l’uniformità: egli vuole che il movimento vari di continuo, sia nella fase ascendente che in quella discendente. A tal fine egli fa nascere periodicamente [calcolo della diffrazione passionata e delle Serie ricorrenti del movimento sociale] nelle nostre società dei germi di innovazioni benefiche o perniciose: spetta alla ragione decidere che uso fare di tali germi, se distruggere quelli nocivi, come i club politici, o se favorire lo sviluppo di quelli buoni, come la massoneria di cui parlerò ora.

Quale salutare partito avremmo potuto trarre dalla massoneria? Ecco un quesito assolutamente nuovo per il secolo che non ha saputo comprendere le possibilità che offriva tale istituzione: è come disdegnare un diamante di cui si ignori il valore; allo stesso modo i selvaggi di Guanahani calpestavano le pepite d’oro prima che la cupidigia degli Europei ne avesse fatto loro conoscere il pregio.

Credendo di darci a degli svaghi, sovente noi compiamo operazioni politiche della massima importanza: così avviene coi circoli o ritrovi di cui ho già parlato, i quali sono un germe di Associazione domestica progressiva. Questa modesta innovazione avrebbe potuto rovesciare l’ordine civile se avesse raggiunto una certa diffusione e se si fosse riusciti a fare dei circoli delle comunità stabili per celibi di diversa età e di diverso livello di ricchezza. Presto i membri di una simile comunità si sarebbero accorti che le passioni tendono a suddividere ogni società in molteplici gruppi ineguali e concorrenti; dopo alcuni esperimenti di tal genere si sarebbe pervenuti poco alla volta a formare la Tribù a nove gruppi, nella quale le rivalità vengono equilibrate ed armonizzate. Allettate dai piaceri propri di siffatte comunità, le donne nubili si sarebbero affrettate ad imitarla, e ben presto l’ordine civile sarebbe stato annientato senza alcun rivolgimento politico e con grande stupore di tutti.

Con la massoneria sarebbe stato possibile attuare una rivoluzione meno brillante, meno rapida, ma ciò nonostante molto fortunata; e se gli studiosi moderni non sono riusciti a individuarla è perché la loro orgogliosa ragione va sempre a perdersi tra le nuvole prima di soffermarsi nella plaga intermedia del buon senso. Simili all’aquila che disdegna i moscerini, essi non riescono più a capire i processi della natura, che sono sempre di una semplicità estrema.

Sino dalla metà del XVIII secolo essi aspiravano a fare una qualche rivoluzione per pervenire alla ricchezza. Vi sono riusciti; ma poiché diverse erano le strade che avrebbero potuto scegliere, è opportuno far conoscere quale altra via avrebbero potuto seguire per il bene del genere umano e per il loro. Entro in argomento.

Prima del 1789 gli animi anelavano a delle trasformazioni, e se fosse sorta allora una setta religiosa, essa avrebbe avuto dalla sua più opportunità favorevoli di quante non ne abbiano avuto Maometto e Lutero. Per adeguarsi allo spirito dell’epoca, ci sarebbe voluta una setta propizia alla voluttà; ai filosofi non passò neppure per la mente di istituirla, nemmeno nel 1795, quando tutti avevano piena libertà di fondare delle religioni, per insignificanti che fossero.

Dopo la disfatta che avevano subito nel 1793, non restava loro altro partito che di abbandonare una strada ormai non più praticabile, rinnegare decisamente i propri dogmi ed accondiscendere senza riserve alla natura, alle passioni dei sensi che bisogna alla fine accettare, dato che non è possibile combatterle.

Per questi dotti era un passo duro incensare le passioni che tanto avevano vituperato. Così hanno tergiversato e hanno cercato di barcamenarsi proponendo di disistimare le ricchezze, senza amarle né odiarle. Ma a mali estremi, estremi rimedi. Per i filosofi non c’era altro scampo che in una risoluzione disperata. Annientati dalla Civiltà, essi avrebbero dovuto attaccarla nel suo punto debole, nella schiavitù amorosa; e, per distruggerla, sarebbe stato necessario creare un culto dell’amore, culto di cui i filosofi si sarebbero eretti a sacerdoti e pontefici. La consorteria massonica ne offriva loro i mezzi se avessero saputo impadronirsene e dirigerla.

Passando allo stato di sacerdoti, i filosofi non avrebbero fatto altro che ritornare al punto donde erano partiti, poiché nell’antichità essi erano degli accoliti della religione politeistica. Ho detto che gli antichi moralisti non erano altro che dei monaci pagani; i Cinici e gli Epicurei non furono forse l’equivalente dei Cappuccini e dei Bernardini? Tanto è vero che le passioni seguono in ogni società lo stesso corso sotto forme diverse.

Per entrare nella carriera religiosa è mancato ai filosofi un transfuga dal culto dominante, un uomo che si proponesse di rovesciare la propria casta, come il transfuga Mirabeau. I moralisti non erano in grado di tentare da soli una simile impresa: essi non hanno che della facondia senza audacia e senza inventiva. Avrebbero avuto bisogno di un capo che venisse a mettersi alla loro testa e apprestasse loro dei piani di aggressione che essi non sapevano concepire. Così hanno attaccato la religione cattolica senza avere alcun culto da sostituirle.

Da lungo tempo avevano sottomano lo strumento che avrebbe potuto assicurare loro la vittoria, e cioè la setta dei massoni. Questa società, fondata con apparenti intenti di carità, ha già superato gli ostacoli più ardui per trasformarsi in una setta consacrata al piacere e alla religione:

1) Essa è riuscita a contare affiliati in tutti i paesi civili e a non reclutare che elementi dei ceti agiati, sotto il patrocinio dei potenti che ne sono a capo.

2) Essa ha abituato il popolo ad accettare senza invidia le sue riunioni misteriose, tenute in segreto, lungi dal volgo profano.

3) Essa ha conferito una parvenza di religiosità al piacere dei sensi; perché, a che cosa si riducono le sedute dei massoni? A delle tavolate accompagnate da qualche affettazione morale, che servono a rimpiazzare il gioco delle carte e a far passare il tempo in modo meno dispendioso. La consuetudine del convivio ha allontanato garbatamente gli avari, i quali sono più d’impiccio che d’utilità in una setta religiosa.

Ecco dunque una consorteria le cui strutture già esistenti si prestavano magnificamente alla fondazione di un nuovo culto. Non è mancato alla sua testa che un abile politico che vi sapesse far entrare le donne e la voluttà: immantinente essa sarebbe divenuta la religione dominante dei ricchi in tutti gli Stati civili, e il cristianesimo, che a causa della sua austerità si addice meglio alla plebe, sarebbe stato insensibilmente relegato tra il popolo, come avviene in Cina per il culto di Fô [Buddha], che si rivolge solo alle classi inferiori.

Mi astengo da qualsiasi particolare sugli statuti adatti a una simile setta e sui mezzi che essa avrebbe avuto a disposizione per accaparrarsi immediatamente tutti gli elementi più ragguardevoli del corpo sociale, senza distaccarli dal culto cattolico.

Trovandosi da parecchio tempo in una situazione così favorevole, i massoni devono essere stati ben miopi per non averne saputo approfittare. Ciò constatato, se essi hanno, come assicurano, un segreto, non è certo il segreto di far progressi. La nullità politica nella quale sono rimasti malgrado le tante possibilità di farsi avanti, dà un’idea così squallida del loro preteso segreto che, se si offrissero di comunicarlo, molte persone si rifiuterebbero d’ascoltarlo.

Obietteranno che non hanno mai voluto innalzarsi al di sopra della mediocrità politica? Daranno a credere che i capi di una setta affiliata possono restare immuni dalla tendenza all’usurpazione del potere che è propria di ogni associazione, da quella dei Giannizzeri a quella dei Gesuiti? Se raccontano simili fandonie sulla loro scarsa ambizione, si presterà loro la fede che si presta alla volpe quando trova l’uva troppo acerba, perché non sa come arrivarvi.

Nel frattempo è opportuno comunicare ai massoni un dato di fatto che li consolerà della loro scarsa abilità politica, e cioè che la vergogna di non aver capito un’acca in fatto di movimento sociale mette la loro congrega sullo stesso piano dei più dotti circoli della Civiltà.

Il culto della voluttà si sarebbe accordato a meraviglia con la filosofia moderna: le sue teorie economiche troppo crude, che troppo brutalmente predicano l’amore delle ricchezze, avevano bisogno dell’ausilio di una setta religiosa per dare un afflato spirituale ai loro aridi precetti. L’economia politica aveva bisogno di una bella maschera per nascondere il suo brutto volto. È una scienza che parla solo alla borsa: avrebbe dovuto trovarsi un alleato che parlasse al cuore, una setta che, trasformando le gioie del lusso e i piaceri dei sensi in riti religiosi, avrebbe dimostrato come l’amore delle ricchezze e dei piaceri sia del tutto compatibile con la probità, la carità e i nobili sentimenti. Ahimè! non era forse meglio ricoprire di fiori anziché di fango questa cupidigia contro la quale tanto vanamente si declama, visto che i Civili avrebbero continuato a soggiacervi sempre, senza che ragionamento alcuno potesse attenuarne la forza per un solo istante?

Badiamo bene che, parlando di un culto della voluttà io ritengo che in un primo momento esso potesse estendersi soltanto alla classe ricca e colta, poi a qualche adepto scelto dal popolo per essere adibito al servizio della setta, la quale non avrebbe potuto consentire che vi venisse iniziata la bassa borghesia prima d’essersi saldamente affermata tra i grandi. Questa religione avrebbe seguito una via opposta a quella dei culti austeri, che bisogna far attecchire tra la massa prima di estenderli alle classi superiori, le quali sono oggi schiave del popolo dal punto di vista della religione; e questa non è una delle minori assurdità della Civiltà moderna.

Presentando il nuovo culto come svago di gente perbene, i massoni si sarebbero assicurati al primo colpo l’adesione di tutto il ceto abbiente. I grandi sono avidi di tutto ciò che può sconfinare nei piaceri licenziosi; come avrebbero potuto non apprezzare un esercizio raffinato della voluttà in sette religiose e osservanti delle convenienze sociali, interamente composte di adepti di loro gradimento, sia di sesso maschile che di sesso femminile?

Una volta che le classi medie, i piccoli borghesi, avessero visto la nuova setta bene accolta dai grandi, vi si sarebbero buttati dentro a occhi chiusi, come oggi entrano nella massoneria per effetto dello spirito di setta e di proselitismo, che è naturalmente insito in ogni uomo. Si poteva dunque esser certi di attrarli adescandoli con il piacere dei sensi e facendo leva sullo spirito di setta e di proselitismo. Questo avrebbe dovuto essere il piano della nuova religione.

Sarebbe inutile sollevare una qualsiasi obiezione contro questi rapidi cenni fintantoché non farò conoscere i mezzi di realizzazione. Ce n’erano d’infallibili per accaparrarsi il fior fiore del corpo sociale, e soprattutto le donne ricche che sono il miglior sostegno d’ogni religione. Questa, tra gli altri paladini, avrebbe avuto tutta la categoria delle persone anziane le quali, nella pratica del nuovo culto, si sarebbero conquistate la benevolenza della gioventù, che oggi le beffeggia in fatto di attività amorosa. La Civiltà, che viene definita a ragione una guerra del ricco contro il povero, è anche una guerra del vecchio contro il giovane; e dimostrerò che le due parti ci rimettono in eguale misura in tale dissidio, che sarebbe scomparso tra gli iniziati al culto della voluttà.

Invece di abbracciare questa linea di condotta, quale via hanno seguito i filosofi nella loro offensiva contro la religione cattolica, che hanno avuto la malaccortezza di attaccare frontalmente, senza conoscere le sue possibilità di resistenza e senza opporle delle contromisure?

È qui che essi si sono dimostrati degni amanti della mediocrità, perché mai lo spirito umano generò nulla di più mediocre delle due religioni che la filosofia ha partorito sul finire del secolo XVIII: mi riferisco al culto della Ragione e alla teofilantropia, culti veramente irrisori, religioni morte prima ancora d’essere nate

Telum imbelle sine ictu [Virgilio].

Mai religione esordì in circostanze più favorevoli del culto della Ragione. Non aveva alcun ostacolo da superare: la Francia, vittima del Terrore, avrebbe accettato ad occhi chiusi tutte le religioni e tutte le costituzioni che le venissero proposte. Non era forse un vantaggio eccezionale per un culto nuovo potersi impiantare al primo colpo in un grande Stato, poter costringere fautori ed oppositori a praticare i suoi riti? Per poco che una simile religione si confacesse alla mentalità del popolo o dei grandi, essa avrebbe dovuto imporsi per la sola opportunità della sperimentazione temporanea, opportunità che nessun legislatore civile o religioso aveva avuto dai tempi di Licurgo. Bisogna che la ragione dei filosofi sia ben incompatibile con l’animo umano per non aver fatto fortuna in un campo così facile. Concedete a qualsiasi altro innovatore il medesimo vantaggio, la sperimentazione temporanea, e vi si inventerà una religione per la quale i popoli si faranno sgozzare quando l’avranno provata per un anno; ma una religione che stimoli le passioni e non che le freni.

La teofilantropia si presentò sotto migliori auspici; ma si trattava sempre della mediocrità e della temperanza che avevano mutato sembianze e che non possono in alcun modo confarsi all’animo dell’uomo. Di queste due religioni si può dire che l’una era un corpo senz’anima e l’altra un’anima senza corpo.

Nella prima, del vuoto clamore senza alcun principio; nella seconda, delle insulsaggini spirituali senza apparato. La prima era forse concepita in modo politicamente più abile: stordiva il popolo con un miscuglio grottesco di sacro e di profano; aveva le sue divinità, come Marat e [Joseph] Chalier; i suoi demoni, come [William] Pitt e [Ernest duca di] Cobourg; eccitava i sensi con parate civiche e inni armoniosi frammisti a diatribe politiche. Era una religione per gli occhi e le orecchie: ciò poteva piacere al popolo, che vuole lasciarsi guidare dai sensi e tributare riverenza a qualcosa di materiale, come la dea Ragione.

I teofilantropi annunciavano un Dio invisibile di cui nulla offriva l’immagine; più i loro dogmi erano conformi alla ragione, più diventavano assurdi sotto il profilo della politica religiosa: il popolo ha bisogno d’essere abbagliato e non d’essere illuminato. A tutti gli oracoli della vostra ragione esso preferisce le visioni dell’Apocalisse, i miracoli, i misteri, che offrono un alimento e un aiuto al suo debole intelletto. In breve, esso vuole un culto che lo esalti, per tener lontana quella ragione importuna la quale non farebbe che gettarlo nella disperazione rivelandogli le sue infinite miserie sociali e domestiche.

Una sbadataggine del tutto peculiare di queste due religioni era l’assoluta mancanza di sacerdoti: il popolo vuole vedere degli uomini investiti del loro mandato direttamente da Dio. Ma i teofilantropi sceglievano sovente un leguleio o un mercante per annunciare il verbo di Dio; non piace vedere uomini di tal fatta predicare la virtù. Invano essi allegano la qualifica di padre di famiglia: i più grandi scellerati e i più grandi imbecilli della terra sono stati padri di famiglia. D’altra parte i ministri di una religione possono forse badare alla chiesa e alla bottega? E si può mai pensare che un culto riesca a sopravvivere se non ha dei preti che campino dell’altare?

Mentre i filosofi si sono dimostrati così mediocri nell’ideare delle religioni morigerate, un arabo rozzo, Maometto, ha fondato una religione con il più grande successo perché è stato smodato in tutti i sensi, perché ha fatto leva solo sull’eccesso, sull’esagerazione e sui miracoli. Che scorno per i partigiani della sobrietà! Se volevano attaccare la religione cattolica, avrebbero dovuto contrapporgliene una che cadesse negli eccessi opposti: essa innalza ai cieli le privazioni, loro avrebbero dovuto innalzare ai cieli i piaceri dei sensi. Era una via del tutto nuova che Maometto non aveva intravisto: la sua religione non è per nulla sensuale; essa promette qualche piacere ai soli uomini, senza procurarli alle donne; non li erige al livello di pratiche religiose; infine ne comprime al massimo lo sviluppo con l’usanza degli harem che sono la tomba dell’amore e che solo i ricchi possono concedersi, mentre nella Civiltà qualunque giovane di bella presenza riesce a farsi un harem tra le donne della sua città, senza doversi occupare del loro mantenimento.

Lo ripeto, c’era un gran colpo da tentare in fatto di religione, ma non è con la morigeratezza che si fanno grandi cose. [Sul globo vi sono solo due o tre religioni che predichino la morigeratezza, quella dei Quaccheri, quella degli Anabattisti ecc. Quale ruolo esse hanno svolto? Non si tratta anche in questo caso di nati morti, di aborti politici? D’altra parte a che approda tale castigatezza? Si dice che i Quaccheri, così sobri nell’abbigliamento, non lo siano per nulla nei piaceri della tavola né nella ricerca delle ricchezze soprattutto a Filadelfia. Dopodiché delle loro tetre vesti possiamo dire: “Cacciate pure le passioni dalla porta, che rientreranno dalla finestra”. Eh! non potrebbe essere un calcolo interessato questa affettazione di costumi semplici? Abbiate per certo che vi è sempre qualche diavoleria nascosta sotto un’ostentazione di castigatezza. I Quaccheri, per il fastidio di portare un abito grigio senza bottoni, sono esenti da imposte, da servizio militare, da coscrizione ecc. A questo prezzo, quanti cittadini francesi si farebbero Quaccheri, i padri per non pagare, i figli per non partire! Dove sta dunque il merito della morigeratezza, se essa procaccia simili vantaggi?]. Del resto, i filosofi non devono stupirsi se non mi addentro in alcun particolare sulla carriera religiosa che si apriva loro e che essi non hanno intravisto, dato che mio intento non è di criticare la loro scienza che finirà con la Civiltà, ma di far loro comprendere che essa non ha saputo governarsi da sola né salvarsi fondando una religione. Essi avevano goduto di un certo credito nell’antichità svolgendovi il ruolo di accoliti della casta sacerdotale; avevano visto declinare il loro prestigio man mano che il clero si allontanava da loro in seguito alla nascita del cattolicesimo, troppo intollerante per associarsi a una qualsiasi consorteria letteraria. Essi avrebbero dovuto dunque riprendere l’unica via per emergere che fosse loro nota, manovrare per ricollegarsi alla casta sacerdotale, oppure sostituirsi ad essa inventando un nuovo culto. È quello che hanno tentato di fare senza riuscirvi, senza aver compreso che ci voleva un culto propizio alla voluttà per il quale la massoneria offriva delle strutture belle e pronte. Un culto di tal sorta avrebbe consentito di passare dal sesto al settimo periodo, perché esso portava alla libertà amorosa che si sarebbe presto estesa dalla società massonica all’intera Civiltà.

Già i dotti cominciano a scrivere che l’amore non è affatto un crimine; su tale argomento, si mormora, è uscito un libro. Ma è insegnarci ciò che sanno tutti i ragazzini di quindici anni! Si trattava di trovare il modo per portare il corpo sociale alla libera pratica dell’amore, di intuire quale ordine sociale ne sarebbe risultato e di illustrare i futuri benefici di tale innovazione, che in un primo tempo sarebbe stato assai opportuno limitare a gruppi disgiunti dal popolo, come la massoneria. Essa è dunque uno dei germi che la provvidenza aveva disseminato tra noi per offrirci delle vie di salvezza e di progresso verso l’ordine combinato; e se questa consociazione ha potuto esistere così a lungo senza che né i suoi capi né i filosofi ne intuissero le proprietà e le finalità, essa merita di essere annoverata tra i numerosi monumenti che testimonieranno in avvenire l’ignominia della politica civile.

Seconda dimostrazione

Del monopolio insulare e delle sue proprietà ancora sconosciute

Chiarirò ora quali rapporti abbia il monopolio insulare con i disegni di Dio. Si può intuire che su questo punto i piani del Creatore non concorderanno con le opinioni dei Civili i quali, in fatto di politica, hanno sempre vegetato e non si sono elevati che dalla piccineria alla mediocrità: tanto valeva restare all’ultimo posto piuttosto che trascinarsi a stento fino al penultimo.

In secoli più religiosi del nostro, si è pensato, a ragione, che Dio talvolta castigasse i popoli; se mai tale credenza fu giustificata è proprio al giorno d’oggi che l’umanità intera è perseguitata ed avvilita da un comune flagello, dal monopolio insulare che sconvolge in tutti i sensi la società.

Esso rovina il commercio alle fondamenta sbarrandogli le vie di comunicazione.

Esso attenta all’intera umanità, attizzando guerre mercenarie che costringono i popoli a scannarsi a vicenda.

Esso umilia tutti i sovrani, rendendoli schiavi di un sussidio che rende impotenti i loro sistemi politici.

Esso fa oltraggio all’onore generale, subordinando l’intero meccanismo sociale a bassi calcoli mercantili.

Questo è l’abisso in cui ci hanno gettato le nostre scienze economiche; il monopolio insulare ha riaperto il vaso di Pandora; in questo mare di calamità di cui esso è fonte, avremmo dovuto riconoscere un castigo inflitto dall’essere supremo, se i nostri cavilli metafisici non avessero abituato i moderni a dubitare della provvidenza, a degradare Dio con insulse dispute sulla sua esistenza e con una miscredenza non meno irriverente dell’ateismo.

Finché i popoli vissero allo stato bruto o in una semi-Civiltà prossima alla Barbarie, finché furono troppo ignoranti per dedicarsi alla ricerca dei disegni di Dio, i loro errori e le loro violenze sociali dovettero ispirare la sua pietà piuttosto che la sua indignazione, e non accadde che alcun flagello si abbattesse su loro tutti e li perseguitasse senza requie come avviene oggigiorno con il monopolio.

Ma dal momento in cui i progressi delle scienze e soprattutto dell’arte nautica fecero intuire all’uomo che gli erano riservati alti destini, dal momento in cui la ragione fu in grado di studiare i voleri di Dio mediante il calcolo dell’Attrazione passionata, divenne necessario che egli ci umiliasse, se un folle orgoglio ci avesse fatto velo sulla nostra imperizia sociale e sull’assurdità della Civiltà. Fu per confondere questa società infame che Dio la condannò a generare, con i suoi progressi, lo strumento del suo supplizio e del suo disonore, il monopolio insulare.

Dio non si limita, nel suo operato, a raggiungere un solo scopo; e il flagello che egli ha scatenato sui moderni assolve la duplice funzione di confondere i loro ciarlatani scientifici e di offrire alla società dei mezzi di rigenerazione che farò ora conoscere. Queste piraterie, queste azioni brigantesche di un’isola che getta nel lutto il globo, sono a un tempo un castigo e una grazia di Dio, una disposizione nella quale rifulge la più accorta provvidenza. Apprenderete che questo monopolio poteva aprirci diverse vie di unità sociale. Non ne abbiamo scoperta nessuna perché i sistemi mercantili dei filosofi hanno ottenebrato tutti gli intelletti al riguardo; e si sono aggravate le sventure dell’umanità abusando del mezzo che Dio ci offriva per porre loro termine.

La moderna politica del monopolio è stata tanto mal diretta quanto mal condotta. L’Inghilterra, che l’ha intrapresa, non ne ha afferrato la teoria; essa non ha saputo trarre alcun vantaggio dalle opportunità che aveva di asservire il globo. Si è limitata a manifestarne il proposito senza aver chiare le modalità di esecuzione. La medesima ignoranza ha regnato tra i Francesi, suoi rivali.

Il monopolio insulare, malgrado l’infamia degli espedienti a cui ricorre, è sempre più giustificabile, alla luce del buon senso, del più equo dei sistemi civili, perché tende all’unico scopo apprezzabile in politica: vale a dire all’unità amministrativa del globo.

Sotto tale profilo, il monopolio è una cura penosa che Dio somministra al globo, cura che può condurre in breve tempo a un felice risultato, all’ingresso nel sesto periodo. Ma la poca abilità degli Inglesi, che sono gli aggressori, e degli economisti, che hanno diretto la resistenza del Continente, ha impresso al monopolio la piega più lenta e più funesta. Questa miopia di entrambi non ha nulla di stupefacente, dato che l’Inghilterra e la Francia, che sono le due centrali d’attacco e di resistenza, sono da sole le principali fucine della filosofia che vi siano sul globo. È logico dunque che abbiano gareggiato in imperizia, che abbiano imboccato le strade più tortuose ed abbiano inasprito sempre più la contesa senza giungere ad una soluzione.

Lo studio del monopolio presenta delle particolarità degne di riguardo, sia per quanto concerne la sua origine, sia per quanto riguarda i diversi sviluppi che la politica può imprimergli. Parliamo della sua origine.

Dio aveva accuratamente predisposto la nascita del monopolio situando grandi isole in seno ai mari più battuti e nei punti più indicati per intralciare gli scambi. Si può osservare che l’Inghilterra, il Madagascar, il Giappone, le due isole della Sonda, la Nuova Guinea, l’isola di Borneo, le Antille, insomma tutti i grandi arcipelaghi sono ubicati nei punti di transito più importanti. Dio non ne ha disseminato alcuno lungo la sconfinata costa di 3.000 leghe lambita dall’Oceano Pacifico; su questa costa non ha la foce nessun grande fiume; i suoi mari non possono divenire vie di comunicazione generali, di modo che una grande isola situata in questi paraggi non avrebbe avuto alcuna possibilità di monopolio. Così Dio non ha creato grandi isole lungo questa costa, e neppure di media dimensione, come Ceylon e Terranova, Hainan e Formosa, il cui destino è di venir federate a una potenza monopolistica.

Quando questi gruppi di grandi isole, che possono sfamare da quindici a venti milioni di abitanti, si inciviliscono e si uniscono sotto un unico sovrano, esse non hanno altra risorsa che quella di riservarsi in via esclusiva il commercio, per raggiungere il potere di cui qualunque Stato è più o meno avido. Esse sono dunque dei germi di monopolio che Dio ha disseminato attorno ai continenti per intralciare gli scambi dovunque fossero nati il commercio e l’arte nautica. Prima o poi le Antille avrebbero svolto quel ruolo che l’Inghilterra ha assunto per prima: potendo le Antille e le Lucaie sfamare quindici milioni di abitanti e dominando le foci dei fiumi più grandi, esse, unendosi, avrebbero costituito un secondo bubbone mercantile, in attesa del terzo che sarebbe stato rappresentato dal Giappone. Ben presto l’invasione della Cina da parte dei Russi avrebbe costretto i Giapponesi a fare ricorso, per salvarsi, all’arte nautica, nella quale sarebbero riusciti alla perfezione; e, dopo essersene avvalsi come strumento di difesa contro i Russi, ne avrebbero fatto un mezzo di aggressione contro il commercio del mondo intero.

Poiché è evidente che Dio ha premeditato questo regno del monopolio disseminando grandi arcipelaghi nei punti adatti, è importante esaminare quale connessione possa avere un tale flagello con i disegni di Dio.

Certo, la tirannia di un pugno di mercanti su tutti i sovrani e su tutti gli Stati non può essere il voto ultimo di Dio, e non c’è bisogno di dilungarsi in dimostrazioni al riguardo. Quali furono dunque i motivi per cui egli predispose questa straordinaria supremazia di alcune isole sulle potenze continentali? È perché essa permette di mortificare in duplice modo la politica civile:

1) Rendendola ridicola, nel caso in cui il monopolio sia mal condotto, e da parte di chi lo esercita, e da parte di chi deve difendersene.

2) Annientandola, aprendo un varco verso il sesto periodo, nel caso che il monopolio sia ben condotto, e da parte di chi lo esercita, e da parte di chi deve difendersene.

È prevalsa la prima eventualità, per sventura del globo. È fin troppo evidente che il monopolio ha messo in crisi la politica moderna. A parte gli sforzi della Francia, la quale potrà indebolirsi sotto i regimi futuri, vediamo i sovrani continentali pronti a rovinarsi l’un l’altro, ad asservirsi a un comune nemico che nessuno può vedere o avvicinare, che trae profitto dalle rivalità di ciascuno Stato, dalle debolezze di ciascun principe, per seminare zizzania e debilitarli. Esso si fa beffe dei loro lumi come del loro ottenebramento, poiché il miraggio del sussidio seduce sempre qualche monarca dei meno potenti per armarlo contro i suoi vicini; per cui i popoli sono in ugual misura vittima della saggezza o della corruzione del sovrano, e costui è ugualmente costretto alla guerra, sia che obbedisca all’onore, sia che obbedisca alla venalità.

Così il monopolio insulare ha la mostruosa proprietà di neutralizzare vizio e virtù, di raggiungere i propri fini sfruttando sia la saggezza che la demenza dei suoi rivali. Dio non avrebbe potuto dunque scegliere castigo più ingegnoso per umiliare a un tempo re e popoli, Civili e Barbari, asservendoli a una combutta di mercanti: soggezione ben più ignominiosa di quella dovuta alla conquista. Infatti il monopolio insulare soggioga i popoli senza che essi possano difendersi: le coalizioni meglio organizzate non danno la possibilità di attaccarlo frontalmente; se con delle vittorie gli si strappa qualche alleato, all’indomani il suo oro gliene procaccia di nuovi; esso ricomincia ad esercitare la sua influenza e a gettare lo scompiglio sul Continente non appena si smetta di schiacciarlo a furia di trionfi.

Per ben valutare l’influenza che il monopolio insulare esercita sulla Civiltà, bisogna pensare ai tempi in cui il Continente non poteva opporgli che dei sovrani mediocri, come nel 1789. Attualmente l’Inghilterra incontra ostacoli e difficoltà sul Continente; ma tale repressione è soltanto temporanea: la Francia non avrà sempre un sovrano grande tra i grandi; l’eventualità di gesta eroiche non è ammissibile nei calcoli politici; non bisogna far conto che su fatti normali e tener presente che ci sono sette prìncipi mediocri per uno prode. Stando a ciò l’Inghilterra potrebbe (questo fatto diventa del tutto indifferente dato che tutte le lotte politiche finiranno con la Civiltà), l’Inghilterra potrebbe, dicevo, risollevarsi per effetto di qualche evento che indebolisse la Francia e gettasse ancor più il Continente in preda agli intrighi dei monopolisti. Essi hanno dalla loro la costanza, l’immutabilità del piano, mentre il Continente, anche quando tenta di tener loro testa, può errare nella scelta dei mezzi ed estenuarsi a lungo in sforzi vani a seconda dei metodi di resistenza che adotta.

Ve ne è uno ancora ignorato e che chiamerò della resistenza passiva. Suo risultato è di far perire il ragno per mancanza di moscerini, di chiudere il Continente a qualsiasi derrata che provenga direttamente o indirettamente dai monopolisti. Si è vagheggiato tale provvedimento senza conoscere il modo d’attuarlo. Dire che esso consiste nell’istituire l’ordinamento commerciale del sesto periodo, significa dire che posso darne conoscenza solo in un trattato speciale su tale periodo.

Questo nuovo ordinamento commerciale è così facile ad instaurarsi che un piccolo Stato come Ragusa può introdurlo e diffonderlo di necessità in tutto il globo, dando scacco nello stesso tempo a tutti i monopolisti piccoli e grandi (poiché ve ne sono di tutti i calibri: la Danimarca non assoggetta forse al suo monopolio l’isoletta di San Tommaso? Ciò che essa fa su un lembo di terra, lo farebbe, se potesse, su tutto il globo).

Fino ad oggi i continentali hanno sperimentato solo la resistenza attiva, la guerra marittima, a sostegno della quale è stata di recente costituita una lega confederale: è un progetto davvero immane e non dubito che il grande uomo che l’ha adottato non l’avrebbe portato a buon esito. Ma v’è un inconveniente nel sistema di resistenza confederata, e cioè che ci vuole un eroe d’altissima statura per intraprenderlo e portarlo a termine. L’impresa può periclitare sotto successori meno abili, mentre il monopolio rimane in piedi e procede dritto alla meta, per disparati che siano i metodi di coloro che lo dirigono. Ci si stupisce della costanza che il governo inglese mostra nei suoi piani. Se essi non variano col variare dei ministeri è perché assecondano le passioni degli uomini avidi che sono la stragrande maggioranza: non si fondano che su rapine camuffate dietro il pretesto del bene pubblico; piani di tal fatta assicurano a qualsiasi ministro la ricchezza personale, il favore popolare e la celebrità senza che sia necessario avere del talento. Il preteso talento dei politici inglesi sta solo nel fatto che possiedono la bacchetta magica, il sussidio, che ha il potere di adescare i sovrani contro la loro stessa volontà. Così, nella penultima campagna abbiamo visto l’Austria inorridire alla visione dell’abisso verso cui la si incalzava: essa stessa presagiva le proprie sventure, correva consapevolmente alla propria rovina, causa il cedere alla irresistibile seduzione del sussidio, come l’uccello che, pur potendo fuggire alla vista del serpente, esita, geme, e giù un ramo dopo l’altro cade nella gola del rettile che l’ha ammaliato.

I monopolisti inglesi hanno condotto l’aggressione tanto male quanto male è stata condotta la resistenza. Essi potevano scegliere tra due linee d’azione:

L’aggressione attiva, o esasperazione delle rivalità del Continente: è una linea fin troppo nota perché è quella seguita dall’Inghilterra, e non c’è bisogno di descriverla visto che l’intero globo ne risente i funesti effetti.

L’aggressione passiva, o pacificazione del Continente: è la mossa più brillante che possa compiersi nella politica civile. Consiste nel conquistare il Continente con il suo stesso aiuto, nel sedare i contrasti, nel sedurre e nel sottomettere una ad opera dell’altra la Barbarie e la Civiltà; cosa che l’Inghilterra avrebbe potuto fare con metà delle spese che sostiene per straziare i popoli e fiaccarli a vicenda.

Nell’attacco passivo gli insulari avrebbero dovuto considerare il monopolio come agente ausiliario e non come scopo della loro politica; nel ricorrere ai sussidi e alla corruttela essi avrebbero dovuto preoccuparsi di una cosa sola, di reclutare delle milizie continentali, di farsene due armate, una delle quali avrebbe agito sui Barbari, la Persia, l’India, la Cina, il Siam, ecc., l’altra avrebbe operato sul Continente per garantirvi la pace e il rifornimento delle milizie destinate a conquistare i Barbari e a comporre i dissidi dei Civili elargendo loro un po’ dei tesori prelevati ai Barbari attraverso i canali amministrativi.

Non mi soffermo ad illustrare i mezzi d’attuazione d’un tal piano; esso si poteva mettere in opera durante tutto il corso del XVIlI secolo, anche quando la Francia aveva una forte marina, perché sarebbe stato facile ridurre all’impotenza un governo venale e inerte come il vecchio governo di Versailles. Coinvolgendo le potenze germaniche nel piano inglese, si sarebbe ridotta la Francia a morire di morte naturale e a lasciar languire nei porti i suoi ottanta vascelli, mentre quelli inglesi avrebbero fatto razzie in Asia. Gli uomini d’arme europei avrebbero tutti ambito a servire una nazione che avrebbe dato loro la possibilità di arricchirsi in Asia; e i popoli del Continente, vedendo qualche militare tornare con dei tesori dalle sue lontane spedizioni, avrebbero ammirato un sistema che tendeva a pacificare l’Europa e ad arricchirla delle spoglie del globo. Di conseguenza l’Inghilterra, forte del sostegno dei consensi del Continente e delle sue milizie, avrebbe potuto procedere quasi senza ostacoli alla conquista dell’universo.

Lo spettacolo delle sue vittorie e la conoscenza dei suoi disegni non le avrebbero procurato alcun nemico.

I governi, come i popoli, non si lasciano turbare che dalla minaccia di un male diretto e imminente, dal timore dei vicini confinanti sui quali si concentra l’odio nazionale. Ecco perché l’Inghilterra non si aliena gran che le simpatie dei continentali, pur palesando il suo progetto di fiaccarli e di farli dilaniare a vicenda. Quanto le sarebbe stato facile dunque avere ai suoi piedi l’opinione pubblica, abbracciando e rendendo manifesto il piano di pacificazione, e agendo soltanto contro coloro che avessero turbato una quiete propizia al suo reclutamento di truppe! Si sarebbe accattivata i ministri di tutte le corti, perché questi avrebbero potuto alleare la corruzione all’onore e mascherare la loro venalità sotto le sembianze di zelo per la pace e di filantropia. Essi avrebbero finto di considerare l’invio delle truppe come garanzia della tranquillità dei Civili e degli stessi Barbari i quali, dopo tutto, starebbero meglio sotto un governo regolare che sotto il giogo dei loro pascià e dei loro nababbi. Quanto ai Civili, cooperando a un tal piano, essi avrebbero conquistato la pace interna, quel poco di benessere che ci si può aspettare dalla Civiltà; e questo benessere si sarebbe accresciuto quando l’Inghilterra fosse giunta al punto di gettare la maschera, di notificare loro la propria supremazia e di dare all’intero globo un’organizzazione regolare che avrebbe aperto la via al sesto periodo.

Seguendo questa linea di condotta, i monopolisti inglesi avrebbero svolto il ruolo di angeli tutelari, di mediatori tra la Civiltà e la Barbarie; avrebbero attuato il miglior piano che possa consentire la politica civile: avrebbero dunque potuto far nascere da un sistema di rapina risultati più splendidi dei trionfi dei conquistatori e dei lumi dei filosofi, perché nonostante tutti gli sforzi bellici e scientifici non si è mai riusciti ad estendere alla quarta parte del globo né i lumi né le conquiste: mai gli scienziati e gli eroi concepirono (prima del sistema federale francese) alcun provvedimento che potesse applicarsi all’intero globo, mentre questo monopolio tanto criticato perché mal conosciuto, avrebbe potuto, in abili mani, portare alla conquista, all’unità e alla felicità del mondo.

Questa è la strada che si apriva all’Inghilterra, se essa avesse saputo far causa comune col Continente invece di isolarsi da esso e di trattarlo ostilmente; se avesse saputo farsi forte delle forze continentali invece di logorarle con guerre prezzolate. Questa nazione deve avere ben poco intuito politico, se tutti i suoi ministri, uno dopo l’altro, si sono attenuti a questo infame sistema di esasperazione delle rivalità del Continente, senza cercare procedure meno odiose. Del resto, la maggior parte dei ministri inglesi sono cresciuti alla scuola della filosofia che soffoca ogni concezione grande, nobile e giusta. Ecco perché questi pretesi uomini di Stato hanno saputo solo tormentare il genere umano e desolare la terra invece di sottometterla e darle un’organizzazione. Essi si sono limitati a un brigantaggio spicciolo senza ideare alcun piano di offensiva generale: le loro pretese geniali intuizioni si riducono a qualche ideuzza di traffici e ruberie; essi governano da contabili e non da politici, e il loro segreto si riduce, come quello dei massoni, a non averne alcuno.

Eppure l’Inghilterra prospera per effetto delle innumerevoli possibilità che Dio ha dato al monopolio insulare, qualunque via esso imbocchi. Se esso ha potuto affermarsi procedendo a casaccio e sempre in direzione opposta a quella migliore; se l’Inghilterra, nonostante tale imperizia, riesce tuttavia a controbilanciare i trionfi più portentosi dei suoi rivali, che cosa succederebbe nel caso in cui la Civiltà, protraendo il suo corso, facesse nascere in vari arcipelaghi altri focolai di monopolio che seguissero, così come fanno gli Inglesi, il piano dell’esasperazione delle rivalità anziché quello della pacificazione? Orbene, è assai probabile che le Antille, il Giappone e altre isole d’Oriente non avrebbero tardato ad imitare quest’Inghilterra che dà, essa sola, tanto filo da torcere ai Civili e ai Barbari, nonostante sia il meno forte dei grandi gruppi insulari creati da Dio per punire e spronare la Civiltà a furia di umiliazioni e di patimenti.

Questo rapido sguardo ai possibili sviluppi del monopolio non deve provocare alcuna apprensione, dato che la Civiltà è prossima alla sua fine; e non appena le Serie progressive saranno organizzate, ogni potenza insulare, avesse pure mille vascelli d’alto bordo, sarebbe costretta a cederli al monarca federale del globo, senza che vi fosse neppure bisogno di sguainare la spada. Ma consideriamo l’ipotesi di un protrarsi dell’ordine civile: si vedrà che il monopolio insulare, anche nella sua forma più vessatoria, è tuttavia un castigo salutare che Dio ci infligge, poiché in tutti i casi esso tende a spazzar via le tormente scatenate dalla filosofia e a istituire la pace universale e l’unità sovrana del globo. Infatti:

Se gli insulari seguiranno il piano di pacificazione di cui ho parlato, procederanno molto rapidamente alla conquista del globo; e una volta che esso sarà asservito ad uno degli arcipelaghi, si tratti dell’Inghilterra o di un altro, vedremo il sovrano insulare continentalizzarsi. Egli creerà sul globo un centinaio di reami, vassalli di un grande impero dove egli fisserà la sua residenza; poi spezzerà lo strumento del suo trionfo, avvilirà la potenza dell’isola conquistatrice che gli sarà servito da trampolino, si servirà della sua flotta per distruggere il potere della marina degli insulari e consolidare a loro spese l’unità sovrana che egli istituirà, e che è il governo del sesto periodo. Così il globo potrebbe trovare un mezzo di salvezza diretto e rapido in un monopolio che adottasse il sistema della pacificazione.

Se gli insulari seguiranno il piano di esasperazione delle rivalità che ha adottato l’Inghilterra, sistema tanto odioso, tanto lento quanto l’altro è nobile e celere nel suo cammino, il genere umano potrà ancora trovare in questo piano tre diverse vie di salvezza e di progresso verso l’unità. Esse sono:

Il successo del monopolio.

Il venir meno della pazienza dei sovrani.

La federazione continentale.

1) Il pieno successo del monopolio, il quale, divenuto padrone assoluto attraverso l’esasperazione dei contrasti o la loro composizione, finisce nell’uno o nell’altro caso col continentalizzare l’isola vincitrice, con l’organizzare il globo in piccoli reami federati sotto un impero centrale, sottomettendo in tal modo il vincitore al vinto, così come la Cina ha inglobato e sottomesso più di una volta i Tartari che l’invadevano.

Questo assoggettamento dell’isola vittoriosa al Continente vinto non sarebbe che una riedizione degli intrighi demagogici nei quali si vede un mestatore adulare il volgo per sterminare i ricchi, e poi, una volta assurto al potere, passare dalla parte dei proprietari per mettere a tacere il popolo. Orbene, in questa lotta di un arcipelago contro il Continente, non è forse evidente che l’arcipelago ha la parte della plebe insorta contro i grandi, e che al pari di essa, sarà lo strumento di cui ogni agitatore si disfarebbe all’indomani della vittoria?

2) Il venir meno della pazienza dei sovrani: ciò potrebbe verificarsi se qualche impresa piratesca, sul tipo della spedizione di Copenaghen, aprisse alfine gli occhi ai re sull’imbecillità delle scienze politiche e sulla degradazione abissale a cui hanno portato la Civiltà. [L’Inghilterra arriva un po’ tardi per simili colpi di mano: ciò sarebbe andato bene all’epoca in cui la Francia era preda dell’anarchia, quando il Continente non aveva alcun punto di raccolta e alcun centro di resistenza. Allora gli Inglesi, con alcune soperchierie, avrebbero sparso il terrore e vinto un po’ per volta il Continente. Ma al giorno d’oggi delle ribalderie come il fatto di Copenaghen, non servono che a serrare ancor più i continentali attorno all’eroe che può sottrarli al giogo mercantile, e, sotto questo profilo, l’invasione dell’isola di Seeland e le inutili atrocità che l’hanno contrassegnata (come quella di caricare le bombe di schegge di vetro), sono un evento davvero fausto; esso deve servire ad aprirci finalmente gli occhi sulla necessità di una lega continentale, e a parte la sventurata città di Copenaghen, penso che tutto il Continente debba render grazie a quei ministri inglesi che hanno avuto la dabbenaggine di scoprirsi con questo infame tradimento. Tutto ciò del resto diviene assolutamente indifferente, dal momento che stiamo per uscire dalla Civiltà]. Allora un sovrano, in un momento di collera, potrebbe minacciare i cultori dell’incerta filosofia di metterli tutti al bando, a meno che non scoprissero entro l’anno un sistema per aggredire in via indiretta il monopolio, i cui progressi sono stati favoriti dalle loro teorie mercantili. A tale minaccia i filosofi, terrorizzati, farebbero di necessità virtù: lascerebbero perdere le loro sofisticherie per dedicarsi a scoperte utili, e troverebbero, prima o poi, uno dei modi (dico uno, perché ce ne sono parecchi) per abbattere il monopolio insulare senza colpo ferire, e con misure esclusivamente politiche, che conducono al sesto o al settimo periodo e all’unità amministrativa.

3) La federazione continentale: questo terzo risultato è quello che è prevalso, ed esso avrebbe potuto portare all’assoggettamento dell’Inghilterra e all’unità del globo.

Se la federazione francese abbracciasse l’intera Europa, di cui già riunisce più della metà; se soltanto fosse possibile collegare l’Europa a un centro d’azione, a un piano di resistenza concertato, accadrebbe che, a partire dal prossimo anno, tutti i porti del globo verrebbero chiusi agli Inglesi, poiché le potenze dell’Asia, dell’Africa e dell’America non avrebbero motivo di contrastare i voleri dell’Europa coalizzata e forte di un milione di soldati per garantire i suoi ordini. Per abbattere il monopolio insulare, basterebbe dunque arrivare a una lega federale dell’Europa. E l’importanza di tale lega non consisterebbe nell’annientamento del monopolio, che può rinascere dalle sue ceneri finché dura la Civiltà, ma nell’instaurazione dell’unità amministrativa del globo, che rappresenta l’ingresso al sesto periodo e impedisce una volta per tutte il risorgere del monopolio. Resta da dire come dovrebbe essere organizzata questa lega federale del globo per raggiungere uno scopo tanto auspicabile.

Riassumendo, ecco tre vie di salvezza e di unità che il monopolio offre al globo, pur seguendo il disastroso sistema di esasperazione delle rivalità del Continente che l’ignoranza politica degli Inglesi ha fatto prevalere. Ho dunque avuto ragione di definire il monopolio insulare una cura penosa ma salutare che Dio somministra al globo, e che, a rischio di causarci qualche traversia, deve portare, prima o poi, ad ottimi risultati. Infatti:

L’abuso della cura, vale a dire l’esasperazione delle rivalità del Continente, provoca a lungo andare uno dei tre eventi salutari che ho appena indicato.

Il suo saggio uso, o pacificazione del Continente, porta rapidamente e senza sconvolgimenti all’unità universale.

Insomma, sia nell’una che nell’altra evenienza, il monopolio si volge senza via di scampo contro la filosofia, poiché può essere combattuto solo con metodi contrari ai sistemi dei politici e dei moralisti. Esso getta il ridicolo su tutti i loro precetti per l’intera durata del suo regno che corrompe tutti gli spiriti e, mortificando queste due scienze, porta al bene dell’unità, per raggiungere la quale esse non hanno mai scoperto alcuna via.

Da ciò si può dedurre che questo monopolio insulare, contro il quale inveisce l’ignoranza, è un’accorta disposizione di Dio per confondere i nostri lumi e procurarci un bene che non osiamo neppure sperare, il bene dell’unità sociale, verso la quale il monopolio ci sospinge in ogni modo, e alla quale saremmo già pervenuti se le nostre miserie filosofiche non ne avessero soffocato l’idea e fatto perdere le migliori occasioni.

Ne menzionerò una sola: sceglierò l’ultima in ordine di tempo, che avremmo dovuto cogliere al volo per costringere l’Inghilterra a cedere, senza colpo ferire, la sua flotta ai confederati del Continente.

Dopo la battaglia di Jena [14 ottobre 1806] e le giornate che seguirono, nelle quali si consumò la rovina dei Prussiani, non restavano in Europa che tre grandi potenze: la Francia, la Russia e l’Austria. L’Austria avrebbe potuto proporre alla Francia un’alleanza per il raggiungimento dell’unità, pattuendo per i sovrani e gli alleati della sua casa regnante un premio di cento milioni di sudditi; queste due potenze unite avrebbero facilmente indotto la Russia a collaborare con loro.

Mai il momento era stato più favorevole per tale operazione: è probabile che l’Austria, presa sino all’infatuazione dalle vecchie idee di bilancia dei poteri e di equilibrio, non abbia neppure intravisto la magnifica strada che le si prospettava.

Poiché l’accordo di queste due potenze avrebbe comportato l’adesione dell’intero Continente, si sarebbe proceduto sotto la guida del monarca francese all’attuazione del piano. Subito dopo si sarebbero mobilitate forze sufficienti per occupare le regioni del Caucaso e dell’Imaus, e si sarebbero fatte ammassare sull’Oxus tutte le orde asiatiche. Poi si sarebbero intimati ai sovrani asiatici i voleri della confederazione civile, sotto la minaccia di rovesciare la dinastia e di deporre i dignitari di ogni Stato che avesse fatto il minimo cenno di resistenza. Dopo di che si sarebbero istituiti per i diversi prìncipi europei un centinaio di regni federali e si sarebbe assegnato un grado e una condizione adeguata ai maggiorenti di quelle regioni che hanno bisogno soltanto del loro harem e delle loro pipe, e che, vivendo sempre sotto la minaccia del pugnale, sarebbero ben lieti di avere un’esistenza sicura in un ordine più stabile della Barbarie.

Invece di meditare su questa benemerita impresa dell’unificazione, i sovrani si accaniscono a disputarsi qualche lembo di terra, quando il globo offre loro vasti imperi da spartire, per il bene stesso dei popoli che l’abitano. Quest’angustia di idee dei politici europei è dovuta all’influenza della filosofia: declamando contro lo spirito di conquista, essa distoglie il genere umano dall’unica via di benessere compatibile con l’ordine civile. Finché dura la Civiltà può forse esserci pace sul globo prima che una conquista generale abbia riunito tutti i popoli sotto un governo centrale?

Ma che cosa vi è di più funesto di questa moderazione che si consiglia ai sovrani, e che tende soltanto a perpetuare le guerre, dato che periodicamente compaiono dei prìncipi ambiziosi che avranno mire espansionistiche, finché non ci sarà sulla terra una potenza suprema garante della pace generale?

Riassumendo: da quando l’arte nautica ci fornisce i mezzi per correre il globo, non vi è passione più salutare di una smisurata brama di conquista; perché se uno dei monarchi riesce soltanto ad assoggettare al suo dominio i due terzi dell’Europa, può costringere l’altro terzo a porsi sotto la sua bandiera, e realizzare immediatamente la federazione del globo e la pacificazione dell’universo.

Sotto questa luce si comprende come le nostre teorie di moderazione, che predicano a ciascun sovrano di accontentarsi della parte che la sorte gli ha assegnato, siano delle teorie di massacro perpetuo, poiché non tendono che a prolungare indefinitamente le guerre, dato che non danno agli Stati alcuna garanzia contro le incursioni dei vicini, i quali possono impunemente violare i trattati.

Nel 1806 non si riuscì ad intraprendere l’unità federale a causa dell’inerzia dell’Austria. Tale possibilità si presenta oggi più brillante ai due imperatori di Francia e di Russia uniti. Non so per il momento quale dei due sovrani debba vantarsi d’avere in pugno la fortuna: fece mai essa per un mortale più di quanto fa oggi per Alessandro, al quale offre l’opportunità di condividere i frutti delle gesta di Napoleone, associandosi a lui nella magnifica impresa dell’unità federale del globo?

E poiché il monopolio insulare tende per vie diverse ad instaurare questa unità, quest’autorità suprema che sarebbe garante della pace universale, ho avuto ragione di dire che questo monopolio è una cura penosa ma salutare che Dio somministra alla società; che, malgrado l’infamia degli espedienti cui ricorre è un sistema tuttavia più sensato delle nostre teorie filosofiche, tutte fautrici del perpetuarsi delle guerre; teorie che tendevano, per una duplice via, a prolungare le sventure del genere umano: infatti hanno indotto i monopolisti al sistema di aggressione più rovinoso, quello dell’esasperazione delle rivalità del Continente, e i continentali al sistema di resistenza più sbagliato, quello della lotta attiva o lotta marittima, di cui si percepirà l’assurdità quando avrò fatto conoscere i mezzi di cui disponeva la Civiltà per abbattere rapidamente ogni monopolio, istituendo l’ordinamento commerciale del sesto periodo.

Intermezzo

Schema del corso della Civiltà

Ho avvertito che intercalerò in questo scritto alcuni capitoli teorici sul movimento sociale; eccone uno che è tutto tranne che divertente e che sarà pertanto opportuno leggere due volte per discernere bene il corso della Civiltà, dei cui progressi e del cui declino do un quadro nella tavola della pagina seguente.

Illustrando i progressi sociali cui il monopolio insulare e la massoneria ci aprivano la via, ho dimostrato l’inettitudine della politica moderna che non ha saputo trarre profitto da questi mezzi di miglioramento, da queste vie per uscire dall’ordine civile.

I moderni sono ancora più ciechi quando si tratta del meccanismo commerciale. La sua analisi renderà palese la pervicacia dei filosofi nel soffocare qualunque verità, nel trascurare i sintomi più lampanti della nostra ignoranza nella scienza sociale.

Il regno dello spirito commerciale sarà qui visto come degenerazione o declino dell’ordine civile: a tale scopo, indicherò con un quadro del meccanismo civile quale posto hanno in esso il commercio e il monopolio. Spiegherò come i fenomeni di progresso o di decadenza si siano verificati per impulso della sola natura, senza che le scienze incerte siano mai intervenute.

Quadro del corso del movimento della civiltà

Vibrazione ascendente

Prima fase: Infanzia. Germe: La monogamia o unione matrimoniale esclusiva. Perno: I diritti civili della sposa.

Seconda fase: Adolescenza. Germe: Il feudalesimo nobiliare. Perno: L’affrancamento dei lavoratori.

Apogeo o Pienezza

Vibrazione discendente

Terza fase: Declino. Germe: L’arte nautica. Perno: Il monopolio insulare.

Quarta fase: Senescenza. Germe: Le licenze privilegiate in numero chiuso. Perno: Il feudalesimo commerciale.

Ogni fase ha degli attributi specifici che non sto ad elencare.

Ascesa e discesa

Le due fasi di vibrazione ascendente realizzano la diminuzione delle servitù personali o dirette.

Le due fasi di vibrazione discendente realizzano l’aumento delle servitù collettive o indirette.

L’apogeo è l’epoca in cui la Civiltà potrebbe dispiegare appieno i suoi sedici caratteri e assumere le sembianze meno ignobili: non dirò le più nobili perché questa società è sempre odiosa e, nelle sue quattro fasi, non cambia che per il variare delle sfumature della frode e dell’iniquità che sempre dominano.

Si può notare in tale quadro un’apparente contraddizione: e cioè che la Civiltà declina con la nascita dell’arte nautica, che pure è l’anima dei progressi sociali. Ho spiegato prima il significato del termine declino, come cioè un periodo sociale possa declinare a causa dei progressi delle forze insite nella società.

Con il nome di arte nautica mi riferisco alla navigazione d’alto mare che può spingersi a solcare e a reggere il globo. Quest’arte, che è il più bel trofeo dell’intelletto umano, non si confà alla Civiltà, ma soltanto al sesto periodo e a quelli successivi. Se la società civile si innalza a un tale livello di scienza, è per sua sventura; essa chiude in sé più di quanto non possa contenere. Infatti da noi l’arte nautica produce il monopolio insulare e altre calamità che non potrebbero verificarsi nel sesto periodo; di conseguenza, tale eccesso di conoscenze ci diviene fatale, come l’alimento più sano può nuocere alla salute di colui che ne prenda oltre misura. Ora, il limite assegnato alle possibilità civili è il piccolo cabotaggio: sarebbe stato necessario passare al sesto periodo prima di organizzare la navigazione d’alto mare, poiché da noi essa dà origine a un mucchio di sconvolgimenti sociali che determinano la nascita della terza e della quarta fase, del declino e della senescenza del periodo.

Ciascuna delle quattro fasi della Civiltà ha il suo punto di pienezza o apogeo, come lo ha l’intero periodo. È evidente che la terza fase è al suo punto di pienezza, dato che vi vediamo imperare in via esclusiva il monopolio insulare e tutte le calamità, quali la bancarotta, l’aggiotaggio, l’accaparramento ecc., prodotte dalla politica mercantile.

[Nota. Questo quadro schematico del corso del movimento non ha nulla a che vedere con il meccanismo del movimento, che dovrebbe rappresentare il sistema del controcorso delle passioni in modo composto, le sedici manovre di carattere o sviluppi delle passioni in ordine inverso. Esso indicherebbe i loro punti di incontro e di scontro sistematico, per collisione, conflitto e divergenza. Poi la diffrazione delle serie primarie e la loro organizzazione in Serie ricorrenti; infine la grande battaglia campale delle passioni. Dico grande battaglia perché, per quanto le passioni si dilanino costantemente nelle cinque società a famiglie isolate, tuttavia il loro scontro presenta nella Civiltà delle mosse più complicate e più strane che in qualsiasi altro periodo. Così il meccanismo civile è il più bell’orrore politico che vi sia nell’universo, perché è l’inversione totale dell’ordine combinato, che è la più saggia combinazione realizzata da Dio].

Teniamo ben presente che nelle tre fasi della Civiltà già percorse, la filosofia non ha mai cooperato ai progressi sociali di cui si arroga il modesto vanto; essa è stata sempre passiva nei confronti del movimento sociale; ne ho già portato alcune prove che qui riepilogo.

Prima fase. Essa nasce con la concessione dei diritti civili alla sposa. Cosa di cui gli antichi filosofi, come Confucio e quelli egiziani o indiani, non si preoccuparono mai; essi non manifestarono neppure l’intenzione di migliorare la condizione delle donne. Le antiche matrone avevano una libertà ancora inferiore a quella delle nostre; esse erano prive dei vari diritti in campo amoroso, come quello del ripudio, e i moralisti erano indifferenti, come lo sono oggi, alla loro felicità.

Seconda fase. La Civiltà vi è entrata attenuando la schiavitù. Si è visto che tale miglioramento fu opera del feudalesimo nobiliare, che fornisce ai contadini dei mezzi di affrancamento collettivo e progressivo. Legando i servi alla gleba e non all’individuo, esso volge a loro vantaggio le debolezze di ciascun signore; e la corporazione, potendo ottenere una concessione dall’avarizia del padre, un’altra dalla generosità del figlio, si eleva gradualmente alla libertà. È un modo di procedere di cui gli antichi filosofi non avevano ancora la più pallida idea.

Terza fase. Essa si è sviluppata per il predominio della politica commerciale, nata dai monopoli coloniali. Tale predominio non era stato affatto previsto dai filosofi, i quali non hanno trovato alcun mezzo per neutralizzarlo, e neanche per attaccarlo nella sua manifestazione più vessatoria, che è il monopolio insulare. Essi si sono intromessi nella politica commerciale solo per esaltarne i difetti anziché per combatterli, come dimostrerò più avanti.

Quarta fase. La Civiltà tendeva ad essa per l’estendersi delle licenze in numero chiuso, le quali, sotto l’egida del privilegio, escludono i pretendenti che hanno i migliori titoli e sbarrano l’accesso al lavoro. In queste associazioni si annida il germe di una vasta lega feudale, la quale potrebbe ben presto metter le mani su tutto il sistema produttivo e finanziario e dare vita al feudalesimo commerciale. Fatto, questo, che i filosofi erano lungi dal prevedere; e mentre essi sono presi anima e corpo dallo spirito mercantile, la cui importanza hanno così mal presagito, già incombono degli eventi che potrebbero mutare tale politica e farci declinare verso la quarta fase della Civiltà.

Ma questi sofisti non pensano a prevedere le tempeste future; vedono il movimento sociale solo retrospettivamente e non badano che al passato e al presente. Oggi che domina lo spirito mercantile, essi decideranno, come al solito, che l’attuale stato di cose è la suprema perfezione della ragione. Si limiteranno a sproloquiare su ciò che vedono, senza presumere che l’ordine civile possa assumere nuove forme.

E quando in seguito la Civiltà pervenisse alla sua quarta fase, quando il feudalesimo commerciale fosse pienamente istituito, vedremmo i filosofi intervenire a cose fatte per dare vita con tale pretesto a una nuova consorteria di sofisti; li vedremmo esaltare i difetti della quarta fase e vendere montagne di volumi su questo nuovo assetto, nel quale essi ravviserebbero ancora il perfezionamento della perfettibilità, come oggi lo ravvisano nello spirito mercantile.

Terza dimostrazione

Della illimitata libertà commerciale, dei suoi inconvenienti noti e dei suoi pericoli sconosciuti

Ci avviciniamo al punto critico della Civiltà. È un compito ingrato levare la voce contro la follia del giorno, contro chimere che sono in gran voga.

Criticare oggi le assurdità del commercio, significa esporsi all’anatema, come se nel XII secolo ci si fosse scagliati contro la tirannia dei papi e dei baroni. Se fosse necessario scegliere tra due parti pericolose, ritengo che sarebbe meno rischioso offendere un sovrano con delle verità sgradevoli, piuttosto che screditare lo spirito mercantile che regna sovrano sulla Civiltà e sugli stessi monarchi.

Non è mai nel pieno dell’infatuazione che si possono esprimere giudizi corretti sulle questioni sociali: prova ne siano i sistemi commerciali. Una rapida analisi dimostrerà che essi corrompono e mandano allo sfacelo in ogni senso la Civiltà, e che, in fatto di commercio, come in qualunque altro campo, ci si trova sempre più fuorviati sotto gli auspici delle scienze incerte.

Il sofisma commerciale non risale che a mezzo secolo fa, e coloro che l’hanno propagato hanno già sfornato migliaia di volumi senza rendersi conto del fatto che il meccanismo del commercio è organizzato in modo contrario al buon senso. Esso subordina il corpo sociale a una classe di agenti parassiti e improduttivi, che sono i negozianti. Tutte le classi utili, i proprietari, i contadini, i manifatturieri e persino il governo, si trovano in balia di una classe secondaria, in balia dei negozianti, che dovrebbero essere loro subordinati, loro agenti incaricati, amovibili e responsabili, i quali invece alzano e abbassano a loro arbitrio le leve della circolazione.

Questo è l’argomento sul quale disserterò: dimostrerò che in una politica sana il corpo dei commercianti deve essere solidalmente garante di se stesso e che il corpo sociale deve essere garantito contro la bancarotta, l’aggiotaggio, l’accaparramento, l’usura, gli sprechi e gli altri disordini che nascono dall’attuale sistema; sistema che avrebbe dovuto suscitare da lungo tempo l’indignazione di tutti gli scrittori politici, se essi avessero per l’onestà un’ombra di quel rispetto di cui fanno sfoggio.

In questa prima memoria voglio limitarmi ad accennare alla questione, richiamare l’attenzione sugli scandali che attestavano il nostro errore e che avrebbero dovuto indurci alla ricerca di un sistema di scambio meno difettoso di quello attuale, denominato della libera concorrenza.

Vi è per lo scambio come per qualsiasi altra relazione un sistema peculiare a ciascun periodo; per esempio:

Nel quarto periodo (o Barbarie), la vendita coatta, l’imposizione del maximum, di tariffe, ecc.

Nel quinto periodo (o Civiltà), la libera concorrenza, l’indipendenza del mercante.

Nel sesto periodo (o Garantismo), la concorrenza societaria, la solidarietà e la subordinazione del corpo dei commercianti agli interessi dei produttori, dei manifatturieri, dei contadini e dei proprietari.

Per i vari periodi vi sono altri sistemi che non sto qui ad elencare, non volendo parlare che del sesto, della concorrenza societaria, che è compatibile con le nostre usanze, e che è già tanto preferibile al libero commercio quanto questo lo è all’imposizione di maximum, di tariffe e ad altri metodi del quarto periodo o Barbarie.

Siamo di fronte ad una questione che tratterò da Civile, come se le leggi del movimento non fossero state trovate: dimentichiamo per un momento la loro scoperta, e ragioniamo come se dovessimo soltanto cercare un rimedio ai disordini commerciali della Civiltà. Vediamo quale via avrebbero dovuto seguire in tale circostanza gli economisti, i quali si arrogano la competenza dei problemi commerciali.

Nel corso della trattazione che seguirà, avrò modo di esprimere opinioni poco lusinghiere per il commercio in genere; ma ho già rilevato che criticando una professione non critico gli individui che la esercitano. Chiunque elevi proteste contro le manovre degli aggiotatori, dei procuratori o di altri, li supererebbe forse in avidità se fosse al loro posto. Non bisogna mai biasimare le passioni degli individui, ma soltanto la Civiltà che, permettendo alle passioni di appagarsi solo sulle vie del vizio, costringe l’uomo a praticarlo per arrivare alla ricchezza, senza la quale non esiste felicità alcuna.

La digressione sarà così suddivisa:

1) Origine dell’ economia politica e del sofisma commerciale.

2) Frode del corpo sociale tramite la bancarotta.

3) Frode del corpo sociale tramite l’accaparramento.

4) Frode del corpo sociale tramite l’aggiotaggio.

5) Frode del corpo sociale a causa degli sprechi.

6) Decadenza della Civiltà a causa dello spirito commerciale che l’avrebbe portata alla quarta fase.

Origine dell’economia politica e del sofisma commerciale

È questo un argomento veramente degno dell’epopea. Cantaci, o Musa, le eroiche gesta di quei novatori prodi che hanno combattuto l’antica filosofia: una setta emersa tutt’a un tratto dal nulla, quella degli economisti, ha osato attaccare i venerati dogmi della Grecia e di Roma. I veri modelli della virtù, i Cinici, i Peripatetici, tutti gli illustri amanti della povertà e della mediocrità sono stati messi in rotta e ripiegano davanti agli economisti, che propugnano la causa del lusso. Il divino Platone, il divino Seneca sono scacciati dai loro troni; la broda nera degli Spartani, le rape di Cincinnato, la lanterna di Diogene, tutto l’armamentario dei moralisti è ridotto all’impotenza, tutto si dilegua dinanzi a dei novatori empi che legittimano l’amore per il fasto, per la buona tavola e per i più vili metalli, come l’oro e l’argento.

Invano i Jean-Jacques [Rousseau] e i [Gabriel de] Mably hanno difeso coraggiosamente l’onore della Grecia e di Roma. Invano hanno ripetuto ai popoli le eterne verità della morale, che “la povertà è un bene”, che “bisogna rinunciare alle ricchezze ed abbracciare senza indugio la filosofia”. [Sono le testuali parole di Seneca, dell’uomo dagli ottanta milioni. Egli vuole che ci si disfi delle ricchezze immediatamente; non ammette indugi. “Che cosa aspettate?”, egli dice,”non rimandate a domani; rinunciate alle vostre ricchezze oggi stesso, per darvi alla filosofia”. Ecco le fumisterie in cui si è persa la Civiltà per 2000 anni; queste frottole sono passate per saggezza. Oggi comprendiamo quanto siano ridicoli questi dotti che ci consigliano “di gettare le perfide ricchezze nel seno degli avidi mari” (J.-J. Rousseau). Ebbene! questi parolai non sono tuttavia i più ridicoli; vi sono degli istrioni più sciocchi e più colpevoli: si tratta della consorteria degli economisti, tanto più pericolosa in quanto si presenta sotto le insegne della ragione]. Moniti vani! Nulla ha potuto resistere all’urto dei nuovi dogmi: il secolo corrotto non vive che di trattati commerciali e di bilance commerciali precise fino all’ultimo centesimo; le insegne del Portico e del Liceo vengono disertate per le Accademie di commercio e le Società di amici del commercio; insomma, l’irruzione degli economisti è stata per le scienze incerte una nuova battaglia di Farsalo, nella quale la saggezza di Atene e di Roma e tutta la bella antichità hanno subito un’irreparabile sconfitta.

Umanamente parlando, la Civiltà ha cambiato fase: è passata dalla seconda alla terza, nella quale lo spirito commerciale domina e detta legge in via esclusiva alla politica. Tale mutamento è derivato dai progressi dell’arte nautica e dei monopoli coloniali. I filosofi, che intervengono sempre a cose fatte nel movimento sociale, si sono adeguati alle idee del secolo e hanno cominciato ad esaltare lo spirito commerciale quando l’hanno visto in auge; è cosi che è nata la setta degli economisti, e con essi il sofisma commerciale.

Come mai i filosofi cambiano idea dopo tanti secoli, e vengono ad immischiarsi di problemi commerciali, oggetto del loro antico disdegno? Nella bella antichità essi non avevano cessato di fare dell’ironia sul commercio. Allora tutti gli scrittori si facevano beffe dei mercanti e ripetevano con Orazio che la scienza del commercio si riduce a sapere:

Cento franchi al venti per cento, quanto fanno? cinque franchi!

 

Eppure il prestigio di Tiro e di Cartagine aveva mostrato che il potere commerciale avrebbe potuto prevalere un giorno su quello agricolo e influire su tutto il sistema amministrativo. Ma il fatto non era ancora accaduto, quindi non sarebbe mai potuto accadere. Questo è il modo di giudicare della filosofia: essa non considera il movimento sociale che retrospettivamente; così le generazioni future raffigureranno la politica civile con una testa attaccata al contrario e in grado di guardare solo indietro.

Nel corso del XVIII secolo, le scienze incerte hanno mantenuto molto a lungo l’antico pregiudizio che votava al disprezzo il commercio; prova ne siano le idee che regnavano in Francia nel 1788. A quei tempi i ragazzini nei loro alterchi dicevano talvolta a un avversario: “figlio di mercante!”, ed era un’ingiuria sanguinosa. Questa era la mentalità in provincia. Lo spirito mercantile era relegato nei porti e nelle capitali dove risiedono i grossi banchieri e i grossi speculatori. Fu solo nel 1789 che i mercanti vennero di colpo trasformati in semidei e che la cabala scientifica si schierò decisamente dalla loro parte e li portò ai sette cieli considerandoli strumenti utili ai suoi disegni.

Dunque, alla sua origine, il commercio fu vilipeso e disprezzato dai filosofi. Esso è riuscito ad avere gli omaggi di questi dotti solo quando è stato all’apice del trionfo, come i medici che non cominciano ad essere apprezzati se non quando arrivano su una carrozza a sei cavalli: allora gli oratori celebrano le loro virtù e scroccano i loro buoni pranzi. È così che si è comportata la filosofia nei confronti dello spirito commerciale: essa lo ha incensato solo quando è stato sulla cresta dell’onda; ma prima non lo riteneva neppure degno d’attenzione. La Spagna, il Portogallo, l’Olanda e l’Inghilterra esercitarono a lungo il monopolio commerciale senza che la filosofia pensasse né a lodarli né a biasimarli. L’Olanda aveva saputo costruirsi un’immensa fortuna senza chiedere lumi agli economisti; la loro setta non era ancora nata, e già gli Olandesi ammassavano tonnellate d’oro. I filosofi a quell’epoca erano ancora tutti dediti a scartabellare nella bella antichità o ad occuparsi di dispute religiose.

Infine essi si accorsero che questa nuova politica di commercio e di monopolio poteva fornire materia per grossi volumi e per lanciare una nuova consorteria: fu allora che la filosofia cominciò a generare sette di economisti, i quali, benché nati da poco, hanno già accumulato un discreto numero di volumi e promettono di raggiungere quello dei loro predecessori.

Secondo il costume di tutti i sofisti, questi nuovi venuti hanno ingarbugliato la materia quanto era possibile per alimentare il sofisma e vivere alle spalle di coloro che li leggono. Possiamo dire che gli economisti, lungi dall’avere nulla scoperto, non sanno ancora di che cosa trattano, dato che sui problemi più importanti, come ad esempio quello dei limiti entro cui contenere la popolazione, essi confessano che la loro scienza non ha princìpi precisi. Essa non fornisce dunque risultati rigorosi, e di conseguenza non si vede bene a cosa possa servire. Ma questo non importa agli scrittori: i torchi gemono, i libri si vendono, e i filosofi hanno raggiunto il loro intento.

Potremmo domandare agli economisti se essi mirino a diminuire o ad aumentare i flagelli politici, come l’aggravio fiscale, l’estendersi del numero dei legulei, la dilatazione degli eserciti, il dilagare della bancarotta e della frode, ecc. È fuor di dubbio che tali flagelli non si sono mai scatenati con tanta frequenza come dopo la nascita delle teorie economiche; non sarebbe stato meglio che la scienza avesse fatto meno progressi, e così pure il male?

Quali interessi hanno potuto indurre i filosofi, questi focosi apostoli della verità, a sposare, nel XVIII secolo, la causa della menzogna, cioè del commercio? Perché, che cos’è il commercio? È la menzogna con tutto il suo armamentario, bancarotta, aggiotaggio, usura e truffe d’ogni genere. La filosofia moderna dimentica tutti questi scandali; indichiamo le cause di una tale impudenza; applichiamo alla condotta di questi studiosi i metodi analitici che essi vogliono applicare ovunque.

Risolvendosi ad esaltare il commercio, essi non hanno considerato che il peso dell’oro, l’enormità e il rapido costituirsi delle fortune mercantili, l’indipendenza di questo mestiere, che è il più libero e il più propizio allo svilupparsi dell’ambizione, l’aria d’alta speculazione da cui son soffusi vili maneggi, che l’ultimo zotico può ideare e dirigere in capo a un mese (se glieli si insegna, perché non si insegna nulla nel commercio); infine, il fasto degli aggiotatori e degli accaparratori che rivaleggiano con i grandi dello Stato. Tutto questo sfarzo ha abbagliato i dotti, costretti a tante veglie e a tanti intrighi prima di guadagnare qualche scudo, prima di ottenere qualche umiliante produzione. Essi sono rimasti storditi, disorientati alla vista dei plutocrati del commercio; hanno esitato tra la piaggeria e la critica. Infine il peso dell’oro ha avuto il sopravvento: essi sono diventati definitivamente gli umilissimi vassalli dei mercanti e gli apologeti della scienza mercantile che avevano tanto dileggiato.

Eh! come non ammirare quegli aggiotatori, quegli uomini che,

… sapendo come unico segreto che cinque più quattro fanno nove, meno due fanno sette
Boileau, [Satires, VIII]

riescono, con siffatta scienza, ad acquistare un palazzo nella città dove sono entrati in zoccoli? Li vediamo nelle capitali menare una vita splendida accanto ai dotti consunti dalla miseria; un filosofo ammesso nel salotto di un aggiotatore si ritrova a tavola tra il cortigiano e l’ambasciatore. Qual partito prendere in tale situazione se non quello di vantare i santi del giorno?

Perché nella Civiltà non si fa strada con la sincerità: ecco per qual motivo i filosofi, pur nutrendo un odio segreto contro il commercio, si sono tuttavia genuflessi davanti al vitello d’oro e non osano scrivere un rigo senza che in esso risuonino le lodi del commercio immenso e dell’immenso commercio.

Essi avrebbero avuto tutto da guadagnare attaccandolo: avrebbero potuto riguadagnare la stima e porre riparo ai loro insuccessi denunciando le piraterie del commercio che essi nell’intimo disprezzano tanto quanto il commercio disprezza loro.

L’analisi di queste ribalderie dimostrerà che la categoria dei negozianti (bisogna stare attenti a non confonderli con i manifatturieri) non è nel sistema sociale che una cricca di pirati coalizzati, che un nugolo di avvoltoi che divorano l’industria agricola e manifatturiera e asservono in tutti i sensi il corpo sociale.

Sia detto senza biasimo per i singoli individui: essi stessi ignorano i malefici effetti della loro professione; e quand’anche li conoscessero, si può forse condannare un solo filibustiere nella Civiltà, posto che questa società è un’arena di gonzi e di furfanti? Verità sin troppo nota, e che sarà nuovamente confermata nei capitoli seguenti.

Frode del corpo sociale tramite la bancarotta

Quando un crimine si ripete molto sovente il suo spettacolo finisce, alla lunga, col non suscitare alcun turbamento. È con grande indifferenza che gli Italiani o gli Spagnoli vedono un sicario pugnalare la vittima designata e conquistarsi l’impunità riparando in una chiesa. In Germania e in Francia, dove il carattere nazionale è ostile al tradimento, un simile assassino ispirerebbe tanto orrore che forse sarebbe linciato dalla folla prima che la giustizia lo abbia acciuffato.

Quanti altri crimini vediamo regnare in una nazione ed essere aborriti in quella vicina! In Italia, ad esempio, i padri mutilano ed assassinano i propri figli per affinarne la voce; i ministri di un Dio di pace incoraggiano queste atrocità, adibendo al servizio degli altari queste sventurate vittime dell’avidità paterna: ecco altri abomini che suscitano l’orrore di ogni altro popolo civile.

Del pari troverete presso i Francesi, i Tedeschi, i Russi e gli Inglesi, altre usanze odiose che faranno indignare gli Italiani o gli Spagnoli: ne è una prova il costume degli Inglesi che portano la moglie al mercato, la cavezza al collo, per metterla in vendita, e tante altre rozze usanze di questa nazione più selvaggia che civile, non fosse che per l’abitudine di insolentire e di molestare gli stranieri, per i quali spesso hanno più riguardo i Selvaggi che non la plebaglia londinese e gli abitanti delle province d’Inghilterra.

Se nell’ordine civile costumi e mentalità variano così da nazione a nazione, quanto dovranno differire da una società all’altra! E quanto dovranno sembrare odiosi in società meno imperfette i vizi che la Civiltà tollera! Nella sesta (Garantismo), che è ancora lontana dalla perfezione, si farebbe già fatica a credere che degli Stati che si dicono progrediti e che hanno teorie sulla proprietà e sulla giustizia, abbiano potuto rassegnarsi un solo istante a infamie quali la bancarotta.

La bancarotta è la furfanteria più ingegnosa e più spudorata che sia mai esistita: essa garantisce a qualsiasi negoziante la facoltà di derubare il pubblico di una somma proporzionale al suo capitale o al suo credito, di modo che un uomo ricco può dirsi: “comincio a darmi al commercio nel 1808; voglio, nel tal giorno del 1810, rubare tanti milioni a chi toccherà”.

Lasciamo da parte un episodio recente, il nuovo codice francese, con il quale ci si ripromette di reprimere la bancarotta. Dato che non tutti condividono tale speranza e già si indicano i modi per eludere le nuove norme, aspettiamo che l’esperienza abbia dato il suo responso (se tuttavia la Civiltà si prolungherà per un tempo sufficiente a una prova del genere), e per il momento ragioniamo su ciò che ci è noto, sui disordini provocati dal sistema filosofico con il principio: “Lasciate ai commercianti una piena libertà, senza esigere da essi nessuna garanzia di prudenza, di probità, di solvibilità”.

È così che tra gli altri abusi è nata la bancarotta, furto ben più odioso della rapina a mano armata. Pure ci si è abituati a tollerarla, al punto che si distinguono delle bancarotte oneste, quelle in cui lo speculatore non froda che la metà: ecco-vene un esempio.

Il banchiere Dorante [personaggio di Molière], che possiede due milioni, vuole arrivare rapidamente a quattro o a cinque, in qualsiasi modo. Sulla base dell’entità conosciuta del suo capitale, egli ottiene dei crediti per otto milioni in cambiali, merci ecc.: così può manovrare su un fondo di dieci milioni. Si dà all’alta speculazione, al traffico delle merci e dei titoli di Stato. Può darsi che alla fine dell’anno, invece di aver raddoppiato i due milioni che possedeva, egli li abbia perduti. Lo credereste rovinato; niente affatto: riuscirà ad avere quattro milioni come se gli fosse andata bene, perché gli restano in mano gli otto milioni ottenuti a credito e, con un onesto fallimento, si accorderà per restituirne la metà entro qualche anno. È così che dopo aver perduto i due milioni del suo patrimonio, egli si ritrova padrone di quattro milioni frodati al pubblico. Che bella cosa questa libertà commerciale! Capite adesso perché si sente dire ogni giorno di un commerciante: “si è sistemato bene dopo il suo fallimento”.

Altra possibilità per il bancarottiere: Dorante, dopo il suo furtarello di quattro milioni, conserva appieno l’onore e la pubblica stima, non a titolo di filibustiere fortunato, ma a titolo di commerciante sfortunato. Spieghiamone il perché.

Dorante, premeditando la propria bancarotta, si è conquistato l’opinione pubblica: le sue feste in città e in campagna gli hanno procurato zelanti partigiani; i giovani brillanti sono dalla sua parte; le belle si impietosiscono alla sua disavventura (disavventura è oggi sinonimo di bancarotta); si loda il suo nobile carattere, sì degno di miglior sorte. Sembra, a sentire gli apologeti di un bancarottiere, che egli sia più disgraziato di quegli stessi a cui sottrae i beni. Tutta la colpa viene fatta ricadere sugli avvenimenti politici, sulle circostanze disastrose, e altre chiacchiere familiari ai notai, i quali sono bravissimi nel sostenere l’assalto dei creditori inferociti. Passata la prima impressione, Dorante ricorre a degli intermediari, a delle bustarelle opportunamente distribuite, e ben presto l’opinione pubblica è rigirata al punto che si darebbe del mostro a chi sparlasse di Dorante. Del resto, coloro che subiscono il danno più forte sono a cento o duecento leghe da lì, ad Amburgo o ad Amsterdam; col tempo si calmeranno; poco importa: le loro lontane proteste non influiscono minimamente sull’opinione di Parigi. D’altra parte Dorante fa perdere soltanto la metà e la consuetudine ha stabilito che colui che non fa perdere che la metà è più sfortunato che colpevole: così Dorante è senza macchia agli occhi della gente fin dal primo momento. In capo a un mese l’opinione pubblica è distratta da altre bancarotte più clamorose, e che fanno perdere i due terzi o i tre quarti. Nuovo lustro per Dorante, che ha frodato soltanto la metà; si tratta del resto di una cosa vecchia, dimenticata. Già la casa di Dorante si riapre un po’ alla volta alla gente, la sua cucina conquista di nuovo gli animi e mette a tacere le rimostranze di certi creditori atrabiliari che non hanno alcuna considerazione per la disavventura, alcuna dimestichezza con i riguardi dovuti alle persone per bene.

È così che in meno di sei mesi si conclude l’operazione con la quale Dorante e gente della sua fatta frodano milioni al pubblico, gettano sul lastrico famiglie di cui hanno i depositi, e costringono i negozianti onesti a una bancarotta che li accomuna ai lestofanti. La bancarotta è l’unico crimine sociale che si propaghi epidemicamente e che faccia cadere il galantuomo nella stessa ignominia del filibustiere. Il negoziante probo, che subisce le conseguenze delle bancarotte di venti furfanti, alla fine è costretto a fare fallimento come loro.

È per questo che i bancarottieri fraudolenti, che sono i nove decimi della cricca, si spacciano tutti per persone dabbene che hanno avuto delle disavventure, ed esclamano in coro: “io sono più da compiangere che da condannare”. A sentir loro, sono tutti dei santini, come i galeotti che pretendono tutti di non aver commesso nulla di male.

A questo proposito, i paladini della libertà commerciale parleranno di leggi repressive, di tribunali; sì, proprio dei tribunali per persone che arraffano svariati milioni in un sol colpo!

Il detto per cui la giustizia non colpisce che i ladruncoli si rivela falso in fatto di commercio; la bancarotta, anche la più piccola, sfugge alle azioni dell’autorità, sotto l’egida degli stessi commercianti. Ecco un esempio:

Scapino [personaggio di Molière], modesto bottegaio, fa una piccola bancarotta di 40.000 franchi soltanto; ne storna 30.000 che costituiranno il frutto dell’operazione; poi offre ai creditori i restanti 10.000 franchi. Se gli si chiede conto dei 30.000 franchi mancanti, egli risponde che non sa tenere dei registri come i grossi commercianti, e che ha avuto delle disavventure. Voi credereste che Scapino sarà punito perché è un ladruncolo che ruba solo 30.000 franchi; ma i creditori non sanno forse che se interverrà la giustizia essa divorerà i 10.000 franchi residui? Che non ne farà che un boccone? Esauriti i 10.000 franchi, non ci sarà nulla di deciso; e se si vuol fare impiccare Scapino, bisognerà forse sborsare altri 10.000 franchi, senza la certezza di riuscire. È dunque meglio accettare la modica somma di 10.000 franchi piuttosto che sborsarne ancora altrettanti. Scapino fa valere quest’argomento tramite un notaio, di modo che è lo stesso bancarottiere che agita lo spauracchio della giustizia dinanzi ai propri creditori. Eh! perché mai i creditori di Scapino dovrebbero infierire contro di lui? Gli uni pensano ad imitare il suo nobile esempio, gli altri l’hanno preceduto nella carriera. Ora, siccome lupo non mangia lupo, Scapino trova presto un certo numero di sottoscrittori che aderiscono alle sue proposte. Altri firmano per il timore di veder intervenire la giustizia che non lascerebbe nulla; altri sono più riluttanti e parlano di sacrificare il tutto, pur di mandare in galera un mascalzone. Allora Scapino manda da loro in delegazione la moglie e i figli, che implorano pietà con gemiti studiati. È così che Scapino e il suo notaio ottengono in pochi giorni la maggioranza delle firme; dopodiché ci si fa beffe di chi la rifiuta, persone di cui non si ha più bisogno. Si ride della loro collera; Scapino vi replica con parole melliflue e profondi inchini, e già medita una seconda bancarotta, visto il brillante esito della prima.

Invano qualcuno potrebbe citarmi il caso di alcuni bancarottieri fraudolenti che sono stati puniti; su cento, ve ne sono novantanove che riescono; e se il centesimo fa cilecca, è senza dubbio un allocco che non ha saputo ordire l’imbroglio, perché al giorno d’oggi l’operazione è talmente sicura che si è rinunciato completamente alle vecchie precauzioni. Una volta il bancarottiere fuggiva a Trento, a Liegi, a Carrouges; quest’abitudine si è persa dopo la rigenerazione del 1789; ognuno è tornato alle bancarotte in famiglia: si prepara tranquillamente la faccenda, e quando la bomba scoppia, si va a passare un mese in campagna, in mezzo a parenti e amici. Il notaio nel frattempo accomoda tutto. Dopo qualche settimana si ricompare, e la gente è talmente abituata a queste bravate che le considera come delle cose amene: tutto ciò viene chiamato partorire, e molto tranquillamente si dice: “ecco un tale che torna in circolazione dopo il parto”.

Ho rilevato che la bancarotta è l’unico crimine sociale che sia epidemico e che costringa il galantuomo a imitare il lestofante. Porterò come esempio una bancarotta a fuoco di fila. Vi sono più di cento tipi di bancarotta, tanto ha aguzzato l’ingegno la filosofia moderna!

Bancarotta a fuoco di fila. L’ebreo Iscariota arriva in Francia con un capitale di 100.000 franchi, che ha lucrato con la sua prima bancarotta. Egli apre un commercio in una città dove ha come concorrenti sei ditte che godono buon credito e buona stima. Per togliere loro la clientela, Iscariota esordisce col cedere tutta la propria merce a prezzo di costo: è un mezzo infallibile per attirare la folla. Ben presto i rivali di Iscariota levano violente proteste; lui ride delle loro rimostranze e continua con più lena di prima a cedere la merce a prezzo di costo.

Allora la gente canta vittoria: “Viva la concorrenza! Viva gli Ebrei, la filosofia e la fraternità!”. Tutte le merci sono diminuite di prezzo dopo l’arrivo di Iscariota, e il pubblico dice alle ditte rivali: “Siete voi, signori, i veri Ebrei, siete voi che volete guadagnare troppo; solo Iscariota è un galantuomo: egli si accontenta di un margine modesto, perché non ha un tenore di vita brillante come il vostro”. Invano i vecchi commercianti fanno presente che Iscariota è un furfante camuffato, che prima o poi farà bancarotta; il pubblico li accusa di gelosia e di calunnia e corre sempre più dall’Israelita.

Ecco il calcolo di questo ladro: vendendo a prezzo di costo, egli ci rimette solo l’interesse sul capitale, mettiamo pure 10.000 franchi all’anno; ma si crea un mercato considerevole, si fa nei porti una nomea di grosso acquirente, e ottiene un largo credito se appena è puntuale nei pagamenti. Questa storia continua per due anni, in capo ai quali Iscariota non ha guadagnato nulla, pur vendendo enormemente. Della sua manovra non trapela nulla, perché gli Ebrei tengono solo personale giudaico, gente che odia nell’intimo tutte le nazioni, e non svela mai una ribalderia ordita da qualcuno di loro.

Quando tutto è pronto per l’epilogo, Iscariota si vale di tutto il suo credito, dà ampie commesse in tutti i porti per una somma tra i 500.000 e i 600.000 franchi, con pagamento a termine. Manda le proprie merci all’estero e svende quello che ha in magazzino. Alla fine, quando ha tutto realizzato, il buon Iscariota sparisce con il suo portafoglio e torna in Germania, dove ha inoltrato le merci acquistate a credito. Le vende immediatamente e all’uscita dalla Francia si ritrova quattro volte più ricco di quanto non fosse entrandovi; egli è padrone di 400.000 franchi, e se ne va a Livorno, a Londra, a preparare una terza bancarotta.

È allora che si aprono gli occhi, che si ritorna al buon senso nella città dove egli ha fatto il colpo. Ci si rende conto del pericolo di ammettere al commercio gli Ebrei, i vagabondi senza scrupoli. Ma questa bancarotta di Iscariota non è che il primo atto della farsa; vediamo il seguito, assistiamo al fuoco di fila.

C’erano sei case rivali dell’Israelita; chiamiamole A, B, C, D, E, F.

A si trovava già da tempo in difficoltà; si teneva in piedi senza danaro e con il proprio buon nome; ma poiché l’arrivo di Iscariota gli ha sottratto tutta la clientela, egli non ha potuto sostenere che un anno di concorrenza, dopo di che si è perso d’animo e, non comprendendo nulla di quei nuovi sistemi filosofici che tutelano i vagabondi, A si vede costretto ad arrendersi alla tattica di Iscariota e a fare bancarotta.

B ha sostenuto l’urto più a lungo: egli aveva sospettato da tempo la mascalzonata di Iscariota e aspettava che questa tempesta passasse per riacquistare la clientela rubatagli dal furfante israelita. Ma, nel frattempo, B subisce il contraccolpo di una grossa bancarotta avvenuta all’estero: ce n’è abbastanza per accelerare la sua rovina; credeva di poter resistere due anni, e in capo a quindici mesi è costretto a fare bancarotta.

C era in società con una ditta estera alla quale capita d’esser rovinata da un altro Iscariota (perché se ne stabiliscono in tutte le città). C è coinvolto nel fallimento del suo socio e, dopo aver fatto sacrifici per diciotto mesi, al fine di sostenere la concorrenza del furfante ebreo, C si vede costretto a fare bancarotta.

D aveva una probità più apparente che reale. Gli restano dei mezzi per resistere benché risenta da venti mesi della concorrenza dell’ebreo; ma, irritato dalle perdite che subisce, si lascia andare al vizio di cui tutto gli offre l’esempio. Pensa che tre dei suoi colleghi hanno aperto la strada e che lui, quarto, sarà della compagnia, adducendo a pretesto infortuni reali o fittizi. Dopo di che D, stanco di una lotta di venti mesi contro Iscariota, non trova nulla di più prudente che fare bancarotta.

E aveva prestato forti somme ai suoi quattro colleghi che sono falliti. Li credeva solvibilissimi, e realmente lo erano prima che la manovra di Iscariota li privasse della loro attività. E è colto alla sprovvista dal fallimento di queste quattro ditte; inoltre non ha più smercio: tutta la gente corre da Iscariota che vende a prezzo di costo. E vede le sue possibilità distrutte, il suo credito intaccato; lo si sollecita con urgenza, e, non potendo più far fede ai suoi impegni, finisce col fare bancarotta.

F pur non mancando di mezzi, trova di non aver più credito in tutti i porti a causa del fallimento dei cinque precedenti; il loro esempio induce a sospettare che F non tarderà a seguire le orme dei suoi colleghi. D’altra parte alcuni di essi che hanno portato a termine la transazione, vendono a prezzo bassissimo per far fronte alle prime scadenze del loro contratto. Volendo accelerare le vendite, ci rimettono un decimo e guadagnano quindi i quattro decimi, dato che si sono accordati per una perdita della metà. F si trova soverchiato da tale circostanza e costretto a fare, come tutti i suoi colleghi, bancarotta.

Così basta che un vagabondo o un ebreo metta su bottega per gettare lo scompiglio più totale tra le file dei mercanti di una grande città e per trascinare al crimine i più onesti; perché ogni bancarotta è più o meno criminosa, per quanto camuffata sotto pretesti speciosi come quelli di cui ho ammantato queste sei bancarotte; e in tutti questi pretesti non vi è quasi nulla di vero: il fatto è che ciascuno coglie destramente le occasioni di commettere un furto che resta impunito. Se alla bancarotta aggiungiamo l’aggiotaggio e tante altre infamie che sono frutto delle teorie filosofiche, non si farà fatica a condividere l’opinione che ho precedentemente espresso: e cioè che i Civili non hanno mai commesso tanti errori politici come da quando sono caduti nelle trappole dello spirito mercantile, di quei sistemi che pretendono che qualunque iniziativa proveniente dai commercianti non può che volgersi al bene generale, e che bisogna lasciare loro una completa libertà senza esigere alcuna garanzia sui risultati delle loro operazioni.

Eh! come mai i filosofi, che sognano solo contrappesi e garanzie, non hanno pensato a procurare al corpo sociale quella garanzia che i governi hanno il buon senso di esigere dai loro agenti fiscali? Un sovrano si assicura della scrupolosità dei suoi esattori mediante una cauzione pecuniaria e mediante la minaccia di un sicuro castigo per il caso che essi osino mettere in pericolo e dissipare il pubblico denaro, di cui sono depositari.

Perché non accade che la metà dei pubblici esattori si appropri del ricavato delle imposte e dichiari al governo in un’epistola lamentosa: “La congiuntura sfavorevole, le circostanze critiche, gli incresciosi rovesci di fortuna, ecc. In breve, io faccio bancarotta, fallimento o come volete chiamarlo. La vostra cassa dovrebbe contenere dieci milioni; io offro di rendervene la metà, cinque milioni pagabili in cinque anni. Abbiate comprensione delle sventure di un esattore sfortunato; mantenetemi la vostra fiducia e la gestione della vostra cassa, senza di che non potrei neppure pagarvi quella metà di cui vi faccio offerta. Ma se mi confermerete nel mio posto e nella mia funzione, mi sforzerò di far onore ai miei impegni, vale a dire vi farò omaggio di una seconda bancarotta quando la cassa sarà di nuovo piena”?

Ecco in sintesi il contenuto di tutte le lettere dei falliti. Se gli esattori non seguono il loro esempio, è perché sono certi che nessuna teoria filosofica potrebbe salvarli dalla pena alla quale sfuggono i bancarottieri, sotto l’egida del principio: “Lasciate ai commercianti una piena libertà, senza esigere garanzie circa le loro malversazioni”.

Riassumendo, dato che il corpo dei negozianti è depositario di una parte del pubblico denaro, e dato che ciascun negoziante usa dei depositi che ha presso di sé per azzardare speculazioni rischiose che hanno come solo principio ispiratore il suo capriccio individuale, è logico che si incorra in svariate cantonate e in parecchie bancarotte, per effetto delle quali i produttori e i risparmiatori subiscono il danno delle folli imprese cui non hanno dato il loro consenso. Per porre riparo a tale ingiustizia bisognerebbe sottomettere il corpo dei commercianti a un obbligo tale per cui ogni negoziante ed ogni società di imprenditori non possano mettere a repentaglio e perdere se non quello che possiedono.

Vi è un sistema che permette di raggiungere tale scopo, che rende il corpo dei commercianti garante di se stesso e il corpo sociale garantito contro il commercio. Una volta messo in atto tale sistema, la bancarotta, l’aggiotaggio e il discredito non potranno più esistere. Le relazioni commerciali richiedono al massimo un quarto degli agenti e dei capitali che oggi esse sottraggono al lavoro produttivo. Non c’è urgenza di far conoscere questo sistema, che è un procedimento del sesto periodo, e che è in tutto e per tutto opposto a quell’assurdo metodo denominato libera concorrenza.

Continuiamo sugli scandali mercantili, sulle rapine che avrebbero dovuto indurre a diffidare del sistema commerciale attuale nel suo complesso, e a cercare un metodo di scambio meno imperfetto della libera concorrenza, che sarebbe meglio chiamare concorrenza anarchica.

Frode del corpo sociale tramite l’accaparramento

L’oro dà una parvenza di beltà persino alla bruttezza. [Boileau, Satires, VIII].

Mai questa massima ha trovato una conferma migliore che nella tutela e nella considerazione che hanno ottenuto gli accaparratori sotto l’usbergo della filosofia moderna, la quale ha come unico metro di giudizio il peso dell’oro, e blandisce tutti i vizi in voga per nascondere la propria incapacità a porvi rimedio.

L’accaparramento è il più odioso tra i crimini commerciali perché colpisce sempre la parte malata dell’economia. Se sopravviene una penuria di viveri o di qualsiasi merce, gli accaparratori stanno in agguato per aggravare il male, impadronirsi delle scorte esistenti, accaparrare quelle in arrivo, distrarle dalla circolazione, raddoppiarne, triplicarne il prezzo con manovre che ne esagerano la scarsità, e diffondono timori che troppo tardi vengono riconosciuti per infondati. Nell’ambiente economico essi fanno l’effetto di una banda di carnefici che vada sul campo di battaglia a straziare e ad esulcerare le piaghe dei feriti.

Una circostanza che ha contribuito al favore di cui oggi godono gli accaparratori è il fatto che siano stati perseguitati dai Giacobini; da questa lotta essi sono usciti più trionfanti che mai, e chi levasse la voce contro di loro passerebbe sulle prime per un seguace della Giacobineria. Ma non sappiamo forse che i Giacobini hanno massacrato indistintamente tutte le categorie di persone, sia gli onesti che i malfattori? Non hanno forse mandato sullo stesso patibolo [Jacques] Hébert e [Guillaume] Malesherbes, [Pierre] Chaumette e [Antoine de] Lavoisier? E per il fatto che questi quattro uomini sono stati immolati alla medesima fazione ne consegue che debbano essere messi sullo stesso piano, e si dirà che Hébert e Chaumette sono persone degne perché, come Malesherbes e Lavoisier, sono stati sacrificati dai Giacobini? Lo stesso ragionamento vale per gli accaparratori e gli aggiotatori, i quali, per essere stati perseguitati dai nemici dell’ordine, sono, ciò nondimeno, dei fautori di disordine, degli avvoltoi scatenati contro l’onesta attività economica.

Essi hanno tuttavia trovato dei paladini in quella categoria di dotti denominati economisti; e nulla oggi riceve più rispetto dell’accaparramento e dell’aggiotaggio, i quali, nel gergo dell’epoca, sono detti la speculazione e la banca, perché non si conviene chiamare le cose con il loro nome.

Un effetto assai singolare dell’ordine civile è che, se si reprimono direttamente le classi palesemente perniciose, come quella degli accaparratori, il male si estende, le merci scarseggiano ancora di più, e di ciò ci siamo a sufficienza convinti sotto il regno del Terrore. Cosa, questa, che ha indotto i filosofi a concludere che bisogna lasciare fare ai commercianti. Bel rimedio contro un male, tenerselo, perché non si conosce alcun antidoto! Avreste dovuto cercarlo, e fino a quando non ne aveste trovato, avreste dovuto stigmatizzare i loro loschi traffici invece di vantarli, avreste dovuto promuovere la ricerca di un sistema atto a tenerli a freno (la concorrenza societaria).

Eh! perché mai i filosofi coonestano delle calamità come la bancarotta, l’aggiotaggio, l’accaparramento, l’usura, ecc.? Perché altrimenti l’opinione pubblica obietterebbe loro: “Noi conosciamo tutti questi mali che voi lamentate, ma poiché voi siete dei dotti più illuminati di noi, sforzatevi di trovare dei rimedi; finché non lo farete la vostra scienza, la vostra retorica ci saranno inutili, come le chiacchiere di un medico che ammannisca al malato del greco e del latino, senza procurargli alcun sollievo”. I filosofi, prevedendo questo imbarazzante discorsetto, reputano conveniente chiuderci gli occhi sul male, piuttosto che denunciarlo: così ci dimostrano che l’accaparramento e l’aggiotaggio sono la perfezione del perfezionamento della perfettibilità. Coi loro sproloqui sui metodi analitici, le astrazioni metafisiche e le percezioni delle sensazioni che nascono dalle idee, vi sprofondano in un letargo scientifico, vi convincono che tutto va per il meglio nell’ordine sociale. Costretti, per vivere, a sfornare libri, a imbastirne su un argomento qualsiasi; abituati, come gli avvocati, a perorare la buona come la cattiva causa, essi trovano molto più comodo vantare e colorir di rosa i vizi dominanti, piuttosto che occuparsi dei rimedi, nella cui ricerca correrebbero il rischio di consumare vanamente le loro veglie, senza riempire neppure un volume.

Ciò spiega perché gli economisti, Smith tra gli altri, abbiano plaudito all’accaparramento come a un’operazione utile al bene generale. Esaminiamo le prodezze di questi accaparratori o speculatori. Ne citerò due, una relativa all’accaparramento dei cereali, che è il più dannoso, e l’altra relativa all’accaparramento di materie prime, che sembra tollerabile perché assassina soltanto la produzione invece di assassinare direttamente il popolo.

1) Accaparramento dei cereali. Il principio fondamentale dei sistemi commerciali, il principio: “Lasciate un’illimitata libertà ai commercianti”, garantisce loro la proprietà assoluta delle derrate nelle quali trafficano: essi hanno il diritto di toglierle dalla circolazione, di occultarle e perfino di bruciarle, come ha fatto più di una volta la Compagnia Orientale di Amsterdam, che dava fuoco pubblicamente a dei depositi di cannella per far salire il prezzo di questa merce. Ciò che essa faceva con la cannella, l’avrebbe fatto col grano, se non avesse temuto il linciaggio popolare; avrebbe bruciato o lasciato andare a male una partita di grano per vendere l’altra al quadruplo del suo valore. Eh! non vediamo forse tutti i giorni, nei porti, gettare in mare delle scorte di grano che il commerciante ha lasciato marcire per aver atteso troppo a lungo un rialzo? Io stesso ho presieduto in qualità di commesso a queste infami operazioni e un giorno ho fatto buttare in mare ventimila quintali di riso, che sarebbe stato possibile vendere con un onesto utile prima che si deteriorassero, se il detentore fosse stato meno avido di guadagno. È il corpo sociale che subisce il danno di questi sperperi che si rinnovano quotidianamente sotto i nostri occhi al riparo del principio filosofico: “Lasciate fare ai commercianti”.

Supponiamo che, in omaggio a tale principio, una ricca compagnia di mercanti accaparri in un anno di carestia, come il 1709, i cereali di un piccolo Stato, per esempio l’Irlanda, quando la penuria generale e i divieti di esportazione degli Stati vicini renderanno pressoché impossibile l’approvvigionamento all’estero. Supponiamo che la compagnia, dopo aver fatto incetta di tutti i cereali che erano in vendita, rifiuti di cederli a meno di un aumento triplo e quadruplo, dicendo: “Questo grano è nostra proprietà; a noi va di guadagnarci sopra quattro volte più di quanto ci è costato; se rifiutate di pagare su questa base, procuratevi altro grano da altri commercianti. Intanto può darsi che un quarto del popolo muoia di fame, ma a noi poco importa; noi persistiamo nella nostra speculazione, secondo i princìpi della libertà commerciale consacrata dalla filosofia moderna”.

Io domando in che cosa il modo di procedere di tale compagnia differirebbe da quello di una banda di ladri, dato che il suo monopolio costringerebbe l’intera nazione, sotto pena di morir di fame, a pagare alla compagnia una taglia pari al triplo del valore del grano che essa cederebbe.

E considerando che la Compagnia, in conformità alle leggi della libertà commerciale, ha il diritto di non vendere a nessun prezzo, di lasciare marcire il grano nei suoi granai mentre il popolo crepa, credete voi, in coscienza, che la nazione affamata sarebbe obbligata a morire in omaggio al bel principio filosofico: “Lasciate fare ai commercianti”? No, certamente. Riconoscete dunque che il diritto di libertà commerciale deve subire delle limitazioni secondo le necessità del corpo sociale; che l’individuo, provvisto in sovrabbondanza di una merce di cui non è né produttore né consumatore, deve essere considerato come depositario vincolato e non come proprietario assoluto; riconoscete che i commercianti o intermediari degli scambi devono, nella loro attività, sottostare al bene della collettività, e non essere liberi di intralciare i rapporti generali con tutte le manovre più deleterie che i vostri economisti ammirano.

Allora, i soli commercianti dovrebbero essere dispensati da quei doveri verso il corpo sociale che vengono imposti a tante altre categorie più benemerite? Quando si lascia carta bianca a un generale, a un giudice, a un medico, non li si autorizza con ciò a tradire l’esercito, ad assassinare l’ammalato o a depredare l’innocente. Noi vediamo che queste diverse persone vengono punite quando prevaricano: si decapita un generale fellone, si manda un intero tribunale davanti al ministro, e solo i commercianti sono intoccabili e sicuri dell’impunità! L’economia politica vuole vietare qualsiasi controllo sulle loro macchinazioni; se essi affamano una contrada, se scombussolano la sua economia con degli accaparramenti e delle bancarotte, tutto è lecito per via della sola qualifica di mercante! Così il ciarlatano da commedia, che accoppa tutti con le sue pillole, trova una giustificazione nella semplice formula: “medicus sum”; e analogamente, nella nostra epoca di rigenerazione, ci si vuole convincere che una categoria tra le meno avvedute del corpo sociale non può mai, nelle sue trame, agire in maniera contraria al bene dello Stato. Un tempo era l’infallibilità del Papa, oggi è quella dei mercanti che si vuole sancire.

2) Accaparramento di materie prime o di merci. Ne dimostrerò la perniciosità richiamandomi a un fatto che si sta verificando sotto i nostri occhi nel momento in cui scrivo. Si tratta dell’enorme rialzo del prezzo dei generi coloniali, zucchero, caffè, cotone, ecc. Parlerò in particolare del cotone, perché è il prodotto che ha subito l’aumento più forte e che era più urgentemente necessario per le nostre manifatture ancora in erba, sorte da pochi anni per la sollecitudine e gli incentivi dell’Imperatore. Quello che dirò sulle questioni d’attualità vale per ogni tipo di accaparramento.

Nel corso dell’ultimo autunno [1806], si era subodorato che l’arrivo dei generi coloniali e soprattutto quello del cotone avrebbero subito degli intralci, e che i rifornimenti avrebbero patito dei ritardi. Non c’era per questo motivo di temere che le fabbriche francesi rimanessero sprovviste, perché c’erano a quell’epoca delle scorte di cotone che avrebbero potuto sopperire al consumo di un anno (ivi compresi gli acquisti fatti all’estero e inoltrati in Francia). Il governo, per mezzo di un inventario, avrebbe potuto far constatare che le fabbriche erano rifornite per un anno, nel corso del quale ci sarebbe stato il tempo di cautelarsi. Ma sono intervenuti gli accaparratori, hanno rastrellato e immagazzinato le scorte esistenti e hanno diffuso la convinzione che le fabbriche sarebbero rimaste sprovviste in meno di tre mesi: ne è seguito un rialzo che ha portato il cotone al doppio del prezzo normale, rialzo che minaccia di rovina la maggior parte delle manifatture francesi, le quali non possono alzare il prezzo dei tessuti proporzionalmente a quello del materiale grezzo o filato. Di conseguenza, un gran numero di fabbricanti ha già chiuso i battenti e licenziato i propri operai.

Eppure le materie prime non mancano; al contrario, i ricchi produttori tessili sono divenuti essi stessi accaparratori, e li vediamo trafficare le loro eccedenze, i cotoni acquistati per specularci sopra, sui quali fanno dell’aggiotaggio dopo essersi riservati approvvigionamenti sufficienti per alimentare le loro filande. Per farla breve, si trova presso gli speculatori quel superfluo che manca ai consumatori abituali; e in definitiva la Francia non è affatto sprovvista di materie prime e non c’è alcun pericolo che ne resti priva: è un dato di fatto.

In tale congiuntura, qual frutto si è tratto dalla sfrenata libertà commerciale, dalla libera concorrenza? Essa ha avuto come risultato:

1) Di raddoppiare il prezzo di una materia prima di cui non c’era penuria effettiva e il cui prezzo non sarebbe dovuto salire che poco o nulla.

2) Di disorganizzare le manifatture impiantate con stento e fatica.

3) Di impinguare una cricca di trafficanti, a detrimento dell’attività produttiva, e ad onta del Sovrano che essi oltraggiano distruggendo la sua opera.

Ecco delle verità incontrovertibili. A ciò si replicherà che se le autorità ponessero dei limiti alla libera concorrenza, alla illimitata libertà di accaparramento, il male sarebbe forse ancora peggiore. Ne convengo, ma con ciò voi dimostrate che i vostri economisti non conoscono alcun rimedio contro l’accaparramento. È questo un buon motivo per non cercarne, e ne segue forse che l’accaparramento è un bene? Quando voi non conoscete un antidoto contro una piaga sociale, abbiate almeno il coraggio di ammettere che essa è una calamità; non date retta ai vostri filosofi che ve la decantano per parare l’accusa di non saperla curare. Quando vi suggeriscono di tollerare l’aggiotaggio e l’accaparramento, per tema di un male maggiore, essi somigliano a un ignorante che vi consigliasse di tenervi la febbre perché non saprebbe con quale medicina combatterla.

E per il fatto che non si conoscono sistemi per prevenire l’accaparramento, era prudente tollerarlo indiscriminatamente, come si fa al giorno d’oggi? No, ed io dimostrerò che un atto d’autorità avrebbe sovente evitato grandi sventure, senza commettere violazioni né degenerare nell’arbitrio. Diamone un esempio facendo riferimento alle circostanze attuali.

Supponiamo che il governo, per salvare le sue manifatture di cotone che hanno arrecato un colpo tanto funesto all’Inghilterra, avesse voluto reprimere gli accaparratori, e che la polizia si fosse presentata al tal banchiere di Parigi che aveva nel gennaio [1807] una scorta di cotone per cinque milioni, prezzo d’acquisto, e per la quale rifiutava otto milioni in contanti, perché, molto modestamente, voleva raddoppiare il proprio capitale in tre mesi. Le autorità avrebbero potuto dirgli: “L’incetta di materie prime attuata da te e dai tuoi compari minaccia di rovina le nostre manifatture, alle quali tu rifiuti di vendere con un onesto utile; di conseguenza ti si intima di cedere le tue scorte accontentandoti del guadagno di un quarto o di un quinto anziché del doppio che ne pretendi. I tuoi cotoni saranno distribuiti ai piccoli manifatturieri (e non ai grossi, che sono essi stessi degli accaparratori coalizzati per taglieggiare i piccoli)”.

Quale sarebbe il risultato di un simile provvedimento?

Osserviamo innanzitutto che esso non avrebbe nulla di vessatorio, perché l’accaparratore, ottenendo in capo a tre mesi, sei milioni per delle scorte che gliene sarebbero costate cinque, lucrerebbe in tre mesi il 20%: quattro volte più di quanto non guadagni in un anno un possidente sfruttando con fatica il suo fondo.

E in seguito a tale intimazione, tutti gli altri accaparratori che volevano raddoppiare il loro capitale, e che vi sono riusciti, si sarebbero risolti a cedere i loro cotoni con un utile del 20%; e le fabbriche non avrebbero avuto quasi alcuna difficoltà e non sarebbero state costrette, come invece sono, a chiudere gli stabilimenti e a licenziare gli operai. Questo atto d’autorità avrebbe salvato l’industria e fatto benedire il governo; esso non avrebbe in alcun modo rallentato le spedizioni fatte dai nostri soci, perché se degli Americani ci inviavano nel 1806 del cotone nella speranza di venderlo a cento scudi il quintale, lo avrebbero inviato ancora più volentieri per venderlo a centoventi. Dal che si vede che l’autorità deve intervenire contro l’accaparramento, non alla maniera dei Giacobini che defraudavano il possessore pagandolo con della carta straccia, ma per limitare il profitto allorquando esso degenera in estorsione.

Quando dunque si prevede la penuria di una merce qualsiasi, e quando la sua scarsità può spingere gli speculatori a farne incetta, conviene dichiararla fuori commercio e calmierarla, fissando un tasso di guadagno sufficiente per incoraggiare gli approvvigionamenti, come un quarto o un quinto in più del corso normale; conviene vietarne l’acquisto e il commercio, anche indiretto, a tutti quei trafficanti che non ne abbiano uno spaccio o un mercato riconosciuti; conviene limitare i rifornimenti di ciascun negoziante in proporzione al suo smercio abituale, che egli potrà attestare allegando la media delle sue vendite di varie annate.

Non mi dilungo ad indicare le misure transitorie contro l’accaparramento, misure che è del tutto superfluo far conoscere, dal momento che la concorrenza societaria, o sistema commerciale del sesto periodo previene anziché reprimere l’accaparramento ed altri disordini. E nell’ignoranza dei mezzi per prevenirlo, è imperdonabile non aver sperimentato almeno dei palliativi, come la messa fuori commercio: è questo che avrebbe dovuto fare la Francia nel corso di quest’inverno, specialmente per il cotone, perché la prosperità dei nostri cotonifici stava per assestare un colpo mortale alla Compagnia inglese delle Indie e alle fabbriche insediate sul suolo inglese.

E per aver lasciato salire i prezzi delle materie prime al doppio del corso normale, c’è stato forse un incremento negli approvvigionamenti? No; la materia grezza potrebbe quadruplicare il proprio prezzo senza che tale rialzo riesca a rimuovere gli impedimenti che ostano al suo arrivo. Il rincaro delle materie prime non ha dunque altro risultato che di depredare le fabbriche e i consumatori a vantaggio degli accaparratori. Orbene, in un momento di crisi nel quale è consentito discostarsi dalle regole consuete, chi bisognava tutelare, la massa dei consumatori e dei fabbricanti, o alcuni uccelli rapaci coalizzati per scombussolare l’economia con falsi terrori e con un’incetta di merci delle quali il giorno innanzi essi non avevano né smercio né richiesta né conoscenza?

Come sarebbe facile confondere questi speculatori ritorcendogli contro le loro stesse argomentazioni! A sentir loro, verrà a mancare tutto; presto non riusciremo ad acquistare le merci neppure a peso d’oro. Al che le autorità potrebbero ribattere: “voi credete che sia possibile rifornire le fabbriche e il mercato, oppure non lo credete. Sia nell’uno che nell’altro caso sarete obbligati a cedere le vostre scorte; perché se d’ora in poi gli arrivi saranno sospesi, se la penuria sarà completa, diverrà inutile appoggiare le vostre manovre, che accelerano la rovina dell’industria taglieggiandola e ostacolandone l’attività in un momento di crisi. Ma se restano delle possibilità di arrivo e di approvvigionamento, voi siete dei perturbatori, degli allarmisti che aggravate una difficoltà momentanea. Così, checché ne pensiate sulla regolarità o sulla sospensione degli arrivi, siete degli individui da punire, e dovete ritenervi fortunati che ci si limiti ad estromettervi dal commercio e a farvi vendere le vostre scorte consentendovi l’enorme guadagno di un quarto al di sopra del prezzo corrente”.

Continuando questa discussione, mi sarebbe agevole dimostrare che si sarebbe potuto, senza intralcio per le relazioni commerciali, mettere un freno alla licenza degli accaparratori. Se ne è sentita la necessità per il pane e per il commercio dei grani, settore nel quale il governo interviene in ogni paese. È noto che, se gli accaparratori di frumento godessero di una piena libertà, se potessero costituire delle società per incettare il raccolto sul campo e immagazzinare il grano senza metterlo in circolazione, si avrebbero delle carestie ricorrenti e periodiche, anche nell’annata più prospera. Eh! quante volte gli speculatori sono riusciti ad affamare una contrada, nonostante il pericolo d’essere lapidati dalla folla e ostacolati dal governo, che in un momento d’emergenza potrebbe requisire e far vendere le scorte immagazzinate piuttosto che ridurre il popolo alla disperazione! Se già vediamo gli speculatori sfidare talvolta ogni pericolo, cosa farebbero nel caso che godessero di un’assoluta libertà e di una tutela certa nell’accaparramento dei cereali?

Scrittori politici, che redigete teorie sui doveri dell’uomo, non ammetterete che anche il corpo sociale ha dei doveri? E il primo di essi non è forse quello di reprimere dei parassiti che sconvolgono l’economia e che costruiscono la loro fortuna esclusivamente sulle piaghe da cui è afflitta la loro patria? Se aveste avuto il coraggio di denunciare simili mali, non avreste tardato fino ad oggi a scoprirne il rimedio (la concorrenza societaria). Oh! quanto l’antichità, sotto tanti aspetti assurda, è stata più saggia di noi in fatto di politica commerciale! Essa ha recisamente stigmatizzato gli abusi del commercio; ha votato all’esecrazione questi avvoltoi dell’economia, questi accaparratori degni d’essere incensati dalla filosofia moderna, che è l’apologeta svergognata di tutte le infamie che fanno ammassare dell’oro.

Frode del corpo sociale tramite l’aggiotaggio

L’aggiotaggio è parente stretto dell’accaparramento. Entrambi hanno soggiogato l’opinione pubblica al punto da piegare perfino i sovrani e da contrastare apertamente tutte le imprese dei governanti che, abbindolati da qualche sofisma, non osano neppure pensar di resistere, né proporre la ricerca di un sistema commerciale diverso.

Ecco un esempio della tirannia che l’aggiotaggio esercita sopra i sovrani. Scelgo un fatto recente, l’ultima prodezza degli aggiotatori francesi.

Durante l’ultima campagna contro l’Austria [1805], un fosco complotto mercantile controbilanciò i trionfi di Ulma e di Austerlitz. Nel momento in cui la Francia manifestava la più cieca fiducia nell’operato dell’Imperatore, gli aggiotatori riuscirono a far esplodere i sintomi di una sfiducia generale. Si sarebbe detto che ci fosse [Terenzio] Varrone alla testa delle nostre armate. In due mesi i mestatori di Parigi provocarono catastrofi inaudite nell’economia francese; ci volle quella sequela di vittorie fulminee e strabilianti per imbrigliare finalmente l’aggiotaggio che minacciava di far crollare tutto il credito pubblico; e c’è da rabbrividire al pensiero della crisi finanziaria nella quale sarebbe caduta la Francia se soltanto avesse combattuto una campagna neutra, senza successi né sconfitte.

Gli allarmisti prendevano a pretesto un anticipo rilasciato, a loro dire, dalla Banca di Francia per l’inizio della campagna. Si valutava tale prestito a cinquanta milioni, che sono soltanto la centesima parte del reddito dello Stato francese. E quand’anche il suddetto prestito non avesse avuto la copertura dei capitali della Banca e della delega alla riscossione dei tributi, non era forse pienamente garantito agli occhi dei Francesi, dalla fiducia riposta nel Sovrano? Essi che si burlerebbero di inferno e cielo messi insieme quando vedono Napoleone a capo dei loro eserciti, come avrebbero potuto preoccuparsi per un mutuo che ammontava soltanto alla centesima parte del reddito nazionale? Lungi dal nutrire dei timori all’inizio di una campagna, i Francesi scommetterebbero volentieri una parte del loro capitale sulla vittoria del loro Imperatore: essi non avevano dunque il minimo dubbio sul recupero del modesto prestito in questione. Eppure l’aggiotaggio riuscì a scatenare i primi sintomi di una sfiducia generale e a screditare la Banca che esaudiva i voti di tutti i Francesi assecondando gli sforzi del loro degno Capo.

Vi è dunque una forza che si fa gioco degli eroi come delle opinioni dei popoli: è l’aggiotaggio, che dirige a proprio arbitrio tutto il meccanismo economico. Esso lascia gli Stati alla mercé di una classe parassita la quale, non proprietaria né manifatturiera, vigile solo al suo portafoglio, e in grado di cambiar patria da un giorno all’altro, ha interesse a gettare lo scompiglio in ogni contrada e a perturbare uno dopo l’altro i vari rami dell’economia. E quando si vedono le nostre teorie economiche dare man forte a tali flagelli, aggiotaggio, accaparramento, bancarotta, ecc., che straziano senza posa tutto il sistema economico, che si fan gioco degli stessi sovrani e della fiducia che essi ispirano ai popoli; quando si vedono, dico, queste e tante altre infamie prodotte dal sistema della illimitata libertà commerciale, nessuno scrittore ha il coraggio di denunciare quest’assurda scienza economica, di condannare in blocco tutto il meccanismo commerciale e di proporre la ricerca di un nuovo sistema di relazioni economiche! Ciascuno si inchina vilmente davanti agli abusi commerciali di cui nell’intimo s’indigna, e ciascuno intona le lodi del commercio senza pensare alla maniera di scuoterne il giogo. Tanto si sgomentano i Civili quando sono in gioco riforme che richiederebbero una scoperta politica di cui essi si ritengono incapaci!

Senza dubbio i filosofi moderni arrossiscono tra sé e sé dei risultati del loro sistema mercantile; ma, per amor proprio, lasciano che il male peggiori; blandiscono questi pigmei politici, questi aggiotatori e accaparratori che non hanno l’abilità di tenere a freno; avvezzano l’opinione pubblica a tremare e a genuflettersi al solo nome del commercio. Che bella smentita danno simili scandali a quella ragione che si vanta d’aver attinto la perfezione! In quale pantano l’economia politica ha gettato gli Stati moderni! Non era forse minore la nostra degradazione, e la Civiltà non era meno spregevole, quando la filosofia mercantile e le scienze economiche non erano ancora nate?

Vogliamo convincerci con alcuni particolari che questi mestatori, tanto riveriti sotto il nome di speculatori, non sono altro che dei clubisti addomesticati, che un covo di Giacobini dell’economia? Come i clubisti essi hanno la proprietà di fare setta, e tra loro regna un perfetto accordo allorché si tratti di esacerbare qualunque piaga che si apra nel sistema economico. Come i clubisti sapevano interporsi tra il governo e il popolo per dominare l’uno e l’altro, così i mestatori mercantili sanno porsi come mediatori tra il governo e la produzione, subordinare l’uno e l’altra alle loro trame, abbindolare e illudere tutti con una finta sollecitudine per le necessità dell’agricoltura. Senza autorità legale, come i club, essi riescono a muovere tutto secondo i loro interessi. I placet delle autorità a favore dell’agricoltura o delle manifatture non sono di solito che l’espressione dei segreti voleri dell’aggiotaggio. È questo che il più delle volte raccoglie i frutti delle facilitazioni che il governo crede di concedere all’onesta attività produttiva. I mestatori commerciali possiedono in sommo grado, come i club l’arte di dividere e di battere i propri rivali uno ad uno; i metodi di attacco sono i medesimi per gli uni e per gli altri: entrambi hanno il loro comitato d’inquisizione segreta per ordire grossi colpi in fatto di perturbazioni politiche; entrambi si ammantano di intenti di tutela: per gli uni è il pretesto di accelerare la diffusione dei lumi, per gli altri quello di accelerare la circolazione delle merci o dei capitali; e nella realtà i motivi che li ispirano sono tutto l’opposto delle apparenze. Nelle loro gesta ritroviamo ancora un’identica tattica: i clubisti mettono in piedi il simulacro di una grande cospirazione in seguito alla quale si arrestano mille innocenti che vengono depredati e mandati a morte, in attesa della congiura successiva che servirà a sacrificare altre vittime. Medesimo modo di procedere per i mestatori commerciali: essi simulano una grave penuria, una grave carestia, di cui hanno creato le parvenze accaparrando la merce su cui operano. La fanno salire improvvisamente a un prezzo spropositato e taglieggiano così migliaia di stabilimenti che ne fanno uso; dopo di che incettano un’altra merce per rapinare altre fabbriche e altri stabilimenti.

Così i clubisti e i lestofanti commerciali hanno in tutto e per tutto una medesima tattica, quella di creare disordini per impinguare le loro tasche simulando delle calamità. Insomma i club, o cricche di aggiotatori poveri che mirano a depredare il ricco, e gli accaparratori, o cricche di aggiotatori ricchi che tendono a depredare il povero, presentano in tutto il loro modo di procedere la similitudine più completa. Si tratta di due giacobinerie, l’una dal tratto aspro, l’altra dal tratto mellifluo; e ve ne convincerete meglio quando avrò fatto conoscere l’estensione e il graduale progresso che avrebbero avuto questi disordini nella quarta fase della Civiltà, alla quale noi tendevamo. I proprietari sarebbero allora diventati completamente schiavi del commercio, che per me è poco diverso dall’aggiotaggio, perché tutti i ricchi negozianti sono più o meno coinvolti nelle manovre di aggiotaggio e di accaparramento, malgrado le loro lagnanze affettate per tale flagello, di cui essi sono segretamente fautori e corresponsabili.

Del resto, ho osservato che gli inconvenienti politici di una professione non sono da addebitarsi al singolo individuo: che un procuratore che spolpa i suoi clienti, un aggiotatore che defrauda il corpo sociale, non meritano alcun biasimo; che la colpa ricade unicamente sulla Civiltà, la quale genera tante attività economiche perniciose, e sulla filosofia, la quale cerca di convincerci che questa infame Civiltà è il destino sociale dell’uomo e che Dio non ha ideato niente di meglio per regolare le relazioni umane.

Frode del corpo sociale a causa degli sprechi del commercio

Il male di cui parlerò ora non è scandaloso come i precedenti, ma non è per questo meno pregiudizievole.

In un’epoca in cui si cerca di economizzare sin nelle minuzie più insignificanti, come surrogando il caffè con estratto di cicoria, lo zucchero con estratto di bietola ed altre taccagnerie che servono solo a favorire le frodi dei mercanti, a spazientire i viaggiatori i quali non riescono a procurarsi merce buona a nessun prezzo; in un’epoca così pitocca, dicevo, come mai non ci si è resi conto che la principale economia dev’essere l’economia delle braccia, del personale superfluo di cui si potrebbe fare a meno, e che noi adibiamo a profusione a mansioni improduttive come quelle del commercio?

Ho già osservato che è nostra abitudine impiegare spesso cento persone in un lavoro che ne richiederebbe a mala pena due o tre se ci fosse l’Associazione; e che, a partire dal settimo periodo, potrebbero bastare venti uomini per rifornire il mercato di una città dove oggigiorno convengono mille villici. Noi siamo, in fatto di meccanismo commerciale, inesperti come dei popoli che ignorassero l’uso dei mulini e facessero lavorare cinquanta operai per triturare il grano che oggi macina una sola mola. La sovrabbondanza di addetti è dovunque impressionante e raggiunge normalmente il quadruplo del necessario in tutte le attività commerciali.

Da quando la filosofia si è messa a predicare l’amore del commercio, si vedono pullulare i mercanti persino nei villaggi. I capi famiglia abbandonano i campi per farsi venditori ambulanti; non dovessero vendere che una vacca, andranno a perdere giornate intere bighellonando per piazze, mercati e osterie. Soprattutto nelle regioni vinicole vediamo regnare questo malvezzo; dappertutto la libera concorrenza moltiplica all’infinito il numero dei mercanti e degli agenti di commercio. Nelle grandi città, come Parigi, si contano fino a tremila droghieri, quando ne basterebbero trecento per soddisfare la richiesta abituale. Analogo è lo spreco di personale nei borghi: quella cittadina dove affluiscono oggi nel corso di un anno cento viaggiatori di commercio e cento venditori ambulanti, non ne vedeva forse dieci nel 1788, quando tuttavia avevamo di che mangiare e di che vestirci a prezzi veramente modici, nonostante i mercanti non fossero neppure la terza parte di quelli attuali.

L’alto numero di rivali fa sì che essi gareggino nel gettarsi nelle imprese più folli e più rovinose per il corpo sociale; perché ogni addetto in più è, come lo erano i monaci, uno sfruttatore della società, nella quale consuma senza nulla produrre. Non è forse risaputo che i monaci di Spagna, il cui numero si calcola in 500.000, darebbero da sostentarsi a due milioni di anime se tornassero a coltivare la terra? Lo stesso discorso vale per i commercianti superflui, il cui numero è incalcolabile. E quando conoscerete il sistema commerciale del sesto periodo, la concorrenza societaria, vi convincerete che il commercio potrebbe funzionare con un quarto degli addetti di cui esso oggi si avvale, e che nella sola Francia vi sono un milione di individui sottratti alla terra e alle fabbriche per l’afflusso di personale provocato dalla libera concorrenza. La sola Francia perde dunque ogni anno quanto varrebbe a sfamare quattro milioni di persone, per colpa di un errore degli economisti.

Oltre allo spreco di braccia, l’attuale struttura determina anche sperpero di capitali e di merci; cito come esempio uno degli eccessi più frequenti al giorno d’oggi, quello della eliminazione.

Dalla Rivoluzione a questa parte non si sente parlare che di eliminazione tra i mercanti. Divenuti troppo numerosi, essi si disputano con accanimento delle vendite che diventano ogni giorno più difficili per l’affluenza dei concorrenti. Una città che consumava mille tonnellate di zucchero quando aveva dieci commercianti, continuerà a consumarne mille quando il loro numero sarà diventato di quaranta invece che di dieci. È ciò che è accaduto in tutte le città francesi. Ora sentiamo questi sciami di mercanti lagnarsi del ristagno del commercio, quando dovrebbero lagnarsi dell’eccessivo numero dei trafficanti; essi si dissanguano in spese di propaganda e di concorrenza; si avventurano negli esborsi più folli per il piacere di eliminare i loro rivali. A torto si crede che il mercante sia schiavo soltanto del suo interesse; egli è prigioniero, e tanto, della sua gelosia e del suo orgoglio: gli uni si rovinano per la vana gloria di avere per le mani grossissimi affari, gli altri per la mania di eliminare un collega il cui successo lo cruccia. L’ambizione mercantile, per il fatto d’essere oscura, non è per questo meno violenta; e se i trionfi di Milziade turbavano i sonni di Temistocle, si può dire del pari che le vendite di un rivendugliolo turbano i sonni del bottegaio vicino. Da ciò deriva quella concorrenza frenetica in virtù della quale tanti commercianti corrono alla propria rovina e si dissanguano in spese che ricadono ancora una volta sul consumatore. Perché, in ultima analisi, è sul corpo sociale che grava ogni spreco; e se un nuovo ordine commerciale (la concorrenza societaria) riuscirà a ridurre a un quarto il numero degli addetti commerciali e le spese del traffico, voi vedrete diminuire di altrettanto ogni merce; vedrete quindi aumentare la produzione proporzionalmente alla nuova domanda stimolata da tale ribasso, e proporzionalmente alla massa di braccia e di capitali restituiti ai campi in seguito a questa riduzione del personale addetto al commercio.

Gli abusi sono a catena; questo vale per il commercio come per l’amministrazione. Per esempio, la sovrabbondanza di addetti provoca l’aggiotaggio e la bancarotta: se ne è avuta una prova lampante nelle lotte delle messaggerie che, per rovinarsi l’un l’altra, avrebbero volentieri trasportato gratis i viaggiatori. Vedendo che abbassavano i prezzi per farsi fuori a vicenda, ci si diceva: “Presto ci pagheranno un premio per trasportarci in diligenza”. È importante insistere su questi particolari per dimostrare che gli economisti si sono grossolanamente ingannati credendo che l’interesse fosse la sola molla del negoziante. Quale uomo di buon senso avrebbe potuto, a sangue freddo, concepire l’idea di effettuare il trasporto in diligenza da Parigi a Rennes per diciotto lire tornesi? Ecco le follie che ha prodotto la mania di eliminare. Il risultato di queste competizioni, piacevoli per i viaggiatori, era la bancarotta dei diversi campioni che, a distanza di qualche mese, si eliminavano a vicenda. Le conseguenze delle loro bancarotte le subiva il pubblico, che si lascia sempre coinvolgere nelle imprese più folli le quali, anche se non riescono, profittano sempre al bancarottiere che froda i cointeressati non risarcendoli dei capitali investiti. È per questo che i negozianti, certi di salvarsi con una bancarotta, nell’eventualità di un rovescio, rischiano tutto per rovinare un rivale e godere della disgrazia di un vicino; simili a quei Giapponesi che si cavano un occhio sulla soglia della casa del loro nemico per fargliene cavare due dalla giustizia.

Le vecchie case di commercio, sconcertate da queste guerre di sterminio, rinunciano ovunque a una professione divenuta rischiosa e svilita dagli intrighi dei nuovi venuti, i quali spesso vendono in perdita pur di avere successo. [Mi spiego sul significato dell’espressione vendere in perdita. Spesso un negoziante è in perdita quando guadagna il 10% o il 15%, poiché può accadere che, confrontato il totale delle spese con il totale delle vendite, sia costretto a guadagnare il 25% per avere un margine netto del 10% sul suo capitale. Orbene, se egli si limita a guadagnare il 15% temendo la concorrenza, non avrà, alla fine dell’anno, neppure un soldo di guadagno, e avrà perduto gli interessi sul suo capitale e il frutto delle sue fatiche e dei suoi rischi. Ecco che cosa accade nel commercio onesto come quello rivolto al consumatore, che non dà grandi profitti come l’accaparramento; ed ecco perché vediamo molti negozianti probi languire e vacillare in capo a pochi anni, per effetto di questa concorrenza sfrenata che non lascia a ognuno guadagni e smercio proporzionati alle spese]. I vecchi, che non hanno voluto rimetterci, si ritrovano abbandonati, senza clientela, e nell’impossibilità di far fede ai propri impegni. Ben presto le due fazioni finiscono col dissanguarsi e sono costrette a ricorrere all’aggiotatore, i cui strozzinaggi accrescono le loro difficoltà, la loro insolvibilità, e accelerano la rovina degli uni e degli altri.

È così che la libera concorrenza, provocando la bancarotta, fornisce quotidiano alimento all’aggiotaggio e ne determina quell’enorme sviluppo che esso ha ormai raggiunto. Persino nei villaggi cominciano a circolare degli aggiotatori: dovunque si incontrano uomini che, sotto il nome di banchieri, non hanno altro mestiere che quello di prestare ad usura e di attizzare lotte di concorrenza. [È incredibile quanti usurai ci siano oggi in Francia. Hanno cominciato a rendersene conto lungo le rive del Reno, dove gli Ebrei si sono impadroniti con l’usura di una gran parte dei beni altrui; lo scandalo, si avverte meno nell’interno, perché l’usura viene praticata dagli indigeni. Oggi l’unico mestiere redditizio dopo l’accaparramento e l’aggiotaggio, è il prestito su pegno, su ipoteca, e il traffico dei contratti e delle obbligazioni dei mutuatari. I furbi abbandonano il commercio per darsi a questo bel mestiere che la Rivoluzione ha favorito sovvertendo la proprietà. Non voglio condannare gli usurai: ogni male politico è imputabile solo alle circostanze e niente affatto ai cittadini che ne traggono profitto. È una fortuna, in simile congiuntura, che gli Ebrei non siano ancora molto numerosi in Francia, perché questa genìa, particolarmente dedita all’usura, avrebbe già usurpato la maggior parte delle proprietà e del potere che da queste deriva; la Francia non sarebbe altro che una immensa sinagoga perché, se gli Ebrei avessero in mano soltanto un quarto delle proprietà, avrebbero un immane potere dato che sono uniti da una lega segreta e indissolubile. Questo pericolo è uno dei mille sintomi che attestano la decadenza della società, le tare del sistema economico e la necessità di ricostituirlo integralmente secondo un diverso ordine, nel caso che – Dio non lo voglia – la Civiltà si prolungasse ancora]. Con degli anticipi essi sostengono una caterva di rivenduglioli superflui che si gettano a gara nelle speculazioni più folli e che, dopo i loro fiaschi, vengono a chiedere aiuto e a farsi prendere per la gola dai banchieri. Costoro, che stanno nell’arena mercantile per gettar olio sul fuoco, somigliano a quelle orde arabe che si aggirano intorno agli eserciti, che gongolano in attesa delle spoglie dei vinti, amici o nemici che siano.

Alla vista di tante soperchierie ed assurdità generate dal commercio, si può forse dubitare che gli antichi non siano stati più saggi di noi votandolo al disprezzo? Quanto ai moderni, che scrivono teorie in suo onore, essi sono soltanto dei ciarlatani sfrontati; e si può sperare di veder regnare una qualche verità, un qualche buon ordine nel meccanismo economico, fino a quando non si sarà condannato il sistema commerciale e non si sarà trovato un sistema di scambio meno vessatorio, meno degradante per il corpo sociale?

Conclusioni sul commercio

Ho dimostrato nei quattro capitoli precedenti che il commercio, in apparenza utile all’economia, non mira che a depredarla in ogni senso; ne ho dato quattro esempi tratti dalla bancarotta, dall’accaparramento, dall’aggiotaggio e dallo spreco.

1) La bancarotta è una frode ai danni del corpo sociale a tutto vantaggio dei commercianti che non ne sopportano mai il danno: perché, se il negoziante è prudente, ha calcolato il rischio di fare bancarotta e ha stabilito i suoi profitti a un tasso che lo metta al riparo da tale presunto pericolo; se è imprudente o furfante (qualità assai vicine nelle faccende di commercio), non tarderà a fare bancarotta di sua spontanea volontà e ad indennizzarsi con il proprio fallimento di ciò che avrà perduto in venti altri. Se ne deduce che il danno della bancarotta grava sul corpo sociale e non sui negozianti.

2) L’accaparramento è una frode ai danni del corpo sociale perché il rincaro di una materia prima di cui si sia fatta incetta ricade da ultimo sui consumatori e, prima, sui manifatturieri. Questi, costretti a tenere in piedi uno stabilimento, fanno sacrifici pecuniari, producono con modesto margine, sostengono, nella speranza di tempi migliori, la fabbrica sulla quale si fonda la loro esistenza quotidiana, e solo dopo parecchio tempo riescono a imporre quel rialzo che l’accaparramento ha fatto loro subire così prontamente.

3) L’aggiotaggio è una frode ai danni del corpo sociale perché storna i capitali per metterli alle prese nelle manovre al rialzo e al ribasso, manovre che fanno lucrare enormi fortune ai giocatori più abili. Perciò i campi e le fabbriche ottengono solo a un prezzo esorbitante i capitali necessari alla loro produzione, e le attività utili, che non danno che un guadagno lento e faticoso, vengono disdegnate per le manovre d’aggiotaggio che assorbono la maggior parte del denaro liquido.

4) Lo spreco o sovraeccedenza di personale è una frode ai danni del corpo sociale per due motivi, sia perché gli sottrae un’infinità di braccia che adibisce al lavoro improduttivo, sia per la disonestà e i disordini provocati dalla lotta all’ultimo sangue di queste migliaia di mercanti, le cui truffe determinano talvolta intralci equivalenti a un divieto. [Ne darò una sola prova tra mille: si è vista la disonestà dei mercanti russi e cinesi arrivare al punto da bloccare momentaneamente gli scambi negli empori di Kiatka e Zuruchaitu. “I Russi”, racconta [Guillaume-Thomas-François] Raynal, “hanno venduto ai Cinesi delle pelli scadenti; i Cinesi hanno dato ai Russi dei lingotti falsi (ecco appunto i mercanti e i Civili). La sfiducia ha raggiunto un punto tale che le relazioni commerciali sono precipitosamente calate e per qualche tempo sono state ridotte a ben poca cosa”, benché la domanda non fosse cessata e i sovrani non avessero affatto ostacolato, ma anzi agevolato, le carovane. L’intralcio di cui ho parlato è stato avvertito solo perché coinvolgeva un gran volume di affari; si è visto declinare un ramo del commercio nonostante godesse di un’assoluta libertà, per il solo effetto della frode. Eh! quanti altri ostacoli provoca questa generale disonestà in tutti gli scambi! Quante spese, camminate, inquietudini e tempo perduto, per colui che compra una cosa di cui non conosce il valore! E se dopo precauzioni dispendiose, viaggi, ecc., si è ancora ingannati ad ogni istante quando si acquista, calcolate quale sarebbe l’economia di tempo e di denaro nel caso in cui gli scambi si realizzassero ovunque senza alcuna frode. Questo effetto può raggiungersi a partire dal settimo periodo; e già nel sesto sarebbe difficile essere vittima di qualche raggiro negli affari commerciali].

È sufficiente, credo, questa digressione per dimostrare che la libera concorrenza ha prodotto solo degli imbrogli nei rapporti economici, non soltanto nel commercio, ma in tutte le arti meccaniche e liberali alle quali essa si è estesa. Per esempio:

In meno di dieci anni questa concorrenza anarchica ha quasi distrutto i grandi teatri di Francia. La seconda città dell’Impero non riesce neppure a tenere aperto il proprio e, a partire dall’anno prossimo non le resteranno che dei baracconi per melodrammi o degli attori ambulanti. Ben presto lo straniero, arrivando nelle nostre grandi città e non vedendovi che delle arene di vandalismo letterario, domanderà quale rivoluzione abbia bandito il teatro francese dal seno della Francia. Gli si risponderà che esso è stato sacrificato a un dogma degli economisti, emuli di Robespierre, che diceva: “Vadano alla malora le colonie purché i princìpi siano salvi!”. Essi hanno detto, seguendone l’esempio: “Vadano alla malora l’arte drammatica e quella lirica purché sia salvo il principio della concorrenza anarchica”.

Senza dubbio non era questo il loro intendimento, ma essi hanno agito come se questo fosse il loro proposito, e non hanno pensato a nessuna delle misure necessarie per parare il colpo che la libera concorrenza avrebbe inferto ai grandi teatri. [I teatri, nell’attuale stato di crisi, sono tuttavia uno degli aspetti piacevoli della Civiltà. Tutti studiano piani di rinnovamento, piani nei quali si riscontra la solita angustia mentale dei Civili, i quali a qualsiasi male non sanno opporre che delle mezze misure peggiori del male. È abbastanza indifferente conoscere la maniera per far rivivere il teatro, poiché la Civiltà è prossima alla fine e l’ordine combinato produrrà in tutti i cantoni della terra degli attori tanto valenti quanto i più celebri delle nostre capitali. Ma, per non parlare che della Civiltà, vediamo quanto le sarebbe stato facile procurarsi in ogni città il suo svago preferito, vale a dire un buon complesso artistico per tutti i generi; avere a migliaia dei (Henri-Louis) Lekain e dei Mole, sì da poter fornire a tutti i centri dai 12.000 ai 15.000 abitanti compagnie buone come quelle di Parigi. Il modo sarebbe facile: consisterebbe nel formare gli attori in scuole speciali, senza aspettare che li porti il caso né che la manna cada dal cielo, uniformandosi al detto: “Aiutati che il Ciel t’aiuta”. L’istruzione pubblica, in un sistema ben organizzato, dovrebbe estendersi a tutte le professioni di provata utilità. Ora, all’attuale livello di benessere, il teatro è lo svago meno pericoloso; è persino un rimedio preventivo contro vari eccessi cui possono abbandonarsi i ceti ricchi, e perciò i buoni attori divengono di eccezionale utilità. E l’istituzione di università drammatiche e liriche era tanto più urgente in quanto i cattivi artisti sono un germe di depravazione sociale. Essi non attirano allo spettacolo che per motivi estranei all’amore per l’arte; il loro pubblico si compone di frequentatori abituali interessati esclusivamente a frivolezze e indifferenti all’estendersi del cattivo gusto; essi sviliscono i capolavori e i loro autori, travisando e rendendo ridicolo ogni lavoro che rappresentino; insomma, sono il flagello dei costumi, del buon gusto e della gloria letteraria in una nazione. Da ciò si potrà comprendere che è meglio, o non avere teatri indirizzando il pubblico verso altre abitudini (cosa che è divenuta impossibile), oppure prendere dei provvedimenti per elevare il teatro alla perfezione, creando dei vivai di attori come di tutti gli altri funzionari. Di conseguenza, bisognerebbe aprire in tutte le grandi città un conservatorio di tre facoltà teatrali, declamazione, canto e danza. Questi istituti raccoglierebbero e svilupperebbero gli sparsi talenti di un’infinità di fanciulli e di giovani poveri. Non è certo la scuola di Parigi che formerà i giovinetti di Marsiglia o di Bruxelles; bisogna dunque far sorgere delle scuole in tutte le località adatte, per coltivare i germi di talento che la natura ha disseminato nelle città e nelle campagne e preparare all’attività drammatica e lirica coloro che essa vi destina in modo evidente. Bisogna farli addestrare nel teatro principale della loro città, che ne ricaverà molto lustro senza alcuna spesa; incoraggiarli con premi pecuniari che indurranno un padre povero a coltivare anziché a soffocare fin dalla più tenera età le attitudini che il figlio potrà rivelare per le arti. Le città pullulano di fanciulli dotati di ottime disposizioni, che i genitori manderebbero alle lezioni del conservatorio nella speranza di vederli presto scritturati per mille scudi in una sala da spettacolo. Tale istituzione, se fosse opportunamente organizzata, fornirebbe in breve tempo un mare di artisti eminenti; essi diverrebbero così numerosi come lo sono oggi i saltimbanchi senza addestramento, entrati nel mestiere per effetto del caso, i quali costringono gli appassionati che se ne intendono a disertare un teatro tanto scaduto. Esso non raggiungerà lo splendore cui può pervenire se non quando lo si potrà dotare interamente di elementi istruiti con metodo, la cui tecnica sarà ispirata ai princìpi della scuola che li avrà preparati. Allora la tirannia della moda cesserà di sconvolgere l’arte; non si vedrà più un attore, cantante o ballerino, abusare del favore del pubblico per erigere a norma i suoi capricci. Le tradizioni di scuole rivali offriranno il modo di sfruttare il talento in tutte le sue sfumature, e di mettere un freno alle innovazioni sregolate che l’artista prende per delle alzate d’ingegno. Allora gli spettacoli perverranno a quel grado di perfezione, raggiunto il quale essi devono produrre un mutamento benefico nei costumi e un impulso generale verso lo studio delle arti. L’abbondanza di buoni attori e il modico costo delle loro prestazioni garantiranno la prosperità dei buoni teatri, indurranno gli autori a comporre opere valide, che diverranno tanto redditizie quanto oggi sono infruttuose. Allora il mestiere del teatrante acquisterà il lustro che spetta ai veri talenti e alle compagnie per le quali si esibiscono. Per il momento, c’è da stupirsi se tale professione è umiliata dai fischi? Uno spettacolo allestito con attori scadenti tiene lontani i ceti colti e competenti; attira per lo più il volgo ignorante. Un pubblico di tal fatta, lungi dall’esprimere una critica assennata, non esercita che un dispotismo avvilente, e impartisce le sue lezioni con una rozzezza pari al valore di coloro ai quali le rivolge. Eh! quali diritti all’indulgenza ha oggigiorno la maggioranza dei teatranti? Se alcuni meritano gli applausi, i più abbracciano il mestiere senz’altra risorsa che dell’audacia: si allenano a spese di qualche sfortunata città, dove muovono i loro primi passi, e non portano, in una seconda, altra esperienza che l’arte di saper sostenere lo scontro nelle tre prime recite, e di ridurre la platea al silenzio, per stanchezza, nel giro di una quindicina. C’è da meravigliarsi, dopo di ciò, se la professione è scaduta, se è disdegnata da tante famiglie che potrebbero farne oggetto di una speculazione vantaggiosa? Perché vi sono poche professioni più fruttuose di quella di un buon artista; se ne vedono di molto mediocri la cui remunerazione raggiunge il doppio di quella dei primi funzionari civili e militari di una provincia. Ed è per questo che è impossibile mantenere dei grandi teatri in provincia, perché gli attori, anche quelli di merito modesto, sono così rari e così esigenti che un centro di centomila abitanti non può permettersi che un piccolo teatro di farse popolari e di orrori drammatici. La disorganizzazione colpisce la Francia più di ogni altro Stato. In Francia non ci sono, come in Italia e in Germania, diverse corti che, desiderose di illeggiadrire la loro residenza, attirino ed incoraggino gli artisti garantendo loro, con la stima, anche l’agiatezza. Queste possibilità di splendore sono negate alle nostre grandi città: la loro popolazione tutta dedita al commercio, il loro tenore di vita borghese, non danno alcun appoggio, non allettano affatto l’artista. Al di fuori di Parigi, tutta la Francia non è che un luogo d’esilio, di morte, per le arti e l’ingegno; e sotto questo profilo i nostri centri di centomila anime sono ridotti al disotto delle cittadine della Germania, del tipo di Weimar e Gotha. In queste piccole capitali si vedono fiorire le scienze e le arti, sotto la protezione dei mecenati che vi governano. Che paragone avvilente per le città francesi! Le si crederebbe barbare anziché civili quando le si metta a confronto con quelle della Germania e dell’Italia: lì le muse albergano entro palazzi, in Francia esse hanno a stento delle capanne. Tutto è borgo fuori di Parigi, per quanto riguarda le scienze e le arti. Entrate nel museo di Lione: vi troverete meno che nella collezione di un rigattiere ambulante. Entrate nella biblioteca di Lione: vi troverete un mare di vecchi libercoli e quasi nessuna delle buone opere moderne. Guardate l’orto botanico di Lione, privo di qualunque ornamento e servito da tre baracche: lo prendereste per un giardino di poveri Cappuccini. Sono questi i monumenti della seconda città dell’impero più grande, della città che alimenta il lusso delle quattro parti del mondo? Lo ripeto, la Francia è tutta concentrata in Parigi; uno spirto esclusivista anima i dotti, che sono tutti riuniti lì: essi si compiacciono dello squallore delle grandi città per le quali non hanno mai proposto alcuna misura salutare. Volendo tutto svilire per far rifulgere Parigi nell’oscurità generale, volendo inaridire le umili polle che devono alimentare il grande fiume, essi hanno impoverito la stessa capitale; e per non parlare che degli spettacoli, questa città così ben fornita di tutto ciò che è propizio ai talenti, questa città che dovrebbe riversarne nelle province, è essa stessa agli estremi, non sopravvive che per la possibilità di disorganizzare i teatri di provincia sottraendo loro qualunque attore che attiri la sua attenzione. E se avesse provveduto a fornire le province degli istituti che le danno lustro, godrebbe i frutti del suo operato, vedendo numerosi artisti rifluire verso la capitale, fare a gara nel dispiegarvi le loro doti, variando quotidianamente il diletto dei suoi abitanti. Parigi deve alle province lontane i suoi attori più preziosi: giudichi essa quanti ne raccoglierebbe se il soffio vivificatore di una scuola potesse fare sviluppare i germi di talento che la natura distribuisce in ogni luogo, e che bisogna cercare non soltanto nelle cittadine, ma anche nei villaggi più modesti. La Francia, per mantenersi all’altezza nel campo delle arti e delle lettere, e per sostenere la concorrenza delle città della Germania e dell’Italia che sono favorite dal fatto che vi risiedono dei sovrani; la Francia, dicevo, dovrebbe (supponendo che la Civiltà possa prolungarsi) trattare le sue grandi città alla stregua delle città sedi di corte, e garantire loro, nei limiti del possibile, i vantaggi di una sede reale, vantaggi di cui esse sono prive per la fortunata unità dell’Impero. Per metterle alla pari con le città di corte, bisognerebbe, a spese dello Stato, dare loro dei simulacri di grandezza: come potrebbero essere un museo che raccogliesse le copie dei quadri più preziosi di quello di Parigi; una biblioteca fornita di tutte le buone opere di cui dispone quella di Parigi, opere che si potrebbero ristampare se fosse necessario. Bisognerebbe infine dotare con larghezza queste grandi città delle diverse istituzioni attinenti alle scienze e alle arti, come orto botanico, gabinetti di fisica e di storia naturale, teatro nazionale e altri organismi che creerebbe una corte se vi fissasse la propria residenza. Si immaginino in Francia venti re sotto un imperatore: essi darebbero alle loro venti capitali lo splendore che ho descritto; e tenuto presente che l’unità fa risparmiare le spese di rappresentanza che comporterebbe tale organizzazione federale, non è troppo ricompensare queste città assicurando loro almeno le fondazioni benemerite che esse otterrebbero dalla presenza della corte, mettendole sullo stesso piano delle città dei paesi nostri rivali nelle scienze, nelle arti e nelle lettere. Questi provvedimenti, che suggerivano la giustizia e il prestigio nazionale, non potevano essere accolti dai dotti di Francia: uno spirito di corpo fa sì che essi amino esclusivamente la città dove sono riuniti; Parigi è l’unico oggetto della loro sollecitudine; questa città eletta annovera tra i suoi passatempi quello di dileggiare le province che ha sistematicamente umiliato. Parigi è paragonabile a quei floricoltori invidiosi che, vedendo un tulipano, un giacinto uguale ai loro, acquistano la pianta per strapparla e distruggerla. Parigi è per la Francia ciò che gli Olandesi sono per le Molucche, dove vanno ogni anno a tagliare e ad abbattere le piante di eugenia e di miristica perché ne restino soltanto ad Amboine e nelle Banda. E c’è da meravigliarsi che Parigi abbia lasciato sussistere la famosa scuola di Montpellier, che gode in Europa di una rinomanza tanto lontana dal ridicolo di cui Parigi vuole coprire le province francesi? Per farsi un’idea del livello cui esse assurgerebbero se le scienze e le arti vi fossero incoraggiate, basta pensare a che cos’era la città di Ginevra quando era sovrana: essa deteneva nelle scienze il primato dopo Parigi (parlo soltanto delle città dove domina la lingua francese). Essa avrebbe forse detenuto lo stesso rango anche nelle arti se i suoi costumi bigotti ne avessero consentito lo sviluppo. A quell’epoca le nostre grandi città di Lione, Bordeaux, Marsiglia, Nantes non erano quasi nulla nelle scienze e nelle arti, che fioriscono solo sotto l’egida dell’autorità sovrana o nelle città che offrono loro l’opportunità di affermarsi. Ma perché compiangere le province di Francia? Esse hanno una mentalità così servile che si ritengono onorate quando viene sottratto loro qualche artista o qualche monumento per ornare la capitale che le schernisce. Simili a quegli antichi Musulmani che ritenevano una gloria morire per ordine di Sua Altezza, le grandi città della Francia dicono in coro ai Parigini: “No, no, signor, anzi, fu un grande onore a ognun di noi il sentirsi rosicchiato” [Jean de] (La Fontaine). Mai a Lione, a Bordeaux, a Marsiglia, a Nantes, si è manifestato rammarico per queste privazioni, per questa inferiorità delle scienze, delle arti e dei teatri. Mai si è concepito colà un qualche progetto per rendere queste città partecipi del lustro di cui gode la capitale. È confortante osservare che essa si autopunisce per lo squallore in cui ha lasciato le province: e per non parlare che di cose drammatiche e liriche, quante pene patiscono gli autori per il dispotismo di Parigi! Essi vedono le loro opere sottoposte a un tribunale segreto che le giudica senza appello, oppure fischiate da una platea venduta ai loro nemici; essi hanno la disgrazia di non trovare nel vasto impero di Francia una sola città che riveda il verdetto, una città in cui le arti fioriscano sotto il patrocinio di un buon teatro, una città le cui opinioni possano entrare in concorrenza con quelle di Parigi e infirmare i suoi giudizi tanto spesso lontani dal giusto. Ecco una delle mille sventure che pesano sui dotti e sugli artisti come punizione per aver provocato l’immiserimento delle province. Ben gli sta d’avere delle noie per aver voluto dar fastidi agli altri, e per non aver rispettato nei confronti di Parigi quelle regole di concorrenza per le quali fanno tanto baccano! Quanti talenti in erba vengono soffocati per il dispotismo intellettuale che la capitale esercita, per le innumerevoli umiliazioni che devono superare in questa città, unica palestra nella quale possano addestrarsi ed esibirsi! Si dice che (Antoine) Sacchini sia morto di dolore per aver sentito fischiare il suo Edipo, che è la prima tra le opere francesi. Si giudichi da ciò il numero dei buoni autori che sono stati scoraggiati dalle cabale dispotiche delle platee di Parigi! E si può dubitare che questa capitale non soffochi l’emulazione e non privi la Francia di una miriade di uomini eccellenti che potrebbero emergere, se la rivalità di qualche città li mettesse al riparo dalla tirannia parigina e garantisse ad essi un’equa valutazione delle loro opere? Dopo aver commesso l’errore di non istituire delle università drammatiche e liriche, ci si estenua in geremiadi sul declino delle lettere, del teatro, ecc. Tutto si spiega con la mancanza delle istituzioni che metterebbero le grandi città in lizza con la capitale e farebbero sviluppare i talenti di cui si è privati. Se dei motivi di gelosia o di sordida taccagneria si sono opposti a tali fondazioni, smettetela di lamentarvi per la decadenza delle lettere e del teatro. Vi si risponderà: “Non è forse giusto che un impero sia privato dei talenti che non ha voluto coltivare?”. “Non è forse giusto che l’avaro che si rifiuta di spendere per la semina non raccolga nulla nel campo dove non ha gettato alcun germe?”. Voi siete simili a questo avaro, quando trascurate di fondare i conservatori che intraprenderebbero la valorizzazione generale degli sparsi talenti dei fanciulli. In mancanza di tale provvedimento, siete poveri in mezzo alle ricchezze che la natura semina sotto i vostri piedi; siete costretti, al pari dei selvaggi che possiedono una miniera d’oro, ad accontentarvi delle pagliuzze che una polla d’acqua ha trascinato con sé].

Tutte le professioni sono state più o meno scombussolate dal sistema di illimitata libertà che si ammette per il commercio; prova ne siano la medicina e l’avvocatura. Negli anni in cui vigeva una libertà assoluta, si vedevano dei ciarlatani percorrere le campagne ed assassinare a centinaia i creduli bifolchi, al riparo del principio: “Lasciate fare la concorrenza”. D’altra parte, gli avvocati, imitando gli eletti metodi del commercio, avevano preso l’abitudine di fare incetta di pratiche, di fermare e sollecitare i villici sulle pubbliche piazze e sulla soglia del palazzo di giustizia per procacciarsi dei clienti. Questa prostituzione di un ministero fino allora onorato indignò gli animi e costrinse ad escogitare dei sistemi di repressione, come il ripristino dell’iscrizione agli albi, contrastanti con i princìpi della libera concorrenza. Nei riguardi di tale libertà, come per le libertà politiche, si è agito sconsideratamente e senza prevedere i risultati delle belle teorie filosofiche. Oggi si comincia a intuire l’errore, e per rimediarvi si commettono errori ancora più grossolani, come quello di confondere gli interessi del commercio con quelli delle manifatture, di cui esso è il naturale nemico.

Ci sarebbe voluto un bel po’ di tempo prima che i moderni giungessero a diffidare del loro idolo e a riconoscere che bisogna mutare integralmente il sistema commerciale, che è una sentina di tutti i mali.

Mi si potrà obiettare che sarebbe meglio enunciare il rimedio contro questi mali piuttosto che continuare a sentenziarci sopra, e che dovrei affrettarmi a presentare questa teoria della concorrenza societaria che può estirpare tutti i disordini del commercio.

A ciò io replico che mio intento non è di migliorare la Civiltà, ma di umiliarla e di far desiderare la scoperta di un meccanismo sociale migliore, dimostrando che l’ordine civile è assurdo nelle parti come nel tutto e che, lungi dall’aver perfezionato la ragione, i moderni cadono sempre più nella demenza politica: ne sono una prova le loro ultime fantasticherie, come la fraternità e lo spirito commerciale, contro il quale si levano e la ragione, e la natura.

La natura non può mai trarre in inganno nelle tendenze che infonde universalmente al genere umano. Quando la grande maggioranza dei popoli disprezza una professione come quella del commercio, quando tale disprezzo è loro dettato da un istinto naturale, credete pure che l’oggetto del loro disdegno cela qualche proprietà odiosa e recondita.

Chi dei due ha più buon senso, i moderni che onorano il commercio, o gli antichi, che votavano i mercanti al dispregio? Vendentes et latrones, dice il Vangelo, mettendo sullo stesso piano queste due categorie. Così la pensava Gesù Cristo, che si armò di verghe per scacciare i mercanti e disse loro con tutta la franchezza evangelica: “Avete fatto della mia casa un covo di ladri”:

Fecistis eam speluncam latronum [Matteo].

D’accordo con Gesù Cristo, la bella antichità faceva tutt’uno di mercanti e ladri, che senza distinzione poneva sotto la tutela del dio Mercurio. Sembra che a quell’epoca il mestiere del mercante fosse ai limiti dell’infamia, perché san Crisostomo assicura che un mercante non potrebbe essere gradito a Dio: così si sono banditi i mercanti dal regno dei cieli, benché vi siano stati ammessi eletti di tutte le professioni, persino un procuratore come sant’Ivo.

Riporto questi particolari per rendere nota l’opinione degli antichi che voglio mettere a confronto con quella dei moderni. Sono lontano dall’approvare quest’esagerazione degli antichi: era altrettanto assurdo proscrivere e dileggiare i mercanti, quanto è ridicolo oggi portarli alle stelle. Ma quale dei due eccessi è meno assurdo? Io propendo a favore degli antichi.

Se è vero che la filosofia moderna ama la verità, come ha potuto concedere il proprio favore alla categoria dei commercianti che è la più falsa di tutto il corpo sociale? Giudichiamone in base alla descrizione che se ne fa proprio oggigiorno che essi godono del più alto credito.

“Gli Armeni”, afferma [Jacques] Peuchet nel suo Dìctionnaìre universel de la géographie commerçante [Paris 1799], “possiedono una capacità di dissimulazione attiva e profonda, una bassezza industriosa, dei modi tanto falsi quanto suadenti, tutti i mezzucci che la frode e l’artificio possono suggerire. Rotti al dispotismo, alle umiliazioni, agli spergiuri, nulla pesa loro pur di raggiungere lo scopo; la stessa religione non è che uno strumento di più nelle loro mani per tutelare i propri interessi e le proprie truffe. In Russia essi seguono il rito greco; in Persia il maomettismo, ecc., ecc.”.

Queste poche righe bastano per dare un’idea dei sistemi del commercio e del salutare influsso che possono avere sull’ordine sociale quando vi predominano. I mercanti dei nostri giorni possono rivendicare i più bei tratti della natura armena. Per la verità, i ricchi negozianti sono abbastanza immuni da quest’odiosa natura perché è facile essere rispettabili quando si hanno centomila scudi; ma non è meno vero che lo spirito commerciale corrompe la politica e i costumi dei popoli. Cartagine e l’Inghilterra ne forniscono la prova; la loro politica ambigua, punica fides, è divenuta proverbiale; e quanto al carattere mercantile, che si può osservare nella sua genuinità solo nei ceti inferiori, citerò quello degli Ebrei, di quegli uomini che il Tableau de Londres così definisce: “duemilacinquecento Ebrei che battono le strade e i luoghi pubblici istigando i figli di famiglia a derubare i padri e i domestici a derubare i padroni, e pagano gli oggetti rubati con moneta falsa”.

Malgrado tante turpitudini commerciali che avrebbero dovuto fare indignare ogni spirito onesto, malgrado la testimonianza della ragione che, nell’analisi delle funzioni commerciali indica in esse una mediazione parassita, subalterna e fautrice di disordini, abbiamo tuttavia visto il commercio giungere al culmine della considerazione presso i moderni. [Vediamo meglio quest’assoluta inutilità dei mercanti e l’importanza dei manifatturieri, i cui interessi si vogliono confondere. I padroni delle fabbriche possono facilmente supplire all’attività dei mercanti: essi possono acquistare direttamente le materie prime, spedire direttamente i prodotti finiti, o inviare i loro commessi a farne la vendita e la distribuzione. Il mercante non può in nessun caso sostituire i manifatturieri o produrre in mancanza di essi. Se, come è accaduto a Marsiglia al tempo della peste, una città perde i suoi mercanti, immediatamente ve ne riaffluiscono di nuovi, per poco allettante che sia la sua situazione per il commercio. Se una città perde i suoi manifatturieri, come è accaduto a Lovanio, non succede che nuovi fabbricanti trasferiscano colà i loro stabilimenti. I mercanti si stabiliscono sempre in gran numero dovunque vi sia modo di trafficare liberamente e vantaggiosamente; non così le fabbriche, che non vengono impiantate nei siti dove tutto sarebbe loro propizio e prometterebbe loro il successo. L’allontanamento dei fabbricanti da una contrada ridurrebbe all’inattività tutti i mercanti di materie prime e i commissionari che lavorano per tali fabbriche, mentre l’allontanamento di tutti i mercanti non causerebbe alcuna stagnazione nelle fabbriche, i cui dirigenti e commessi possono, come ho detto, sostituire i mercanti in caso di necessità. Così i Protestanti francesi che emigrarono in Germania non furono affatto sostituiti da fabbricanti cattolici; con loro se ne andò anche l’industria; e se Luigi XIV si fosse limitato a proscrivere mercanti e banchieri, eccettuando i fabbricanti, l’anno successivo, al posto dei mercanti protestanti ci sarebbero stati altrettanti mercanti cattolici. La Francia non avrebbe subito che una perdita di danaro e di uomini, perdita cui si può porre riparo, invece che una perdita di industrie, che fu irreparabile. Vediamo che tutte le Potenze ardono dal desiderio di allogare i loro mercanti in Oriente, mentre nessuna Potenza vorrebbe che si trasferissero lì i fabbricanti d’Europa. Anzi, si auspicherebbe di attirare i fabbricanti della Cina e dell’India, mentre assai poco ci si preoccupa di attirare in Europa i mercanti e i navigatori di quegli stessi paesi. Più si insisterà in questo raffronto e più ci si convincerà che i mercanti e i banchieri devono essere sorvegliati rigorosamente e limitati alle funzioni utili di cui ho parlato. Se si accorda loro ogni licenza, secondo quanto opinano gli economisti, essi volgono i loro capitali contro l’attività produttiva, simili al soldato indisciplinato che, non appena cessi la paura della punizione, saccheggerà immediatamente la patria dove avrebbe dovuto mantenere l’ordine]. Questo doveva accadere perché la Civiltà è per sua natura propizia alla frode; essa tende per influenza del commercio a un sistema economico più odioso, più fraudolento ancora, del quale indicherò il germe.

Del resto capisco che le mie critiche debbano sembrare fuor di luogo e perfino irritanti, finché non avrò fatto conoscere il meccanismo che può rimpiazzare il commercio e far succedere il regno della verità e del buon ordine alle truffe e alle assurdità commerciali. Per il momento mi limito a denunciare la codardia di quei dotti che non hanno osato dedicarsi a tale ricerca, e che osano proclamarsi amici della verità pur facendo l’apologia del commercio.

In mancanza degli studiosi, alcuni uomini di governo hanno già tentato dei rimedi contro l’anarchia commerciale; ma siamo caduti da Scilla a Cariddi: le licenze privilegiate, che si sostituiscono all’anarchia, sono un rimedio peggiore del male; esse sono, dopo i club, il più pericoloso fomite di rivoluzione che possa introdursi nell’ordine civile.

Decadenza dell’ordine civile provocata dalle licenze privilegiate che conducono alla quarta fase

Mi limiterò a indicare l’argomento che dovremo trattare, il diritto al lavoro. Non c’è pericolo che mi metta a disquisire su quelle chimere riprese dai Greci, su quei diritti dell’uomo divenuti tanto ridicoli! Dopo i rivolgimenti provocati dal loro trionfo, come potrete credere che stavamo avvicinandoci verso nuovi disordini per aver dimenticato il primo e l’unico utile di questi diritti: il diritto al lavoro, del quale i nostri politici non hanno mai fatto menzione, secondo la loro consuetudine di trascurare in ciascun ramo di studi le questioni fondamentali?

Tra le altre violazioni del diritto in questione, citerò le compagnie privilegiate che, sfruttando un settore dell’attività lavorativa, sbarrano l’accesso agli aspiranti e rifiutano l’ammissione, anche condizionata.

L’influenza di queste società non può diventare pericolosa e provocare dei rivolgimenti se non nel caso in cui la loro disciplina venga estesa all’intero corpo commerciale. Noi stavamo per giungere a quest’innovazione che si sarebbe realizzata tanto più facilmente in quanto non se ne prevedevano le conseguenze.

I mali più grandi hanno sovente origini impercettibili; prova ne sia il giacobinismo. Prima della Rivoluzione francese c’erano dei club cui erano iscritti gli uomini più integri; e non si sarebbe mai sospettato che in simili conventicole si annidasse il germe di una tirannia più spaventosa di quella dei Nerone e dei Tiberio: perché queste non colpirono che i grandi, le capitali e gli uomini di parte, mentre i club estesero la loro persecuzione fino ai cittadini più oscuri e ai casolari più derelitti.

E se la Civiltà ha impiegato venticinque secoli a generare questa calamità, non potrebbe produrne molte altre che noi non siamo in grado di prevedere? La più imminente era il feudalesimo commerciale o appalto del commercio a compagnie coalizzate, dotate di privilegi esclusivi.

Gli estremi si toccano; e più progredisce l’anarchia commerciale, più noi tendiamo a ricorrere in via generale al privilegio che è l’eccesso opposto. È destino della Civiltà d’essere sempre sballottata da un estremo all’altro, senza attenersi al giusto mezzo.

Varie circostanze tendevano a fare riunire in corporazione i grossi commercianti, ad organizzarli in confederazioni facendone dei monopolisti consorziati, i quali, d’accordo con i grandi proprietari, avrebbero ridotto tutti i piccoli al vassallaggio commerciale e sarebbero divenuti, grazie ad intrighi concertati, padroni di tutta la produzione. Il piccolo proprietario sarebbe stato indirettamente costretto a disporre dei propri raccolti secondo la convenienza dei monopolisti; sarebbe divenuto produttore al servizio della combutta mercantile. Insomma, avremmo visto rinascere il feudalesimo in ordine inverso, basato su leghe di mercanti anziché di nobili.

Tutto congiurava per preparare quest’epilogo: lo spirito d’aggiotaggio ha conquistato i grandi; l’antica nobiltà, rovinata e spodestata, cerca distrazioni negli intrighi del traffico; i discendenti degli antichi cavalieri brillano nella conoscenza dei tariffari e nelle speculazioni di Borsa come i loro avi brillavano nei tornei. L’opinione pubblica si prosterna davanti a questi individui denominati uomini d’affari, che nelle capitali dividono il potere con i ministri ed escogitano ogni giorno dei modi per procacciarsi l’appalto di qualche ramo dell’attività economica. Sotto la loro influenza il governo, senza volerlo, tende ad impadronirsi del commercio che avoca a sé un po’ per volta e che arde dal desiderio di avocare a sé per intero concedendolo tutto in appalto: perché tutte le belle promesse di garantire la libertà del commercio somigliano assai ai giuramenti dei nostri famosi repubblicani che, giurando odio mortale alla monarchia, non aspiravano ad altro che a salire sul trono.

Noi procedevamo dunque a grandi passi verso il feudalesimo commerciale e verso la quarta fase della Civiltà. I dotti, abituati a riverire tutto ciò che viene in nome del commercio e per il bene del commercio, avrebbero assistito alla nascita di questo nuovo ordine senza inquietudine, e avrebbero consacrato la loro mediocre penna a tesserne gli elogi. L’inizio sarebbe stato tutto rose, come fu quello dei club, e il risultato l’inquisizione economica, l’assoggettamento di tutti i cittadini alle manovre del monopolio consorziato.

(Se volete sapere quale sarebbe il modo per sfuggire a tale flagello, potete consultare la nota seguente, che interessa quasi esclusivamente i commercianti. Essa indica loro il solo modo per conservare quella libertà che sono sul punto di perdere. Il governo s’indigna, in segreto, di vederli evadere le imposte alle quali si sottraggono in ogni modo, e alle quali sottostarebbero per la propria parte nel sistema di licenza proporzionale che li salverebbe dall’appalto. Si veda appresso). [Licenza proporzionale o sistema intermedio tra la libera concorrenza e il monopolio del commercio]. Questa sarebbe una disquisizione della massima importanza se la Civiltà dovesse protrarsi soltanto di dieci anni; ma poiché tale sciagura non è probabile, basterà sfiorare l’argomento e dimostrare che c’è la minaccia che il commercio venga dato in appalto, per l’esigenza di porre rimedio alla sua crescente anarchia. Come è necessario ridurre in ogni settore il personale superfluo, così è crudele escluderlo da un giorno all’altro istituendo delle licenze privilegiate. Cosa v’è di più iniquo che lasciare un ramo dell’attività economica a degli accaparratori coalizzati che, con un modesto tributo, ottengono il diritto di escludere, mettere fuori gioco e depredare i loro concorrenti? Ammettere un simile ordinamento significa riprodurre fedelmente il sistema del monopolio, che si rimprovera con tanta durezza all’Inghilterra. Le associazioni privilegiate finora non si sono accaparrate che mansioni di ordine secondario: esistono solo tra gli artigiani e gli agenti subalterni del commercio, detti mediatori o agenti di cambio. Ecco perché esse non hanno attirato l’attenzione degli osservatori, e non si attribuisce alcuna importanza all’equità o all’iniquità dei loro statuti. Queste associazioni hanno tratto vantaggio dalla loro oscurità per accelerare l’usurpazione del privilegio e per ottenerlo al prezzo più vile, a un terzo o a un quarto del suo valore. Così esse hanno accuratamente impedito che la concessione venisse messa all’asta, dove le loro offerte irrisorie sarebbero scomparse. Esse giustificano la loro usurpazione con qualche motivo plausibile, invocando alcuni disordini che provoca l’ammissione illimitata degli aspiranti al lavoro. Questi disordini, che ho indicato con il nome di concorrenza anarchica, non sono un motivo sufficiente per gettarsi da un male in uno peggiore, dalla licenza alla vessazione. Bisognava trovare una via di mezzo tra l’ammissione disordinata e l’associazione privilegiata. Io la indicherò; e si tratta ancora una volta di un calcolo da pivellini che non richiedeva alcuna competenza, ma soltanto delle vedute equilibrate che non sono in genere prerogativa degli economisti. Questo sistema, che chiamerò tassazione progressiva, deve applicarsi con estrema cautela. Esso consiste nell’esigere dagli operatori economici e soprattutto da quelli improduttivi come i commercianti, una cauzione senza interessi e una patente; l’una e l’altra devono aumentare di anno in anno; per esempio: 1807. Cauzione, 3000 franchi, Patente, 300 franchi. (Si tratta di un versamento annuale di 1.000 franchi oltre il deposito primitivo, indipendentemente dall’aumento della patente. 1808. Cauzione, 4000 franchi, Patente, 400 franchi. 1809. Cauzione, 5000 franchi, Patente, 500 franchi. E così fino a quando l’afflusso degli operatori non diminuisca e il numero di coloro che entrano nella corporazione non sia pari al numero di coloro che ne escono per decesso o per cessazione dell’attività. Allora la cauzione e la patente avranno raggiunto il punto di equilibrio al quale dovranno fermarsi fino a nuove evenienze, come quelle della pace o della guerra, che restringono o allargano il campo dell’attività economica. In tal caso la tassazione progressiva deve seguire la linea di tendenza, essere modificata in più o in meno a seconda dell’improvviso aumento o dell’improvvisa diminuzione degli aspiranti, che non devono mai essere esclusi se soddisfano ai requisiti richiesti. Applicando tale misura al commercio, l’Associazione dovrebbe raggiungere entro brevissimo tempo il massimo sviluppo, perché il rialzo annuale della cauzione e della patente e la sola prospettiva di tale rialzo, inducono i commercianti a dimenticare le loro gelosie e a costituire dei consorzi di dieci, dodici, quindici ditte, per non pagare che un’unica tassa. Appena si forma una di queste grandi associazioni, l’enormità delle sue economie e delle sue risorse spinge tutti gli incoerenti a imitarla, per alleggerire il peso della cauzione ed evitare di sostenere contro di essa una lotta individuale, il cui esito sarebbe tanto palesemente rovinoso che si rifiuterebbe ogni credito a chi si ostinasse a tentarla da solo. È con questi grandi consorzi che il governo può intraprendere le operazioni (le mutue; le filiali, ecc.) da cui nasce la concorrenza societaria, che estirpa la bancarotta, l’aggiotaggio, l’accaparramento, gli sprechi, ecc. Non tratterò qui di tali provvedimenti; mi limiterò a fare osservare che la tassazione progressiva, che è solo un preludio all’istituzione del buon ordine commerciale, raggiunge già tre scopi dei più importanti: 1) Ridurre il numero degli operatori, senza misure violente, senza esclusioni individuali, senza privilegi vessatori. 2) Istituire l’Associazione, che è la base di ogni economia e di ogni bene desiderabile nel sistema commerciale. 3) Garantire al fisco un tributo proporzionale sui diversi rami dell’attività economica difficilmente perseguibili, come il commercio, l’avvocatura, la medicina, che nell’ordinamento attuale hanno modo di sottrarsi ai gravami pubblici e di dare scacco ai sistemi finanziari. Ogni altro provvedimento che non sia la tassazione progressiva, cade nell’arbitrio e nella confusione; nuoce al governo come all’economia, sanziona i conflitti tra i privilegiati e gli esclusi. Costoro, affranti da un’esclusione che li condanna alla miseria, si scervellano per eludere l’interdizione dal lavoro e resistere alla tirannia di una società che li vuole sopraffare, privandoli d’ogni speranza d’essere ammessi al lavoro. Qualunque associazione a numero chiuso annulla i due tipi di concorrenza dovuti al compenso e all’emulazione. Abbiamo potuto convincercene con il recente esempio dei procuratori, che erano in numero sufficiente perché l’emulazione moderasse il prezzo dei loro servigi. È avvenuto il contrario: essi si sono messi d’accordo per elevare i loro proventi a un tasso tanto vessatorio che il governo ha ritenuto di dover loro mettere un freno imponendo delle tariffe. E quand’anche tale tariffa venisse rispettata, cosa che non accadrà, questo blocco dei compensi non produrrà la concorrenza per emulazione, perché ogni associazione a numero chiuso, vedendo il pubblico costretto a passare per le proprie mani, trova il proprio tornaconto nel vessarlo e nell’eseguire solo come e quando le fa comodo un lavoro nel quale non ha rivali da temere. Provate a delimitare in un porto il numero degli scaricatori; li vedrete ben presto coalizzarsi per controllare e taglieggiare il commercio. Così i commercianti nulla paventano quanto queste associazioni privilegiate di addetti; ed ecco perché ogni negoziante protegge gli avventizi tra i mediatori e gli agenti di cambio. Egli sa che senza la loro concorrenza si vedrebbero presto i detentori dell’esclusiva cadere nel menefreghismo, fare i preziosi al punto di trascurare la parte ingrata del lavoro, non incaricarsi se non degli affari facili e lucrativi; insomma, costringere il commerciante a fare da sé tutto quello che a loro non andasse. D’altra parte, i negozianti, che sono la categoria più libera della società, sono stati molto sciocchi a darsi volontariamente dei padroni nella persona dei loro mediatori, i quali possono denunciare e far punire il commerciante se ricorre ai servigi altrui. Ecco una singolare disposizione che sottomette i padroni a chi li serve: se i negozianti avessero un po’ d’amor proprio, si metterebbero d’accordo per bandire dalle proprie dipendenze questa organizzazione vessatoria fino a quando essa stessa non sollecitasse la revisione dei propri privilegi, contrari in tutto e per tutto al buon senso e all’equità. Tra i numerosi abusi prodotti dalle associazioni privilegiate, ne citerò solo uno: si tratta di far gravare alla lunga l’esclusione su tutti i candidati maggiormente degni d’essere ammessi. Infatti: supponiamo che un privilegio limiti a trenta il numero dei medici di una certa città, e che [Hermann] Boerhaave, ancora giovane, si presenti quando la corporazione è già al completo. A Boerhaave sarà per sempre precluso l’esercizio della medicina. Ecco i motivi. Dapprima egli pazienterà in attesa che uno dei trenta posti divenga vacante; arriverà il momento; ma non crediate che allora il suo talento gli garantisca l’ammissione: il posto libero sarà dato a qualche parente o compare dei detentori del privilegio, oppure a qualche abile galoppino che sarà arrivato un giorno prima di Boerhaave all’ufficio del ministero; perché si sa che gli uomini di studio e di rispetto sono sempre maldestri nell’intrallazzo. Inoltre, le corporazioni a numero chiuso vogliono godere senza fatica dei loro privilegi; hanno timore di aprire le porte a un collega troppo intelligente e troppo attivo, la cui concorrenza arrecherebbe loro fastidio oltre che danno. Tali considerazioni saranno altrettanti motivi di esclusione per Boerhaave; egli commetterà l’imprudenza di lagnarsene, perché di rado gli uomini di talento hanno la duttilità necessaria negli intrighi civili. Le sue lamentele gli alieneranno sempre più la corporazione e finiranno col farlo respingere definitivamente. È così che il sistema delle licenze privilegiate tende ad eliminare alla lunga le persone più capaci; dopo alcuni favoritismi esse non osano più attendere l’eventualità di un nuovo defunto, e rischiare di essere scartate ancora per dei nuovi intrallazzi. Esse si dedicano ad altre attività nelle quali vegetano tutta la vita e sono come perdute per la società, perché l’uomo diviene una nullità quando non ricopre il posto al quale la natura lo ha destinato. Questi diversi inconvenienti sono prevenuti dalla tassazione progressiva; essa riunisce due vantaggi pressoché sconosciuti nella Civiltà: cioè di scoraggiare il talento mediocre, e di proteggere l’uomo povero e laborioso con una cauzione che sembrerebbe doverlo escludere. Più la cauzione sarà elevata, più ridurrà quella folla di elementi parassiti che i padri avventurano in una professione senza tener conto delle loro attitudini, e che vengono a gremire le file dell’avvocatura, della medicina, del commercio, dato che la pratica delle suddette funzioni non comporta alcuna spesa considerevole. Ma la cauzione non potrà eliminare un uomo povero e capace. Infatti, se Boerhaave è senza danaro e rivela negli studi un talento superiore, potrà contare sull’appoggio dei capitalisti che cercano di sfruttare in accomandita il talento altrui, che, a scopo di speculazione affidano dei fondi a colui la cui capacità promette un ampio margine di guadagno, e preferibilmente ai giovani che non sono stati allevati nel benessere ma sono stati stimolati dalla necessità. Di conseguenza, Boerhaave, unendo al talento il bisogno di farlo fruttare, troverà tanto più facilmente l’anticipo per la cauzione, e i fornitori del prestito riterranno di fare un affare vantaggioso permettendogli la pratica di un’arte della quale divideranno gli utili. Ho fatto intuire che la tassazione progressiva e la licenza proporzionale che ne deriva, conciliano gli interessi del sovrano e dei sudditi, e che si consegue un risultato opposto se la licenza è privilegiata e limitata nel numero, come accade oggigiorno. Concludiamo dicendo che, in mancanza di tale provvedimento, l’intero commercio è sul punto di cadere in concessione privilegiata visto che questa è già in atto per le due categorie estreme, per le compagnie coloniali delle Indie, ecc., e per le associazioni di mediatori, che esercitano con privilegio esclusivo, le une le principali, le altre le infime mansioni del commercio. Questo è dunque insidiato alle due estremità dal privilegio; esso si trova nella posizione di una piazzaforte accerchiata ed assalita. In tale congiuntura da che cosa dipende che il privilegio non lo colpisca tutto? Dal bisogno di danaro in cui potrebbe venirsi a trovare qualche sovrano. Degli innovatori gli proporranno l’appalto del commercio, e questo progetto, in un momento di penuria, sarà tanto meglio accolto in quanto presenterà, oltre alla prospettiva di un risanamento, il vantaggio di un introito immediato e cospicuo nelle casse degli enti pubblici. Orbene, una volta ammesso il privilegio commerciale in un regno qualsiasi, esso si introdurrà di necessità negli altri Stati, perché i loro mercanti incoerenti verrebbero giocati in tutti i sensi dalle compagnie dello Stato vicino, che avrebbero, in tale lotta, il vantaggio che ha un esercito regolare contro delle bande indisciplinate. Non importa fare conoscere quali sarebbero i risultati di questo nuovo ordine economico, che rappresenterebbe la quarta fase della Civiltà o feudalesimo commerciale, alla cui testa ci sarebbe il sovrano. Limitiamoci a rilevare che la Civiltà correva verso tale rivoluzione economica e politica a causa di due madornali errori degli economisti, succedutisi l’uno all’altro. Il primo consiste nell’aver adottato la concorrenza anarchica, nell’aver adottato il principio: “Lasciate fare ai mercanti”, principio i cui incresciosi risultati costringono a provvedere ai mezzi di repressione. Il secondo consiste nell’aver adottato o tollerato, come mezzo di repressione, le licenze privilegiate in numero chiuso, invece delle licenze libere in numero indeterminato e adeguato alle circostanze. Non c’è bisogno di aggiungere che questo secondo tipo di licenze è una misura del sesto periodo; basta che essa favorisca l’equità e la libertà perché esorbiti dai caratteri della Civiltà, e perché sia sfuggita all’ingegno dei filosofi, sempre nemici della libertà, della giustizia e della verità. Poiché questi dotti non possiedono in fatto di commercio che della teoria senza nozioni pratiche e i negozianti che della pratica senza nozioni teoriche, gli uni e gli altri sono ugualmente pericolosi da consultare in tale materia; e il governo ha ben ragione di lamentarsi che nessuno capisca un’acca di politica commerciale, nella quale tutti rivaleggiano in imperizia. E come prova citiamo le colpe delle tre parti rispettive. Ho denunciato sopra quelle degli economisti. Le colpe del governo in fatto di commercio si riassumono nell’opera dell’Assemblea Costituente che, abile nel distruggere senza saper edificare, ha accresciuto l’anarchia nel commercio come dovunque. Sopprimendo la nobiltà per innalzare i ricchi, essa avrebbe dovuto intuire che l’influenza di questa gente oscura avrebbe costretto alla fine il governo a compiere dei passi indietro, come il rimettere in piedi una nobiltà il cui contrappeso (per non parlare che in senso commerciale) tende a mantenere i commercianti nei limiti adeguati al loro mestiere. Per il momento, inorgogliti dall’assenza di distinzioni e dai panegirici degli economisti, essi si danno a un lusso sfrenato, germe della loro immoralità, delle loro speculazioni azzardate, delle loro bancarotte e di altri disordini, il cui dilagare comportava necessariamente il ripristino del sistema vessatorio delle licenze privilegiate, non conoscendosi quello delle licenze proporzionali. Le colpe dei negozianti sono: l’essersi lasciati prendere al laccio dalle teorie dei filosofi, di cui subiscono il danno; poiché non vi è alcuno di essi che non si lamenti quotidianamente dei disordini che comporta lo straripare dei mercanti. L’avere sconsideratamente lasciato intaccare la propria libertà, i propri diritti particolari dalla licenza privilegiata, che avvia verso il privilegio commerciale. Da questo momento, l’amministrazione può incastrarli coi loro stessi argomenti e replicare loro: “Le vostre camere di commercio hanno richiesto che venissero riuniti in corporazione chiusa, che fossero sottoposti a una garanzia, a una cauzione, i mediatori o agenti di cambio, che non sono che i vostri umili commessi (perché un mediatore è un galoppino che smercia le menzogne altrui, alle quali aggiunge le proprie). Ora, è molto più urgente esigere una garanzia dai negozianti, che sono i depositari del pubblico danaro, mentre il mediatore è depositario soltanto di parole. Di conseguenza, riconoscete giusto, signori negozianti, che vi si sottoponga a una cauzione”. A questo le Camere di commercio non potranno che rispondere amen, e dire a se stesse: “Ve la siete voluta, George Dandin” (personaggio di Molière). Le colpe delle tre parti che ho or ora citato, e il progresso verso la quarta fase che ne consegue, costituiscono un garbuglio di sciocchezze che dà la misura della nostra perfezione economica. Eh! cosa dovrei dire se trattassi una materia diversa dal commercio! Eccovi dunque i lumi di questo secolo che ammassa volumi sulla politica sociale! Poveri studiosi e poveri popoli, che caos la vostra Civiltà! E quanto rimarrete stupiti quando la teoria del controcorso delle passioni vi farà veder chiaro in questo immenso dedalo civile in cui i filosofi, i popoli e i re non sono che branchi di ciechi, che cozzano l’uno contro l’altro nelle tenebre, che si rovinano a vicenda credendo di aiutarsi, attestando con i loro errori la supremazia delle passioni di cui sono tutti il trastullo, e la necessità di studiare le leggi di queste regine del mondo invece di dettar loro le nostre!].

Così nel corso di una sola generazione i filosofi avranno commesso due volte l’assurdo di far arretrare il movimento sociale: la prima volta, per un eccesso di libertà politica che nel 1793 avrebbe rapidamente portato l’Europa alla Barbarie; la seconda, per un eccesso di libertà commerciale, che oggi ci fa degradare rapidamente verso l’ordine feudale. Funesti risultati della nostra fiducia in quei ciarlatani scientifici che non mirano ad altro che a suscitare delle controversie per tirare avanti con la vendita dei loro libri! La filosofia aveva bisogno di diffondere qualche chimera per rimpiazzare le dispute teologiche che essa ha dissipato; ed è sul vitello d’oro, sul commercio, che ha gettato l’occhio, per farne l’oggetto del culto sociale e delle disquisizioni scolastiche. Non è più alle Muse o ai loro pupilli, è al commercio e ai suoi eroi che la Fama consacra le sue cento voci. Non è più questione di saggezza, di virtù, di morale; tutto questo non è più di moda, e l’incenso non arde che per il commercio. La vera grandezza di una nazione, la vera gloria, a sentire gli economisti, è di vendere agli Stati vicini più brache di quante non ne importino da essi.

La Francia, sempre pronta a entusiasmarsi ciecamente, ha dovuto gettarsi a capofitto nella follia del giorno; così in Francia non si saprebbe pensare, parlare o scrivere se non in favore del commercio. Persino i grandi sono vittima di quest’infatuazione: un ministro che voglia rendersi popolare deve promettere ad ogni borgo un commercio immenso e un immenso commercio; un gran signore che percorra la provincia deve presentarsi in ogni città come amico del commercio che viaggia per il bene del commercio. Le menti fini del XIX secolo sono coloro che ci spiegano i misteri della Borsa fino all’ultimo centesimo. Il Tempio della Rimembranza s’apre soltanto per coloro che ci insegnano perché gli zuccheri hanno ceduto, perché i saponi hanno subito una flessione. Da quando la filosofia s’è presa di gran passione per il commercio, Polimnia cosparge di fiori questa nuova scienza; le espressioni più dolci hanno sostituito il vecchio linguaggio dei mercanti, e si dice, in termini eleganti: “gli zuccheri hanno subito una flessione”, vale a dire sono diminuiti; “i saponi stanno andando bene”, il che significa che aumentano. Un tempo manovre perniciose come l’accaparramento suscitavano l’indignazione degli scrittori; oggi queste mene sono un titolo di merito, e la Fama le annuncia con tono pindarico dicendo: “Un movimento rapido e improvviso si è fatto di colpo sentire nei saponi”. A tali parole sembra di vedere le casse di sapone librarsi al di là delle nubi, mentre gli accaparratori di sapone fanno risuonare l’universo del loro nome. Di qualunque cosa attinente al commercio, non fosse che un brandello d’assegnato o un pezzo di formaggio, i filosofi non parlano che in stile aulico e con toni estatici. Sotto la loro penna, una botte d’acquavite diventa un flacone d’essenza; i formaggi esalano il profumo delle rose e i saponi eclissano il candore dei gigli. Tutti questi fiori retorici contribuiscono potentemente al successo dell’economia; essa ha trovato nel sostegno dei filosofi lo stesso aiuto che vi hanno trovato i popoli: molte chiacchiere e pochi fatti.

Oggi sì che J.-J. Rousseau potrebbe ben dire: “I fatti degni di satira sono cambiati dai tempi di Molière; ma manca un Molière che dipinga le nuove stravaganze”! [La nouvelle Héloise]. Eh! cosa possiamo vedere in questo strepitio di teorie mercantili se non un vaniloquio escogitato per far gemere i torchi e far disquisire gli oziosi, come è accaduto con il magnetismo e con la libertà, ai quali subentra la trafficomania?

Si sono mai visti tanti disordini nell’economia come da quando questo spirito mercantile ha soggiogato l’opinione pubblica? Perché una nazione insulare, favorita dall’inerzia della vecchia Francia, si è arricchita con il monopolio e la pirateria, ecco tutta l’antica filosofia sotto accusa! Ecco i traffici divenuti l’unica via di verità, di saggezza, di felicità! Ecco i mercanti divenuti le colonne della società, e tutti i governi che fanno a gara nel prosternarsi davanti a una nazione che li compra con la decima parte del tributo commerciale che percepisce da loro!

Si è tentati di credere a un maleficio vedendo re e popoli, abbindolati da alcuni sofismi commerciali, portare alle stelle la categoria malefica degli aggiotatori, degli accaparratori e degli altri corsari dell’economia, che sfruttano il loro potere solo per accumulare enormi capitali, per provocare fluttuazioni nei prezzi delle varie merci e per sconvolgere a turno i vari rami della produzione; per impoverire le classi lavoratrici che vengono depredate in massa con una manovra d’accaparramento, come le aringhe che spariscono a migliaia nella gola della balena che le risucchia.

Concludiamo sul commercio. Ho già detto nel corso della trattazione quali sarebbero gli effetti della concorrenza societaria, che è l’antidoto del sistema attuale.

1) Essa realizza, senza imposizioni né privilegi esclusivi, le grandi associazioni, che sono la base di ogni economia.

2) Rende il corpo commerciale garante di se stesso e proprietario vincolato degli oggetti commerciali.

3) Restituisce ai campi e alle fabbriche tutti i capitali del commercio perché, essendo il corpo sociale pienamente garantito contro qualsiasi malversazione dei commercianti, si accorda loro dappertutto una fiducia cieca, di modo che non hanno affatto bisogno per la loro gestione di una somma rilevante e tutto il numerario ritorna alle attività produttive.

4) Restituisce a queste stesse attività i tre quarti delle braccia oggi adibite alle funzioni improduttive del commercio.

5) Assoggetta, per effetto della tassazione progressiva, il corpo commerciale ai gravami pubblici, che oggi esso sa eludere.

6) Istituisce infine negli scambi una buona fede non piena, per la verità, come quella che regnerà nell’ordine combinato, ma già enorme in confronto all’immensa disonestà attuale.

Questi accenni susciteranno forse il desiderio di un capitolo sulla concorrenza societaria; ma ho già osservato che il piano di questo prospetto si limita a denunciare l’ignoranza dei nostri filosofi, a indicare gli scopi che essi avrebbero dovuto proporsi. Del resto, a che indugiare sui modi per riformare la Civiltà con provvedimenti propri del sesto periodo, come la concorrenza societaria? Che ci importano i miglioramenti del sesto e del settimo periodo, visto che possiamo oltrepassarli entrambi e andare immediatamente all’ottavo, che pertanto è l’unico che meriti il nostro interesse?

Quando avremo raggiunto questa meta, quando godremo pienamente del benessere dell’ordine combinato, potremo con calma dissertare sui mali della Civiltà e sui sistemi per correggerla. Essa ci sembrerà, come la guerra, bella quando se ne è fuori. Allora potremo dilettarci nell’analisi del meccanismo civile, che è il più singolare di tutti poiché è quello nel quale regna la più grande complicazione di forze. Per il momento, si tratta di uscirne prima di studiarlo o di correggerlo: ecco perché non cesserò di sottolineare la necessità di respingere ogni mezza misura, di andare dritti allo scopo fondando senza indugio un cantone di Serie progressive che, dando la dimostrazione dell’armonia passionata, libererà il genere umano dalla cateratta filosofica ed eleverà immantinente tutte le nazioni civili, barbare e selvagge, al loro destino sociale, all’unità universale.

Epilogo

Sul caos sociale del globo

Cultori delle scienze incerte, che pretendete di lavorare per il bene del genere umano, credete che seicento milioni di Barbari e di Selvaggi non ne facciano parte? Eppure essi soffrono. Eh! che cosa avete fatto per loro? Nulla. I vostri sistemi sono applicabili alla sola Civiltà, dove provocano la mistificazione, una volta che li si metta alla prova. Ma quand’anche voi conosceste il segreto di renderci felici, pensate di adempiere le disposizioni di Dio volendo limitare la felicità ai Civili, che occupano soltanto la parte più esigua del globo? Dio, nella razza umana, non vede che un’unica famiglia, tutti i membri della quale hanno diritto ai suoi doni; egli vuole che essa sia felice tutta quanta, altrimenti nessun popolo lo sarà.

Per assecondare i disegni di Dio avreste dovuto cercare un ordine sociale estensibile a tutto il globo, e non ad alcune nazioni. L’immensa superiorità numerica dei Barbari e dei Selvaggi avrebbe dovuto rendervi avvertiti che era possibile incivilirli con l’Attrazione, e non con la violenza. Eh! come potevate sperare di conquistarli presentando loro i vostri costumi, che si reggono solo col puntello dei patiboli e delle baionette? Costumi odiosi ai vostri stessi popoli, che insorgerebbero ovunque all’istante se non li rattenesse il timore della pena!

Lungi dal riuscire ad incivilire e ad unificare il genere umano, le vostre teorie non ottengono dai Barbari che un profondo disprezzo, e i vostri costumi non suscitano che l’ironia del Selvaggio: la più violenta imprecazione ch’egli possa rivolgere a un nemico è di augurargli la nostra sorte dicendo: “Possa tu essere ridotto a lavorare un campo!”. Parole nelle quali bisogna vedere una maledizione proferita dalla natura stessa. Sì, il lavoro civile non è accetto alla natura, dato che è aborrito dai popoli liberi che vi si dedicherebbero subito se esso si conciliasse con le passioni umane.

Così Dio non ha permesso che questo metodo di lavoro guadagnasse terreno, né che si estendesse all’intero globo quest’agricoltura tanto ingrata per coloro che ne portano il fardello. Egli l’ha confinata in alcune zone, in Cina, in India, in Europa, dove si ammucchiano formicai di pezzenti, corpi di riserva per l’ordine combinato, affinché fin dal suo esordio esso possa disporre di una massa di contadini: si faranno sciamare questi miserabili dai luoghi dove sono ammassati, e l’Imperatore dell’Unità li distribuirà nei punti adatti per procedere a uno sfruttamento sistematico del globo.

Ma invano vi sforzereste di diffondere il sistema produttivo civile e di propagare in tutta la terra il lavoro incoerente. Dio (per diverse ragioni che non posso qui esporre) non avrebbe mai tollerato che questo sistema contrario ai suoi disegni potesse estendersi a tutte le terre coltivabili, ed aveva preso delle precauzioni per circoscriverlo in ogni caso, sia mediante le guerre intestine, sia con l’invasione dei Barbari.

Se l’attività produttiva ha fatto qualche progresso in Europa, non ha forse perduto in Asia regioni immense? Se la Civiltà ha fondato in America delle colonie instabili, già minacciate di rovina dalla rivolta dei Negri, non ha forse perso gli imperi più vasti alle porte dell’Europa? L’Egitto, la Grecia, l’Asia Minore, Cartagine, la Caldea e parte dell’Asia occidentale? L’attività produttiva è stata soffocata in grandi e belle contrade, come la Battriana, dove cominciava ad affermarsi; l’impero di Samarcanda, un tempo celebre in Oriente, e tutte le regioni che si estendono dall’Amu-Darja alle foci dell’Indo, sono arretrati dal punto di vista politico e hanno ricostituito l’orda. Il vasto impero dell’Indostan si avvia rapidamente verso lo sfacelo a causa della tirannia inglese, che provoca l’avversione per l’agricoltura e l’assimilazione ai Maratti, le cui orde costituiscono già un forte nucleo di Tartari al centro del Mogol. Col tempo, essi potranno acquartierarsi nella catena dei Ghati e annettersi i popoli del Malabar e del Coromandel distogliendoli dall’attività produttiva con le loro incursioni.

Le orde compiono quotidianamente razzie nelle zone coltivate dell’Asia e si spingono sempre più lontano dalla loro barriera naturale, la catena dell’Amu-Darja, che si estende da Boukhara alla Cina. Alle nostre stesse porte l’orda fa la sua apparizione in tutte le regioni della Turchia: ancora cinquant’anni di oppressione, di anarchia ottomana, e vedremmo tutto quel bell’Impero tornare alla vita nomade o tartara, che fa progressi impressionanti in tutti i territori soggetti alla dominazione turca. Altri imperi, un tempo fiorenti, come quello del Perù e quello del Siam sono caduti agli estremi limiti della debolezza e dell’abbrutimento, e le loro colture, al pari di quelle della Turchia, sembrerebbero avere ancora poco più di un secolo di vita. Se l’attuale disordine del globo si fosse protratto, in Asia, nell’immensa Asia, ci sarebbe stata una generale tendenza ad abbandonare l’attività produttiva. La stessa Cina, questo colosso di spilorceria e di ridicolo, la Cina è in sensibile declino; le ultime relazioni di [Andreas] Van Braam ci hanno ben disingannato sul suo preteso splendore. Lo spirito sociale vi sta decadendo dopo la mescolanza con i Tartari; le orde occupano in Cina immense lande e, in questo impero tanto decantato per la sua industriosità, si trovano a quattro leghe da Pechino dei territori pressoché sconosciuti e derelitti, mentre nelle province del Mezzogiorno i preti invano richiamano il popolo ai campi: esso lascia incolte vaste contrade, e si avvicina sempre più all’orda. L’orda è per la Civiltà una voragine sempre pronta ad inghiottirla; un umore cronico che, non appena soffocato, fa una nuova eruzione, che riappare appena si smetta un istante di curarlo. In definitiva, quest’universale tendenza dei salariati a ricostituire l’orda riduce tutti i calcoli politici ad un unico problema: trovare un nuovo ordine sociale che garantisca anche ai lavoratori più umili un benessere sufficiente perché essi preferiscano costantemente e appassionatamente il loro lavoro allo stato d’inerzia e di brigantaggio al quale oggi aspirano.

Finché non aveste risolto questo problema, la natura vi avrebbe scatenato contro sempre nuove offensive; gli imperi che voi elevate non servono che da trastullo per questa natura che si compiace di inabissarli nelle rivoluzioni. Voi non siete che un fardello per lei, che una preda offerta alle sue vendette: i vostri prodigi scientifici producono in ogni tempo soltanto indigenza e disordini; i vostri eroi, i vostri legislatori non costruiscono che sulla sabbia: tutta la previdenza di Federico non ha potuto impedire che dei successori imbelli gli lasciassero rubare la spada da sopra la tomba. La Civiltà non genera gli eroi di oggi che per umiliare quelli del passato: essa svilisce, mettendoli a confronto, coloro a cui deve tutto il suo splendore. Quale motivo di inquietudine per i grandi uomini che a loro volta avranno mediocri successori! Non è logico che essi soffrano al pensiero dei futuri rivolgimenti, più di quanto non godano dei trionfi di oggi? Non è logico che aborriscano questa perfida Civiltà che attende solo il loro trapasso per far vacillare e abbattere la loro opera? Sì, l’ordine civile è sempre più barcollante; il vulcano aperto nel 1789 dalla filosofia non è che alla sua prima eruzione; altre ne seguiranno non appena un regno debole favorirà gli agitatori. La guerra del povero contro il ricco è riuscita così bene che gli intriganti di ogni paese non aspirano che a rinnovarla. Invano si cerca di prevenirla: la natura si fa beffe dei nostri lumi e della nostra preveggenza; essa saprà far nascere le rivoluzioni dalle misure che noi prendiamo per garantire la pace. E se la Civiltà si prolungherà soltanto di mezzo secolo, quanti saranno i figli che mendicheranno alla porta dei palazzi abitati dai loro padri! Non oserei presentare quest’orribile prospettiva se non apportassi il calcolo che guiderà la politica nel dedalo delle passioni e libererà il mondo dalla Civiltà, gravida di rivoluzioni e odiosa più che mai.

Popoli civili! mentre i Barbari, privi dei vostri lumi, riescono a tenere in vita per parecchie migliaia di anni le loro società e le loro istituzioni, com’è che le vostre vengono spazzate via così rapidamente, e spesso nello stesso secolo che le ha viste nascere? Vi si è sempre sentiti deplorare la caducità delle vostre opere e la crudeltà della natura che fa crollare tanto rapidamente le vostre meraviglie. Smettetela di attribuire al tempo e al caso questi cataclismi: essi sono l’effetto della vendetta divina contro le vostre criminose società, che non assicurano all’indigente nessuna possibilità di lavoro e di sussistenza. È per indurvi ad ammettere la vostra ignoranza che la natura tiene la spada sospesa sui vostri imperi e sulle loro rovine si compiace.

Voglio riecheggiare per un momento i toni delle vostre elegie politiche: cosa sono diventati i trofei dell’orgoglio civile? Tebe e Babilonia, Atene e Cartagine sono ridotte a mucchi di cenere. Che bella prospettiva per Parigi e per Londra, e per questi Stati moderni i cui furori mercantili sono divenuti ormai insopportabili per la ragione come per la natura! Nauseata delle nostre società, essa le rovescia una dopo l’altra, dileggia indiscriminatamente le nostre virtù e i nostri crimini; le leggi considerate oracoli di saggezza ci conducono, non diversamente dagli effimeri codici dei sovvertitori, al naufragio politico.

Per colmo di vergogna, abbiamo visto la rudimentale legislazione della Cina e dell’India sfidare per 4.000 anni la falce del tempo, mentre i prodigi della filosofia civile si sono dileguati come ombre. Pare che le nostre scienze, dopo tanti sforzi per consolidare gli Stati, abbiano lavorato soltanto per fornire buon gioco al vandalismo, che rinasce periodicamente per distruggere in un attimo l’opera di parecchi secoli.

Talune vestigia si sono salvate, ma per vergogna della politica. Roma e Bisanzio, un tempo capitali dell’impero più grande, sono diventate due metropoli del grottesco: nel Campidoglio, i templi dei Cesari sono usurpati dagli dèi dell’oscura Giudea; sul Bosforo, le basiliche della cristianità vengono profanate dagli dèi della superstizione. Qui Gesù si erge sul piedestallo di Giove, lì Maometto è assiso sull’altare di Gesù. Roma e Bisanzio, la natura vi ha preservato per esporvi al dileggio dei popoli che avevate asservito; siete divenute due arene di carnevalate politiche, due vasi di Pandora che hanno diffuso in Oriente il vandalismo e la peste, in Occidente la superstizione e i suoi furori! La natura insulta, umiliandovi, il grande impero che essa ha distrutto: siete due mummie conservate per ornare il suo carro di trionfo e per dare alle capitali moderne un’idea della sorte riservata ai trofei e alle opere della Civiltà.

Sembra che la natura prenda gusto ad innalzare quest’odiosa società per il piacere di abbatterla, per dimostrarle, con un crollo infinite volte reiterato, l’assurdità delle scienze che la guidano. Simile al crudele Sisifo che s’inerpica penosamente verso la vetta d’una montagna e che ricade nel momento in cui sta per raggiungerla, la Civiltà sembra condannata ad innalzarsi faticosamente verso il benessere ideale e a ricadere non appena riesca ad intravedere il termine dei suoi mali. Le riforme più saggiamente meditate non approdano che a far versare fiotti di sangue. Nel frattempo i secoli passano e i popoli gemono fra i tormenti, in attesa che nuove rivoluzioni facciano ripiombare nel nulla i nostri Stati vacillanti, destinati a distruggersi l’un l’altro fino a quando si affideranno alla filosofia, a una scienza nemica della politica unitaria, a una scienza che è solo una copertura per l’intrigo e non serve che ad attizzare i fermenti rivoluzionari man mano che il tempo li suscita.

Ad onta dei nostri lumi, vediamo moltiplicarsi ogni giorno i germi di sfacelo che minacciano le nostre fragili società. Ieri, delle dispute scolastiche sull’eguaglianza rovesciavano i troni, gli altari e le leggi della proprietà: l’Europa si avviava verso la Barbarie; domani la natura rivolgerà contro di noi nuove armi, e la Civiltà, sottoposta a nuove prove soccomberà ancora. Ogni secolo, essa sfiora la morte: era all’agonia quando i Turchi assediavano Vienna; sarebbe stata perduta se i Turchi avessero adottato la tattica europea. Ai giorni nostri è stata sull’orlo della rovina: la guerra aperta dalla Rivoluzione avrebbe potuto portare all’invasione e allo smembramento della Francia; dopo di che l’Austria e la Russia si sarebbero spartite l’Europa; e negli scontri successivi, la Russia (che ha delle risorse che tutti e lei stessa ignorano) avrebbe potuto annientare l’Austria e la Civiltà. La sorte di questa scellerata società è di rifulgere per qualche secolo per eclissarsi subito dopo, di risorgere per cadere ancora. Se l’ordine civile potesse fare la felicità degli esseri umani, Dio si darebbe pena di conservarlo, avrebbe preso delle misure perché si affermasse saldamente. Come mai allora egli permette che le vostre società, dopo qualche istante di vita vengano spazzate via dalle rivoluzioni? Per umiliare i vostri dotti che fondano le teorie sociali sul loro capriccio, mentre Dio, meno presuntuoso dei filosofi, non regola affatto sulla sua sola volontà le leggi dell’universo, e in tutte le sue opere si rimette all’eterno arbitro della giustizia, alla matematica, la cui veridicità è indipendente da lui, e le cui leggi tuttavia egli segue rigorosamente.

Smettetela dunque di stupirvi se le vostre società si annientano a vicenda, e non sperate nulla di stabile sotto leggi che promaneranno solo dall’uomo, sotto scienze nemiche dello spirito divino che tende ad istituire l’unità sul globo come nel firmamento. Un mondo privo di un capo unitario, di un governo centrale, non somiglia forse a un universo che non avesse Dio per dirigerlo, nel quale gli astri gravitassero senz’ordine fisso, ed entrassero continuamente in collisione, come le vostre diverse nazioni le quali agli occhi del saggio non offrono che lo spettacolo di un’arena di bestie feroci accanite a dilaniarsi, a distruggere reciprocamente la loro opera?

Quando avete pianto vedendo le vostre società che rovinavano una dopo l’altra, ignoravate che esse erano in contrasto coi disegni di Dio; oggi che vi viene annunciata la scoperta dei suoi piani, non perderete una volta per sempre le illusioni sull’eccellenza della Civiltà? Non riconoscerete che essa ha abusato della pazienza umana, che è necessario un nuovo ordine sociale per condurci alla felicità? Che bisogna, per uniformarci ai disegni di Dio, cercare un ordine sociale applicabile al mondo intero, e non soltanto al lembo di terra occupato dai Civili? Che bisogna infine studiare i mali sociali dell’umanità, e non quelli della società civile, che non è che una piccola parte del genere umano?

Poniamo su queste basi la tesi dell’infermità politica del globo.

Tre società si dividono la terra: la Civiltà, la Barbarie e la Società selvaggia. Una delle tre è necessariamente migliore delle altre due. Orbene, le due imperfette, che non si innalzano e non si assimilano alla migliore delle tre, sono affette da quel mal sottile dal quale Montesquieu a ragione suppone sia colpito il genere umano.

Quanto alla terza società, che si ritiene la migliore, e che non sa o non riesce ad indurre le altre due ad imitarla, essa evidentemente non è in grado di fare il bene del genere umano poiché ne lascia languire la maggior parte in uno stato inferiore al proprio.

In definitiva, due delle tre società attuali sono afflitte da paralisi, e la terza da impotenza politica. Detto questo, stabilite come si ripartiscano fra le tre società quei caratteri morbiferi da cui il globo è visibilmente funestato nel suo meccanismo sociale.

Discutendo questa tesi, riconoscerete che le due società paralitiche sono quella selvaggia e quella barbara, che non compiono nessuno sforzo per migliorare e si ostinano a marcire nelle loro usanze, buone o cattive che siano. Quanto alla Civiltà, è essa che è afflitta da impotenza politica, perché la vediamo dibattersi senza posa, tentare ogni giorno delle innovazioni per liberarsi dai suoi mali.

Gli esseri umani, lasciando l’inerzia selvaggia per l’attività produttiva della Barbarie e della Civiltà, sono dunque passati dallo stato di apatia alla sofferenza attiva, perché il Selvaggio non si lamenta della sua sorte e non cerca di mutarla, mentre il Civile è sempre inquieto e roso dal desiderio, anche quando naviga nell’abbondanza:

Egli brucia di un fuoco inestinguibile,
meno ricco di quel che possiede
che povero di quel che non ha.
Rousseau, Odes, II.

Apostoli dell’errore, moralisti e politici! Dopo tante prove della vostra cecità, pretenderete ancora d’illuminare il genere umano? I popoli vi risponderanno: “Se le vostre scienze dettate dalla saggezza non sono valse che a perpetuare l’indigenza e le discordie, dateci piuttosto delle scienze dettate dalla follia, purché esse plachino le violenze, purché esse riducano le sofferenze dei popoli”.

Ah! lungi da quella felicità che ci promettevate, voi non avete saputo far altro che abbassare l’uomo al di sotto della condizione degli animali. Se l’animale manca talvolta del necessario, esso non ha la preoccupazione di provvedere ai propri bisogni prima di sentirli. Il leone, ben vestito, bene armato, prende il suo sostentamento dove lo trova, senza darsi pena per il mantenimento di una famiglia né per l’incertezza del domani. Quanto è preferibile la sua sorte a quella dei poveri operai che, privi di lavoro, assillati dai creditori e dagli esattori, giungono, dopo tante umiliazioni, all’accattonaggio, ed esibiscono le loro piaghe, i loro corpi nudi e i loro figli affamati per le vostre città che fanno risuonare di lamenti lugubri! Ecco, filosofi, gli amari frutti delle vostre scienze: l’indigenza e sempre l’indigenza. Eppure voi pretendete di aver perfezionato la ragione, quando avete saputo soltanto sprofondarci da un abisso all’altro. Ieri rimproveravate al fanatismo la notte di San Bartolomeo, oggi esso rimprovera a voi i massacri di settembre; ieri erano le crociate che spopolavano l’Europa, oggi è l’uguaglianza che miete tre milioni di giovani; e domani qualche nuova chimera farà grondare sangue agli Stati civili. Perfidi scienziati, a quale abiezione avete ridotto l’uomo che vive in società, e quanto si sono dimostrati prudenti, rifiutando il vostro aiuto, i governi da voi più lodati! Voi foste sempre oggetto di terrore, anche per i sovrani che avevate annoverato tra i vostri discepoli. Sparta vi respingeva dal suo seno, e Catone voleva che veniste scacciati da Roma. Ancora ai nostri giorni Federico diceva che, se avesse voluto punire una delle sue province l’avrebbe data da governare ai filosofi; e Napoleone ha bandito le discipline politiche e morali dal tempio ove siedono le scienze utili. Eh! non avete ancora paura di voi stessi? Non volete ammettere che, operando sulle passioni, vi comportate come quei fanciulli che giocano con dei petardi in mezzo a dei barili di polvere da sparo? La Rivoluzione francese è venuta a suggellare questa verità e a coprire le vostre scienze di un obbrobrio indelebile.

Voi avevate intuito che queste assurde scienze sarebbero piombate nel nulla nel momento in cui fossero state toccate dal dubbio. Così, di concerto, avete soffocato la voce di alcuni uomini inclini alla sincerità, come Hobbes e J.-J. Rousseau, i quali intravedevano nella Civiltà un sovvertimento dei disegni della natura, uno sviluppo sistematico di tutti i vizi. Voi avete scacciato questi sprazzi di luce per levare alte le vostre iattanze di perfezione.

La scena cambia, e la verità, che fingevate di ricercare, apparirà per vostro disdoro. Non vi rimane, come al gladiatore morente, che cadere con onore: preparate voi stessi l’ecatombe che è dovuta alla verità, brandite la torcia, innalzate dei roghi per gettarvi il ciarpame delle vostre biblioteche filosofiche.

Capitoli omessi

Sul movimento organico e sul contromovimento composto

Ragioni di celerità mi obbligano a sopprimere tra gli altri capitoli i due sopra indicati, sebbene li abbia annunciati nel corso dell’opera. Mi limiterò a dare un’idea del primo.

Ho detto prima che gli elementi dei tre regni simboleggiano gli effetti delle passioni nel meccanismo sociale; diamone alcuni esempi: comincio con l’Associazione, che è l’argomento precipuo di quest’opera.

Nel regno animale, l’Associazione ha come simbolo pratico il castoro e come simbolo visivo il pavone. Gli occhi di cui è punteggiata la sua ruota sono l’emblema dell’ordine societario, della sua magnificenza e della sua disuguaglianza. Questa serie di occhi disposti in ordine progressivo sta ad indicare che l’Associazione non può conciliarsi con i sogni di eguaglianza e di livellamento dei nostri filosofi.

Ma perché quel verso odioso, quel contrasto tra la voce più sgradevole e il piumaggio più superbo? È per raffigurare l’azione individuale che è falsa e discorde: il piumaggio attira e affascina in quanto emblema dell’ordine societario; ma, non avendo l’animale di per se stesso nessuna proprietà sociale e non collaborando al nostro lavoro, Dio ci rappresenta nel suo verso la falsità di ogni individuo al di fuori dell’Associazione progressiva.

Un altro enigma è la bruttezza estrema delle sue zampe; perché non averle ornate come quelle del piccione o dell’aquila, e perché due supporti orribili per sorreggere tanto splendore? Perché l’ordine societario e l’opulenza che ne deriverà si appoggiano su due ere di povertà (guardate nel grande schema le due ere di sovversione o incoerenza).

Non indugio su ciò che concerne il pavone, perché questo simbolo è poco intelligibile se non si conoscono le leggi del movimento sociale. Scegliamo un’immagine più facile a comprendersi: sarà quella della verità e degli effetti che essa produce nell’ordine civile. Vediamo se Dio ha dipinto fedelmente la triste sorte di questa verità nel nostro stato sociale.

Il simbolo della verità nel regno animale è la giraffa. Dato che la caratteristica della verità è di soverchiare l’errore, bisogna che l’animale che la rappresenta innalzi la propria fronte al di sopra di tutti gli altri: tale è la giraffa, che bruca le fronde da diciotto piedi d’altezza. Essa è, a sentire un antico autore, “una bestia di molto bella, dolce e piacevole a vedersi”. Anche la verità è molto bella, ma poiché essa non potrebbe conciliarsi con le nostre usanze, bisogna che la giraffa, la sua immagine, non ci sia di alcun aiuto nei nostri lavori. Dio l’ha dunque ridotta all’inutilità conferendole un’andatura irregolare che scuote e rovina la soma di cui la si grava. Perciò si preferisce lasciarla inattiva, così come noi escludiamo dagli impieghi l’uomo veritiero il cui carattere urterebbe contro tutte le consuetudini acquisite e tutte le volontà. La verità da noi è bella solo se inoperosa, e la giraffa, per analogia, è ammirata solo quando è ferma; ma quando cammina essa suscita gli schiamazzi, come li provoca la verità quando entra in azione. Che un uomo provi, in un circolo di persone dabbene, a dire la pura e schietta verità sulle scappate delle buone donne che vi si trovano, sulle ruberie degli uomini d’affari o di altre persone del salotto. Vedrete scoppiare l’indignazione, e tutti saranno concordi nello zittire e nel diffamare l’oratore. È molto peggio se si tratta di politica, dove la verità ha ancora minor gioco; e per raffigurare questa repressione della verità, questo insuperabile ostacolo per il suo sviluppo, Dio ha tagliato le corna della giraffa alla radice: esse spuntano appena e non possono estendere le loro ramificazioni; le forbici di Dio le hanno tagliate alla base, come da noi le forbici delle autorità e dell’opinione pubblica stroncano la verità al suo apparire e le impediscono ogni manifestazione. Eppure, nonostante questo, il più disonesto di noi vuole apparire veridico; e, benché nemici della verità, noi amiamo ammantarci del suo velo. E, per analogia, della giraffa noi vogliamo solo il mantello, solo la pelle che è di un’estrema bellezza. Quando catturiamo questo animale, lo trattiamo più o meno come trattiamo la verità; gli diciamo: “Povera bestia, tu non puoi rimanere che nei tuoi deserti, lungi dalla società degli uomini. Ti si può ammirare per un istante, ma bisogna rassegnarsi ad ucciderti e a conservare solo il tuo mantello”, così come soffochiamo la verità per non conservarne che le apparenze.

Da questa spiegazione si vede che Dio non ha creato nulla di inutile, neppure nella giraffa, che è l’inutilità perfetta. Ma, essendo Dio obbligato a rappresentare tutti i giochi delle nostre passioni, è stato necessario che egli dipingesse in questo animale la completa inutilità della verità nell’ordine civile. E se volete sapere a che potrebbe servire la verità in società diverse da quella civile, studiate tale problema nella controgiraffa, da noi denominata renna, animale dal quale si ottengono tutti i servigi possibili e immaginabili: per questo Dio l’ha bandito da tutte le regioni abitate, donde è proscritta la verità fino a quando durerà l’ordine civile.

E quando, con l’ordine societario, noi saremo divenuti atti alla pratica della verità e delle virtù da noi proscritte, una nuova creazione ci darà nelI’antigiraffa un grande e magnifico servitore che supererà di gran lunga le belle qualità della renna, oggetto delle nostre brame e delle nostre recriminazioni contro la natura che ce ne ha privato.

Per rendere interessante l’illustrazione dei simboli, bisogna spiegarli per contrasto, come l’alveare e il vespaio, l’elefante e il rinoceronte; per correlazione, come il cane e il montone, il maiale e il tartufo, l’asino, il cardo e il cardellino; infine per progressione, studiando intere famiglie, come quelle dei cornigeri, giraffe, cervi, daini, caprioli, renne ecc., che sono tutti simboli dei diversi effetti della verità. Poi si confrontano tre famiglie dei tre regni.

Invano i Civili tenterebbero di interpretare dei simboli prima di conoscere la teoria per interpretarli, perché ve ne sono alcuni che raffigurano gli effetti di passioni che non esistono: per esempio, il diamante e il maiale sono simboli della tredicesima passione (armonismo), che i Civili non provano e non conoscono. Altri simboli adombrano effetti sociali estranei all’ordine civile: per esempio, l’elefante è simbolo della società primitiva (Serie confuse). Era questa uno stato d’Associazione nel quale c’era unità d’azione nel settore produttivo, unità rappresentata dalla proboscide. Quest’unità si fondava esclusivamente sull’ottimo cibo o lusso della bocca. Così nell’elefante c’è dello sfarzo soltanto nella bocca dalla quale escono le zanne, o strumenti di difesa d’avorio. Nella veste esso è il più disadorno degli animali, perché le Serie confuse non conoscevano l’industria manifatturiera e avevano un abbigliamento assai misero, nonostante amassero alla follia gli ornamenti: questo è ciò che Dio ha voluto rappresentare coprendo di fango l’animale simbolo e dandogli un amore smisurato per gli ornamenti.

“L’elefante è meglio di noi”, esclamano tutti i Civili. È come se dicessero: “La società primitiva era migliore della nostra”. Effettivamente, essa aveva quella fierezza altera e ombrosa caratteristica dell’elefante, fierezza che non potrebbe conciliarsi un solo istante con la bassezza civile. La società primitiva brillava per l’amicizia, la fedeltà, la dignità, la gratitudine e per tutte le virtù proprie dell’elefante, virtù che non possono germogliare nelle nostre società; e, per analogia, l’elefante deve cessare di riprodursi una volta che entri in società con noi.

Su questa analogia dei tre regni con le passioni aggiungo un esempio tratto dall’anatomia del corpo umano, che è un quadro completo dell’ordine combinato. Parliamo innanzitutto dello scheletro.

La sua parte di maggior rilievo ci presenta dodici paia di costole che tendono verso le tre ossa dello sterno: esse sono l’emblema delle dodici passioni che, simili nei due sessi, tendono verso i tre centri d’Attrazione. Ci sono sette costole combinate e cinque costole incoerenti, così come vi sono sette passioni spirituali che predominano nell’ordine combinato e cinque passioni materiali che predominano nelle società a struttura incoerente; una tredicesima costola, la clavicola, sovrasta le sette combinate e rappresenta la tredicesima passione, l’armonismo, risultante dalle sette spirituali. Dovendo essere tale passione la principale leva del lavoro societario, bisogna che la clavicola si unisca al braccio, che è la leva dell’attività fisica.

Tale ordine si ripete parzialmente nella scatola cranica: essendo il cervello sede dell’anima e centro del movimento spirituale, esso deve essere racchiuso in un involucro analogo alle passioni spirituali; così la scatola cranica è formata da otto ossa, di cui sette coperte; l’ottavo o frontale, che è il solo visibile, simboleggia la passione dell’armonismo che è di un ordine superiore alle sette primitive.

Altre parti dello scheletro rappresentano l’assetto di lavoro della Falange d’Attrazione; per esempio, ho detto (Nota A) che essa è organizzata in una parata di sedici cori e di trentadue quadriglie; quest’ordinamento è rappresentato dalle ossa di parata, i denti, che sono in vista e che sono disposti in sedici coppie. Le ultime due coppie sono tardive, deboli e di scarsa utilità, per analogia con i due cori primo e sedicesimo (Bambini e Patriarchi), che sono i cori soggetti alla debolezza e all’inutilità. Rimangono dunque quattordici cori o ventotto quadriglie attivi ed utili che sono rappresentati dalle quattordici paia di ossa della mano, che è lo strumento del movimento produttivo.

Queste raffigurazioni dell’ordine combinato si ripetono in tutte le sostanze solide e fluide del corpo umano: per esempio, negli 800 muscoli dell’uomo e della donna troviamo l’emblema degli 800 caratteri che devono formare una Falange d’Attrazione. Nelle dieci paia di nervi troviamo quello dei dieci cori puberi, il decimo dei quali è “fuori dall’amore e dall’equilibrio passionale”: ecco perché il decimo paio di nervi devia nel suo cammino e non raggiunge un punto fisso. Se gli anatomisti avessero conosciuto le leggi del movimento sociale non avrebbero perso tempo a dissertare sulla deviazione di questo decimo paio, che è un effetto necessario di analogia (e del pari i fisici non si sarebbero posti il problema se la luce è un corpo composto).

Altre raffigurazioni più interessanti si rinvengono nel cuore, nel fegato, nei visceri, nei fluidi ecc. Si è molto bene intuito che il corpo umano è uno specchio in piccolo del movimento dell’universo; cosa di cui ci si convincerà quando questo metodo di comparazione sarà esteso ai più minuti particolari anatomici. Allora dimenticheremo l’orrore che ispira la dissezione del cadavere per ammirare nella sua struttura il quadro perfetto del gioco delle passioni e del meccanismo sociale.

Già i Civili hanno intravisto superficialmente alcuni di questi simboli: per esempio, hanno riconosciuto nel serpente un emblema della calunnia e delle frodi civili; nella rosa e nelle sue spine un emblema della verginità. Queste raffigurazioni erano troppo evidenti perché fosse possibile fraintenderle; esse avrebbero dovuto far sospettare che in tutta la natura ci dovessero essere delle immagini delle passioni. La lettura di questo volume vi aiuterà a decifrarne alcuni altri, come quello del repellente bruco che si tramuta in splendida farfalla: esso è evidentemente l’emblema dell’odiosa Civiltà che si trasforma in armonia universale. Del resto, ci si smarrirebbe nello studio dei simboli fino a quando non ne avrò dato la teoria; si porterebbero in questo studio i pregiudizi filosofici di eguaglianza e di moderazione, e questo sarebbe il modo per non capire nulla del sistema della natura. Per esempio ci si immagina che l’alveare rappresenti l’uguaglianza; niente di tutto questo: l’alveare e il vespaio, suo contrario, sono l’immagine dell’ordine politico dell’armonia e della Civiltà. Le api simboleggiano tutte le Falangi del globo riunite sotto il presidio del monarca federale, raffigurato dall’ape regina, che è in relazione con ogni celletta. I fuchi rappresentano l’azione improduttiva, i congressi e le agenzie intermediarie, che sono subordinati alla gerarchia federale e possono essere rimossi dalle Falangi. Così, per analogia, l’ape uccide il fuco quando non ne ha più bisogno. Tutto questo meccanismo è raffigurato alla rovescia nel vespaio, che è simbolo dell’ordine politico della Civiltà.

Per rendere fedele il quadro, è necessario che i due insetti ci presentino gli opposti risultati dell’ordine combinato e dell’ordine incoerente:

1) L’opulenza e la povertà. Esse sono simboleggiate nell’ape dal miele, nella vespa dall’inutile cartone prodotto dal suo indefesso lavoro, immagine dei nostri prodigi economici che hanno come solo risultato l’indigenza.

2) I lumi sociali e l’ignoranza sociale. Sono rappresentati nell’ape dalla cera, fonte di luce, e dall’associazione domestica con l’uomo. Nella vespa possiamo ravvisare gli emblemi dell’ignoranza e della discordia sociale nell’orribile rivoluzione in cui il vespaio si autodistrugge, nella sua collocazione sotterranea e al riparo dalla luce, nelle azioni ostili all’uomo, che la vespa attacca senz’essere stata stuzzicata, che essa tormenta e depreda, introducendosi nelle nostre abitazioni per lordare i cibi che divora e sgozzando l’ape nostra alleata. Questa, al contrario, non ci fa alcun male se non è stata provocata né alcun danno, perché vive del profumo dei nostri fiori di cui raddoppia il fascino con l’esempio dell’operosità e con l’idea dell’armonia sociale che essa suscita in noi, quando viene a posarsi su di essi.

Quando queste raffigurazioni delle passioni nei tre regni verranno spiegate in tutti i particolari, vedrete i filosofi arrendersi a discrezione davanti a questa teoria del movimento sociale che essi attaccheranno prima di conoscere; e riconoscerete che la natura non era affatto coperta da un ferreo velo, come sostengono certi dotti, e che era invece il pregiudizio che copriva le nostre menti di un triplice velo, costituito dalle fantasie metafisiche, politiche e morali; riconoscerete che tali illusioni stanno per essere dissipate, che possediamo alfine il segreto del sistema della natura che è specchio delle passioni, e che faremo luce su di esso, nella sua integralità, con l’ausilio della teoria del movimento sociale.

Nota A

Sulle Serie progressive o Serie di gruppi di lavoro

Devo prevenire un’obiezione che non mancherete di rivolgermi a proposito di quel nuovo ordine domestico che io denomino Serie progressive. Mi si dirà che la scoperta di un ordine di tal fatta era un calcolo da pivellini e che le sue disposizioni sono cosa da ridere. Poco importa, purché esse riescano nel loro scopo, che è di produrre Attrazione al lavoro e di indurci, con la lusinga del piacere, all’agricoltura, che è oggi un supplizio per l’uomo di buona famiglia. Le sue operazioni, come l’aratura, ci ispirano giustamente una ripugnanza assai vicina all’orrore, e l’uomo colto è ridotto al suicidio quando non gli resti altra risorsa che l’aratro. Questa ripugnanza sarà completamente vinta dalla violenta attrazione al lavoro che producono le Serie progressive, di cui parlerò ora.

Se le disposizioni di questo ordine si fondano su calcoli accessibili perfino alla mente di un fanciullo, questo è un grande dono della provvidenza che ha voluto che la scienza più importante per la nostra felicità fosse la più facile da conquistarsi. Perciò, rimproverando alla teoria delle Serie progressive la sua estrema semplicità, commetterete due incongruenze, e cioè, di criticare la provvidenza per aver agevolato il calcolo dei nostri destini, e di criticare i Civili per la superficialità che ha fatto loro sfuggire il più semplice e il più utile dei calcoli. Se si tratta di uno studio da pivellini, allora i nostri studiosi sono meno perspicaci di questi ultimi, per non aver scoperto ciò che richiedeva sì modesti lumi; e questo è il difetto generale degli uomini civili che, tutti gonfi di pretese scientifiche, si buttano dieci volte al di là della loro meta e, per eccesso di scienza, finiscono col non comprendere i processi semplici e facili della natura.

Non se ne è mai avuta prova più lampante che con la staffa, la cui scoperta era così semplice che qualsiasi ragazzino avrebbe potuto effettuarla; eppure ci sono voluti 5.000 anni prima che la staffa venisse inventata. I cavalieri, nell’antichità, non avendo la staffa, facevano una fatica improba e andavano incontro a gravi malattie; lungo le strade infatti venivano piazzati dei cippi che fossero d’aiuto per montare a cavallo. A sentir questo, tutti restano sbalorditi dell’inavvedutezza degli antichi, inavvedutezza che tuttavia si è protratta per cinquanta secoli, quando l’ultimo dei bambini avrebbe potuto prevenirla. Presto vedrete che il genere umano ha commesso, nei confronti delle Serie progressive, la stessa leggerezza, e che sarebbe bastato il più oscuro dei dotti per scoprire questo modesto calcolo. Poiché ne siamo finalmente padroni, ogni critica relativa alla sua semplicità, sarà, lo ripeto, un modo per coprire di ridicolo gli spiriti faceti che la eleveranno e i venticinque secoli di scienza che se lo sono lasciato sfuggir di mano.

Veniamo all’esposizione che ho promesso: mi limiterò qui a spiegare l’ordinamento materiale delle Serie, senza parlare affatto dei loro rapporti.

Una Serie progressiva si compone di persone disuguali sotto tutti gli aspetti: per l’età, la ricchezza, il carattere, la cultura, ecc. I settari devono essere scelti in modo da formare un contrasto ed una gradazione di disuguaglianze, dal ricco al povero, dal colto all’ignorante, ecc. Maggiori sono la gradazione e il contrasto delle disuguaglianze, maggiore è il trasporto della Serie per il lavoro, maggiori i suoi guadagni e l’armonia sociale che ne risulta.

La si divide in diversi gruppi il cui ordinamento è identico a quello di un esercito. Per rappresentarlo immaginerò una massa di circa seicento persone, per metà uomini e per metà donne, tutti appassionati a uno stesso ramo d’attività produttiva, come la coltura di un fiore o di un frutto. Sia la Serie dei pericultori: si suddivideranno queste seicento persone in gruppi che si dedicheranno alla coltivazione di una o due specie di peri. Così si avranno un gruppo di settari della pera butirra, uno di settari della bergamotta, uno di settari della pera ruggine, ecc. E quando ciascuno si sarà aggregato ai gruppi dei suoi peri preferiti (si può essere membri di più d’uno), potranno aversi una trentina di gruppi che si distingueranno per i loro vessilli e le loro decorazioni, e si formeranno tre o cinque o sette divisioni. Per esempio: Serie dei pericultori: composta di 32 gruppi. Divisioni: 1) Avanguardia, 2 gruppi, Cotogni e specie bastarde dure. 2) Contro-ala ascendente, 4 gruppi, Pere dure alla cottura. 3) Ala ascendente, 6 gruppi, Pere tenere. 4) Centro della Serie, 8 gruppi, Pere succose. 5) Ala discendente, 6 gruppi, Pere compatte. 6) Contro-ala discendente, 4 gruppi, Pere farinose. 7) Retroguardia, 2 gruppi, Nespole e specie bastarde molli.

Non ha importanza che la Serie sia composta di uomini, di donne o di bambini, o metà degli uni e metà degli altri; la disposizione è sempre la medesima.

La Serie assumerà all’incirca questo assetto, sia per quanto concerne il numero dei gruppi, sia per quanto riguarda la ripartizione dei lavori. Più essa si avvicinerà a quest’ordinamento crescente e decrescente, meglio si armonizzerà e maggiore sarà l’ardore nel lavoro. Il cantone che guadagna di più e che dà, a parità di condizioni, i migliori prodotti, è quello tra le cui Serie c’è la migliore gradazione e il migliore contrasto.

Se la Serie è formata regolarmente, come quella che ho sopra citato, ci saranno delle alleanze tra le divisioni corrispondenti. Così l’ala ascendente e quella discendente faranno lega contro il centro della Serie e si accorderanno per fare prevalere i loro prodotti su quelli del centro. Le due contro-ali saranno alleate tra loro e coalizzate col centro per competere contro le due ali. Il risultato di questo meccanismo sarà che ciascuno dei vari gruppi farà a gara a produrre frutti magnifici.

Le stesse rivalità e le stesse alleanze si riproducono tra i diversi gruppi di una divisione. Se un’ala è composta di sei gruppi, di cui tre maschili e tre femminili, ci sarà rivalità di lavoro tra gli uomini e le donne; quindi rivalità nell’ambito di ciascun sesso tra il gruppo n. 2, che è quello centrale, e i gruppi estremi n. 1 e n. 3 che sono coalizzati contro di esso; quindi alleanza dei gruppi n. 2, maschile e femminile, contro le pretese dei gruppi n. 1 e n. 3 dei due sessi; e infine coalizione di tutta l’ala contro le pretese dei gruppi delle contro-ali e del centro: di modo che la Serie, per la semplice coltivazione dei suoi peri, avrà più trame d’alleanza e di rivalità di quante non ce ne siano nei gabinetti politici europei.

Ci sono poi gli intrighi tra Serie e Serie e tra cantone e cantone, che si organizzano alla stessa maniera. È facile intuire che la Serie dei peri avrà una forte rivalità nei confronti di quella dei meli; ma essa farà lega con quella dei ciliegi, dato che queste due specie di alberi da frutto non si prestano ad alcun raffronto che possa suscitare la gelosia dei rispettivi membri.

Più si sa rinfocolare l’ardore delle passioni, delle rivalità e delle coalizioni tra i gruppi e le Serie di un cantone, più le si vede gareggiare di zelo nel lavoro ed elevare ad alta perfezione il ramo dell’attività produttiva che esse amano. Ne risulta la perfezione generale d’ogni produzione, perché ogni ramo di lavoro può essere organizzato in Serie. Se si tratta di una pianta bastarda, come il cotogno che non è né pera né mela, il suo gruppo viene collocato tra due Serie a cui serve da elemento di connessione. Questo gruppo del cotogno è avanguardia della Serie dei peri e retroguardia di quella dei meli. Si tratta di un gruppo risultante dalla commistione di due generi, di una transizione dall’uno all’altro, che si incorpora alle due Serie. Come tra le passioni ci sono delle tendenze bastarde e bizzarre, così vi sono dei prodotti misti che non appartengono a nessun genere. L’ordine societario trae partito da tutte queste bizzarrie e sa valersi di tutte le passioni possibili e immaginabili, perché Dio non ne ha creato nessuna di inutile.

Ho detto che le Serie non possono sempre disporsi così regolarmente come ho or ora indicato; ma si cerca di avvicinarsi per quanto è possibile a questo sistema che è l’ordine naturale, e che è il più atto ad esaltare le passioni, a controbilanciarle e ad indirizzarle verso il lavoro. L’attività produttiva diventa un divertimento non appena i lavoratori vengano organizzati in Serie progressive. Allora essi lavorano meno per amore del guadagno che per effetto dell’emulazione e di altri fattori inerenti allo spirito di Serie.

Ne deriva un risultato strabiliante, come sono tutti quelli dell’ordine societario: e cioè che meno si pensa al profitto, più si guadagna. Infatti la Serie più fortemente stimolata dagli intrighi, quella che si sobbarcasse a maggiori sacrifici pecuniari per soddisfare il suo amor proprio, sarà quella che darà i prodotti di migliore qualità e di maggior pregio, e che di conseguenza avrà guadagnato di più trascurando l’interesse per non obbedire che alla passione. Ma se la Serie ha poche rivalità, pochi intrighi e poche alleanze, scarso amor proprio e scarso entusiasmo, essa lavorerà per interesse più che per passione specifica, e i suoi prodotti come i suoi proventi saranno assai inferiori a quelli di una Serie animata da tanti intrighi. Perciò il suo guadagno sarà tanto minore quanto più essa sarà stata stimolata dalla brama del lucro.

Ho detto che affinché le Serie siano animate da tanti intrighi e i prodotti di ciascuno dei loro gruppi raggiunga la massima perfezione, è necessario organizzarle in modo da rispettare una progressione ascendente ed una progressione discendente. Ne darò un secondo schema, per meglio imprimere quest’ordinamento nella mente del lettore. Scelgo la Serie di parata.

Serie di parata

In un cantone societario i vari membri della Falange di lavoro che lo coltiva si dividono in sedici cori di differenti età. Ogni coro è costituito da due quadriglie, una maschile ed una femminile: nel complesso trentadue quadriglie, di cui sedici maschili e sedici femminili, ognuna delle quali ha i suoi vessilli, le sue decorazioni, i suoi ufficiali e le sue uniformi distinte, sia per l’inverno che per l’estate.

I sedici cori si dispongono nel seguente ordine, per formare le sette divisioni che ho sopra indicato: Divisione Avanguardia, 1 coro, quadriglia n. 1: i Bambini e le Bambine. Divisione Contro-ala ascendente, 2 cori, quadriglia n. 2: i Neofiti e le Neofite; quadriglia n. 3: gli Adepti e le Adepte. Divisione Ala ascendente, 3 cori, quadriglia n. 4: i Liceali e le Liceali; quadriglia n. 5: i Ginnasiali e le Ginnasiali; quadriglia n. 6: i Giovinetti e le Giovinette. Divisione Centro della Serie, 4 cori, pubertà n. 7: gli Adolescenti e le Adolescenti; pubertà n. 8: gli Avventurieri e le Avventuriere; pubertà n. 9: gli Eroi e le Eroine; pubertà n. 10: gli Atleti e le Atlete. Divisione Ala discendente, 3 cori, pubertà n. 11: i Raffinati e le Raffinate; pubertà n. 12: I Sobri d’ambo i sessi; pubertà n. 13: gli Impassibili e le Impassibili. Divisione Contro-ala discendente, 2 cori, pubertà n. 14: i Reverendi e le Reverende; pubertà n. 15: i Venerandi e le Venerande. Divisione Retroguardia, 1 coro, pubertà n. 16: i Patriarchi e le Matriarche. I Cori costituiti dai 4 del Centro della Serie, dai 3 dell’Ala discendente e dai 2 della Contro-ala discendente formano i nove cori dell’amore.

Questi nomi sono ispirati ai costumi e alle usanze dell’ordine combinato.

I cori che vanno dal n. 7 al n. 15 sono i nove cori dell’amore. Il coro n. 6 è già in età pubere; esso non pratica l’amore carnale, ma soltanto quello spirituale.

Quando sfilano in parata, le trentadue quadriglie compaiono con trentadue uniformi differenti. In tutte le disposizioni dell’ordine societario le donne sono sempre presenti per metà.

L’ordinamento delle Serie è identico per tutti i rami dell’attività agricola o manifatturiera, per le scienze, le arti e i piaceri. Si ha in ogni caso un contrasto regolare tra gruppi e tra divisioni formate da diversi gruppi.

Seguendo i due schemi che ho or ora fornito, chiunque saprebbe ordinare una Serie dedita alle scienze o alle arti e suddividere ogni genere artistico nelle sette divisioni del centro, delle ali, ecc.

Se cinque gruppi di poeti si dedicano ai cinque generi seguenti: L’Epopea, La Tragedia, La Commedia, L’Ode, L’Idillio, chiunque saprà indicare a quale divisione della Serie essi appartengono e disporli così:

Il gruppo dell’Ode nella contro-ala ascendente.

Il gruppo della Tragedia nell’ala ascendente.

Il gruppo dell’Epopea al centro della Serie.

Il gruppo della Commedia nell’ala discendente.

Il gruppo dell’Idillio nella contro-ala discendente.

E i generi bastardi nell’avanguardia o nella retroguardia.

Oltre alle sette divisioni indicate, una Serie completa ha cinque divisioni complementari, e precisamente:

8) La Riserva.

9) I Novellini.

10) Gli Onnigeneri.

11) Le Serine.

12) Gli Ausiliari.

La Riserva si compone di elementi che, dopo aver fatto parte di qualche gruppo delle sette divisioni di genere, hanno mutato tendenza e trascurato quella passione. Si richiede talvolta il loro aiuto nel caso in cui un contrattempo imprevisto metta in pericolo le attività della Serie o impedisca alla maggior parte dei suoi membri di partecipare ad una riunione necessaria.

I Novellini sono coloro che hanno una passione incipiente per le attività predilette dalla Serie e che desiderano aggregarsi a qualcuno dei suoi gruppi. Vengono accettati all’inizio come allievi, dopo di che passano al grado di baccellieri, e indi a quello di settari deliberanti.

Gli Onnigeneri. Si tratta di un gruppo i cui membri hanno delle conoscenze generali in tutti i rami di lavoro o di piacere della Serie. Per esempio, nella Serie dei fiori, ci saranno dei membri che vorranno conoscere l’arte di coltivare tutti i tipi di fiori e che vorranno partecipare alle attività di tutti i gruppi di floricultori. Essi daranno vita al gruppo dei Mille-fiori, che adornerà gli altari campestri, attorno ai quali si pianteranno tutti i tipi di fiori. Essi presiederanno alle esposizioni ed avranno diverse altre funzioni.

Le Serine sono delle sezioni di Serie che si suddividono in diversi gruppi troppo piccoli per avere degli ufficiali ed una organizzazione regolare. Tale sarà la Serina dei fiori piccoli: essa si suddividerà in una ventina di gruppetti di tre o quattro persone che si dedicheranno specificamente alla coltura di qualche fiore di poca importanza, come la viola del pensiero, la margheritina, la reseda, il girasole. Questi fiori di poco conto non daranno vita a coalizioni di settari come accadrà per il garofano, la rosa, il tulipano, il ranuncolo, il giacinto, la tuberosa, per i quali ci saranno numerosi reparti che potranno comportare tutte le categorie di ufficiali che indicherò più avanti. [Vengono chiamate dietine le piccole diete che ne costituiscono una grande; per analogia do il nome di Serine alle piccole Serie di cui stiamo parlando].

Supponiamo che cinquanta amatori di fiori modesti formino una dozzina di gruppetti: essi si fonderanno in tre gruppi principali per figurare nella grande Serie dei fiori, di cui costituiranno la contro-ala discendente; e con i loro dodici gruppi formeranno le sette divisioni che ho indicato parlando della Serie dei peri.

Gli Ausiliari. Nelle Serie semplici, o formate da elementi d’un sol sesso, il corpo ausiliario è un gruppo di sesso diverso che collabora con la Serie. Benché certe attività siano prerogativa specifica di un sol sesso, tuttavia ci sono uomini che amano occupazioni che converrebbero alle sole donne, così come vi sono donne che hanno inclinazioni che si confanno ai soli uomini. Questa apparente bizzarria è da imputarsi alla legge generale dell’eccezione, che la natura introduce ovunque. Ogni Serie semplice si avvarrà dunque della collaborazione di uno o due gruppi ausiliari formati da elementi dell’altro sesso, in modo che ciascuno possa esplicare le passioni che Dio gli ha inculcato. Quando la Serie è composta, vale a dire formata da elementi dei due sessi, essa ha degli ausiliari d’ambo i sessi.

Le dodici divisioni hanno un altissimo numero di ufficiali. Ne indicherò le sei categorie principali:

1) Le Divinità.

2) Il Corpo sacerdotale.

3) Lo Stato Maggiore.

4) Lo Stato Minore.

5) L’Amministrazione.

6) L’Accademia.

Sentendo ora parlare di questi ufficiali più numerosi degli stessi soldati, vi renderete conto di quanto sia necessario combinare e graduare le disuguaglianze patrimoniali in una Falange d’armonia, e di riunire in essa ogni sorta di contrasti, dal milionario all’uomo che non ha un soldo, dal dotto all’ignorante, ecc.: senza questi contrasti non sarebbe possibile organizzare il corpo degli ufficiali, che sono l’anima di ogni Serie.

Le Divinità. Ogni gruppo nomina una divinità dell’altro sesso: un gruppo maschile sceglie una dea, uno femminile un dio. Ci sono poi le divinità delle varie divisioni della Serie, come il dio o la dea dell’ala ascendente, del centro, ecc.; quindi le divinità dell’intera Serie.

Nelle cerimonie e nelle ricorrenze festive, ogni dio o dea compare alla testa del suo gruppo, della sua divisione, della sua Serie, e precede ogni altro ufficiale (questo nelle ricorrenze festive e non al lavoro). Per esempio, una Serie di Silvani o boscaioli, composta di quindici gruppi, comparirà il giorno della sua festa, con un corpo di divinità così disposto: 15 Amadriadi, una alla testa di ciascun gruppo di Silvani. 5 Driadi, alla testa delle cinque divisioni principali della Serie. 1 Fata, alla testa della Serie. 1 Iris o Messaggera. 1 Sibilla.

Poi alcuni Cherubini e Serafini, presi tra i bambini, come addetti agli dèi e alle dee.

Le Amadriadi verranno scelte tra le donne di giovane età. Le Driadi tra le signore di mezz’età.

Le Fate, la Sibilla ed altre dee di prim’ordine saranno scelte tra le signore d’età che avranno già rivestito i gradi inferiori.

Se la Serie è composta, vale a dire formata da elementi d’ambo i sessi, il corpo olimpico deve essere doppio.

Gli dèi prendono posto all’altare e la Serie tributa loro gli onori divini.

La carica di divinità non richiede delle conoscenze relative alle funzioni della Serie. Può darsi che una giovane donna, senza esser versata nell’astronomia, venga scelta come Urania dal gruppo degli astronomi. È sufficiente che il dio o la dea abbiano qualche nozione del lavoro del gruppo dal quale sono onorati. Gli dèi appartengono normalmente a una classe il più diversa possibile da quella cui appartiene il gruppo che li sceglie. Una società di dotti di straordinaria ricchezza, come lo saranno quelli dell’ordine combinato, nominerà volentieri come dea una fanciulla povera; scelta che aprirà a tale fanciulla le vie della fortuna. Un gruppo di lavoratori quasi tutti poveri sceglierà spesso per divinità una delle ricche signore della Falange. Questi contrasti sono dettati dal sentimento e non c’è bisogno di indicarne i motivi.

Il Corpo sacerdotale. Sono i primi musicisti che fungono da Sacerdoti e da Sacerdotesse di una Serie. Essi dirigono gli inni e presiedono il servizio divino al tempio e alla parata. Deve esserci almeno un Sacerdote o una Sacerdotessa per ogni gruppo; quindi dei Sacerdoti di grado superiore per le divisioni della Serie, infine il Gran Sacerdote o la Gran Sacerdotessa della Serie. Il Corpo sacerdotale è doppio se la Serie è composta.

Lo Stato Maggiore. Esso risulta formato all’incirca degli stessi alti gradi che ci sono in un reggimento; vale a dire: ogni gruppo ha il suo capitano, il suo tenente, il suo sottotenente; ci sono poi gli ufficiali della Serie, come il colonnello, il maggiore, il portabandiera.

Lo Stato Minore rassomiglia parimenti al corpo dei sottufficiali di un reggimento. Ogni gruppo ha il suo portabandiera, il suo brigadiere ed altri vice-capi, al di sopra dei quali vi sono dei vice-capi di Serie che sorvegliano quelli dei gruppi. Lo Stato Minore è addetto al materiale.

È inutile aggiungere che se la Serie è composta, lo Stato Maggiore e lo Stato Minore sono doppi e formati da elementi dei due sessi. Così una Serie composta ha il suo colonnello e la sua colonnella, il suo portabandiera e la sua portabandiera. Le donne esercitano le loro funzioni e non detengono titoli privi di senso, come accade da noi dove la signora presidentessa non presiede un bel nulla, dove la signora marescialla non comanda niente. Nell’ordine combinato, dove non esiste il matrimonio, non si acquisiscono i titoli onorifici di coloro di cui si è amanti: ciascuno ha soltanto i titoli delle funzioni che adempie; e quando una donna avrà il titolo di colonnella o di porta-bandiera della Serie dei fiori, la si vedrà capeggiare la Serie in una parata o portare la bandiera, e presiedere una riunione concernente le sue funzioni. La paladina comanderà le carovane femminili, la marescialla le colonne femminili, e così via.

L’Amministrazione. Essa è formata da ufficiali incaricati della contabilità e del cerimoniale, come il conservatore, l’archivista, l’araldo, il messo, ecc. Ogni gruppo deve avere ufficiali di tal genere; se ne nominano di simili per l’intera Serie: ci vuole un conservatore, uomo o donna; un araldo, uomo o donna, per la Serie, come ce ne vogliono per ogni gruppo e per ogni divisione della Serie.

L’Accademia. Essa è formata dai membri più esperti di ciascun gruppo, da quelli che hanno acquistato maggiori conoscenze teoriche o pratiche. Così una Serie di dodici gruppi ha ventiquattro accademici, di cui metà teorici e metà pratici, tratti da ognuno dei vari gruppi. Ve ne sono poi alcuni aggiunti per le nozioni generali. L’Accademia decide le attività che coinvolgono gli interessi dell’intera Serie; si richiede il consulto di alcuni suoi arbitri per le attività particolari dei gruppi. Nelle Serie possono esserci altre categorie di ufficiali: queste possono essere moltiplicate all’infinito, e un fanciullo che sia membro di una trentina di Serie potrà avere una ventina di gradi e affiancare al suo nome una sequela di titoli più lunga di quella del re di Spagna. Si obietterà che c’è un apparato eccessivo per coltivare dei fiori, dei frutti, del grano, del vino, ecc.; ma queste futilità, queste distinzioni onorifiche non costano nulla e sono degli incentivi coi quali si suscita entusiasmo per il lavoro. Il capitano non è tale che alla parata; se si eccettua quest’occasione egli lavora come tutti gli altri, perché si diventa membri di una Serie progressiva solo per Attrazione e per amore verso le attività cui è appassionata la Serie. Per esempio, è chiaro che in una Serie di gastronomia il colonnello e i capitani mangeranno l’identico ottimo vitto dei semplici settari. Lo stesso avverrà nel lavoro, che nell’ordine combinato diventerà così attraente come possono esserlo oggi il piacere della tavola ed altri godimenti. E se in un gruppo di venti membri ad ognuno è attribuita una carica, l’attività e l’emulazione saranno per questo più intense, senza che ciò venga a costare un soldo di più, eccettuate le spese per i distintivi onorifici. Perché le Serie, avendo passione per l’attività che le fa riunire, non danno degli emolumenti ai loro ufficiali: esse si avvarranno del duplice strumento della passione che induce ed entrare nella Serie, e del grado che li distingue. Ciò basta perché questi ufficiali, quando hanno ampie disponibilità, facciano a gara a spendere per la Serie, senza pensare al guadagno che pure tocca loro alla fine dell’anno, e che è tanto più copioso quanto meno l’avranno ambito, e quanto più sarà stato favorito dallo zelo che il loro entusiasmo ispira ai subalterni della Serie.

Quanto è facile comprendere l’ordinamento delle Serie, tanto sarebbe difficile intendere il loro meccanismo, senza un trattato completo al riguardo. La difficoltà non sta nell’organizzarle, bensì nel metterle in azione e nell’indurle al lavoro grazie al rivaleggiare e al coalizzarsi dei gruppi tra loro, e delle divisioni tra loro.

Le Serie progressive possono reciprocamente spingersi al lavoro solo grazie all’influenza che esse collettivamente esercitano le une sulle altre. Bisogna costituirne 144, dodici dozzine, perché si muovano in buon accordo per rivalità ed emulazione (questo numero di 144 è da prendersi approssimativamente). Se si costituissero una o due Serie isolate, non ci sarebbe alcun modo per metterle in azione. Nulla sarebbe più facile che formare a Parigi alcune Serie di appassionati per la coltura dei fiori e dei frutti, mettendo a loro disposizione dei giardini con fiori e spalliere di alberi da frutto sistemati in maniera adatta ai lavori dei vari gruppi. Ma non passerebbe una settimana senza che si rompesse in tutti i sensi l’accordo tra queste Serie; e sarebbe impossibile inculcar loro l’abitudine al lavoro quand’anche fossero formate da persone che non avessero altro da fare. La meccanica passionata non può essere organizzata in modo parziale: ogni parte è necessaria al tutto, e la mancanza di qualche ingranaggio impedirebbe il funzionamento dell’intera macchina. Ecco perché non sarebbe possibile formare una semi-Falange di Serie progressive con una sessantina di Serie soltanto: di intermedio tra l’armonia e l’incoerenza vi è soltanto un ordine societario dalle passioni sfumate. (Si veda l’Associazione domestica progressiva o Serie imperfette – Tribù a nove gruppi).

Ma se si organizza seguendo le regole della geometria, un cantone di circa 144 Serie, per l’agricoltura, le manifatture, le scienze e le arti; se le si mettono regolarmente alle prese, è possibile animarle con intrighi così vivaci, conferire alle loro attività così svariati motivi d’interesse, che tutte queste Serie si troveranno in stato di Attrazione generale, che si inciteranno vicendevolmente a compiere dei prodigi di lavoro e di studio, senza che sia l’attrattiva del guadagno a stimolarle. Esse non avranno altro incentivo che la foga della passione, che un folle fanatismo per le loro attività predilette. E la loro esaltazione sarà così violenta che si vedrà il milionario, il sibarita di oggi, levarsi prima dell’alba per accelerare e dare un impulso personale ai lavori delle Serie nelle quali si sarà arruolato. Nel corso della giornata lo si vedrà lavorare come un dannato, spostarsi dall’uno all’altro dei gruppi e dall’una all’altra delle Serie da lui preferite ed animarle con il suo esempio. E dopo essersi tanto affannato, si rammaricherà che le giornate non durino il doppio per poter duplicare le fatiche che faranno la sua felicità. Tutti i suoi collaboratori, ricchi o poveri che siano, proveranno il suo stesso entusiasmo; ed è per questo che le Serie progressive sapranno trarre preziosi raccolti dalle lande le più ribelli agli sforzi dei Civili.

Abbiamo visto in precedenza che in un cantone di circa 3.000 tese di diametro abitato da 1.000-1.200 persone, bisognerà formare circa 150 Serie, calcolando 300 persone per ciascuna. Tale numero è approssimativo.

È evidente che queste 150 Serie richiederanno 150 passioni dominanti, ognuna su 300 persone. Ogni individuo dovrà avere dunque su per giù la quarta parte delle 150 passioni, all’incirca quaranta tendenze dominanti per potersi arruolare ad una quarantina di Serie.

Ma gli uomini civili non hanno, per la maggior parte, che tre o quattro tendenze dominanti; bisognerà dunque suscitare in essi un gran numero di nuovi desideri e far nascere in ogni individuo passioni in numero dieci volte maggiore di quel che egli non abbia oggi. Per raggiungere quest’obiettivo, sarà necessario procedere con dei sistemi opposti a tutti i nostri dogmi di saggezza; fatto che non ha alcun rilievo purché si raggiunga lo scopo, che è di produrre Attrazione al lavoro e di fare eseguire con la lusinga del piacere quelle fatiche agricole e manifatturiere che si eseguono oggi soltanto per necessità e malvolentieri.

Questo rapido cenno non chiarirà affatto il problema di come far muovere le 144 Serie di un cantone in modo tale che si inducano reciprocamente al lavoro agricolo, manifatturiero e domestico, allo studio e alla coltura delle scienze e delle arti, e che i prodotti del loro lavoro raggiungano la perfezione che c’è da attendersi da persone che lavoreranno per passione, per spirito di corpo, per orgoglio, e niente affatto per lo stimolo del bisogno e del guadagno.

Da questa laconica nota potrete concludere che la teoria delle Serie non può esser sunteggiata né spiegata sommariamente, perché essa poggia sopra procedimenti talmente lontani dalle nostre consuetudini che è necessario conoscerli nel loro complesso, e che i sunti, le nozioni anticipate che si sollecitano, non potrebbero gettare alcuna luce sull’enorme problema di mettere il genere umano in stato di Attrazione al lavoro. È nella terza memoria che ne darò la soluzione. Le prime due saranno dedicate a discussioni preliminari, concernenti in particolare la necessità dell’Associazione, unico ordine compatibile coi disegni divini.

Dio, per organizzare un meccanismo sociale stabile e ordinato, non ha potuto far conto sui singoli individui, che operano separatamente, ma su gruppi societari. Eccone i motivi:

Dio non può desiderare che le sue opere siano esposte ad una instabilità, ad una dissoluzione continua: cosa che accadrebbe se la loro realizzazione avesse a propri artefici degli individui isolati, che hanno il difetto d’esser soggetti alla morte e alla volubilità. È logico che egli scelga di preferenza dei gruppi o delle corporazioni passionate, che non si estinguono mai e non mutano mai le loro inclinazioni, perché sostituiscono quotidianamente con nuovi adepti coloro che sono stati ad esse sottratti dalla morte o dalla scarsa costanza. I gruppi si perfezionano incessantemente perché sono imperituri; essi trasmettono di generazione in generazione la destrezza e l’esperienza, che non vengono tramandate nelle famiglie perché i figli non ereditano le disposizioni dei padri e non sono atti a continuare e a migliorare le attività paterne.

L’ordine civile esigerebbe una certa conformità di tendenze tra padri e figli, o, come minimo, una diversità non spiccata. Accade il contrario: la natura si compiace di fare dei tagli netti tra padre e figlio. Del figlio di un portiere essa fa un genio della poesia, un Metastasio; e poi non darà al rampollo d’un grand’uomo che inclinazioni assai comuni. Questa disparità, assai nociva alle nostre unioni domestiche, è uno dei mille indizi del fatto che esse sono in contrasto con i piani della natura: questa ha creato i caratteri e le passioni perché si confacessero all’ordine combinato e non all’incoerenza civile. Avrò modo di ripetere frequentemente nel corso di quest’opera che, non appena le Serie progressive saranno organizzate, troverete mirabili alcune disposizioni naturali che vi paiono oggi vizio e bizzarria; vedrete il padre rallegrarsi che la natura abbia dato ai suoi figli tendenze opposte alle proprie; sentirete il genere umano render lodi a Dio per aver creato inclinazioni che sono da noi causa dei maggiori disordini. Riconoscerete infine che nessuna passione è inutile o cattiva, che tutti i caratteri sono buoni così come sono, che bisogna esaltarne anziché moderarne le passioni; che bisogna far nascere dei desideri e dei bisogni anche in persone sprovviste di danaro; e che i cittadini migliori, quelli più utili al meccanismo societario, sono quelli più proclivi ai piaceri raffinati e più ciecamente dediti ad appagare tutte le proprie passioni. Questo è l’incredibile problema di cui la teoria delle Serie progressive o Serie di gruppi di lavoro darà la soluzione.

Nota

Ci sono molte sviste che denunciano la grande fretta. Per esempio, menzionando otto inconvenienti del matrimonio, ho tralasciato il più grave, la pena che provano i padri a separarsi dai figli che il matrimonio sottrae loro. Cito quest’omissione, tra le infinite altre, per invitare a sospendere ogni giudizio nell’attesa di un secondo prospetto che presenterà le assurdità civili sotto altri punti di vista meglio accetti all’opinione pubblica, e che avrà come filo conduttore le osservazioni da me raccolte in seguito alla pubblicazione del primo.

Avviso agli uomini civili relativo alla prossima metamorfosi sociale

Vari uomini civili hanno espresso il desiderio di conoscere qual sia la condotta più propizia ai loro interessi da tenere nel tempo che resta della Civiltà, sì da impiegarlo utilmente. Ecco ciò che posso loro dire al riguardo.

1) Non costruite alcun edificio: la disposizione dei fabbricati civili non è assolutamente compatibile con le abitudini dell’ordine combinato e sarete costretti a sottoporre le vostre case a enormi trasformazioni per poterne trarre qualche utilità. Ce ne saranno anche molte di inutilizzabili. Ciò non deve allarmare i proprietari, perché ogni danno causato dall’instaurazione del nuovo ordine sarà indennizzato dalla Gerarchia Sferica: essa avrà a disposizione terre libere in quantità tripla a quella delle terre ben coltivate. Orbene, poiché essa metterà a coltura tutto il globo, avrà ricchezze dieci volte maggiori di quante non ce ne vogliano per provvedere alle indennità in questione.

2) Ricercate le ricchezze mobili: l’oro, l’argento, i metalli preziosi, le gemme e gli oggetti di lusso, che i filosofi disdegnano. Il loro valore salirà al doppio e al triplo quando inizierà l’ordine combinato. L’aumento sarà meno sensibile per il rame, lo stagno, il ferro, ecc.; ma in generale qualsiasi prodotto che si estrae con fatica dalle viscere della terra acquisterà istantaneamente un valore enorme nell’ordine combinato, dato che in esso lo sfruttamento delle miniere verrà a costare parecchio, essendo assai poco attraente. Ciò vale anche per gli oggetti che si estraggono con gran fatica dal fondo dei mari, come le perle e così via: questi generi di lavoro saranno praticati assai poco anche quando l’armonia sarà completamente organizzata.

3) Nel settore delle proprietà fondiarie, ricercate di preferenza i boschi d’alberi d’alto fusto e le cave di marmo. Poiché sarà necessario costruire subito un’infinità di nuovi edifici, il legname da costruzione e le pietre da taglio saliranno necessariamente a un prezzo esorbitante nei primi anni, quando l’ordine combinato non sarà ancora perfetto e lo spirito mercantile sopravvivrà, più o meno, per qualche tempo ancora.

4) Non andate alla conquista di colonie lontane: non vi passi per la mente di espatriare, lusingati dall’idea di far fortuna. Ognuno sarà felice nella propria terra dove vivrà senza preoccupazione alcuna. Quanto alla gente che sfollerà dalle contrade popolose, ciò accadrà in modo molto differente dalle vostre emigrazioni verso le colonie, e i coloni partiranno già organizzati in Falangi per andare ad abitare i cantoni e gli edifici che saranno stati loro apprestati dalle armate del lavoro.

5) Prolificate: quando l’ordine combinato sarà ai suoi esordi, nulla sarà più prezioso dei bimbetti di tre anni o ancora più piccoli: perché, non essendo ancora guastati dall’educazione civile, essi potranno trarre pieno profitto dall’educazione naturale ed elevarsi alla perfezione dello spirito e del corpo. Di conseguenza, un bambino di due anni sarà più prezioso di uno di dieci, e la Gerarchia Sferica ricompenserà generosamente tutte le ragazze che avranno dei figli al di sotto dei tre anni. Essa ricompenserà allo stesso modo i sovrani che si saranno adoperati in questo senso, consentendo, a partire da questo momento, ad ogni ragazza di avere dei bambini senza essere sposata.

6) Non sacrificate il bene presente in vista di quello futuro. Cogliete le gioie del momento, evitate ogni unione matrimoniale o d’interesse che non soddisfi le vostre passioni sin dagli inizi. Perché dovreste preoccuparvi per il bene futuro, visto che esso supererà le vostre aspirazioni e che, nell’ordine combinato, non avrete altro rammarico se non che le giornate non durino il doppio, sì da potervi permettere di godere l’incessante giostra di piaceri che vi si presenterà?

7) Non lasciatevi fuorviare da persone superficiali che ravvisassero nella scoperta delle leggi del movimento un calcolo sistematico. Pensate che non ci vogliono che quattro o cinque mesi per sperimentarlo su una lega quadrata, che la prova potrà forse essere portata a compimento nel corso della prossima estate; che allora il genere umano tutto intero passerà all’armonia universale; e che voi dovete sin da ora regolare la vostra condotta tenendo presente l’imminenza e la facilità di quest’immensa rivoluzione.

8) Guardatevi ancor di più da coloro che sollevassero delle critiche che avessero ad oggetto l’autore della scoperta e non quest’ultima. Che conta la maniera in cui essa viene annunciata? Che importa se questo prospetto manca di stile, di sistematicità, ecc.? Lo ammetto, e non voglio neppur cercare di fare meglio nelle memorie che seguiranno. Fossero scritte in patois, è la scoperta e non il suo autore che dovete giudicare. Detto questo, ogni critica perde di significato finché non pubblicherò questa scoperta e mi limiterò a lasciarla intravedere. Senza dubbio non c’era bisogno di un volume per un simile annuncio, ma mi sono dovuto uniformare all’opinione pubblica che esige dei volumi. La prima preoccupazione di ciascuno è di sapere quanti volumi prenderà l’esposizione della scoperta; e pare si creda che essa non avrebbe alcun valore se non ne coprisse alcuni. Bisogna dunque star lì a ricamare sull’argomento e scrivere dei libri più o meno brutti, come può scriverli un uomo che, eccettuata la sua scoperta, non ha altra scienza che quella di tenere il metro in mano. Orbene, per battere in velocità i critici, io dichiaro che getto i miei libri alle ortiche, non avendo la pretesa d’essere scrittore, ma soltanto scopritore. Non voglio neppure leggermi la grammatica per correggermi degli errori che con tutta probabilità infiorano il mio stile. Io faccio sfoggio della mia ignoranza: più essa è grande, maggiore è l’ignominia che essa getta sugli studiosi i quali, con tante conoscenze di cui io son privo, non sono stati capaci di scoprire le leggi del movimento sociale, non hanno intravisto la strada della felicità che io solo avrò aperto al genere umano, senza che nessun altro possa rivendicare la minima parte della mia scoperta.

Prima di pubblicarla, darò alle stampe un secondo prospetto che sarà un ampliamento di questo e verterà sugli stessi argomenti, con qualche piccola variante.

Poiché scopo di queste due prime memorie è di sondare l’opinione pubblica per conoscere i punti sui quali sarà opportuno diffondersi in dimostrazioni, mi son dovuto limitare a sfiorare appena i vari argomenti che ho toccato, non essendomi possibile dare alcuna dimostrazione regolare prima di avere pubblicato la teoria dell’Attrazione passionata.

Essa sarà esposta in sei brevi memorie che saranno pubblicate in un secondo tempo, e nelle quali rappresenterò l’ordine combinato nel suo pieno svolgimento. Immaginerò un risveglio di Epimenide per l’anno 2200, epoca in cui l’ottavo periodo sociale che sta ora per instaurarsi avrà raggiunto il suo splendore, e in cui avrà inizio la seconda creazione, che aprirà al genere umano la strada verso il nono periodo.

Coloro che si sono prenotati per l’acquisto dei sei quaderni dell’Attrazione passionata, potranno farmi pervenire le loro critiche e le loro osservazioni sulle dimostrazioni che riterranno necessarie. Io darò loro i chiarimenti di utilità generale; e in ogni quaderno potrò riservare qualche pagina per replicare alle osservazioni più importanti che mi saranno state rivolte. Del resto non voglio aprire nessuna polemica al riguardo.

Vi è un problema sul quale ci si dovrà astenere dal chiedermi delucidazioni: è il più importante di tutti, e cioè quello della retribuzione proporzionale ai tre fattori produttivi, vale a dire la ripartizione del prodotto agricolo e manifatturiero di una Falange tra i suoi membri a seconda del “quantum” di capitale, di cultura e di lavoro di ciascuno.

Questo problema è il nodo gordiano dell’ordine combinato, quello senza aver risolto il quale sarebbe inutile organizzare una Falange: essa cadrebbe presto nella discordia. L’accordo verrebbe presto meno se non si sapessero prendere le misure necessarie per la retribuzione proporzionale ai tre fattori. Eviterò di proposito ogni chiarimento al riguardo, per poter riservare a chi di diritto l’onore di fondare l’armonia universale, la cui iniziativa potrebbe essere presa da un qualsiasi ricco proprietario e anche da una società d’azionisti, se io rendessi di pubblico dominio la soluzione del problema in questione. Sarà dunque vano sollecitarla allorquando mi si rivolgeranno delle obiezioni.

Invito a rileggere quest’opera, se ne volete ritrarre qualche frutto. Una prima lettura non può bastare per un argomento così nuovo. D’altra parte, mancandomi la pratica dello scrivere, non avrò saputo ordinare con metodo né esporre con chiarezza i vari argomenti: pertanto una seconda lettura dissiperà molti punti oscuri e sopperirà alle mie manchevolezze. Parecchie delle mie affermazioni urtano tutte le opinioni e, lì per lì, irritano: le potrete apprezzare solo alla seconda lettura. La prima servirà a instillare dei dubbi, che saranno pienamente confermati da un più ponderato esame delle assurdità civili.

Eh! ci fu mai momento più propizio per destare nei Civili sentimenti di vergogna nei confronti di se stessi e delle loro scienze filosofiche? C’è stata mai generazione più inetta in politica di quella che ha fatto sgozzare tre milioni di giovani per tornare poi, di nuovo, ai pregiudizi da cui voleva affrancarsi? Gli errori delle generazioni precedenti si potevano scusare molto più facilmente: erano l’avidità, il fanatismo che agivano allo scoperto; era la passione nella sua crudezza a suscitare le guerre. Ma oggi è in onore alla ragione che si compiono massacri più efferati di tutti quelli di cui la storia ci abbia trasmesso il ricordo. È per la dolce uguaglianza, è per la tenera fraternità che si immolano tre milioni di vittime; dopo di che la Civiltà, stanca di sangue e confusa della propria assurdità, non vede altro mezzo di requie che di ristabilire umilmente i pregiudizi che essa aveva bandito, e di chiamare in suo soccorso i costumi che la filosofia accusa d’esser contrari alla ragione.

Ecco i trofei politici della presente generazione: dopo di che, qual è l’uomo che non arrossisce d’esser Civile e d’aver prestato fede alle ciarlatanerie politiche e morali? Qual generazione deve essere più propensa a considerare i nostri lumi sociali come fitte tenebre, a sospettare l’esistenza di qualche scienza più certa sfuggita sino ad oggi alle ricerche del genere umano? Sì, questa scienza della felicità sociale che vi siete lasciati sfuggire non è altro che la teoria dell’Attrazione passionata: il meccanismo dell’Attrazione è un problema che Dio assegna da dirimere a tutti i globi; e i loro abitanti non possono passare alla felicità se non dopo averne trovato la soluzione.

Prenotazione

Le sei memorie sull’Attrazione passionata saranno ognuna di 150 pagine, dello stesso formato e negli stessi caratteri di questa. La quota per prenotarsi è di dodici lire tornesi. Le lettere e i versamenti dovranno essere indirizzati, franco di porto, all’autore (Charles, a Lione).

Nelle città lontane, coloro che si prenotano, riuniti in numero di dodici, potranno designare un libraio che funga da corrispondente. Colui che per primo mi invierà l’importo di un gruppo di dodici prenotazioni diverrà corrispondente per la detta città e le località circonvicine.

La pubblicazione successiva dei sei quaderni inizierà non appena ci saranno mille persone che si saranno prenotate.

APPENDICE SULLA RIVOLUZIONE FRANCESE

Rivoluzione Francese

Condizioni esterne [1989, mi trovo nel carcere di Bergamo] impongono di lavorare in una situazione non proprio ideale per una ricerca teorico-storica, utilizzando cioè quegli strumenti che la difficoltà del problema e la sua importanza meriterebbero.

Mi vedo quindi obbligato a lavorare di memoria e spero che i compagni terranno conto delle lacune inevitabili che troveranno nel presente lavoro.

Per un altro verso, ed è questo un aspetto positivo, ho avuto modo di riflettere a lungo in questi ultimi mesi su tante cose e anche sul concetto (pratico e operativo) di “rivoluzione”.

Ed è di queste riflessioni, rapportate con la grande esperienza francese di due secoli fa, che vorrei mettere a parte i compagni partecipanti al Convegno [su: “1789-1989. Due secoli di rivoluzione”, Napoli 1989].

Né quella, famosa oltre ogni dire, che Kropotkin definiva “Grande”, né le altre, tante o poche che queste seconde siano, si possono considerare rivoluzioni “modello”, punti di riferimento a cui commisurare le iniziative e le pratiche dell’oggi e del domani.

E questo, dell’insegnamento che viene dal passato e che una scienza opportuna, la Storia per l’appunto, rende possibile utilizzare nella pratica dell’oggi, è un problema di notevole significato in quanto coinvolge non solo una concezione utilitarista della riflessione sulla storia, ma anche una scelta pratica sulle decisioni da prendere.

Siamo costretti, se non vogliamo andare avanti come i non vedenti, a decidere cosa fare del comune bagaglio filosofico dello storicismo, che sta ancora in piedi e che minaccia di non farci fare nemmeno un piccolo passo avanti.

Figlio dei lumi e quindi padre o, almeno, cogenitore della Rivoluzione, quella grande, appunto, lo storicismo nasce in un clima di riassetto del pensiero ordinativo, un clima che doveva pur venire fuori dalle ambasce in cui era finito per cadere il razionalismo cartesiano, proprio nel momento in cui apriva la nuova Europa al pensiero scientifico della misura e non più della vecchia essenza.

Ma Cartesio non aveva saputo fondare seriamente su qualcosa di concreto il suo dubbio sistematico, andando a finire, come tanti altri, fra le braccia del “buon Dio”.

Il Settecento, con tutto il suo protervo anticlericalismo, non era riuscito del tutto a liberarsi da questa ipoteca, se non scendendo al livello di un materialismo semplice, come quello di Lamettrie.

Queste idee, e i loro divulgatori, sommuovevano il mondo, mettevano in discussione circoli teorici e commuovevano signori benestanti in vena di buone azioni.

Con il senno del poi, cioè con la conoscenza dello sviluppo filosofico della storia, è stato detto che era l’idea che si faceva strada e trovava, proprio nel volgere del secolo decimottavo, la sua naturale conclusione rivoluzionaria.

Oggi, un’affermazione del genere fa più o meno ridere. Ma non fanno ridere, almeno non lo dovrebbero, le conseguenze che stanno dietro questa affermazione, conseguenze che sono foriere di danni e pregiudizi di portata immensa.

Lo storicismo, perché quella sarebbe un’affermazione di tal natura, si afferma e si sviluppa dopo la Grande Rivoluzione, in un clima di rinnovamento non solo degli imperi europei, ma anche delle loro produzioni industriali. E il pensiero nasce, più acuto perché più doloroso, proprio in quella parte della vasta Europa che è meno consolidata politicamente, in quella Germania piena di piccoli Stati, di grandiosi progetti e di reboanti parole.

L’idea si trasforma in un essere capace di agire, viene vista muoversi, modificare le cose, entrare e uscire da sé e dagli altri, avventurarsi nel mondo, ed infine realizzarsi in qualcosa, in uno spirito oggettivo. Tutto ciò in forma lineare, come un destino luminoso e senza ostacoli – se non risibili e momentanei – e con una etichetta riassunta nel nome di progresso. E mi accorgo che molti, anche fra i compagni anarchici, restano legati a questa concezione lineare che ha conseguenze precise sia nella lotta sociale che nelle scelte dei mezzi da impiegare nella lotta stessa.

Ce ne sono stati tanti, dubbi e perplessità. Questo è vero. Ci si è chiesti, più volte: ma possiamo convivere insieme ai marxisti, per non dire altro, nell’ottica di un medesimo storicismo? Certo che no. Spostiamoci allora un pochino. E dove ci spostiamo? Su questo punto non abbiamo mai avuto le idee molto chiare.

Il discorso è semplice. C’è o non c’è, nella Storia, cioè nelle vicende degli uomini, una logica diversa dalle decisioni dei singoli individui? Le cose accadono perché uomini le vogliono, oppure, accanto a queste volontà, sommate insieme, ci sono altre forze che sviluppano conseguenze le quali hanno effetti anche sulle decisioni delle singole volontà?

L’anarchismo nella sua storia ha ondeggiato un po’ in un senso, un po’ nell’altro. Da Bakunin e Kropotkin, fino a Malatesta, fino agli individualisti più esacerbati, ma il problema non si è chiarito, anche perché tutti i teorici anarchici sono sempre stati piuttosto restii ad impantanarsi in discussioni filosofiche, almeno i teorici che avevano interessi anche pratici, mentre quegli altri, quelli che spesso lo hanno fatto, con mezzi non idonei, a dire il vero, avevano per nulla interessi all’azione.

Ne è derivato che i dubbi sono rimasti. E sono là, davanti a tutti i compagni, specialmente quando ci si interroga su problemi come quelli attinenti alla rivoluzione francese di due secoli fa.

L’invenzione del secolo decimottavo è stata grandiosa. L’idea di progresso è, difatti, molto utile. Essa consente di far muovere la gente con una speranza che altrimenti svanirebbe con facilità. Il “sol dell’avvenire” lascia intendere che si stia andando verso levante dove, con certezza, prima o poi, questo sole nascerà. Nessuno mette in dubbio la possibilità, pratica, del non sorgere del sole.

Il determinismo è una grande molla all’azione, fonda partiti e crea martiri, alimenta rivoluzioni ed élite di dominio. Queste si alternano fra loro, cancellano e ricostruiscono fatti e idee, ma porgono al volgo sempre la medesima illusione, quella che mai nulla è perduto, che domani le cose devono andare meglio di oggi.

Così si giustificano le tecnologie del capitale, in nome di un progresso che domani sarà utilizzabile diversamente. Così si giustificano i sacrifici di oggi imposti dallo sfruttamento in nome di un trasferimento, domani, delle ricchezze di oggi ad una società liberata. Così si giustificano le più odiose nefandezze, in nome della vittoria suprema di quella parte dell’umanità che impersonificherà la filosofia, secondo lo schema della Fenomenologia dello Spirito (mi dispiace, ma l’individuo “cosmico” qua non c’entra, Hegel la pensava diversamente sul “grande uomo”, burattino nelle mani della Storia).

E, infine, da un’idea del genere nascono le attese, le guerre guerreggiate e quelle di temporeggiamento, le crisi e le teorie economiche della crisi, le teorie dell’imperialismo e quelle del terzo-mondismo, ecc.

Si vede, quindi, che l’utilità dello storicismo è notevole. Ma essa è ancora più grande se si pensa al suo utilizzo da parte del capitale. Qui trova giustificazione morale l’accumulazione, la guerra, lo sfruttamento, per arrivare, colmo della raffinatezza, agli strumenti che la medesima filosofia ha fornito ai tentativi della destra vecchia e nuova di giustificare il genocidio e la superiorità di una razza sulle altre.

Non è questo il luogo per tratteggiare, sia pure per grandi linee, un’ipotesi di riflessione non storicista. Fare i conti con la Storia è problema ben più ampio di quello che le mie forze mi consentono di affrontare. Vorrei quindi limitarmi ad alcune considerazioni brevissime.

È fuor di dubbio che nella realtà esistono fatti che si ripetono, fenomeni aggregativi che rimangono costanti, fatti e fenomeni ben conosciuti ma stranamente spiegati in modo fantastico e illusorio. Ad esempio, se diversi individui si mettono insieme per fare un lavoro la somma in termini di lavoro ottenuto, di quello che viene fuori, è molto maggiore della somma del lavoro dei singoli individui, se questi avessero lavorato separatamente.

Questa legge, che è poi quella dell’organizzazione, è stata studiata a fondo da Proudhon, ma i suoi risultati sono poco conosciuti, ed è quella che illuminò il fondatore della teoria del capitalismo, Adam Smith il quale la illustrò partendo dall’esempio della fabbrica di spilli.

Che la coscienza di questa utilità aggiuntiva sia un fatto che la nostra civiltà ha ormai acquisito e quindi trasformato in elemento intuitivo, è cosa talmente certa da far considerare una spinta verso l’aggregazione, in vista di fare un cosa, come un elemento spontaneo che tende a ripresentarsi davanti a situazioni abbastanza simili.

Ecco. Venendosi a modificare alcune condizioni sociali, per diverse cause, di natura economica, militare, geologica, ecc., si mette sempre in moto un meccanismo di autorganizzazione. Le rivoluzioni cominciano così, e si ripresentano puntualmente sempre così, con una spinta all’autorganizzazione.

La gente, dal basso, di fronte all’emergere di problemi che non trovano più una soluzione secondo le codificazioni precedenti, ad un dato momento, si organizza in modo autonomo.

Secondo me, per una forza del genere non c’è bisogno di scomodare lo spirito oggettivo, per cui non si deve poi restare contrariati quando questa forza viene sprecata o recuperata per mano di professionisti della politica. Si deve, caso mai, cercare di fare qualcosa per evitare questo recupero o, almeno, per limitarne i danni.

I fatti sono molteplici e le situazioni che si creano sono sempre nuove, ma hanno qualcosa di ripetitivo, di circolare. Alcuni elementi si ripresentano. Queste sono le forze della realtà, che si combinano in vario modo ma sono sempre presenti. Una forza contraria all’autorganizzazione potrebbe essere individuata nella paura della libertà, che spinge la gente a cercare una guida, un capo, una sigla, un’organizzazione preventiva, sotto cui mettersi per ricevere protezione, per sentirsi protetta. Questa paura è anch’essa una forza, se si vuole contraria alla prima, ed è sempre là, capace di ripresentarsi in continuazione.

E poi tutti gli altri sentimenti, più o meno negativi, più o meno positivi, che si associano e si pongono in relazione fra loro, o si contrastano; l’avarizia e la generosità, l’amore per il nuovo e il desiderio della tradizione, la viltà e il coraggio, l’odio e la tolleranza, e così via. Tutto ciò determina altre forze sociali, che si ripresentano in aggregazioni abbastanza costanti, sebbene sotto forme diverse.

Ma allora, sarà sempre così? Ci saranno sempre i padroni e ci saranno sempre gli anarchici a lottare contro i padroni? E così all’infinito?

No. Di una cosa siamo certi, che non esiste una garanzia esterna che possa fondare una certezza riguardante il fatto che tutta questa situazione di miseria e di sfruttamento un giorno finirà. Ma il fatto di non avere questa certezza esterna, non toglie che possiamo avere noi una certezza interna. E, in questa certezza, interna, una certezza della nostra coscienza, possiamo trovare la forza di agire senza bisogno di trovare la protesi del determinismo.

No. Forse le cose continueranno per sempre così. Cambieranno di poco. Ci saranno spostamenti piccoli, ma nella sostanza ci saranno sempre i dominati e i dominatori. Ma forse no. Forse sarà possibile la costruzione di una società libera, cioè di una società avente una qualità maggiore, più alta, di libertà. Ma forse no.

Ci potrà essere, quindi, un non ripresentarsi di alcuni eventi. Una rottura nel processo, o l’innesto di un processo diverso. Duecento anni, quanti ne intercorrono tra oggi e la rivoluzione francese, sono troppo pochi per discorrere di un vero e proprio non ripresentarsi di determinate forze sociali.

Dunque, mi sembra chiaro che i giacobini portarono una impronta autoritaria e accentratrice (per dir poco) nella grande rivoluzione. Per cui si cerca un paragone con i bolscevichi, e così via. Per quanto riguarda le altre situazioni rivoluzionarie, si pensa alla Spagna, al Messico, alle situazioni di lotta di liberazione nazionale, e a molti altri fatti che spesso chiamiamo impropriamente rivoluzioni.

Gente che oggi ha tutt’altri interessi che rivoluzionari, gente che mangia pacificamente al tavolo comune dello Stato, professori di ogni rango, dottori e giornalisti, piccoli e grossi professionisti, partecipi e oggetto, giudici e imputati della medesima situazione, tutti insieme, improvvisamente, si mettono a riflettere sull’idea di rivoluzione. Mi sembrano tanti avvoltoi con il loro cranio calvo chino sui cadaveri.

Per capire il filo macabro che lega quegli avvenimenti tutti insieme e che li ha fatti identici e diversi nello stesso tempo, occorre avere l’animo sgombro e l’occhio agile. In caso contrario, dall’interno della propria classe di pasciuti controllori delle idee di regime, si mandano segnali di ripetizione fino alla noia. In attesa dell’evento di domani, quello definitivo, di inverazione, si tira a campare aspettando lo stipendio di fine mese. E voi, voi vorreste chiedere a questa gente cosa ne pensa delle concordanze o delle differenze tra giacobini e bolscevichi? Ma andiamo, siamo seri.

Vi voglio parlare delle brave persone. Ce ne sono dappertutto. Quegli avvoltoi di cui parlavo prima sono tutti brave persone. Non metterebbero – tranne rari casi – la mano nella tasca altrui e non scoperebbero la sorella. Gente del genere, piena di tutte le virtù, ce n’è da sempre. Ce n’erano anche durante la grande rivoluzione. Robespierre era uno di loro.

Si tratta di gente che cerca dapprima di porre un freno agli eccessi del popolaccio. In fondo ne ha paura, come ha paura di tutti gli eccessi che non siano ordinati dall’alto e posti sotto controllo.

Robespierre si adombrò parecchio per l’uccisione in modo orrendo della damigella di corte di Maria Antonietta, ma non batté ciglio per mandare alla ghigliottina centinaia di persone. Ma la ghigliottina è uno strumento pulito ed efficiente, e poi la gente vi finisce sotto (lui compreso) dopo un più o meno regolare processo.

Ecco delinearsi due forze contrastanti e ripresentarsi con costanza e lucidità in tutti gli eventi straordinari, intendendo come tali quelle situazioni in cui si rompono per motivi diversi le condizioni preesistenti di controllo, produzione, convivenza civile e formazione sociale.

Da un lato una forza informe, mostruosa, incontenibile, facile a crescere e a smorzarsi, che non si può frenare nemmeno con le fucilate. Una forza che ho chiamato una volta giustizia proletaria, ma che non è certo facile denominare e nemmeno capire. Men che meno, ovviamente, giustificare dall’alto delle virtù dell’onesto cittadino. È vano chiedersi se questa forza è utile o no alla rivoluzione, una domanda del genere ci fa ripiombare in pieno storicismo e il ragionamento che ne consegue diventa privo di senso. Siamo davanti a un evento distruttivo che ha un fondamento naturale e che non può essere, nel momento del suo sorgere, contrastato se non con l’impiego della più feroce e violenta delle repressioni.

Dall’altro lato, sta una forza anch’essa informe ma ben costruita nelle idee, fissa, strategicamente accorta. Una forza che crede nella virtù della conservazione, dei valori, dell’ordine. Una forza che forse potrebbe anche arrivare a mettere in discussione progetti di riforma, ma dopo avere restaurato l’ordine e dopo avere imposto la propria idea, la propria visione del mondo. Il bello è che questa seconda forza non ammetterebbe mai di essere contro l’oggettivo desiderio di rivincita che muove la prima forza, essa è contro il metodo impiegato, la mancanza di obiettivi chiari. Essa è contro la distruzione irragionevole. Vuole cambiare, trasformare, ma con calma e soprattutto senza eccessi.

I rivoluzionari hanno ragioni che la gente non capisce e le ragioni della gente non sono mai quelle dei rivoluzionari.

Se Turgot avesse dato ascolto alle istanze della provincia raccolte dal Parlamento, quasi certamente la rivoluzione francese avrebbe preso un’altra strada. Ma è vano discutere delle cause in tema di possibilità e variabilità. Esistono condizioni di rottura che non sono determinate in modo univoco. In questo non c’è una dominanza dei moventi economici. La tesi affermativa, quella dell’ortodossia marxista per intenderci, ammette uno storicismo troppo rigido, per quanto dialettico (ogni scusa è buona), per diventare accettabile. La rottura di domani, quella per cui gli anarchici lottano oggi, potrebbe avvenire per motivi tutt’altro che di natura economica.

Ma, se è vario il panorama delle cause di un evento molteplice come la rivoluzione, non è vario, anzi è piuttosto monotono il modello di ragionamento in base al quale cerchiamo di capire il funzionamento di quelle cause. Su questo punto, francamente, siamo tutti un po’ arretrati.

Fra i nostri sogni più ricorrenti c’è quello della crisi. Anche questo è un sogno storicista.

Nella linea del progresso, che lo spirito oggettivo percorre, ci sono delle fasi, cioè dei periodi in cui le cose si comportano in un modo e dei periodi in cui vanno in un altro modo. Qualcuno si è esercitato ad individuare questi periodi anche nel campo economico (come se poi questo fosse un fatto separato) e li ha chiamati trend. Ma questo diverso battesimo non ha spostato il problema.

Lo studio di queste cosiddette crisi ha finito per sostituire lo studio delle cause del disagio sociale, con cui si possono se non proprio identificare tutte le cause dei movimenti rivoluzionari, almeno la maggior parte di esse. Ma non è detto che ci siano regole oggettive che determinano le crisi. Ogni tentativo in questa direzione è fallito, da quelle di eccesso di produzione a quelle di eccesso di offerta di lavoro.

Adesso sappiamo, con maggiore chiarezza, specialmente dopo la svolta del capitalismo anni Ottanta, che non si può parlare di crisi oggettive, che non esistono leggi capaci di dare indicazioni preventive sui fenomeni di aumento o diminuzione delle difficoltà in cui incorre la formazione produttiva capitalista nel suo insieme.

Ci sono maggiori o minori elementi che concorrono a garantire una ripartizione ineguale del profitto, in un dato posto, in un dato periodo di tempo. Spesso questi sistemi incontrano un aumento di difficoltà, anche imprevedibile. Il capitalismo ha studiato alcuni modelli e sta procedendo, con molta spregiudicatezza, a studiare anche alcuni rimedi. Adesso, anche i capitalisti non parlano più di crisi. E ne parleranno sempre di meno.

Ciò non toglie che i rivoluzionari stentino ad abbandonare l’ipotesi della crisi. Per questi ultimi la Grande Rivoluzione è stata il prodotto della crisi del vecchio mondo feudale. Come la rivoluzione russa è stata la conseguenza degli sconvolgimenti della grande guerra. Ragionando così, ci si aspetta molto da questi periodi di crisi e li si guarda con un certo interesse. Così non si sta tanto dietro le cose, in un’azione continua e organizzata, quanto si aspetta o, come accadeva all’inizio del secolo, si desidera la massima distruzione possibile (allora si arrivò anche a desiderare la guerra) perché solo da questa può venir fuori la rivoluzione.

In fondo, adesso sappiamo che nessuno lavora al posto nostro. Il capitalismo si fa gli affari suoi. E li fa anche bene. Tanto bene che sta convincendo i tentativi cosiddetti diversi a ritornare su di una formazione produttiva più correlata, senza tanti contrasti fra opposti domini (opposti, si fa per dire), perché tanto lo scopo è uguale e non c’è motivo di accapigliarsi per questioni ideologiche che oggi hanno sempre meno importanza.

La rivoluzione dal basso comprende quelle forze spontanee di rinnovamento morale e pratico che si mettono in moto non appena si verificano alcune di quelle condizioni che abbiamo visto prima, sconvolgimenti o semplici aumenti di difficoltà nella gestione del potere. Queste forze, è naturale, svolgono un’azione più o meno ampia in funzione della loro estensione, capacità di intervento, chiarezza di idee, radicalità di decisioni, e così via.

Come conseguenza si ha che la gente si muove, si organizza, discute, si incontra, sviluppa idee. Ma anche, e qui sta un grosso problema, distrugge, uccide, massacra. Scatena selvaggi attacchi contro tutto quello che, spesso a ragione e anche a torto, ricorda la sostanza e i simboli dell’oppressione passata. Spaventarsi o, peggio ancora, scandalizzarsi, di questa componente della rivoluzione dal basso, non produce altro che repressione cieca e reazione puntuale. Occorrerebbe capire.

Come si vede di già questo movimento dal basso è pienamente operante nella Grande Rivoluzione, in fondo, i suoi eccessi cruenti e stomacanti non sono che piccola cosa. C’è nella spontaneità di questi fatti una forma ineluttabile di giustizia proletaria che non tiene conto di responsabilità personali o soggettive, ma colpisce quello che arriva alla portata della sua mano, purché abbia i contrassegni visibili dell’antico potere. Spesso sotto questa mano implacabile e cieca, cadono persone che sono innocenti, donne, bambini, uomini illuminati. Ma non c’è modo di fermare una valanga che cade. Ed è veramente parziale e codino stare a recriminare su questi morti innocenti senza paragonarli, anche, a quei milioni di morti innocenti massacrati dalla fame e dal lavoro, dalla frusta del padrone e dalla sua cupidigia.

Quando, in passato, ho parlato a questo proposito di giustizia proletaria, mi riferivo proprio al meccanismo ineluttabile che si mette in moto in questi casi, meccanismo che ha fatto piangere e continuerà a far piangere, tanti cuori teneri e monocoli.

Ma la rivoluzione dal basso non è solo massacro, anzi è massacro in minima parte. È creazione, iniziativa, invenzione, fraternità, coraggio, uguaglianza, speranza, libertà. In breve tempo, spesso in pochi giorni, si aprono orizzonti collettivi all’azione che mai sarebbe stato possibile pensare prima. Si sviluppano idee che non sarebbero mai uscite dal laboratorio dei dotti.

È tutto questo che fa paura a molta gente. Ai vecchi gestori del potere, per il rischio che corrono personalmente e per il crollo improvviso del loro mondo. Ai nuovi futuri gestori, perché capiscono subito che le loro possibilità politiche diminuiscono man mano che cresce la spinta liberatoria dal basso.

Sono proprio questi nuovi uomini politici che si pongono il problema del controllo. Dapprima come necessità di limitare gli eccessi. Poi, come organizzazione di quella stessa spinta che minaccia di trasformarsi in caos. Poi, infine, come progetto di organizzazione produttiva.

Non si può dire che questa gente sia in malafede. Almeno non lo si può dire fin dall’inizio. Fra di loro ci sono esempi di altissima virtù. I rivoluzionari sono gente molto virtuosa. Ma vogliono imporre questo loro progetto e non possono farlo senza controllare la società.

Questo è accaduto nella rivoluzione francese e qui lo si vede, operante, forse per la prima volta nella storia in modo macroscopico ed efficace. I club nascono come strutture di dibattito collettivo, in sede di assemblea generale. Da questo processo emergono i leader, le avanguardie, i comitati di salute pubblica, i dittatori.

E il massacro c’è anche qui. Solo che qui è regolato da regole e sottoposto a controllo. In questo modo diventa meno stomacante, ma più efficiente. Non si sgozzano le persone, poche decine, ma si taglia loro la testa a migliaia. Si organizza la faccenda nel modo più razionale possibile. Il meccanismo finisce poi per mangiare anche se stesso, ma solo quando è in grado di produrre livelli di controllo altamente razionalizzanti.

In questa triste storia ci sono delle sfumature che vanno dalla destra alla sinistra, per usare una terminologia che solo in quelle occasioni trova il suo primo significato concreto. Così, la tensione etica iniziale, con tutti i suoi limiti, si allarga nelle necessità pragmatiche e tutto tende alla ricostruzione di nuove forme di potere.

La funzione degli anarchici, in linea teorica, dovrebbe essere quella di fare avanzare per quanto possibile la rivoluzione dal basso, senza avere paura degli eccessi e senza per questo abbandonarsi ad essi in modo inconsulto. I processi di autorganizzazione, spesso, hanno bisogno di una spinta, di un esempio, di un dibattito con parole appropriate e giuste. Non si può inventare sempre tutto di sana pianta.

E ci sono sempre uomini di cuore, coraggiosi, privi di interessi personali ed anche di non troppo eccelse virtù che sono praticamente anarchici, che agiscono in questo senso. E ce ne furono anche nel corso della Grande Rivoluzione. Non avevano una tradizione alle spalle. Non avevano teoria nella testa. Ma avevano l’anarchia nel cuore e desideravano cose semplici come l’uguaglianza (vera), la fraternità, la libertà, non le chiacchiere giurisprudenziali di tanti altri. Per questo li chiamarono “Arrabbiati”, ma per gente come Varlet, Leclerq, Roux, si trattava di un’etichetta come un’altra. Il loro contributo fu notevole ma venne ben presto sommerso dall’ondata ordinatrice dei partiti vincenti, che si facevano la lotta in nome del predominio personale e delle personali idee. Mentre il popolo arretrava, quasi sorpreso della sua stessa audacia, e cominciava a fare i conti con la fredda macchina calcolatrice della virtù al potere.

E poi, e poi fu subito sera.

Per concludere queste poche chiacchiere vorrei aggiungere che non è stata mia intenzione suggerire la sostituzione di una metodologia (di utilizzo) storica ad un’altra. Non mi sta bene lo storicismo, ma nemmeno (preso di peso) l’antistoricismo di Nietzsche o di Klages.

Naturalmente, non mi stanno bene le domande oziose, come sono soliti farsene gli storici di professione, gli stipendiati che lo Stato incarica di “pensare” e i rivoluzionari da scartoffie. Oggi tutte le discussioni sulle fasi rivoluzionarie, il ruolo della borghesia, la rivoluzione industriale, l’Illuminismo, la Vandea, l’emigrazione dei nobili e così via, per quel che riguarda il fatto “Rivoluzione Francese”, devono essere riviste, in una chiave che sia libera da ipoteche ideologiche.

E questo grosso lavoro continuerà ancora per molti decenni, ben al di là della misera contingenza di un bicentenario.

 


[Pubblicato su “Anarchismo” n. 64, dicembre 1989, pp. 24-31 col titolo: “La rivoluzione francese e l’attuale pasto degli avvoltoi” e anche in Alfredo M. Bonanno, Dissonanze, seconda ed., maggio 2015, pp. 556-571]




Fonte: Edizionianarchismo.net