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Settimo appuntamento con lo speciale di Zic.it: con FastCut parliamo di poeti estinti e dell’artista come rivoluzionario, di antifascismo e dello spazio delle donne nell’ambiente rap, di “gangsta” e mafia, di brani che devono parlare di politica ma senza dimenticare che “serve anche un po’ di leggerezza, un po’ di cattiveria, un po’ di tristezza”.

11 Giugno 2021 – 12:16

Una nuova puntata dello speciale sulla situazione del rap in Italia: l’intervista al dj e producer FastCut si aggiunge ai dialoghi con Inoki, Kento, Principe, Aban, Picciotto e al documento del Collettivo Kasciavìt e del Csa Baraonda di Milano sulla Piattaforma Pablo Hasél Libero.

Il regista cinematografico Luigi Magni, che spesso ho trovato citato nel tuo ultimo album, amava raccontare una contro-storia dell’Italia e degli italiani che ha diverse analogie con la tua scelta di combattere “dal basso” un sistema di comunicazione che ha fatto del rap un mero strumento di marketing, da cosa nasce questa esigenza?

Più che esigenza lo definirei una sorta di parallelismo, come abbiamo fatto all’inizio del progetto Dead Poets, nel 2016, accostando i rapper del progetto alla setta dei poeti estinti (dal film “L’attimo fuggente”): ragazzi che si adoperavano nell’ombra pur di poter portare avanti la loro vena creativa, la loro ispirazione artistica, insomma tutto quello che la società, i modelli culturali, la scuola e la famiglia mettevano da parte, o che non era ritenuto importante. Noi siamo stati un po’ come loro, che parlano del politicamente non corretto, con testi e argomenti scomodi: un rap un po’ più di nicchia e nascosto, quasi carbonaro, che opera nell’ombra, questo è stato il nostro primo parallelismo, quello con Luigi Magni venne dopo. Ho sempre amato e ascoltato persone che credono in un’ideale e lo portano avanti a costo della loro vita. Ovviamente non dico che bisogna morire per il rap, ci tenevo soltanto a sottolineare come sono cambiate le cose in meno di cent’anni, un tempo a vent’anni si era disposti a morire per un’ideale, adesso se ti danno due soldi in mano qualsiasi ideale va a farsi benedire. Insomma, ho voluto fare questa correlazione per dire alle persone che avere un ideale in cui credere nella vita è fondamentale. Credo nella mentalità e nei valori hip hop, e se parlo di mentalità, è perché va ben oltre le quattro discipline, una mentalità nata dalla strada, è un approccio culturale (…). In breve, ho voluto fare questi paragoni per ricordare ai ragazzi che c’è chi ha dato la vita per quello in cui credeva e per far in modo che oggi potessimo essere liberi.

Quale pensi debba essere il ruolo di un artista, di un musicista, all’interno della società? Coi tuoi album, col progetto dei Poeti Estinti, hai deciso di prendere una posizione netta, anche sull’antifascismo, in un momento in cui il rap faceva fatica ad esprimersi. Come mai?

Il ruolo del musicista, del pittore, del cantante, di qualsiasi artista in generale, dev’essere quella del “rivoluzionario”. In generale gli artisti sono sempre stati persone controcorrente, contro la società imperante e le regole che impongono. Penso che il nostro dovere sia quello di parlare per chi non può farlo. Si può parlare con un quadro, si può parlare con una poesia, si può parlare con una scultura e si può parlare anche con il rap. Quindi credo che all’interno della società sia questo il nostro ruolo: in Italia abbiamo ancora un grosso problema col fascismo, da qui nasce l’esigenza di combattere questo fenomeno, proprio adesso, proprio in questo periodo, in cui la società allontana i ragazzi dalla politica, rendendola una cosa noiosa, creando disinteresse mentre fanno il cazzo del comodo che gli pare. Il rischio però è che possiamo risultare noi stessi noiosi e vecchi, anche se cerchiamo di far loro capire che sono cose importanti: in questo momento è rischio la libertà di espressione, di pensiero, di parola. Viviamo in una società che sta tappando le menti dei giovani, nel nostro piccolo, coi nostri progetti, facciamo la guerra a questi personaggi, non avendo comunque grande potere o grandi difese, e mettendo sempre a rischio anche la nostra carriera. Ma alla fine non ce ne fotte un cazzo, chi compra Dead Poets deve sapere che dentro c’è un prodotto fatto da gente antifascista.

“Dare un beat è una responsabilità”, rappava Kento su una tua strumentale. Come vivi il tuo essere producer in questo senso?

Secondo me è più importante quello che ci fai col beat, dopo anni di produzioni sono arrivato al punto che per me il beat è solamente un contorno per quello che poi ci andrai a mettere sopra. Se andiamo a vedere tanti brani rap, italiani e esteri, che ascoltiamo da circa 20 se non 30 anni, il livello di produzione è veramente minimale, quasi solo un accompagnamento: l’importante era quello che veniva detto sopra il pezzo, che è quello che ancora oggi ascoltiamo, a distanza di trent’anni. E se a distanza di trent’anni ancora ascoltiamo quei brani un motivo c’è: per questo Kento parla di responsabilità, perché quando prendiamo un beat vogliamo che rimanga un segno di quello che facciamo, deve restare negli anni, al di là della bellezza della produzione. Dev’essere da accompagnamento, creare un ambiente per quello che stiamo dicendo, come abbiamo voluto fare col pezzo “Odia gli indifferenti”: volevamo questo suono di rivalsa, di rivolta, di protesta, e credo che ci siamo riusciti.

Sono molto attento a creare l’ambiente giusto in base al brano (…) è quella la mia responsabilità musicale, per quello che riguarda il beat poi c’è sempre una responsabilità etica. Io sono per il rap politico, sono convinto che gli artisti debbano prendere posizione ma non posso fare un album che parli in tutti quanti i brani di politica, c’è bisogno anche un po’ di leggerezza, un po’ di cattiveria, un po’ di tristezza: un saliscendi di emozioni, e quindi in base anche quello che devo fare strutturo il beat (…).

Sei tra i pochi che ha deciso di dare lo spazio che si meritano a rapper donne nei tuoi album, ed è stata una boccata d’ossigeno in una scena sempre più machista, come si inverte una tendenza così maschilista e pregna di stereotipi di genere?

Qui ci sarebbe molto da dire… In Italia ci sono due tipi di donne nell’ambiente rap, da una parte quelle spinte dal mercato, denudate e sessualizzate, a cui fanno fare hit estive per quattro rincoglioniti arrapati, (perché dal punto di vista musicale è veramente roba insignificante), dall’altra parte invece ci sono delle gran belle scoperte, come hanno saputo dimostrare Lesli e Martina, o delle pioniere tipo Phedra, oppure ragazze più votate ad altri accostamenti musicali come l’R&B, come quelli che ho fatto con mia moglie V’aniss nei miei album e in altri brani. L’ambiente hip hop in Italia è sempre stato a prevalenza maschile, per quel che mi/ci riguarda c’è sempre stato un grande supporto verso le rapper, perché la scena rap italiana è sempre stata piena di uomini, ed è bellissimo vedere che ci sono ragazze che salgono sul palco con una fotta incredibile, che spaccano con testi provati e riprovati, con esecuzioni vocali ben studiate e piacevoli, senza che ci sia bisogno di una sessualizzazione imposta (…) e mi dispiace che debbano combattere con certi stereotipi imperanti (…).

Molti pseudo rapper che affollano le parti alte della classifica sembrano essersi “volutamente” scordati di un determinato tipo di radici per pensare solo al loro interesse economico personale, e lo stesso discorso vale per molti dj e producer, eppure l’hip hop nasce come strumento di rivalsa collettivo, cosa pensi sia successo in questi anni?

Non penso sia successo solo negli ultimi anni, è da circa 20 anni che va così, da quando il mercato musicale italiano si è accorto del rap, e da lì è venuto a mancare qualcosa, l’hanno strumentalizzato e portato l’attenzione delle persone su altri aspetti. Insomma, non è facile convincere un rapper underground degli anni ‘90 a fare delle cose da vendere alle radio o delle hit estive, e come conseguenza, non potendo convincerli, hanno creato dei personaggi, una nuova scena rap che la generazione di quel tempo non aveva mai visto prima (…). Si sono create quindi due scene parallele, da una parte quella spinta dal mercato, da una parte quella nostra, ma qui in Italia non è come in America, dove puoi decidere se “fare i soldi” col rap underground o col rap più frivolo: in Italia non c’è la cultura di ascoltare rap underground da molto tempo, come fanno anche gli anziani negli Usa, da noi c’erano altre basi musicali prima, non c’erano il soul, il blues e il jazz, avevamo la lirica, la musica folkloristica italiana, il nostro pop e i nostri cantautori, tutta roba bellissima ma purtroppo con un background diverso: passare da quello al rap underground e alla sua violenza, perché comunque è un approccio abbastanza violento per chi viene da un Battisti, non è facile da digerire, quindi è stata creata da una scena parallela.

Alla fine secondo me il segreto è nel non dargli importanza, loro fanno il loro, noi facciamo il nostro, sono due cose che possono anche camminare insieme. Certo hanno più mezzi, hanno più potere,  hanno modo di arrivare a più persone rispetto a noi, questo è ovvio. Da noi questo discorso del rap, delle quattro discipline, e io te lo dico dal punto di vista mio, da produttore, è una scelta, bisogna  essere consapevoli che non farai i soldi, non apparirai su certe radio, non apparirai su determinate riviste, se invece vuoi fare i soldi col rap basta che la smetti di parlare di politica, di strada, di protesta, della violenza della polizia. Ecco questo secondo me è quello che è successo, non potendo modificare quello che era il rap italiano dei ‘90 hanno creato una scena parallela, che hanno spinto e disegnato a loro piacere, e ancora oggi continuano a farlo (…). E’ una scelta fare questo tipo di rap in Italia, una presa di posizione, e chi lo fa come me è perché ha deciso di farlo con convinzione, e non ne avverte il peso. Facciamo semplicemente quello che ci piace e ci va bene così: non stiamo ai giochi di potere, è un piccolo prezzo che paghiamo per poter fare e dire quello che vogliamo.

Molte teorie, suffragate successivamente da documenti desecretati dal Congresso, inquadravano il fenomeno del cosiddetto gangsta rap come il risultato di infiltrazioni nel mondo dell’hip hop di spezzoni deviati della Cia e della cessione della cocaina colombiana alle bande dei Bloods e dei Crips, per milioni di dollari, con lo scopo di finanziare la lotta dei contras nicaraguensi al governo Sandinista, attraverso la vendita della droga nelle strade dei ghetti neri di Los Angeles. Questa invasione di cocaina ha portato ad una vera e propria epidemia di crack nelle città americane che hanno distrutto il tessuto sociale dei quartieri più poveri, ed in tutto questo il cosiddetto gangsta rap non faceva che celebrare le peggiori azioni criminali delle bande. Anche in Italia abbiamo i paladini del Coca-rap che giocano a fare i criminali, e adesso molti ragazzini cresciuti sentendo certi testi non si rendono conto della pericolosità di alcune sostanze e pensano che essere “gangsta” sia qualcosa di “figo”, che ne pensi? Autodefinirsi “gangsta” in Italia non vuol dire di fatto accettare una mentalità mafiogena?

Fossimo nati in un ghetto di Los Angeles, di New York o di Boston o di Detroit o di Chicago ne potremmo parlare e potremmo farlo con cognizione di causa, ma siamo in Italia e il discorso non regge: siamo un paese che lotta contro politica e mafia da troppi anni, troppe persone ci hanno rimesso la vita; dovremmo essere famosi per essere l’unico paese al mondo che non fa il gangsta rap, anche solo per rispetto alle tante persone che ancora oggi stanno soffrendo la pressione della mafia, la pressione della politica e della società stessa. Inneggiare al crimine, vantarsi, ostentare ricchezza, come fanno questi personaggi non dovrebbe esistere, tantomeno nel rap italiano.

So che sei al lavoro per un nuovo album, puoi anticipare qualcosa?

Sto lavorando al terzo capitolo di Dead Poets, a questo giro sarà ancora più complicato mettere d’accordo le persone, perché ho unito un po’ della scena mainstream con quella underground, un po’ della nuova scuola con la vecchia, quindi mettere d’accordo teste diverse dal punto di vista dei pensieri, delle idee, della lirica e dell’età non è facile, ma sta riuscendo veramente bene. Devo dire che, come esperimento, i risultati sono incredibili, quasi magici, quindi sono soddisfatto, sarà un bel lavoro. Oltre questo non posso anticipare altro riguardo Dead Poets III, sto lavorando al secondo album ufficiale di Wiser, a breve annunceremo il titolo e probabilmente la data di rilascio. Inoltre, come ho già annunciato sto lavorando anche ad un album elettronico, pazzoide, strumentale, zeppo di scratch, con il mio amico dj Mike, al quale mando un abbraccio e un saluto forte. Stiamo faticando a vederci per ovvi motivi ma adesso che si torna alla normalità e saremo tutti vaccinati riprenderemo in mano il nostro lavoro e pubblicheremo anche quest’altro disco.




Fonte: Zic.it