Novembre 23, 2022
Da Anarres-info
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Il 27 ottobre ci ha lasciati Claudio Venza, anarchico triestino attivo nelle lotte e storico della rivoluzione spagnola.
Al suo funerale ha partecipato una folla di compagni e compagne. Ciascun* con il proprio ricordo, il proprio pezzo di strada in comune, il proprio tempo condiviso, i mille aneddoti e le mille storie che fanno “la” storia, così come la intendeva e praticava Claudio, ci narrano di un compagno la cui tenacia di vivere tutt* hanno toccato con mano nell’ultimo, durissimo, scorcio della sua vita.
Canti, ricordi, ban
diere e pugni chiusi. Poi la bicchierata nei locali del Germinal.
Per le strade i manifesti affissi dai suoi compagne e compagni la notte prima.
Come avrebbe voluto lui.

Qui un video del suo funerale 

Qui il ricordo di Clara Germani durante Anarres, e quello, sempre su Anarres, di Giorgio Sacchetti

Di seguito, tra i tanti, vi riportiamo il ricordo dei compagni del Gruppo anarchico Germinal di Trieste e quello di Massimo Varengo della FAI di Milano.

Il nostro compagno Claudio Venza, dopo 14 mesi di lotta in vari ospedali, ha deciso di voler tornare a casa, di salutare moglie e figlia e di lasciarsi andare.

Lo sapevamo già da tempo che sarebbe successo, già altre volte lo avevano dato per spacciato e ammettendolo, ci sembrava quasi di fiaccare questa sua indomabile resistenza.
Anche adesso, a qualche giorno dalla sua scomparsa, ci è difficile scrivere queste poche righe perché significa accettare di chiudere con lui, con un lungo periodo della nostra esistenza, con un lungo periodo di lotte assieme.
Ma bisogna farlo. Altri hanno già espresso il loro cordoglio con parole piene di sensibilità, accoramento, partecipazione.
Claudio era storico, era sessantottino, era bravo, era buono, generoso ma era soprattutto un anarchico. Cosa significa questo? Che il carattere era quello di una persona disponibile al dialogo, al confronto, alla solidarietà, ma anche che di fronte ai soprusi, alle prepotenze, alle imposizioni degli apparati e anche dei singoli non si faceva piegare. E non lo ha fatto nemmeno il primo maggio 2020 (già malato e molto a rischio) quando, con tutte le precauzioni del caso (mascherine, guanti, distanziamento) ha voluto distribuire il “Germinal” in una città quasi deserta e per questo motivo si è preso l’ultima multa per manifestazione non autorizzata in tempo di covid.
Claudio era nato nel 1946. Aveva, come molti, trascorso l’infanzia negli ambienti cattolici, ma i limiti e le imposizioni dogmatiche anche di tipo sessuale (durante una confessione il prete gli disse: “Siccome hai avuto desideri impuri, quest’estate non potrai andare al mare!!) lo avevano allontanato; arrivato all’Università aveva fiutato l’aria liberatrice del ‘68 ed erano iniziate le occupazioni, soprattutto quella di economia che ha raccontato in un suo libro. Allora però le lotte erano monopolio del Partito Comunista, che imponeva le sue idee. Ma per fortuna all’università giravano altre persone, meno irregimentate e le assemblee e le occupazioni permettevano un’ampia possibilità di comunicare le proprie idee.
Nello stesso periodo è avvenuto, frequentando gli ambienti del Circolo dell’Astrolabio e antimilitaristi, il cruciale incontro con Umberto Tommasini e da lì gli si è aperto un altro mondo di pensare, lottare, organizzarsi, autorganizzarsi. Il passo poi è stato breve e nel giro di un anno il II° piano di un appartamento in via Mazzini 11 è diventato il covo del vecchio gruppo Germinal (una decina di vecchi anarchici) e dei giovani libertari. Dal suo lungo terrazzo sono sventolate bandiere rosso/nere e nere e gli striscioni facevano sapere alla città cosa pensavano e volevano gli anarchici e le anarchiche.
Fu la prima sede al di fuori dei partiti con il primo ciclostile autofinanziato, la biblioteca anarchica, l’archivio storico, la vendita di libri e giornali, la possibilità di fare riunioni come e quando si voleva, ospitando collettivi studenteschi e operai. Migliaia di persone ci sono passate, migliaia di giovani lo hanno conosciuto e con lui e con noi hanno costruito percorsi di lotta.
Poi è arrivato il terrorismo di Stato: la strage di Milano, l’assassinio di Pinelli, le perquisizioni in cerca delle bombe, le denunce. Allora, senza pensarci tanto a Trieste tiravano fuori dal cassetto sempre una terna: Venza, Tommasini, Germani.
E se non c’erano loro c’erano i fascisti a picchiare e a voler distruggere la nostra sede, e se non erano i fasci c’erano i comunisti del PCI che aggredivano e ci impedivano di portare le nostre bandiere e i nostri giornali ai cortei.
Ma siamo sempre riusciti a andare avanti, a fare la nostra attività militante. Le marce antimilitariste, prima con i radicali, poi da soli, l’obiezione di coscienza, la solidarietà ai compagni soldati.
Nei primi anni ‘70 l’adesione al Gruppo Germinal e alla Federazione Anarchica Italiana. E l’apertura a un mondo di magnifici compagni e compagne.
Poi per Claudio c’è stata un’altra svolta: la possibilità di insegnare all’Università, non solo storia contemporanea, ma proprio storia della Spagna e della sua rivoluzione anarchica, l’occuparsi di storia orale.
Di nuovo tanti studenti, tanti contatti e l’aprirsi questa volta all’Europa e scrivere libri.
I contatti con compagni e compagne dell’Est che hanno portato nel 1990 al convegno “Est, laboratorio di libertà” con l’arrivo di centinaia di delegati dopo la caduta inattesa del muro di Berlino.
Fare questo elenco parzialissimo sembra facile, ma ogni iniziativa, ogni attività ha dovuto affrontare mille ostacoli, difficoltà, freni, anche da parte di qualcun* che adesso lo ricorda con affetto.

Un’altra esperienza determinante è stata quella di intervistare Umberto Tommasini e raccogliere e trasmettere le sue memorie. Un libro in dialetto triestino, una traduzione in italiano, una in castigliano, una in catalano, una in sloveno e proprio in questi ultimi mesi, dal letto di ospedale, una in greco.
A chi gli chiedeva perché in greco e non in inglese o francese, lingue più diffuse, rispondeva: “Perché lì gli anarchici lottano e le parole di Tommasini possono costituire un faro, un punto di riferimento”.
Intanto il suo cuore, verso la fine degli anni ‘90, aveva cominciato a dare i primi segni di cedimento.
Claudio, quando ci hanno sbattuto fuori da via Mazzini, per speculazioni edilizie non andate ancora a buon fine (la maledizione di Bakunin cacciato dalla stanza rosa aleggia su di voi), ha sostenuto lo sforzo collettivo di trovare e acquistare una nuova sede che ci ha portati in via del Bosco 52/a. Lì è rimasto sempre presente e propositivo, animando incontri e dibattiti. A volte le sue proposte non erano ben viste da alcuni del gruppo e viceversa, ma lui comunque le portava avanti anche da solo, con la consueta determinazione e testardaggine che lo hanno sempre contraddistinto (mite sì, ma mica sempre).
Aveva ripreso contatti con i vecchi sessantottini, smussando con alcuni spigoli molto acuti e animando l’esperienza di “Quelli del ‘68”.
Anche in ospedale faceva proselitismo fra dottori e infermieri, distribuiva “Germinal” o il caffè del Chiapas o le saponette di una fabbrica greca occupata e riconvertita dagli operai.
I compagni che andavano a trovarlo venivano tempestati di domande di tipo politico, visto che non riusciva a leggere e ad essere informato.
In aprile di quest’anno ha voluto comunque collaborare al “Germinal” n. 131, giornale di cui non era da poco più il direttore. Ha scritto la sua autobiografia fino al ‘92 su foglietti di carta con grafia tremolante.
Sappiamo che vorrà un funerale con tante bandiere e tante canzoni anarchiche. Sappiamo che vorrà una festa.
Sappiamo che mancherà a tanti e tante, che chi resta dovrà impegnarsi ancora di più a portare avanti le sue/nostre idee.

Ciao Claudio, continueremo a lottare portando il tuo sorriso nel cuore. Viva l’anarchia.

Le compagne ed i compagni del Gruppo Anarchico Germinal

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Siamo qui tutti e tutte a ricordare Claudio e ognuno e ognuna di noi ha un suo contributo da portare, un suo pezzo di storia da condividere con tutti i presenti.
Per quanto mi riguarda di pezzi di storia ne ho diversi anche perché con Claudio eravamo quasi coetanei, lui del 1946 io del 1947. Abbiamo cominciato a frequentarci a partire dai primissimi anni ’70, durante i convegni e i congressi della FAI, la campagna per la verità sull’assassinio del compagno Giuseppe Pinelli e per la liberazione di Valpreda e compagni, ingiustamente incarcerati per la strage di Stato di piazza Fontana, ma quello che mi piace ricordare di più sono le marce antimilitariste che partivano da Trieste per raggiungere i luoghi che soffrivano la presenza delle caserme e delle servitù militari del Friuli, marce estenuanti nei campi, tra paesi poco abitati, per tenere poi comizi e iniziative nelle piazze e tornare in qualche modo a Trieste per dormire qualche ora sui pavimenti del Germinal in Via Mazzini e poi ripartire l’indomani. Con Claudio sempre pronto, sempre a correre da una parte all’altra, a sollecitare i presenti all’assemblea quotidiana che precedeva la marcia, con l’indimenticabile Umberto Tommasini, il combattente della rivoluzione di Spagna, che si preoccupava di fornire frutta fresca e vettovaglie varie ai marciatori e alle marciatrici, con Clara presente in ogni dove.
Entusiasmo, dedizione, volontà, assenza di ogni forma di liderismo e di prevaricazione. Una scuola di vita e di anarchismo resa ancora più viva dallo scontro dialettico con gli altri organizzatori della marcia, Marco Pannella e il suo Partito Radicale, sulla natura e gli sviluppi prossimi e futuri dell’antimilitarismo con Pannella che accusava Claudio di infantilismo e con Umberto che replicava dandogli della merda borghese. Come poi è andata la storia si capiscono molto bene dove stavano i torti e le ragioni.
Da quelle marce i motivi di incontro sono stati poi ovviamente molteplici, dai dibattiti sugli indirizzi programmatici della federazione nel decennio incandescente ’70-’80, sul ruolo dell’anarchismo ma non vi voglio tediare su questo. Quello che mi pare importante sottolineare è la sensibilità di Claudio sui temi internazionali, in primis quello sulla Spagna, fino al 1975 nella morsa della dittatura di Francisco Franco, in sostegno della resistenza libertaria, interesse che diventerà vera e propria passione fino a diventare parte della propria esistenza, con l’insegnamento cattedratico all’università di Trieste. Un interesse che tralasciando progressivamente gli aspetti più propagandistici della rivoluzione del 1936 si trasformerà in studio sistematico di quella esperienza, diventando una delle voci autorevoli di quel periodo e di quell’epopea. Il rapporto tra anarchia e potere diventerà centrale nei propri studi offrendoci lavori, articoli, libri di grande valore, invitandoci tutti di fatto ad una riflessione sulle prospettive di un’azione odierna basata su giustizia sociale e libertà.
Quel problemismo che aveva caratterizzato Camillo Berneri nella sua attualizzazione dell’anarchismo lo ritroviamo negli studi di Claudio, purtroppo interrotti da quella malattia che l’ha portato alla morte.
Ma non c’è stata solo la Spagna nelle preoccupazioni di Claudio; è del 1990 l’organizzazione a Trieste del convegno dedicato alla caduta del muro di Berlino e alla possibile ripresa dei movimenti sociali nei paesi fino allora sotto il controllo dell’Unione sovietica. Promosso dal Germinal con il sostegno della CRInt della FAI, di cui allora facevo parte, il convegno vide la partecipazione di numerosissime delegazioni provenienti dai paesi dell’Est europeo oltreché dagli USA e dall’Europa. Fu il primo momento in cui compagne e compagni separati per decenni dalla cortina di ferro potettero incontrarsi, scambiarsi esperienze ed opinioni.
Gli atti di quel convegno furono poi pubblicati da una casa editrice appena nata, Zero in Condotta, del cui collettivo redazionale inizialmente faceva parte Claudio insieme ad altri compagni, compreso il sottoscritto.
Ma con Claudio non c’era solo l’attività militante, in vacanza sull’isola di Cherso ci costringeva ad andare di notte a pesca su un barchino dopo aver passato ore alla ricerca del verme rosso, particolarmente apprezzato dai pesci del luogo.
Insomma per me Claudio non è stato solo un compagno, ma una persona con la quale ci si scambiava spesso e volentieri, con lunghe, quasi interminabili telefonate, notizie, opinioni, vicende personali. Anche durante la sua infaticabile lotta che il suo cuore matto gli aveva dichiarato, il rapporto con lui non si è mai interrotto e così ho avuto l’ennesima prova della sua volontà, del suo coraggio, della sua tenerezza.
Claudio non mancherà solo ai suoi affetti, a chi gli è stato vicino. Mancherà a molti e a molte.
Ci lascia comunque un grande contributo di vita, di idee, di progetti e di riflessioni e questo lascito fa si che Claudio non verrà dimenticato.
(Massimo Varengo)




Fonte: Anarresinfo.org