Marzo 16, 2022
Da Il Manifesto
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«Noi siamo con l’Ucraina» accoglie gli ospiti all’entrata di Cinéma du Réel, segno di una «realtà» che necessariamente deflagra nelle immagini. Il festival del documentario parigino diretto da Catherine Bizern si è aperto venerdì scorso, un’edizione questa 44a che vede il ritorno in sala dopo due anni di streaming a causa dei lockdown pandemici – qui in Francia ormai le mascherine sono un ricordo rapidamente svanito, non vi è alcun obbligo, tantomeno nei luoghi della cultura e dello spettacolo e dallo scorso lunedì è decaduto anche quello del Green Pass.

CHE POI come molti dicono sia una furbizia elettorale macroniana per guadagnare voti è altra storia… Anche per questo c’era molta attesa, e a vedere le sale sempre piene pure un qualsiasi lunedì pomeriggio, con diversi sold-out – per esempio la «trilogia» su John Zorn firmata/filmata da Mathieu Amalric, un gioco di amicizia, complicità, musica e cinema tra il regista e attore francese (che sarà protagonista del prossimo film di Nanni Moretti) e il musicista – è una conferma di quanto la dimensione collettiva continua specie per un certo tipo di produzione cinematografica a essere importante e desiderata. Quale realtà è dunque quella che ci arriva attraverso le immagini dei film? Non una ma molteplici, frammentate, spesso lontane dall’attualità stretta (non ci sono film legati esplicitamente al covid per esempio) che è però sempre presente attraverso la sua ripetizione. La scommessa è per molti quella di trovare una forma con cui dare voce a questo confronto con un’invenzione cinematografica che non si ferma al solo soggetto trattato. È quanto accade nel film di Filipa César, regista e artista portoghese (è nata a Porto nel 1975) che nella sua ricerca ritorna al paesaggio delle lotte di liberazione della Guinea Bissau, spesso riprendendo materiali d’archivio messi in dialogo con gli sguardi di oggi per renderli memoria e strumenti di lotta. Mangrove School (concorso internazionale) realizzato insieme a Sonia Van Borges, nelle parole delle artiste era iniziato come «un’investigazione sulle condizioni degli studenti nelle scuole di guerriglia tra le profondità delle magnolie», e nel gesto di filmare si è trasformato in un apprendimento anche per le registe che hanno dovuto imparare a camminare e a reinventare il movimento nel mondo sospeso sull’acqua delle risaie e sul fango fra i rami della mangrovia.

DA QUI, in quel quotidiano di ragazzini e ragazzine seduti sui loro banchi, che prendono appunti, si scambiano una matita e accordano i corpi in una fluida sintonia col luogo che li accoglie, il racconto si apre alla memoria della lotta di liberazione della Guinea Bissau di cui le mangrovie sono una parte fondante: protezione, rifugio, nascondiglio che accoglieva le persone sottraendole alle persecuzioni degli eserciti coloniali. Le voci, le parole, le storie, le immagini ci dicono di un’utopia resistente nella quale l’educazione militante – era la sfida di Amilcar Cabral, e del Paigc, il Partito africano per l’indipendenza di Guinea e Capo Verde – diveniva prioritaria, perché le armi possono servire a combattere ma non liberano senza una coscienza, un apprendimento sistematico con cui rovesciare le narrazioni del colonialismo e gli ideali imposti dall’impero portoghese e con cui prendere in mano la propria vita («lezione» temutissima dalle potenze coloniali che infatti assassinarono Cabral nel 1973 a pochi mesi dall’indipendenza della Guinea). E l’intreccio vitale di questo ecosistema costruisce al tempo stesso una dimensione fantastica, un immaginario nel quale l’essere umano e la natura sono uniti profondamente, un passaggio questo che richiede a sua volta un nuovo e diverso punto di vista. Nel paesaggio si radica anche Ceux de la nuit (concorso francese, tutti i titoli sono in prima mondiale) di Sarah Leonor (Au voleur, 2008; Le Grand Homme, 2014). La montagna del Monginevrino, nella zona tra il Piemonte e la Francia, meta di vacanze, sci, escursioni, passeggiate, la notte si trasforma divenendo il terreno di fuga dei migranti «clandestini» che provano a passare oltre frontiera. La regista maneggia la materia della cronaca trasformandone i paradigmi nel cinema: archivi, ricordi alla prima persona di avventure, home movie famigliari che ci dicono della spensieratezza di un’estate scivolano nelle luci livide dei gendarmi che forano l’oscurità, tra i sentieri che divengono all’improvviso di paura e spesso di morte lungo un confine che in passato è stato attraversato più volte da chi fuggiva dalla miseria (anche moltissimi italiani) o dalle guerre e dalle persecuzioni e trovava aiuto per non soccombere al ghiaccio. E oggi?

QUELLA TRAMA di boschi, laghetti, ruscelli dedicati al turismo e al lavoro degli li stagionali appena il sole sparisce si popola di altre persone, donne, bimbi, uomini che provano a andare avanti senza soccombere: quasi due mondi in contrappunto che sanno l’uno dell’altro e che però in alcuni interstizi vanno in cortocircuito: c’è chi li aiuta e passa notti intere fuori a cercare di indirizzarne il cammino, sfidando la polizia, i divieti, le violenze. L’insieme di voci che porta ciascuna la propria esperienza di oggi in questa battaglia o che rilegge i luoghi nelle testimonianze di altri tempi, tra i frammenti dell’immaginario (c’è anche quella di Françoise Lebrune), compone questa narrazione al presente, e oltre il tempo, capace di sorprendere ciò che è divenuto un «canone» nella messinscena di un soggetto destinato fin troppo spesso alla «cronaca» e di interrogarne i segni nella realtà quotidiana in cui si afferma – anche quando vuole essere negata. Leonor si muove tra i suoi materiali con delicatezza, evitando retorica, anche in un finale in cui, ancora una volta, sposta lo sguardo: l’incontro con una ragazza che è riuscita a arrivare in Francia col suo piccolo figlio, il cui orizzonte rimane inquieto, perché come dice non si può rimanere nello stesso luogo per sempre.

CHE SPAZIO è invece quello che costruiscono Adirley Queirós e Joana Pimenta in Dry Ground Burning (Mato seco em chamas)? Il Brasile tormentato dal controllo e dalla repressione dell’era Bolsonaro in una marginalità che afferma con prepotenza una sua immagine contro quella stereotipata del miserabilismo, rifiutando la divisione dei generi «binaria», finzione e documentario. È questa la rivendicazione politica più forte espressa nel loro film – che ha avuto la prima alla Berlinale e qui è nel concorso internazionale – dalla coppia di registi, lei portoghese, lui brasiliano che si muove su una frontiera mischiando i piani senza però trucchi, forse anche in modo non sempre controllato, per passare dalla fantascienza anni Ottanta, al film di gang – qui femminile – alla realtà delle favelas di violenza, rivolta, persecuzione. Chitara è una gasolineira, ha inventato un modo per rubare il petrolio che rivende tramite i suoi «motoboys». Lea sua sorella è appena uscita di prigione, il business del petrolio appare meno instabile del traffico di droga in cui era stata prima. Da un nucleo che può apparire semplice scaturiscono molte direzioni, anche imprevedibili, in cui la realtà entrando nella dimensione «finzionale» ne scompiglia l’andamento e la forma, in quell’ambiguità necessaria, in cui vero/falso trovano un loro accordo. Tutto è vero anche se messo in scena, e ci dice di una lotta ribelle pure con mezzi non ammessi, di chi cerca un suo spazio contro un potere corrotto, brutale, che divora la terra per costruire carceri speciali lasciando i cittadini nella miseria.




Fonte: Ilmanifesto.it