Marzo 7, 2022
Da Il Manifesto
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Sono ormai due anni che non si fa che aspettare l’estate, più che in passato, perché ora l’estate, tra le altre cose, significa sospendere le costrizioni imposte dalla pandemia, ed è l’ulteriore possibilità di vederla finalmente svanire di pari passo alla riacquisita libertà, magari di ballare ai concerti di Cosmo o di nuovo nei club. Quest’anno l’attesa, quest’inverno, s’intesse di un disco che prefigura il sole, l’abbaglio, il caldo torrido della bella stagione: qualcosa come uno stordimento, un deliquio di cui si fa esperienza per più di cinquanta minuti e dieci brani in graduale progressione, dal giorno abbagliante fino alla notte più sfumata e inquieta. Si tratta di Rose Pink Cadillac di Dope Lemon, cioè Angus Stone che con sua sorella Julia già da qualche anno anima il panorama del folk-rock contemporaneo.

QUEST’ULTIMO DISCO da solista di Dope Lemon si riempie piuttosto di grane psichedeliche anche rispetto ai suoi due precedenti lp che gravitavano intorno a nuclei solidi, definiti, quali il country, il blues, il folk. In Rose Pink Cadillac invece le figure, i temi musicali, le loro sagome si sfrangiano in un pop psichedelico, sbronzo in cui gli strumenti in piena ebrezza (chitarre, bassi, fiati soffusi) sfumano ognuno nell’altro come i colori di una tavolozza che, per un raptus di puro edonismo, fossero mischiati tra loro provocando una ridda di scie, di bave stralunate. Il risultato è formidabile: come una giornata d’estate vissuta al riparo dal sole a picco e in balia di bevande screziate o dai colori fosforici. Una musica brilla, rallentata da una voce sempre più farneticante, arabescata da arrangiamenti succulenti, colonna sonora di un giorno di vacanza, una vacanza balneare, in eco di spiagge australiane. Every Day Is A Holiday, al centro del disco, ne è l’antifona; Rose Pink Cadillac l’inizio, in una fase in cui è possibile riconoscere ancora dei ritornelli che poi nella parte centrale dell’album saranno sempre più esili, confusi, assorbiti dall’andante scroscio del mare, dagli stridi dei gabbiani, dalla spuma affiorante su un Whinsky.

IN MEZZO, immancabile, l’amore torrido, quello di Howl With Me, infiammato dalle chitarre e dalla voce voluttuosa di donna che canta «Ay, ay che fiebre, ay». Ma ecco il tramonto, High Rollin: il giallo, il rosso del tramonto nel cristallo di un New York Sour. E poi all’improvviso ci sorprende la sera new wave di God’s Machete e la notte, Shadows In The Moonlight, forse il capolavoro di tutto il disco: dub ipnotico, ossessivo, arrivato da profondità occulte; notte di spettri, di ombre sorte dalla fine del viaggio ebbro.




Fonte: Ilmanifesto.it