Luglio 23, 2022
Da Maistrali
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Qualche giorno fa un nostro compagno anarchico – Juan – è stato condannato in primo grado a 28 anni di carcere con l’accusa di strage. I fatti in realtà si riferiscono a un ordigno artigianale inesploso posizionato in una sede della Lega. Non ci interessa sapere se Juan sia colpevole o meno, in ogni caso gli saremo vicini per tutto il tempo che servirà. Ciò che vogliamo condividere è la percezione di un contesto che sta assumendo dei tratti sempre più preoccupanti, contro i quali è necessario fare un fronte comune per resistere. Lo Stato attraverso gli apparati repressivi sta procedendo a un annientamento sistematico di ogni forma di conflitto o opposizione organizzata e radicale. Di fronte a questo non si può tacere, non ci si può voltare dall’altra parte. Per questo siamo vicini a Juan e a tutti coloro che lottano e che a volte per questo pagano dei prezzi molto cari in termini di libertà. Condividiamo di seguito il comunicato apparso su ilrovescio.info:

Sabato 9 luglio, il tribunale di Treviso ha condannato il nostro amico e compagno Juan a 28 anni di carcere (più tre anni di libertà vigilata, 30 mila euro di risarcimento alla Lega e 17 mila euro di spese giudiziarie) perché ritenuto responsabile dell’attacco contro la sede trevisana del Carroccio avvenuto nell’agosto del 2018.
Dopo la recente configurazione del reato di «strage politica» – il quale prevede l’ergastolo – per un attacco esplosivo contro la caserma dei carabinieri di Fossano attribuito agli anarchici Anna e Alfredo, si tratta della pena più alta, a nostra memoria, mai inflitta in Italia per un’azione diretta che non ha provocato feriti. Tra gli infiniti esempi possibili, si può constatare che il reato di «strage politica» non è stato contestato nemmeno per la strage di Capaci, mentre il fascista Traini è stato condannato a 12 anni di carcere per aver sparato, ferendone sei, contro degli immigrati (e contro una sede del PD…). Le aggravanti del «terrorismo» (e delle «stragi» senza né morti né feriti) valgono per i rivoluzionari in generale e per gli anarchici in particolare.
Potremmo anche ricordare quello che in tanta parte della cosiddetta società civile si diceva nel 2018 sul razzismo di Stato, sugli immigrati segregati sulle navi nei porti, sulle dichiarazioni del ministro degli Interni Salvini. Diciamo apposta dichiarazioni, perché la pratica concreta del razzismo di Stato, degli accordi criminali con la Libia ecc. non è mai stata modificata dal colore del governo in carica. Ma il consenso sociale verso il razzismo istituzionale non è un mero orpello: i quotidiani tweet del Capitano hanno prodotto un decreto sicurezza che ha portata fino a 12 anni le pene possibili per i picchetti e i blocchi stradali. Come in Italia succede dal 1975 – in quel testo unico di sicurezza che è cominciato con la Legge Reale e che non si è mai concluso – le norme «eccezionali» si stratificano senza che le pretese indignazioni democratiche portino mai alla benché minima abrogazione.
Mentre in questi giorni si scopre l’acqua calda: che dietro le norme sulla concorrenza relativa ai taxi ci sono le pressioni politiche di una multinazionale come Uber, si fa finta che la materia della «sicurezza» sia invece «tecnica». Come se l’inasprimento delle pene contro i picchetti operai non fosse stato commissionato dai padroni della logistica.
Se fino ad ora nessuno aveva preso 28 anni di carcere per un’azione come quella di Treviso non era per limiti giuridici (con l’aggravante del «terrorismo» applicata ai singoli segmenti che compongono un’azione – confezionamento, trasporto, uso di materiali «micidiali» – si arriva volendo vicini all’ergastolo), ma per limiti sociali. Lo stesso motivo per cui nessuno ha ancora preso 12 anni di carcere per un picchetto (benché la norma che lo consente sia lì, pronta all’uso). Ecco: un sistema in guerra, che passa di Emergenza in Emergenza, che trasforma i propri disastri in occasioni di ulteriore fughe in avanti tecno-militari, tende a travolgere quei limiti che erano frutto dei cicli di lotta – nonché di valorizzazione capitalistica – precedenti. In tal senso, c’è un urgente problema di autodifesa collettiva che si pone.
L’accanimento nei confronti delle anarchiche e degli anarchici rivoluzionari ha senz’altro una sua specificità. La disponibilità al rischio dimostrata in questi decenni di pacificazione sociale, nonché l’assenza di santi in paradiso tra il ceto politico e intellettuale, li rende particolarmente esposti ai colpi.
Ma chi, in ambito «antagonista», rimarrà indifferente al 41bis per Alfredo, al possibile ergastolo per lui e Anna, ai 28 anni a Juan, non solo rivelerà la propria pochezza etica, ma farà davvero male i propri conti. Al sicuro dalla repressione è ormai solo chi si rassegna.
Per quanto ci riguarda, dopo averlo avuto a fianco per vent’anni, non lasceremo Juan solo proprio ora. Non è soltanto l’odio verso il dominio dell’uomo sull’uomo e sulla natura a farci salire il sangue agli occhi, ma anche l’amore verso un compagno di cui abbiamo conosciuto il coraggio, la modestia, la dolcezza.

Per scrivergli:

Juan Antonio Sorroche

Casa circondariale

Str. delle Campore, 32

05100 Terni TR




Fonte: Maistrali.it